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Risultati da 1 a 10 di 14
  1. #1
    Ospite

    Predefinito Vi ricordate di Walter Ego?

    (1 puntata)
    Mi chiamo Walter Ego, ho trentasette anni e so che non ve ne frega niente. Il Dottore dice che faccio bene a scrivere, che è un esercizio terapeutico e che mi aiuta a non tenermi tutto dentro. Mi ha detto di farlo "almeno una volta a settimana, magari ogni sabato". Ma a chi caspita devo scrivere non è stato in grado di dirmelo e pertanto io scrivo a voi, che siete in tanti e sicuramente qualcuno che non ha nulla da fare non manca. Sono un investigatore privato. Detto così sembra interessante. Ma oggi, qui, al buio della mia stanza, completamente solo perché anche Monica, la segretaria, è uscita e non so dove sia, francamente la mia vita tutto mi sembra tranne che interessante. Ho in tutto quattro clienti. Non sono certamente molti ma neppure pochissimi. Non è possibile avere molti clienti quando si lavora praticamente da soli. Già adesso, quando ho qualche lavoro in più, sono costretto a chiamare alcuni ragazzi "a giornata". Ma lo fanno controvoglia, perché questo mestiere è veramente uno schifo. Un lavoro che non fornisce nessun prestigio, non hai "tesserini" da esibire, nessuno ha paura di te. Spesso ti guardano con compatimento. Qualche volta con disprezzo. Ecco, oggi è proprio con disprezzo che guardo me stesso. E' buio nel mio ufficio e, nella solitudine, si ode solo il rumore del traffico sulla Portuense. Nel cartello, affisso sul balconcino al primo piano, c'è scritto "proveniente dai gruppi specializzati". In verità il Reparto da cui provengo non aveva proprio nulla di specializzato. Ma di quel periodo mi rimane qualcosa. Ad esempio ho imparato a sparare. Non è che lo abbia fatto spesso, anzi, in verità mi ricordo una sola occasione. Sono passati molti anni. Mi trovavo nella casa ai Castelli (una casa agricola, quasi diroccata) quando, una notte maledetta, sono entrati i ladri. Ho sparato nel buio e li sentivo gridare e smadonnare senza capire nulla. Ho passato il resto della notte a cercare nei cespugli e ogni volta che mi sembrava di trovare qualcosa il cuore mi finiva in gola. Era l'alba quando mi rassicurai: non avevo ucciso nessuno. Ho ringraziato il cielo. Non mi vergogno a dirlo: ho pianto. Cazzo, se ho pianto.
    Perché il Dottore mi ha chiesto di scrivere? Che ne può importare a degli sconosciuti della mia vita? I miei clienti, come dicevo, sono pochi ma, in compenso si somigliano quasi tutti. La pratica più ricorrente - in alcuni periodi direi l'unica - è quella della "infedeltà coniugale". Mi sono sempre chiesto perché mai qualcuno mi dovesse firmare un assegno di almeno tre milioni per avere la prova di essere un cornuto. Gli uomini, in questo sono veramente penosi, qualcuno, di fronte alle foto, si mette persino a piangere e, alcuni anni fa, un tizio per poco non mi picchiava. Le donne, in questo, sono molto più serie. Se potessi lavorerei solo con donne. Quando vengono da me hanno quasi sempre le idee chiare, chiamano il marito "quello stronzo" e sanno praticamente tutto delle infedeltà del coniuge. Mi dicono "quando" posso beccare "lo stronzo", in quale albergo o parcheggio, spesso persino con quale donna. Da principiante pensavo che avessero pedinato l'uomo ma poi mi resi conto che mi sbagliavo. Le mogli "sanno" molto più di quanto i loro mariti possano immaginare, inutile discutere. Nessuna donna ha mai pianto di fronte alle mie foto. Anzi, qualche volta ho visto affiorare un sorriso tra il beffardo e l'amaro che non dimenticherò facilmente.
    Come vedete, la mia vita è fatta solo di robaccia. So bene che nessuno leggerà mai queste cose che scrivo ma non le scriverei neppure se tra i miei fascicoli rossi non ve ne fosse uno senza nome. Se dovessi avere la visita della Questura, passerei i miei guai perché noi investigatori abbiamo l'obbligo giuridico di dar contezza dei clienti, ma chi se ne frega. Questo fascicolo che ho di fronte a me è l'unica storia degna di essere raccontata che possiedo e, come disse qualcuno in un film, nessuno è mai veramente fregato sino a quando ha una bella storia da raccontare. Forse ve la racconterò, facendo contento quel fissato del Dottore e immaginando che veramente ci sia qualcuno che legga queste righe che sto scrivendo su di un forum scelto a caso su Internet, oppure la terrò di me. In fondo, ho una settimana per decidere. Una settimana ancora.

  2. #2
    fui lsu
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    Me lo ricordo, mi piaceva pure (il racconto).

    ps. Poi tolgo il mio post (split), non vorrei essere come gli spot in tv!

    Ej.



    "Il cinema è la sintesi suprema di tutte le arti. "

  3. #3
    Ospite

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    Sì, mi ricordo. Postalo

  4. #4
    Ospite

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    ( 2 puntata) E va bene. Il Dottore mi ha detto che scrivere su un forum è "un ottima idea". Mi ha intimato "Non attenda sabato prossimo, che ha terapia e non può muoversi, scriva oggi stesso!" Sostiene che pensare alla poesia e alla letteratura "potrebbe farmi bene e contribuire ad allontanarmi dalla presenza quotidiana delle mie ossessioni". Sono sciocchezze. Vi scrivo solo perché questo maledetto fascicolo rosso senza nome non può essere distrutto nel tritacarte e dimenticato. Magari fosse così semplice. Questa storia deve essere raccontata e non importa che lo sia qui, dove nessuno legge e se legge non ricorda.
    Il primo incartamento che trovo nel fascicolo è un mucchietto di fotocopie. Sono le copie di trenta banconote da centomila lire. Tre milioni in contanti che mi furono gettati sulla scrivania. "Intanto prenda queste. Non mi deve fare domande. Non le dirò neppure il mio nome…"La donna che era entrata nel mio ufficio senza appuntamento non sapeva quello che rischiava: se non avesse avuto due gambe lunghissime e tre milioni in contanti in mano l'avrei trattata malissimo. Ma, per sua fortuna, sono un sentimentale e mi commuovo sempre di fronte al denaro.
    La guardai meglio. Ho conosciuto alcune vere Signore e molte vere mignotte, ma, per la prima volta, mi trovavo in presenza di una donna che compendiasse in se entrambe queste qualità. "Deve fotografare una persona…" continuò accendendosi una sigaretta e riempiendo il mio ufficio di fumo. Mi sono sempre domandato perché mai tutti pensino che gli investigatori privati debbano bere superalcolici e fumare come turchi. Avevo messo un bel cartello con "vietato fumare" ma Monica, la mia segretaria, era subito accorsa a toglierlo dicendo che non era "professionale". E intanto la biondona dalla lunga coscia fumava e mi faceva tossire come uno scemo. "Deve fotografare il professore Leonida P., il noto psichiatra. Lo potrà trovare domani sera, intorno alle diciotto, seduto al Bar Palombini di Piazzale Adenauer. " Cristo! Pensai tra me, possibile che le mogli sappiano sempre tutto. Qualche volta le indicazioni erano così precise che più che un investigatore mi sentivo un paparazzo. Suo marito le mette le corna? Chiesi. "Non sono affari che la riguardino!" Mi riguardano si. Devo sapere chi è e perché mi conferisce quest’incarico; è la legge. La donna si rimise gli occhiali da sole e accavallò le gambe come Sharon Stone in Basic Instict. Detti uno sguardo, ma purtroppo era molto meno disattenta in materia di indumenti intimi. "Dopodomani mattina, a lavoro finito, le darò altri tre milioni…" Facciamo quattro! Tentai io. La donna annui e se ne andò lanciandomi uno sguardo di disprezzo. Bene, a quel punto sapevo che avevo una sola chance per portarmi a letto quel metro e ventisei di coscia: vincere al superenalotto. Intanto però dovevo sbarcare il lunario. La sera dopo mi sono ritrovato quindi davanti al bar Palombini, munito della mia macchina fotografica miniaturizzata. Il Professor Leonida P. era persona troppo nota per sfuggirmi, anche se, guardato da vicino, dimostrava qualcosa in più dei cinquanta anni denunciati all'anagrafe. Nonostante cominciasse a fare freddo, si sedette in un tavolino all'aperto e ordinò un porto. Dette un'occhiata al giornale, fumò lentamente un paio di sigarette e poi rimase lì a guardare il viavai delle pischelle e dei tariconi vari. Era solo, cazzo, e non sembrava proprio aspettare nessuno. Lo fotografai lo stesso un paio di volte per dimostrare alla cliente che avevo fatto la giornata. Ma quando, dopo aver pagato, lo vedo prendere un taxi e allontanarsi, mi viene veramente da smadonnare. Ma non fu niente rispetto a quello che dissi la stessa sera, dopo aver ascoltato il telegiornale della notte. Era previsto uno sciopero dei mezzi pubblici, e questo era male, la Lazio era stata eliminata dalla Champion's League, e questo era orrendo, e il Professor Leonida P. aveva assassinato la moglie con quattro coltellate, e neppure questo era carino. Quelle lunghe cosce non avrebbero più allietato il prossimo e, soprattutto, non sarebbero più venute a portarmi i miei quattro milioni. Triste storia. Ma la cosa divenne complicata la mattina dopo, quando avvenne che…

    Scusatemi. Il mio Dottore è intervenuto per dirmi che faccio male a scrivere sempre e solo di lavoro e di fatti di sangue. Sostiene che mi deprime e mi chiede di intervenire anche in letteratura. Suggerisce di inviare, ad esempio, un post di commento sulla "cavallina storna" di Pascoli. Stupenda poesia. La settimana prossima forse scriverò del Pascoli. O del Carducci. Oppure continuo questa storia. Chi può dirlo?.
    MT

  5. #5
    Ospite

    Predefinito

    3. Il Dottore può dire quello che vuole ma la "cavallina storna" mi sembra una poesia diseducativa, una vicenda che induce i giovani alla pigrizia. La madre alza un dito, la cavallina emette un nitrito e…il caso è bello che risolto. D'accordo che, nel mio mestiere, gli asini non mancano ma, se fosse così facile, qualunque stalliere potrebbe fare l'investigatore privato. Il mio lavoro è invece difficilissimo. Stavo meditando su questa difficoltà, la mattina seguente l'omicidio della povera moglie del Prof. Leonida, precocemente assassinata prima di avermi saldato l'onorario. Avevo avuto solo un fugace contatto col suo denaro ma ne ero stato favorevolmente impressionato. Peccato. Poveri soldi.
    La mattina era iniziata malissimo: Monica, la mia segretaria, mi aveva inviato un e-mail chiedendomi di essere pagata. Erano solo tre mesi che lavorava per me e, detto tra parentesi, non ci avevo neppure ancora provato. L'ingratitudine delle giovanissime è oggi intollerabile e nessuno sembra più mostrare devozione per un datore di lavoro che ti insegna un mestiere e ti garantisce un futuro nella vita, senza peraltro chiedere nulla o quasi in cambio.
    Ma la sorpresa fu grande quando mi ritrovai quella sorta di Jessica Rabbit dalle gambe lunghe come un'autostrada ad aspettarmi in ufficio. Compresi subito (l'intuizione è importante nel mio settore) che evidentemente la mia cliente non era, come avevo erroneamente dedotto, la moglie assassinata del Professore incastrato dalla polizia. "La vedo in buona salute!" le dissi, non propriamente guardandola in faccia. "Ha le fotografie?" mi rispose. Certamente. "Bene. Ecco i quattro milioni pattuiti. Mi dia anche i negativi." Questo non lo posso fare, è contro la legge. "Le darò altri due milioni…"
    Quella donna sapeva decisamente colpire le corde del mio cuore. Le consegnai i negativi. Erano quelli delle comunione di mio nipote, ma tanto non avevo nessuna intenzione di svilupparli. Qualcosa mi diceva che l'immagine di Leonida, seduto al bar sconsolatamente solo, poteva essermi utile.
    La coscialunga se ne era già andata. Peccato, con tutto il denaro che mi lasciava ogni volta che veniva a trovarmi, se rimaneva mia cliente ancora un po', forse mi potevo permettere di diventare anch'io suo cliente. Ma così vanno le cose della vita.
    Per consolarmi, telefonai all'avvocato Gaudenzio P. che, come riportavano tutti i giornali, era il legale del Professore. Parlai con lui della possibilità che io avessi materiale che potesse scagionare il suo cliente dall'accusa di omicidio. In questi casi, discutere di denaro, oltre che vietato dalla legge, sarebbe di grande ineleganza. Chiesi invece all'avvocato quante fossero, a suo parere, le stelle del cielo. Mi rispose "non più di dieci milioni". Come astronomo, l'avv. Gaudenzio faceva veramente schifo ma dieci milioni, ad uno come me che doveva urgentemente mettersi in cerca di una nuova segretaria che correva il rischio di dover pagare, facevano indubbiamente comodo.
    Mi recai, pertanto, nell'ufficio del Capo della Squadra Mobile a fare il mio dovere di buon cittadino. Ma feci male, perché…

    Il mio Dottore sta per spegnere il computer. Dice che è venuto il momento della pausa di autocoscienza. Non ho mai capito cosa significhi esattamente e non sono neppure sicuro che egli dica proprio cosi. Di solito stiamo in silenzio a guardarci e ognuno pensa ai fatti propri. Io spesso penso a voi, lettori inesistenti di questo inesistente forum, e alla storia che devo
    finire di raccontarvi. Perché ormai avrete capito che, finche uno ha ancora una buona storia da raccontare….

  6. #6
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    Se ti avesse conosciuto Donald Bellisario avremmo avuto altre mille puntate di Magnum...

  7. #7
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    Originally posted by Aeroplanino
    Se ti avesse conosciuto Donald Bellisario avremmo avuto altre mille puntate di Magnum...
    Donald P. Bellisario!

    Ragazzi, e l'aeroplanino???
    Se volete, dovrei averlo salvato in qualche thread...

  8. #8
    Ospite

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    Risolti alcuni "problemi tecnici" che ne avevano consigliato la momentanea sospensione, riprendo la pubblicazione del racconto. Una caro saluto. MT

  9. #9
    Ospite

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    (4 puntata) Nicola, il capo della Squadra Mobile, mi guardava con poca simpatia. Elegantissimo, mi parlava senza neppure tentare di nascondere il suo enorme, quanto ingiustificato, senso di superiorità. "Che gioco stai giocando, investigatore privato?" Nessun gioco. Vengo solo a compiere il mio dovere di buon cittadino. "Vorresti far credere di aver fotografato il Professor Leonida proprio nel momento in cui uccideva sua moglie?" Evidentemente non è stato lui. "Senti una cosa, se in questa storia abbia una sicurezza è che l'assassino sia il marito! La domestica filippina lo ha sentito litigare con la moglie pochi minuti prima del fatto e un vicino di casa lo ha visto uscire in gran fretta pochi minuti dopo. Inoltre, sul coltello vi erano le sue impronte…" Era un coltello di casa sua, quali impronte vi aspettavate di trovarci?
    "Ma se il Questore ha già indetto una conferenza stampa per informare che abbiamo risolto il caso!" Ecco un buon indizio di colpevolezza, replicai ironico.
    Nicola si alzò in piedi e si mise le mani ai fianchi, forse per farmi ammirare le sue bretelle nuove (di cattivo gusto, come ogni cosa in lui) "Vattene…e non farti più vedere…"
    I miei dieci milioni avevano decisamente preso il volo. La polizia aveva già deciso e non vedevano di buon occhio un supplemento di lavoro. Il professore era spacciato. Peccato non gli dovessi un po' di soldi…sono sempre i debitori che se ne vanno.
    Salutai la poliziotta seduta al computer. Era una taglia 48, praticamente una botte per i miei gusti, ma mi mandò un sorriso pieno di speranze. Certamente, frequentando solo Nicola, qualsiasi altro maschio doveva sembrarle desiderabile. Ma non avevo tempo per la beneficenza, dovevo scendere al primo piano per parlare con l'ispettore Cirillo, l'unico che potesse fornirmi qualche informazione.

    Cirillo era un cornuto, qualità questa che aveva fatto di lui un mio cliente. Ma era anche un puttaniere, e questo lo aveva trasformato in un amico. Il fatto che fosse anche poliziotto, a quel punto, passava in secondo piano.
    "Storia che puzza, caro Ego. Lascia perdere. Il Professore aveva sposato una Menicucci-Proietti, i famosi industriali imparentati col sottosegretario agli Interni. Aver risolto il caso in sole ventiquattrore farà promuovere molta gente qui dentro." Ma è stato lui, secondo te? "Non ne ho la più pallida idea e neppure ce ne frega niente. Se è stato lui, ha fatto bene. E già difficile accettare le corna, ma accettare quello che era costretto a subire il Professore….la signora aveva gusti particolarissimi…" Lesbica? "Si, ma non solo…"

    Mi domando perché vi racconto soprattutto gli aspetti più sordidi di questa storia. Non è solo una storia sordida, credetemi, è anche una storia d'amore. Ma l'amore, dopo quindici anni che si fa questo mestiere, non si riesce più a descriverlo. Anche se ce lo ricordiamo benissimo. Ma è un ricordo lontano. Il dottore, qualche volta, mi invita a metterlo a fuoco, a rivivere quei momenti di emozionato languore. Io gli dico sempre che non ci riesco, che mi è impossibile. Ma non è vero, ci riesco benissimo. Ci sono storie che tuttavia non vanno raccontate. Neppure a te, mio ignoto lettore che, con tutta probabilità nemmeno non esisti e forse mai esisterai…..



    (5 puntata) Una donna malvagia e perversa era considerata una povera vittima, un innocente era in galera e io avevo perso un sacco di grana giocando a poker: insomma, il mondo andava come sempre. Nulla di nuovo. La Lazio aveva anche perso il derby e l'unico miracolo che avevo visto in vita mia - quello di una squadra biancoazzurra da primato- andava esaurendosi inevitabilmente.

    Per fortuna Monica era ritornata e, almeno per il momento, sembrava aver rinunciato alle sue assurde pretese retributive. "Dimmi la verità" le dissi "sei rimasta a lavorare con me perché somiglio a Fred Buscaglione.." Chi, quello del caffè? Mi rispose. Erano passati quarant'anni da quando Fred era morto, correndo sulla sua scintillante auto sportiva, che ne poteva sapere quella pargola di uno dei più fascinosi chansonnier italiani? Dicono che siamo tutti "contemporanei": mica vero, il mondo è abitato da persone che vivono ognuna in epoca diversa….Mi obietterete che queste chiacchiere non hanno nulla a che vedere con la mia storia: E vero, ma il dottore mi dice sempre che devo far navigare la mente, senza opporle inibizioni. E la mia mente oggi si è rinchiusa in un locale notturno romano degli anni sessanta, in compagnia di una formosa soubrette italoaraba che balla seminuda sui tavolini e da lì non se ne vuole proprio andare. La capisco, povera mente…

    In ogni modo il giorno dopo mi trovavo al "Cafè de Paris" in compagnia di un panciuto e sudaticcio personaggio. Era un avvocato pieno di soldi ed io, come stavano andando le cose, non sarei riuscito ad aiutarlo a spenderli. "Vuole quindi intendere, sig. Ego, che la sua telefonata di due giorni fa era solo un maldestro tentativo di truffa nei miei confronti?" Ma quale truffa, dottor Gaudenzio, io ho effettivamente fotografato il suo cliente lo stesso giorno e nella stessa ora in cui, secondo l'accusa, era a casa sua ad assassinare la moglie…tuttavia…" Tuttavia?" Tuttavia le foto non dimostrano nulla…avrei potuto scattarle in qualsiasi giorno…sono io e solo io che posso dichiarare la loro autenticità e il dottor Nicola, capo della Mobile, mi ha fatto chiaramente comprendere che, se lo facessi, sarei oggetto di un’incriminazione per favoreggiamento trenta secondi dopo…. "Inoltre, lei non è più in possesso di quelle foto. Le ha restituite a quella signora che l'avrebbe assunta…"
    Avevo dimenticato quel metroeventisei di coscia, tacchi a spillo esclusi, come avevo potuto farlo…Lei, avvocato, forse potrebbe aiutarmi a capire chi fosse quella signora… "Non vedo come potrei". Era evidente che conosceva molto bene il suo assistito.. "Il Professor Leonida conosce molta gente…è un noto psichiatra…forse una sua paziente…."In tal caso, probabilmente conosceva la moglie…
    L'avvocato Gaudenzio impallidì. Ma da vecchio marpione che era, non solo si riprese ma cercò di capire che cosa sapessi "Non credo proprio che il Professore presentasse le sue pazienti alla moglie…"
    E va bene - pensai tra di me - questo leguleio vuole fare il furbo: giochiamo a carte scoperte. Il Professore - dissi scandendo le parole - presentava alla dolce mogliettina solo le pazienti che desideravano, o che a suo parere potevano essere indotte a desiderare, un rapporto sessuale di natura omosessuale. E, mentre le signore si divertivano, il professore guardava o, forse, fotografava…
    L'avvocato si alzò di scatto. "Ho capito" disse "lei è un autentico malfattore. Dopo aver cercato di spillarmi dieci milioni facendomi credere di essere in possesso di foto che potessero scagionare il mio cliente (che dice di aver consegnato ad una fantomatica, e forse inesistente, cliente) adesso vuole ricattarmi informandomi di conoscere un possibile movente per questo omicidio, ma io…" Si calmi…dottore…si calmi…io non penso affatto che il Professore abbia ucciso la moglie e si da il caso che io - anche se ho consegnato le foto - abbia conservato i negativi…
    Gaudenzio mi fissò. Questa volta era veramente terrorizzato….

    "Perché questa storia non la scrive solo per se stesso?" Mi chiede il Dottore. La terapia procede bene ma il mio amico medico teme che io possa rimanere deluso dal fatto che nessuno, ma proprio nessuno, sul forum di Internet, legge quello che scrivo. Si sbaglia, poverino, ma cosa volete, chi crede a Freud può credere a chiunque e a qualunque cosa. Domani, probabilmente, gli racconterò che da piccolo amavo mia madre e desideravo che mio padre morisse. Lo farò contento, ne sono certo. Quanto a te, unico e solitario lettore che segui questa fetta del mio passato, se non mi abbandonerai non ti abbandonerò e avremo una bella storia comune che forse ci verrà a far visita nei brevi sogni della nostra futura vecchiezza….

  10. #10
    Ospite

    Predefinito

    (6 puntata) Luisa Menicucci-Proietti era una donna importante. Il suo funerale fu una sorta di elegantissimo evento mondano e certamente molte sue amiche – tra quelle che facevano a gara nel sembrare commosse di fronte alle telecamere - saranno state rose dall’invidia.
    Anch’io non passai inosservato e non credo che fu solo perché – come malignamente dice Monica – ero l’unico in calzoncini e scarpe da ginnastica. In effetti, io sono piuttosto piacevole in tenuta sportiva ma, in quella occasione, devo ammettere che vi erano molti altri maschi benvestiti.
    Lo scopo della mia presenza in quel luogo era di capire come diavolo fosse composta questa sciagurata famiglia. Inoltre, secondo alcune teorie della polizia, gli assassini amano presenziare ai funerali delle vittime e quello era certamente un funerale che solo la morta avrebbe preferito evitare.
    In verità, almeno un’altra persona che non mi sarebbe dispiaciuto rincontrare non si era fatta vedere: la mia misteriosa cliente che, probabilmente, stava ancora riguardandosi le foto della prima comunione di mio nipote, pagate caro prezzo.
    Anche il marito della vittima – ospite gradito del carcere mandamentale – era assente giustificato e, in sua vece, sembrava toccare ad una ragazzina bionda e minuta di quindici o sedici anni il compito di ricevere gli abbracci addolorati di un’interminabile fila di sconosciuti dal volto ipocrita. Guardai con aria interrogativa una tardona che si era messa al mio fianco "E’ Lorena, la figliola" mi informò mentre, per qualche motivo, indugiava ad osservarmi perplessa le gambe pelose inserite senza calzini nelle mie scarpe da ginnastica preferite. "Grazie, anche le sue gambe non sono male.." le sussurrai allontanandomi. Mi era venuta voglia di conoscere quella ragazzetta con cui tutti scambiavano algide effusioni e con cui io invece avrei scambiato volentieri due chiacchiere. Una mano alle mie spalle mi bloccò con poco garbo ""Cosa è venuto a fare qui?". L’avvocato Gaudenzio non sembrava contento di vedermi. "Indago.." risposi, cercando di darmi un certo tono. "E’ già venuta la sua amica e le abbiamo pagato quello che ha voluto. Non siamo disposti a darvi un soldo di più. Pertanto, signor Ego, sappia che, se vedo lei o la sua complice, girare ancora attorno alla famiglia del Professore, non la passerete liscia e invece di trenta milioni vi ritroverete sul collo una bella imputazione per estorsione…"
    Quelle parole furono per me come un’illuminazione: qualcuno mi aveva fregato un bel pacco di soldi e doveva essere anche una persona in gamba visto che era riuscita a scucire a quel pidocchio azzeccagarbugli il triplo di quanto gli avevo inutilmente chiesto io. Avrei voluto chiedergli almeno qualche dettaglio su quella bastarda che aveva speso il mio nome e stava – sicuramente altrettanto bene – spendendo i suoi soldi, ma Gaudenzio non sembrava disposto a fare ulteriore conversazione e, con un cenno della mano, stava richiamando l’attenzione di un panciuto e dimesso signore infagottato nell'abito scuro che probabilmente aveva acquistato a rate per il battesimo della figlia ormai universitaria: riconobbi subito l’ispettore Cirillo e il poveruomo riconobbe me. Eravamo amici ma, in quell’occasione, era meglio non fraternizzare. Mi dileguai e il poliziotto tutto fece tranne cercare di raggiungermi.

    Il Dottore è molto seccato. Dice che è impossibile che io non sappia farmi neppure una tisana e, soprattutto, non abbia ancora imparato nonostante le sue istruzioni. "Possibile, Signor Ego, che lei non si sia mai fatto neppure una camomilla?". Io lo guardo con occhi bovini. Una tisana? Mi ci vorrebbe un chilo di oppio concentrato per dimenticare me stesso e le figure che colleziono. Oppure una donna non insensibile a quel poco che resta del mio fascino. Ma quel poveruomo di un Dottore, lo so bene, mi negherebbe sia l’uno che l’altra. Dice di operare per il mio bene e non sospetta neppure che l’unico motivo per cui qualche volta ancora sorrido è perché indugio a pensare che cosa farei io ad una certa persona. Per il suo bene, s’intende.

    (7 puntata). Il fascicolo rosso è ancora aperto sulla mia scrivania. Contiene le fotocopie di quelle trenta maledette banconote, le foto di quell’ebete di uno psicanalista che si beve un porto in un bar di periferia e il verbale del sopralluogo del "locus delicti", la stanza dove la signora Luisa Menicucci-Proietti, lesbicona piena di grana, era stata macellata da qualcuno che poteva essere chiunque tranne quel bove di marito che si trovava a farsi fotografare dal sottoscritto. La lettura del documento – consegnatomi in copia dall’ispettore Cirillo in cambio del mio silenzio intorno all’identità dell’unico cliente scampato ad una retata dei carabinieri in una villa dell’amore sadomaso – era estremamente interessante. La donna era stata colpita da cinque coltellate, tre alle spalle, una al petto e l’ultima, probabilmente quella letale, alla gola. Mi sembravano decisamente troppe per un delitto passionale. Quella definitiva e mortale, peraltro, era stata portata con freddezza e precisione chirurgica. Non era stato un litigio, era stata un’esecuzione, un’esecuzione studiata affinché la vittima soffrisse il più possibile. Sarebbe stato utile sentire la domestica filippina ma la donna, dopo aver rilasciato le proprie dichiarazioni in un "incidente probatorio", era stata autorizzata a raggiungere la sorella malata a Manila. Dove, se i miei sospetti erano esatti, avrebbe fatto d’ora in poi la vita da signora, magari prendendo a proprio servizio qualche domestica italiana.
    Questa è una storia che non mi avrebbe portato da nessuna parte. Soprattutto non vedevo come avrebbe potuto rendermi soldi, che è in fondo l’unico motivo ideale che ancora mi fornisce la voglia di alzarmi la mattina. Avevo le prove che il marito non era il colpevole ma se mi facevo rivedere dal suo avvocato, questi mi avrebbe fatto arrestare prima che io avessi potuto aprire bocca. E la polizia - che aveva ormai individuato il suo bel responsabile sposando, come sempre, la soluzione più ovvia e facile – sarebbe stata felicissima di accontentare quella palla di grasso sudaticcia. Lasciare perdere. Questa era la parola d’ordine. Cercare subito qualche cornuto da spennare dimostrandogli che la consorte si cavalca il collega d’ufficio e dimenticare questa storia. Era la cosa più saggia da fare.
    "Senti, c’è una che ti vuole…". Monica era diventata sempre più indisponente e inelegante. Se l’avessi stipendiata, l’avrei licenziata con gioia. Ma è sempre più difficile trovare personale malpagato ai nostri giorni, quindi feci finta di nulla. "Si, grazie. Falla entrare."
    Non nascondo a me stesso che speravo di veder entrare quel metroeventisei di coscia che tanto sentimentalismo aveva seminato nel mio cuore. Ne entrarono novanta centimetri scarsi. "Buongiorno, signorina Lorena." Conosce il mio nome? "Si, l’ho vista al funerale. In quella occasione non ho avuto modo di esprimerle…" Lasci perdere. Mi dica piuttosto se ho speso bene i miei quaranta milioni.. "Non capisco". Mi riferisco ai quaranta milioni che ho versato in contanti alla sua socia, la Signora Elettra se non ricordo male il nome, in cambio delle prove dell’innocenza di mio padre… "Mi spiace, ma io non conosco nessuna Elettra.."
    Lorena assunse un’espressione insolita in una sedicenne. Prese la mia penna preferita dalla scrivania e la spezzò tra le mani. "Ascolta, sciacallo schifoso, non fare scherzi perché ti giuro che, se mi freghi, la tua carriera di documentatore di corna finisce domani stesso. La tua socia mi ha dato queste foto e mi ha detto che sarebbero state scattate da te nello stesso momento in cui la mia matrigna sarebbe stata assassinata. Le ho dato quaranta milioni e lei mi ha assicurato che oggi tu mi avresti garantito una deposizione giurata.
    Io rimasi senza parole con probabilmente la stessa espressione da fesso che ho letto sui volti di molti dei miei clienti.
    "Mi potrebbe descrivere questa mia…socia. Non vorrei sbagliarmi, ma temo che siamo entrambi vittima di un raggiro"
    La ragazzina mi guardò dritto negli occhi. Cazzo. Aveva le palle, quella. Sono sicuro che quando si sarebbe sposata, il pollo non aveva nessuna speranza di farla franca e il collega investigatore non avrebbe dovuto far altro che scattare le foto dal lato migliore.
    "Non credo che tu mi stia mentendo. E se così fosse, posso pagare persone che ti lascerebbero poche ossa sane. Ho dato quaranta milioni ad una donna sui trenta, trentacinque anni, capelli e occhi castani, alta e vestita in modo poco vistoso con abiti da grandi magazzini. Una perdente, insomma. Quando mi ha detto che era la tua socia, mi è parso credibile.."
    Grazie, troppo gentile.
    "Non fare il suscettibile e dimmi piuttosto se è vero che puoi dimostrare l’innocenza di mio padre"
    Forse. Ma tu sai chi ha ucciso tua madre?
    "In primo luogo, quella puttana non era mia madre e tu sei uno stronzo se hai potuto pensarlo anche solo per un istante".
    Senti, mi rendo conto che tu sia seccata per la fregatura che ti hanno dato ma potresti anche essere un pochino più gentile. Io, come ti ho detto non c’entro nulla.
    La ragazza si accese una sigaretta ("Ma, porco cane, ma nel mio ufficio vengono tutti a fumare!") e si sedette accavallando le gambe. Peccato che fosse brutta e che si comportasse come un gangster uscito dai romanzi di Mario Puzo, ma, con tutta quella grana che si ritrovava, avrei scommesso che avrebbe avuto presto un letto più affollato della metropolitana l’ora di pranzo.
    "Quaranta milioni per me sono una sciocchezza. Quello che mi rompe è che dubito che potrò avvalermi di te. Non mi sembri proprio una scheggia."
    Cercai – certamente senza riuscirci – di non sembrare offeso. "Chi ha ucciso la tua matrigna?" richiesi.
    Se lo sapessi – mi disse con un sorriso perverso che stonava su quel viso d’adolescente – per la gratitudine me lo scoperei.

    "Tutto ciò è molto freudiano" mi dice il Dottore, assumendo quella sua ridicola aria cattedratica. "Lei vede scopate dappertutto. Lesbiche, ninfomani, pervertiti e compagnia varia. Il suo immaginario è tutto un inno alla sua libido repressa". Era molto più convincente quando cercava di insegnarmi come si fa la camomilla. Io non scrivo per lui. Scrivo per quel lettore (unico, ma chi diavolo sarà?) che mi legge su Internet. Oppure forse no. Scrivo per far sorridere un bambino. Un bambino a cui non posso continuare a far credere che il mondo sia fatto solo di brutture e di cinismo. Quel bambino che - per proteggerlo - ho nascosto nell’angolo più nascosto del mio cuore e che cerco di dimenticare convincendomi che, in fondo, ho capito perfettamente come vanno le cose al mondo e che questo modo mi diverta. Invece no, quel bambino dentro di me piange. Piange disperatamente. Ed io, solo io, lo sento.

 

 
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