Intervista a Uri Avnery
«I massacri nei campi profughi, le deportazioni di massa, le umiliazioni inflitte al popolo palestinese sono indegne di un Paese che si ritiene ancora democratico. Ciò che Sharon sta perpetrando nei Territori palestinesi è un crimine contro l’umanità. I falchi vanno fermati, subito. Con i suoi balbettii, la Comunità internazionale si fa complice di un bagno di sangue». A denunciarlo è lo scrittore-simbolo dell’Israele pacifista: Uri Avneri. Assieme ad altri 500 intellettuali, accademici, artisti e militanti pacifisti, Avneri è il firmatario di una lettera-appello al segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in cui si chiede l’impiego di truppe Onu nei territori occupati per porre fine agli scontri a fuoco e salvare vite umane. «L’obiettivo delle forze internazionali d’interposizione - spiega Avneri - deve essere l’imposizione di un cessate il fuoco immediato e la separazione delle forze in campo israeliane e palestinesi». Si tratterebbe, aggiunge, di un primo, decisivo, passo verso una «Conferenza internazionale da convocare al più presto»
Nei Territori è guerra totale.
«Non è una guerra. La guerra non cancella il diritto. Quello in atto nei Territori è un crimine contro l’umanità perpetrato da Sharon e dai suoi generali-falchi. Una guerra non impone di marchiare le braccia dei civili fatti prigionieri, non porta necessariamente alle punizioni collettive, non cancella Convenzioni internazionali come quella di Ginevra sui diritti delle popolazioni civili e dei prigionieri in una situazione di conflitto armato. Sharon sta infangando Israele. Deve essere fermato, prima che sia troppo tardi».
Sharon ribatte che Israele sta esercitando il diritto-dovere alla difesa dagli attentati palestinesi.
«No. Sharon sta creando le condizioni per altre stragi di innocenti in Israele. I rastrellamenti nei campi profughi, le eliminazioni mirate, i bombardamenti a ripetizione sono il modo migliore per raforzare le fila dei kamikaze. Sharon è l’ufficiale reclutatore dei kamikaze. Sfido chiunque in Israele a sentirsi più al sicuro dopo l’ennesima mattanza nei Territori. Tutti si atttendono altri attentati suicidi, come disperata risposta di un palestinese senza speranza».
Eppure c’è chi, da destra, critica Sharon per la sua «moderazione».
«Nessuno, neanche l’abile e spregiudicato Peres, potrà mai convincermi che Ariel Sharon, l’uomo di Sabra e Chatila, rappresenti una sorta di male minore rispetto agli oltranzisti fanatici, quelli che invocano una deportazione di massa dei tre milioni di palestinesi che popolano la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ariel Sharon è un pericolo per Israele e la pace in questa tormentata regione».
Chi dovrebbe fermarlo?
«Nell’immediato un intervento deciso degli Stati Uniti e dell’Europa. L’Occidente ha tutti gli strumenti, economici e diplomatici, per imporre quantomeno un cessate il fuoco e il ritiro dei blindati israeliani dai campi profughi e dalle città palestinesi occupate. Non intervenire significa farsi complici dei guerrafondai. Occorre inviare subito osservatori Onu nei Territori, piaccia o no a Sharon».
Israele appare un Paese disorientato, impaurito, lacerato al suo interno.
«Ma è anche un Paese che sta sempre più prendendo coscienza del fallimento del pugno di ferro contro i palestinesi. Almeno metà degli israeliani è convinta che non esista una soluzione militare alla questione palestinese. Un dato importante, in una realtà di guerra, su cui far leva per una rivolta morale simile a quella che scosse Israele dopo i massacri di Sabra e Chatila. Oggi come ieri possiamo mandare a casa il responsabile: Ariel Sharon».
l'Unità 14 marzo 2002


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