LE PARTITE INDIMENTICABILI: ITALIA-GERMANIA 4-3

dallo stadio Atzeca: Studentelibero - Renato

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Pubblico delle grandi occasione allo stadio Azteca di Città del Messico. La nona edizione della Coppa Rimet si avvia alla fine, ma prima ci sono semifinali e finali ancora da giocare.
Italia-Germania, grande classica del calcio mondiale, prima del 1970 aveva registrato un solo pre-cedente nella storia della Coppa del Mondo: nel 1962 in Svezia era finita 0-0 in una scialba partita del primo turno.
È la grande sfida fra le potenze europee. La Germania, vice campione del mondo, era stata deru-bata quattro anni prima a Wembley dall'Inghilterra di Sir Ramsey; aveva già conquistato il titolo mondiale nel '54 e dopo la rivincita nei quarti con gli inglesi era indubbiamente una delle favorite per il titolo.
L'Italia, campione nel '34 e nel '38, dopo un periodo di profonda crisi dovuta alle difficoltà economi-che del dopoguerra, alla tragedia di Superga e ad un'assenza di ricambi per l'eccessiva presenza di giocatori stranieri nei nostri campi, aveva visto la luce solo due anni prima conquistando il primo, e per ora unico, titolo europeo della nostra storia.
Il leader di questa squadra è indubbiamente Gigi Riva, il più forte bomber azzurro di tutti i tempi. Un uomo prima che un grande campione, capace di rinunciare ad una montagna di soldi biancone-ri per rimanere nella sua Cagliari.
La stampa italiana, come in ogni momento decisivo della nostra storia, è scettica: non va giù la staffetta fra Rivera e Mazzola, due giocatori molto diversi che per Valcareggi sono tuttavia incom-patibili.
Mazzola è la classica seconda punta, un giocatore di fantasia ma capace anche di finalizzare con grande determinazione. Rivera, che dire, è il calcio: classico regista di centrocampo in grado di proiettarsi pericolosamente in avanti. Dopo di lui solo Roberto Baggio riuscirà ad eguagliare le sue prodezze.
Andiamo dunque al match. L'Italia si presenta in campo con il seguente undici: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola, Boninsegna, De Sisti. Undici che vince non si cambia e infatti si tratta della stessa formazione che pochi giorni prima aveva demolito i padroni di casa del Messico.
Per la Germania che solo nei supplementari era riuscita a piegare l'Inghilterra, turnover con tre cambi freschi: Schultz, Grabwoscky, Fichtel.
Come ricorda lo stesso Nando Martellini in una delle pagine più felici della sua carriera professio-nale i tedeschi partono indubbiamente favoriti e ciò è anche tecnicamente spiegabile: è la Germa-nia che nei quarti ha rimontato uno 0-2, è la Germania che si è sempre fatta valere nelle partite importanti, è la Germania che ospiterà il mondiale nel '74 e farà dunque l'impossibile per portare a casa il trofeo.
Gli azzurri riescono subito a sbloccare il match: dopo 8 minuti è "Bonimba" a portarci in vantaggio. Un sinistro imprendibile che da oltre 30 metri si insacca senza nessuna possibilità di replica da parte del portiere avversario.
L'Italia gioca dunque in virtù di questo risultato incoraggiante, chiudendosi nel secondo tempo più volte in difesa e cambiando Mazzola con Rivera: mai mossa tattica si rivelò più azzeccata.
Quando ormai tutti i nostri tifosi assaporano il gusto della finale è Schnellinger dopo ben due minuti (contestatissimi) di recupero a punirci con una sforbiciata che lascia impietrito il nostro numero uno.
Un gol che taglierebbe le gambe a chiunque (vedi Italia-Francia 2000), ma non l'Italia di Valcareg-gi, l'Italia che anche calcisticamente ha vissuto il suo '68, l'Italia che pur non superando il primo turno dal 1938 non ha nessun timore di affrontare a viso aperto un avversario fortissimo.
Eppure è ancora la Germania ad andare a segno, complice un grossolano errore di Albertosi su uno stop sbagliato di Cera nella propria area di rigore: Muller è il marcatore.
L'Italia deve trovare nel proprio cuore la forza di rimontare un risultato che con le sole gambe sa-rebbe impossibile da recuperare.
È Burgnich a riportare l'incontro in parità sfruttando un insolito errore difensivo della Germania: 2 a 2, si ricomincia.
Rivera da' l'avvio all'azione, si inserisce improvvisamente il bravo Domenghini e alla fine è Riva a punire i tedeschi saltando prima un difensore, fingendosi di allargarsi sul fondo e concludendo a rete con una torsione di sinistro. 3-2. Incredibile!
Ma un altro grave errore azzurro rimette in discussione le sorti della partita. Uno di quei gol che farebbero infuriare ogni allenatore: Seeler su un calcio d'angolo sovrasta tre nostri giocatori di te-sta appoggiando per Muller che appena sfiorando il pallone beffa Rivera e Albertosi.
Tutto finito? Sogni infranti? Macché? I nostri giocatori non si arrendono, si rituffano in attacco sen-za aspettare più di 20 secondi dal calcio di avvio per chiudere, questa volta definitivamente, l'in-contro: Boninsegna salta mezza difesa e offre ad uno straordinario Rivera la palla del 4-3.
Dalla panchina si alza il grido "vinciamo vinciamo". Beckembauer è ferito al braccio sinistro ma con la stessa determinazione che aveva caratterizzato i suoi avversari si proietta generosamente in avanti per cercare l'ennessimo miracolo. Ma nemmeno il grande Beckembauer riuscirà nell'impos-sibile.
Dopo due ore di sofferenza e di gioia Martellini annuncia: l'Italia è finale. Domenghini si accascia semisvenuto; il pubblico è in delirio; l'orgoglio italiano è ritrovato.
Le autorità messicane decideranno di murare una targa nello stadio Atzeca a perenne ricordo della più drammatica e avvincente sfida sportiva a cui uomo ha mai potuto assistere.
Nel frattempo il Brasile di Pelé si sbarazzava dell'Uruguay e si apprestava ad affrontare i campioni d'Europa, gli eroi dell'Azteca.
Ma questa è un'altra storia…