Ho trovato un'interessante analisi dei "dialetti" gallo-italici.
Sembra che essi facciano parte del sistema linguistico italiano e romanzo orientale grazie all'utilizzo della I al plurale (mentre nel francese, spagnolo, catalano, sardo si utilizza la "S").
Leggete un pò.
I cosiddetti dialetti “galloitalici” sono dialetti italiani?
Secondo alcuni linguisti, alcuni dialetti, come il Piemontese e il Lombardo, sono classificati come “separate entries”, e non come dialetti propriamente italiani.
Va considerato che tali dialetti hanno risentito l’influenza di alcuni tratti di idiomi francesi (il prefisso “gallo” qui significa “francese”, non “gallico”)
a) La presenza delle vocali cosiddette “procheile” (cioé “arrotondate”), vale a dire [ö] e [ü];
b) La presenza (non sempre) della vocaçe indistinta [ë] in posizione finale;
c) La palatalizzazione o spirantizzazione (non sempre) della gutturale sorda latina [k] (come cattus>francese chat)
d) La riduzione della [a] altina tonica a [e], visibile particolarmente negli infiniti dei verbi della prima conjugazione (fenomeno limitato al piemontese ed al lombardo; ad esempio non é presente nel ligure). Alcuni di tali fenomeni, in ordine sparso, si presentano tra l’altro anche in diversi dialetti italiani meridionali: le vocali procheile in tursitano (provincia di Matera), la finale indistinta in tutti i dialetti pugliesi.
Tra i fenomeni morfologici tipici dei dialetti galloitalici, l’único che puó essere ricondotto alla situazione d’oltralpe è forse la progressiva eliminazione del passato remoto (scomparso peró completamente anche in Sardegna ed in Romania...dialetti “gallosardi” o “gallorumeni” ????).
L’errore di fondo è quindi quello di basarsi su alcune concordanze fonetiche (e/o raramente morfologiche) per operare una distinzione che non regge ad un’analisi approfondita e, la distinzione tra due sistemi linguistici (in questo caso, in senso lato, “francese” e “italiano”) non puó essere affidata a sporadiche concordanze di tale tipo, né tanto meno al lessico (ovvio che in piemontese abbondino i termini di origine francese, cosí come il maltese non cessa di essere un dialetto arabo magrebino seppure infarcito di parole italiane e siciliane); questa distinzione, dicevo, è afidatta a fatti morfosintattici:, uno dei piú impotanti, per esempio, è la formazione del plurale. Nel sistema linguistico francese si è evoluto il plurale derivato dall’accusativo latino in S (come in spagnolo, in portoghese ed in sardo), mentre l’italiano continua con il nominativo plurale in I (come in rumeno e nell’estinto dalmatico: il sistema linguistico italiano appartiene alla cosiddetta “Latinitá orientale”). Di fatto, nei dialetti galloitalici, il fenomeno della metafonesi (scomparsa della terminazione – I ha comunque causato un fenomeno di arrotondamento sulla vocale tonica, esempio in italiano: nodo, plur. nod-i; in milanese: nöd), fenomeno questo che ha certamente oscurato la terminazione tipica, ma dal punto di vista storico, ció rientra nel sistema linguistico italiano, non in quello francese.
Sempre a proposito di dialetti “galloitalici”, Il veneto, dove non esiste la metafonesi, é, per cosí dire, un dialetto che se ne sta per conto suo, ció deriva dal fatto che in quella regione, la popolazione non era gallica, in origine, ma semmai “venetica” composta cioé dagli antichi veneti. Nei dialetti dell’Italia settentrionale le vocali finali delle parole cadono tranne quando c’é la “a”; nel Veneto invece possano rimanere anche altre vocali; per esempio “Avaro” in Veneto si dice “Crudo, peloso”mentre, negli altri dialetti Settentrionale é difficile trovare una vocale finale a meno che non si tratti, come in Emilia-Romagna, del caso di “Tiré” che peró é il participio passato del verbo “Tirare” per cui, alla fine “Avaro” in Veneto resterá “Avaro” mentre a Bologna sará “Aver”.
Un altro elemento tipico dei dialetti del Nord é che le consonanti doppie diventano semplici. Nel Veneto, invece di “matto” si dice “mato”




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