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Discussione: Convegno MRE a Brescia

  1. #1
    Quin igitur expergiscimini?
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    Predefinito Convegno MRE a Brescia

    Si è infine tenuto, come preannunciato già da giorni, il Convegno dei Repubblicani Europei provenienti da alcune regioni dell' Italia centro-settentrionale per discutere il documento presentato da un gruppo di lavoro costituito ad hoc ed intitolato Contributo per una riflessione su tre questioni politiche , che è stato approvato dai presenti e si spera possa essere condiviso via via più ampiamente con altri amici repubblicani.
    Il Convegno si è svolto oggi, sabato 15 luglio, a Brescia dalle ore 10 alle ore 13.30 ed ha visto anche lo storico incontro tra Lucio e Catilina.
    La componente nazionaleuropea e sociale del MRE si struttura così sempre meglio attorno ad alcuni temi di forte impatto e spessore:
    -questione dell' indipendenza e sovranità nazionali,
    -questione del federalismo,
    -questione delle fonti di energia.

    Il testo integrale del documento sarà pubblicato fra breve sul sito www.repubblicanesimo.it.
    Qui inserirò solo l' introduzione e la prima parte.
    Lucio Sergio Catilina

  2. #2
    Quin igitur expergiscimini?
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    MOTIVAZIONI DI UNA PROPOSTA POLITICA
    Con la conclusione delle varie tornate elettorali possiamo ricominciare a parlare di politica.
    Partiamo da un dato certo e da un nodo da sciogliere. Il dato certo è che il repubblicanesimo costituisce, con la sua storia ormai quasi bisecolare, un fenomeno unico nella politica italiana. Il nodo da sciogliere è capire come questa realtà possa incidere ancora nell’ attuale contesto nazionale ed europeo. Bisogna prendere atto infatti che siamo ormai marginalizzati rispetto al tessuto politico sociale, politico-istituzionale e culturale, come ha brutalmente rivelato la vicenda della generosa partecipazione del MRE nella coalizione dell’ Ulivo alle ultime elezioni politiche generali. La massima disponibilità ha avuto come risultato il quasi assoluto oscuramento mediatico e un trattamento umiliante da parte degli alleati. Se si è arrivati a questa situazione è anche perché mai si è cercato di presentare una proposta politica forte.. E’ necessario allora un duro lavoro di ripensamento.
    L’ unica possibilità di incidere ed aumentare il proprio peso sta nella strutturazione di un Movimento che possa ritrovarsi intorno ad alcune battaglie ed iniziative generali, desunte dal proprio bagaglio ideale, con un linguaggio ed uno stile identificanti. Così potrebbe essere apprezzato l’ elemento che rappresentiamo e si potrebbe partecipare a nuove forme politiche (pensiamo al Partito Democratico) con l’ obiettivo di farsene traino e avanguardia, per la capacità propositiva nel vuoto di idee e di analisi che mostra l’ attuale ceto politico.
    Noi crediamo che questo sia l’ unico modo per creare sinergie tra i tanti nuclei locali che nella diaspora e nel vuoto di una organizzazione nazionale credibile si sono lodevolmente costituiti in avamposti del repubblicanesimo, continuando nel loro impegno di presenza e militanza.
    Noi crediamo che questa sia la strada, inevitabilmente lunga, per dar vita a quella struttura che possa permettere al MRE di irradiarsi nella società.
    Oggi una ri-costruzione del repubblicanesimo passa attraverso la ri-scoperta di una cultura politica concreta e la trasmissione dei suoi valori. Tante persone, dopo aver patito il governo Berlusconi, aspirano e sperano in un reale cambiamento. Esso può incardinarsi su tre questioni fondamentali. L’ indipendenza e la sovranità nazionali. La forma dello Stato. Le fonti dell’ energia.
    Lucio Sergio Catilina

  3. #3
    Quin igitur expergiscimini?
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    LA QUESTIONE DELLA SOVRANITA' NAZIONALE
    Qui si presenta la sorprendente attualità del pensiero di Mazzini. Egli, in un ambiente politico culturale dominato- allora come oggi- da liberali, comunisti, socialisti lottò strenuamente per sostenere una verità ovvia ma decisiva, ossia che le nazionalità sono il collante dei popoli. La Nazione è la seconda famiglia. E’ sulla nazionalità che occorre costruire. Il messaggio mazziniano è dunque il più idoneo a sviluppare una cultura dell’ indipendenza. La diffusione di tale messaggio spetta, ancora una volta e ora più che mai, a noi. Questa è una grande idea-forza per trasmettere l’ immagine dell’ Italia migliore che abbiamo l’ ambizione di rappresentare.
    Il punto da rimettere in discussione, in questo senso, è la presenza di oltre 100 basi militari con reparti militari statunitensi sul territorio della Patria, chiedendosi come possano mantenersi in tali condizioni la dignità, l’ indipendenza e la sovranità del popolo italiano. E’ per questa ragione che non riconosciamo “miti anti-nazionali”. E’ per questa ragione che dobbiamo lanciare un movimento di opinione che prefiguri la ricerca di un ampio consenso tra la popolazione a partire da questo che è il tema più pregnante della vita civile.
    Com’ è noto, le basi USA e Nato in Italia sono state nel tempo costituite sulla premessa dello “stato di necessità” per fronteggiare la minaccia sovietica, in rapporto ad una esigenza di protezione rispetto al blocco di Varsavia. La minaccia sovietica è dal 1991 scomparsa con il dissolvimento dell’ URSS e la crisi della confederazione che l’ ha sostituita (CSI). Eppure le basi dall’ Italia non sono scomparse, anzi si è verificato un deciso incremento della loro consistenza in uomini e mezzi.
    Se la “Guerra Fredda” è finita, c’è a chiedersi perché le esigenze di sicurezza che avevano giustificato l’ esistenza di dette basi siano ancora esistenti. Non solo. Ci si deve chiedere se si possa continuare a tenere il Parlamento all’ oscuro di tutto ciò che succede all’ interno di queste sedi extraterritoriali, considerabili a tutti gli effetti aree di limitazione della sovranità del nostro Paese. Le basi si configurano, infatti, come isole incastonate all’ interno del territorio nazionale italiano, porzioni di superficie nei confronti delle quali non si può avere libero accesso da parte delle Autorità italiane e che , nel contempo, godono di prerogative di extraterritorialità.
    Così armi bandite dal nostro Stato sono invece tranquillamente conservate nei depositi delle basi e tali armi possono essere spedite in tutto il mondo, Solo per fare un esempio, nelle basi NATO di Aviano e Ghedi in Lombardia sono presenti numerose decine di testate atomiche. Va precisato che esse ed i loro vettori sono nelle condizioni di portare distruzioni ben oltre i confini italiani, in altre parole ben al di là di quei limiti che la Costituzione considera come “riferimento” per il concetto di difesa. Sono perciò violati l’ art. 11, 78 e 87.
    Riguardo al numero delle persone utilizzate all’ interno delle basi USA e Nato in Italia, non ne è del tutto nota la quantità esatta. Secondo fonti ufficiose dovrebbe trattarsi di circa 13.000 militari e 15.000 civili.
    Il ruolo fondamentale per gli USA delle basi in Italia è fuori discussione. Nello scacchiere della regione centrale europea, l’ Italia ha il vantaggio militare della profondità strategica, garantendo al tempo stesso una presenza chiave sulla linea del fronte nel Mediterraneo. Il nostro Paese contribuisce quindi significativamente alla capacità di proiezione di potenza degli USA all’ interno e attraverso la regione
    La situazione è per molti versi misteriosa. Esistono dei “protocolli aggiuntivi della NATO” che, ancora a distanza di oltre mezzo secolo non conosciamo né sommariamente né tanto meno nei dettagli. Si tratta di una materia che ci fa capire la condizione di “sovranità limitata” in cui ci troviamo e che è stata accettata da tutti i governi della Prima e della Seconda Repubblica.
    L’ art. 80 della Costituzione stabilisce che la stipula di trattati internazionali, essendo di natura politica, preveda arbitrati o regolamenti giudiziari e qualora comporti anche variazioni del territorio od oneri alla finanze stabilisce che siano le Camere ad autorizzarne la ratifica. Tuttavia sappiamo che accordi internazionali riguardanti le basi militari e rientranti nelle categorie dell’ art. 80 non sono mai stati sottoposti alla ratifica né delle Camere né del Presidente della Repubblica (art. 87). Molte basi sono sorte dunque al di fuori della conoscenza e dell’ autorizzazione del Parlamento.
    Perciò i trattati sono noti solo a livello governativo o addirittura solo a livello dei servizi segreti.per esigenze non meglio precisate di riservatezza. Ma è difficile determinare se ed a quale titolo le basi, installazioni, infrastrutture presenti nel territorio italiano siano riconducibili alla Nato oppure siano legate ad accordi bilaterali Italia- Stati Uniti.
    Tutte le installazioni gestite dagli statunitensi sono infatti al tempo stesso comandi o infrastrutture della Nato e delle forze armate nordamericane. Si tratta di un’ ambiguità che ha come conseguenza che non si sa mai con certezza chi dovrebbe esercitare la sovranità su queste installazioni.
    Così abbiamo nel complesso quattro tipi di basi militari:
    1. Basi ed infrastrutture concesse in uso agli Stati Uniti con accordi segreti del 29 giugno 1951 e 20 ottobre 1954. Solo in teoria queste installazioni sono sottoposte al comando italiano, perché i comandi statunitensi detengono il controllo militare sulle armi e sugli equipaggiamenti e sulle operazioni.
    2. Basi Nato dell’ Alleanza Atlantica.
    3. Basi italiane messe a disposizione dell’ Alleanza Atlantica.
    4. Basi promiscue (USA, Nato, Italia) in base agli accordi segreti ed a quelli dell’ Alleanza Atlantica.
    Esistono ufficialmente 120 basi dichiarate. Si sa però della presenza anche di 20 basi USA totalmente segrete (cioè si sa che esistono, ma non dove siano né di quali armi e mezzi siano dotate) e di un numero variabile (al momento sono una sessantina) di altri insediamenti militari o semplicemente residenziali con la presenza di militari statunitensi.
    Ogni anno gli Italiani versano in media 400 milioni di euro per mantenere ufficiali e soldati dell’ esercito statunitense di stanza nel nostro territorio. Il metodo di prelievo perpetrato dagi USA si chiama ufficialmente “burden-sharing” (“condivisione del peso”), come si evince dai documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. Ma non vogliamo addentrarci in una sistematica analisi dei particolari della questione, che sarebbe eccessivamente tecnica, dato che i termini ne dovrebbero risultare ormai chiari.
    Cosa succederebbe nel caso in cui un governo italiano lanciasse l’ iniziativa della nuova fondazione dell’ Unione Europea intesa come Federazione di Stati Indipendenti da Lisbona a Mosca, che rialzi la bandiera del grande sogno europeo di libertà, giustizia sociale e dignità di Popoli? Simmetricamente predisposta a rapporti equidistanti con l’ Atlantico ed il Pacifico e la collaborazione, nell’ ambito soprattutto mediterraneo, con le realtà panarabe? La prima questione, attorno alla quale ruotano tutte le altre, consiste dunque nella revisione, su basi meglio definite, dei rapporti militari con gli Stati Uniti d’ America.
    Lucio Sergio Catilina

  4. #4
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Ebbene sì, io c'ero.

    Un evento decisamente importante, meglio -molto meglio- di certe occasioni "ufficiali" che ci sono state nel passato recente, relazioni di spessore, ma anche un pubblico fortemente motivato, rappresentativo di almeno quattro importanti regioni.

    Un segnale di vitalità del Movimento che io stesso non mi sarei aspettato.

  5. #5
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    E' possibile conoscere anche le relazioni relative agli altri due punti?

  6. #6
    Quin igitur expergiscimini?
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    LA QUESTIONE DEL FEDERALISMO

    Il Movimento dei Repubblicani Europei intende assumere una precisa e netta posizione sul problema del federalismo, problema che resta comunque da discutere e da risolvere, al di là dell' esito del recente referendum, in quanto la prospettiva della frantumazione dell' Italia in una sorta di "spezzatino" di zone geografiche ampiamente indipendenti l' una dall' altra è senz' altro un fattore di indebolimento della sovranità nazionale. Elementari esigenze di chiarezza impongono quindi, preliminarmente, di sgombrare il campo dai molti equivoci terminologici che avvolgono l’argomento.
    Occorre poi affrontare il ben più importante problema delle diverse realtà e dei ben differenti scenari che ad ogni scelta corrispondono, e quindi dei finali obiettivi che con gli indirizzi prescelti si intendono realizzare.
    È innegabile che solo negli Stati Uniti prende forma la prima Costituzione federale della storia, scaturita da un compromesso tra chi preferiva la costituzione di uno Stato unitario e chi invece intendeva conservare e garantire la sovranità alle originarie ex-colonie.
    La scelta finale ha fatto prevalere il sentimento - innestatosi nel pensiero protestante, proveniente dal dettato biblico - fortemente critico rispetto al modello del vecchio mondo nato dal concetto di Stato hobbesiano, con le sue costituzioni rigide e quasi immodificabili.
    È stata in tal modo realizzata l'unità nella diversità, con la creazione di un governo federale, competente nelle questioni comuni di politica estera e di commercio, restando tutte le altre competenze agli stati-membri, i cui specifici interessi venivano tutelati nel Senato, mentre la rappresentanza del popolo era affidata al Congresso.
    Oltre questa fondamentale esperienza, non possono dimenticarsi tutte quelle altre, del resto a noi più vicine e che possiamo semplicemente enumerare, scandendo, per alcune di esse, le tappe ed i momenti più significativi:

    - La Confederazione della Svizzera, anzitutto:

     sorta nel 1291 e trasformatasi nel 1848 in Stato federale
     vale qui la pena di ricordare l’Art. 3 della Costituzione federale della Confederazione svizzera sul Federalismo: I Cantoni sono sovrani per quanto la loro sovranità non sia limitata dalla Costituzione federale ed esercitano tutti i diritti non delegati alla Confederazione

    - La Confederazione della Germania (Repubblica Federale di Germania), nel corso della storia:
     La prima Confederazione renana (Rheinbund 1658)
     La seconda Confederazione renana (1806-1813)
     La Confederazione germanica (Deutscher Bund 1815-1866)
     La Confederazione della Germania del Nord (1866-1871)

    Non mancano poi esempi più recenti:
    - Canada, Argentina, Messico, Brasile, Australia, India
    Grandissima importanza riveste poi quella che stiamo vivendo da oltre cinquant’anni, in Europa e che auspicabilmente dovrebbe condurre alla formazione di un organismo omogeneo, nato da esigenze apparentemente modeste (la gestione di interessi produttivi e commerciali circoscritti al carbone ed all’acciaio), che sempre apparentemente si muove a tutelare interessi analoghi sebbene allargati (essenzialmente, economici, riguardanti il libero mercato), e che fatica molto a svolgere funzioni politiche.
    Riepilogando quanto si è detto, può ora forse concludersi affermando che con il termine «federalismo» non si intende affrontare un problema di diritto internazionale, né descrivere fenomeni centrifughi, di scissione o separatismo, ma soltanto lasciar emergere esigenze di decentramento di poteri, e quindi di autonomia, nei confronti delle realtà locali e periferiche, riconoscendo l’esistenza di esigenze speciali e particolari e la capacità delle singole popolazioni direttamente interessate, di interpretarle meglio e di soddisfarle, senza creare sperequazioni ed ingiustizie, e tanto meno conflitti con la restante parte della popolazione e con i grandi e generali interessi della collettività nel suo complesso.
    È già ripetutamente emerso il concetto di “federalismo” (che nel nostro Paese viene accomunato al concetto di “devoluzione” o “devolution”), utilizzato per indicare la concessione di poteri da parte di un governo centrale a favore di un governo a livello regionale o locale.
    In un sistema federale, come si è detto, la Costituzione è norma suprema, da cui deriva il potere dello Stato ed i suoi limiti, garantiti da un potere giudiziario la cui assoluta indipendenza è necessaria per evitare atti legislativi incongruenti con la costituzione o e correggerli.
    L'applicazione dei modelli di governo "federali" o "accentrati" e la ripartizione di competenze tra Governo centrale ed enti a livello inferiore, differiscono notevolmente nelle varie esperienze statali ed ogni paese vanta le sue peculiarità.
    La devoluzione può anche essere principalmente finanziaria, quando vengono concesse alle regioni fonti d'entrata e capitoli di spesa in precedenza amministrati dal governo centrale.
    In genere, la devoluzione implica anche il potere di legiferare su alcune materie.
    Si sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l'azione arbitraria da parte dello Stato, poiché:

     il federalismo può limitare il potere del governo di violare i diritti, dato che esso crea la possibilità che se il potere legislativo desidera ridurre la libertà, non ne avrà il potere costituzionale, mentre il livello di governo che possiede tale potere non ne avrà il desiderio;

     i procedimenti di formazione delle decisioni di tipo legalistico, che caratterizzano i sistemi federali, limitano la velocità con la quale il governo può agire.

    L'argomento che il federalismo aiuta ad assicurare la democrazia e i diritti umani è stato influenzato dalla teoria contemporanea della scelta pubblica, dove è stato asserito che gli individui possono partecipare più direttamente nelle unità politiche di minori dimensioni che in un governo monolitico unitario.
    Ma è stata negata anche la capacità di un sistema federale di proteggere le libertà civili, poiché spesso c'è confusione tra i diritti degli individui e quelli degli stati.
    Accanto allo Stato federale e dopo di esso, nel corso del XX secolo, nasce lo Stato regionale nella forma di stato democratico- pluralista.
    Storicamente, le prime esperienze di stato regionale sono quella spagnola ed italiana.
    Sulla base dei principi generali suesposti e delle esperienze concrete o delle elaborazioni dottrinali, occorre ora chiarire quali sono gli intendimenti del Movimento dei Repubblicani Europei.

    I punti essenziali, a nostro avviso, dovrebbero essere i seguenti:

    1) si allo Stato regionale federale (già lo abbiamo! Ma certo perfettibile); no al semplice regionalismo;

    2) si ad una ragionevole revisione del titolo quinto oggi esistente, riconoscendo alcuni errori della passata legislazione di centro-sinistra ed emendandoli nelle sole parti da correggere, ma sulla base di larghe intese e non di colpi di mano di maggioranze più o meno solide e responsabili e garantendo equilibri tra poteri e adeguati contrappesi;

    3) modifica dell’attuale sistema bicamerale, con l’introduzione di un Senato regionale, ben diverso da quello ipotizzato alla riforma introdotta dal centro-destra (ci si potrebbe rifare alla Germania o agli Stati Uniti); i membri dovranno essere eletti o dalle Assemblee regionali (elezioni di secondo grado; soluzione preferibile) o dalle rispettive popolazioni, ma sempre in rappresentanza del territorio e non degli elettori (quindi, il numero degli eletti dovrebbe essere proporzionale alla superficie della Regione e non al numero degli abitanti, ovvero previsti in numero uguale per ciascuna Regione (forse, Val d’Aosta esclusa);

    4) capacità generale legislativa dello Stato, salva una più esatta individuazione dei principi e delle materie attribuiti alle Regioni, distinguendo tra legislazione concorrente e legislazione esclusiva;

    5) generale salvezza degli interventi dello Stato per tutelare gli interessi generali, anche per evitare che l’attribuzione alle singole Regioni di eccessiva latitudine di poteri e competenze implichi violazione del generale e fondamentale principio di eguaglianza contenuto nell'art. 3 della Costituzione;

    6) più larga attribuzione alle Regioni di poteri amministrativi e regolamentari, ma anche di entrate finanziarie e delle relative responsabilità interne e internazionali (in difetto, qualsiasi allargamento di poteri e potestà è solo apparente);

    7) intangibilità dei principi fondamentali (parte prima della Costituzione) con una sola eccezione: attribuzione del dovere, dei sindacati e dei partiti, di costituirsi ed operare su basi democratiche e nel rispetto dei relativi principi (oggi non è proprio così: cfr. artt. 39 e 49).
    Lucio Sergio Catilina

  7. #7
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    LA QUESTIONE DELL' ENERGIA

    Quella dell' energia è una battaglia repubblicana. I repubblicani furono fra i pochi a votare NO al referendum degli anni Ottanta. E sono gli unici che nel tempo hanno tenuto la barra ferma sulla questione. Per il bene del Paese, facciamoci forza e rilanciamo il tema. La battaglia sul ripristino del nucleare, e più in generale sulla politica energetica del nostro Paese, è una delle più importanti e qualificanti che possiamo sostenere. Avevamo ragione noi, riprendiamo con forza quelle stesse ragioni: oggi il terreno è fertile. L'Italia ha ceduto a suo tempo alla paura e ad un movimento ideologico. Ma appare sempre più evidente che dietro l' integralismo ambientalista, si nasconde una condizione di sudditanza o di utili idioti nei confronti delle multinazionali del petrolio, quindi in ultima analisi, ancora una volta, degli USA, che ovviamente hanno tutto l' interesse affinché l' Italia rimanga perpetuamente schiava dell' oro nero. Gli effetti di quella scelta referendaria sono sotto gli occhi di tutti. L' Italia è costretta ad acquistare gran parte della sua energia elettrica all' estero, dalla vicina Francia che le produce con le sue centrali nucleari (!). Incidenti come quelli di Cernobyl, centrale nucleare militare dell' ex- Unione Sovietica malamente riciclata ad uso civile e priva di adeguate misure di sicurezza , oggi non sono più possibili, perché le nuove centrali sono un' altra cosa rispetto a quelle sovietiche di trenta o quaranta anni fa, nella progettazione, nella realizzazione, nella funzionalità e negli impianti di sicurezza. Se non cominceremo questa battaglia, il destino è segnato: gli Italiani continueranno a pagare il disavanzo della bolletta energetica (la bolletta elettrica delle famiglie italiane è la più cara del mondo e quella delle industrie italiane è seconda solo a quella delle industrie irlandesi).
    Purtroppo oggi, stante i tempi tecnici di realizzazione delle nuove centrali, non è ipotizzabile il “rientro “ produttivo a breve. Anche per questo motivo (e considerato che a seguito dell’obsolescenza complessiva del parco-centrali dell’ Unione Europea per la sostituzione e l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche è previsto nei prossimi ventenni l’investimento di mille miliardi di Euro) risulta indispensabile la partecipazione italiana al più alto livello possibile ”in sede internazionale alla ricerca sul nucleare pulito di nuova generazione “. E, sempre dal Programma elettorale dell’Unione, riveste carattere di particolare urgenza, anche ai fini della tutela ambientale e della stessa salute delle popolazioni, “ la messa in sicurezza del combustibile e delle scorie esistenti in Italia “.
    Anche se non piace la “ fame” di energia è tale da richiedere sforzi immani e in tutte le direzioni: di qui la necessità di avere il coraggio politico di intraprendere strade nuove. Ad esempio, cominciare a prendere in seria considerazione la possibilità di riconvertire parte delle centrali oggi alimentate da prodotti petroliferi a carbone (Civitavecchia in primis): eventualità, questa, che solo a nominarla fa accapponare la pelle a stuoli di “verdi” più o meno di facciata. Stante la prospettata convenienza economica della nuova tecnologia, e in presenza di garanzie di controlli veramente stringenti e terzi, ovviamente pubblici, che non diano adito a dubbi sulla salvaguardia ambientale, crediamo che anche questa opportunità andrebbe valutata con grande attenzione e senza coperture ideologiche preconcette. Vittima di preconcetti e di un ideologismo ambientale utopico che non riesce a capire che viviamo in un’epoca dove – purtroppo, ma le cose stanno così e non ci si può solo lamentare, si deve anche agire nella consapevolezza che il poco raggiunto è meglio del niente – la gestione dei rifiuti costituisce il passaggio da un lato finale e dall’altro iniziale di quello che possiamo chiamare il “ metabolismo industriale “ della nostra era. Per dirla con uno slogan: nulla si crea e nulla si distrugge. E alcuni costi vanno inevitabilmente pagati. L’importante è fare in modo che l’impatto, soprattutto ambientale, sia il più possibile ridotto. Per meglio esemplificare il concetto, gli inceneritori rappresentano il sistema più efficace per lo smaltimento in particolare dei rifiuti solidi urbani consentendo non solo la produzione di energia pregiata – l’esempio del termovalorizzatore di Brescia è in questo senso emblematica ed esemplare – ma l’eliminazione il più possibile corretta di masse enormi di spazzatura altrimenti destinate a quel metodo primitivo quanto pericoloso sotto il profilo ambientale che è la discarica. Metodologia di facile gestione, questa, che consente guadagni incredibili soprattutto quando a sovrintendere sono le varie eco-mafie radicate in tutto il paese e non solo nel Sud. La lotta agli sprechi, peraltro assolutamente indispensabile, non va condotta, con buona pace degli integralisti del tutto e subito, impedendo la valorizzazione termica dei rifiuti, ma incentivando la cultura del risparmio a livello di produzione, di utilizzo familiare ed individuale e di uso corretto delle risorse, favorendo al massimo il riciclaggio e il riutilizzo (è questo il concetto di fondo di quello che abbiamo definito il “metabolismo industriale”) di tutte le componenti, sapendo che comunque resta da pagare un conto – tassativo: che sia il più basso possibile – sia in termini economici che ambientali. Ma, per avere la luna, siamo disponibili a consentire gli scempi economici ed ecologici ancora oggi diffusi? Ci sembra illogico, socialmente scorretto e politicamente castrante.
    A questo punto ci sembra opportuno evidenziare che, se è pur vero che va completato il processo di liberalizzazione in ambito produttivo – in Italia in primis, ma non solo: Francia docet - per favorire la presenza di più operatori, è altrettanto doverosa, secondo noi, un’azione di controllo e vigilanza da parte della mano pubblica degli interessi nazionali (per quanto attiene la produzione e la distribuzione) e di tutela dei diritti sia dei cittadini che delle imprese in ordine all’accesso alle risorse energetiche. No quindi alla privatizzazione della rete distributiva, foriera di più che possibili disparità di trattamento e di vere e proprie latitanze a scapito dell’utenza.
    Premesso che il protocollo di Kyoto ci obbliga a ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera e che la metanizzazione delle centrali elettriche non è sufficiente per farci rientrare nei parametri concordati e quindi evitare sanzioni che possono diventare salatissime, vorremmo qui richiamare l’attenzione su alcuni interventi che pur non risolutivi possono contribuire, in tempi abbastanza brevi, a migliorare non solo la congiuntura energetica ma anche la qualità della vita di tutti. La prima cosa da fare - e in questo senso gli ambientalisti hanno ragioni da regalare e non solo da vendere – è il risparmio volto a ridurre l’inefficienza energetica. Ci limitiamo a pochissimi dati per esprimere il concetto: ogni anno i cittadini europei sprecano per inefficienza energetica 270 miliardi di euro. Una cifra semplicemente enorme. Dalla ricerca emerge che il 40% del consumo energetico in Europa è dovuto agli usi abitativi. E’ stato calcolato che misure di isolamento termico dei muri e dei tetti potrebbero di per se stesse consentire risparmi dell’ordine dei 270 miliardi di euro all’anno, traducibili nella riduzione del consumo di ben 3,3 milioni di barili al giorno di petrolio, aspetto importantissimo ai fini del contenimento dei gas serra responsabili del cambiamento climatico che ci sta vieppiù martoriando, e 460 milioni di tonnellate all’anno di biossido di carbonio. Nel recentissimo (marzo 2006) Libro Verde UE sull’efficienza energetica è richiamato con forza l’obbligo per il settore dell’edilizia di adeguare gli standard di efficienza e sottolineata la grande importanza – prevalente ed opprimente qui da noi in Italia - del settore trasporti su gomma responsabile del consumo del 59% del petrolio. In altri termini la necessità di interventi legislativi, premiali e punitivi a seconda dei casi, che utilizzando la leva fiscale incentivino i comportamenti più responsabili. Di qui tutta una complessa serie di provvedimenti fra loro collegati, obiettivamente di non facile realizzazione, quali l’incentivazione dei biocarburanti e dei veicoli meno inquinanti (e ovviamente il contrario) e il trasferimento su rotaia e per mare di una parte consistente delle merci trasportate. E, ancora, la rottamazione degli elettrodomestici inefficienti e l’etichettatura e la valorizzazione dei prodotti aventi consumi ridotti.
    Sul che fare in tempi molto rapidi due sono le strade percorribili con relativa facilità, quanto meno sotto il profilo tecnico. Semplificando al massimo: l’energia solare e le cosiddette biomasse. I grandi progressi tecnologici registrati negli ultimi anni – spiace dirlo perché va a nostro disdoro, ma la Germania, che non è propriamente la nazione del sole, è all’avanguardia in questo campo e noi arranchiamo anche al Sud: incredibile ma vero quanto a numero di installazioni – fanno sì che oggi l’energia solare costituisca una buona opportunità non solo per le abitazioni isolate o i piccoli insediamenti rurali, ma le stesse città. Sono ovviamente necessari accorgimenti tecnologici ed edilizi che facilitino e consentano l’utilizzo al meglio dei pannelli solari (di tecnologia diversa a seconda delle esigenze e degli ambienti) sia per la produzione di energia elettrica che per il riscaldamento dell’acqua. Ma è fuor di dubbio che oggi è possibile trasformare l’energia solare – gratuita e disponibile per lunghi periodi – in energia termica ed elettrica a costi compatibili e con buoni rendimenti. Ci sembra prematuro ipotizzare, almeno qui da noi, ma le cose possono andare diversamente in zone molto più assolate ad esempio del Medio o Vicino Oriente, quelle che sono state definite con enfasi anche suggestiva “ le città del sole” a fronte delle “città petrolifere”, ma
    è pur vero che il solare rappresenta un’opportunità della quale tenere doverosamente conto.
    Concludiamo con alcune considerazioni sull’energia rinnovabile ottenuta dalle cosiddette biomasse: da colture appositamente coltivate a scopo energetico (ad esempio alberi tipo pioppi, piuttosto che erbaggi tipo canne o cereali quale il mais) o da liquami zootecnici (per il biogas) o da scarti vari d’origine organica provenienti da lavorazioni industriali. Nell’attuale congiuntura economica caratterizzata dal progressivo allargamento dell’Unione e dai tagli al bilancio agricolo comunitario, riteniamo che le bioenergie (intese sia come autoproduzione di energia da parte dell’azienda agricola che di produzione di materia prima a scopo energetico) rappresentino una grandissima opportunità, forse l’unica in grado di contemperare l’aspetto economico-produttivo non solo con la salvaguardia ma anche con il miglioramento dell’ambiente. Vogliamo dire che a prescindere dai pur pregnanti aspetti energetici in senso stretto, la filiera agricola rappresenta un’opportunità unica per coniugare la produzione di biomassa da convertire in energia utilizzando tecnologie sempre più affidabili al recupero ambientale che si estrinseca, in particolare, con la coltivazione di essenze legnose – gli alberi, di diversa specie a seconda degli ambienti - come dire gli strumenti naturali più adatti a ricostituire qualsivoglia ambito territoriale. E straordinario strumento di autodepurazione che produce ossigeno e consuma anidride carbonica: con tutti i benefici ambientali, e di rispetto del protocollo di Kyoto che ci obbligano in tal senso, facilmente intuibili.
    Oggi “raccogliere e portare in cascina energia” da immettere anche in rete non è più un sogno ma realtà tangibile. Senza entrare nel merito di cifre complicate che meriterebbero approfondimenti non possibili in questa sede, ci limitiamo a sunteggiare in telegrafica sintesi i concetti base emersi da un recentissimo studio del CETA, un centro studi specializzato che fa capo alle università di Udine e Gorizia. Con adeguati provvedimenti legislativi, ossia defiscalizzazioni, le biomasse nel loro insieme possono garantire da subito l’approvvigionamento del 6% dell’energia italiana. I biocarburanti (biodiesel cioè gasolio addizionato con oli vegetali, per lo più di colza e benzina con aggiunta di etanolo, alcol di origine organica) in breve tempo potrebbero conseguire risultati che il direttore del Ceta, Roberto Jodice, non esita a definire “enormi” se supportati da incentivazioni fiscali adeguate. La combustione, per l’ottenimento di energia termica, delle essenze legnose (il cosiddetto cippato, molto da pioppi appositamente coltivati e lavorato direttamente in campo) ed anche di erbacee sempre coltivate a questo scopo, ha raggiunto livelli di rassicurante affidabilità, mentre restano ancora difficoltà per quanto riguarda la combustione degli oli vegetali. Comparto, questo, soprattutto con la produzione del girasole, che potrebbe dare un contributo consistente anche in termini numerici.
    Lucio Sergio Catilina

  8. #8
    McFly
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    Avevate dato pubblicità sul forum?? mi sembra mi sia sfuggita!!
    mi avrebbe fatto piacere salutare Lucio e partecipare all'iniziativa. Comunque so che a settembre ce ne sarà un'altra di iniziativa "interregionale" promossa da alcuni amici delle direzioni regionali del nord Italia, ma forse sarà più a numero chiuso in quanto sarà preparatoria per il congresso.

  9. #9
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Citazione Originariamente Scritto da McFly
    so che a settembre ce ne sarà un'altra di iniziativa "interregionale" promossa da alcuni amici delle direzioni regionali del nord Italia, ma forse sarà più a numero chiuso in quanto sarà preparatoria per il congresso.
    Sarà meglio che il numero si apra -e in fretta- perché altrimenti al Congresso ci si arriva alla spicciolata o non ci si va neanche per scoramento.

    Dibattito, dappertutto e su tutto, senza paura di scoprirsi. Sia fuori dagli schemi sia dentro gli Organi locali del partito. Che non capiti a nessuno ad ottobre di votare per simpatia, ma per convinzione.

  10. #10
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    Ottima iniziativa, appena ho tempo (mai) ti faccio qualche appunto al pezzo sul federalismo, perchè mi sembra contenga qualche imprecisione.
    Saluti

 

 
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