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Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Ramallah - I tank israeliani hanno distrutto ogni infrastruttura civile

    Ground zero a Ramallah, dopo i carri armati resta l'odio
    I tank israeliani hanno distrutto ogni infrastruttura civile: scuole, poliambulatori, ospedali, strade, case, centri di assistenza, uffici. Ora c'è solo rabbia e voglia d'Intifada


    MICHELE GIORGIO - INVIATO A RAMALLAH
     

    Bnei sharmuta" ("figli di puttana"). E' questo il cordiale saluto, metà in ebraico e metà in arabo, che i soldati israeliani hanno lasciato, scritto su una lavagna, ai bambini della scuola "Basic boys school" dell'Unrwa (l'agenzia dell'Onu) alla periferia del campo Al-Amari, rioccupato e devastato per tre giorni, così come Ramallah e l'altro campo profughi, Qaddura. Ma questo è solo il più lieve degli atti di vandalismo e di rappresaglia pura contro i civili palestinesi avvenuti questa settimana. Ci vorranno infatti almeno due-tre giorni per consentire agli scolari di Al-Amari di rientrare in aula. Trasformata in un centro di detenzione in cui per 72 ore sono stati portati e interrogati circa 200 abitanti del campo profughi, la "Basic boys school" ieri, dopo la partenza dei soldati israeliani, era piena di rifiuti di ogni genere, con le porte di molte aule sfondate, con il muro di recinzione e il cancello di ingresso abbattuti dai mezzi blindati entrati nel cortile e nel campo di basket della scuola.
    Abbiamo provato orrore osservando ieri a Ramallah e nei due campi profughi, devastazioni che non c'entrano nulla con le "misure di sicurezza", con le "azioni preventive" delle quali parlano un'ora si e una no, ministri e generali israeliani. "Tutte le persone arrestate sono state rilasciate, tranne sette, che peraltro sono solo parenti di combattenti palestinesi. Hanno voluto in umiliare dei civili innocenti" ci ha detto Darwish Abu Rish, un giovane regista televisivo nato e cresciuto ad Al-Amari. Poco più di un mese fa, i soldati avevano distrutto gli studi della radiotelevisione palestinese dove Abu Rish ha lavorato per anni. Da lunedi a giovedi, il regista e la sua famiglia hanno avuto i soldati e i carri armati israeliani sulla porta di casa. "Martedì quando i militari sono entrati nel campo - ha raccontato Abu Rish - una cinquantina di combattenti palestinesi hanno opposto una resistenza eroica. Poi, per evitare danni ai civili, i leader di tutte le organizzazioni hanno deciso di farli ritirare. Nel campo sono rimaste solo persone disarmate ma loro (gli israeliani, ndr) non hanno esitato a punirci, ad umiliarci. Hanno distrutto tutto ciò che potevano".
    E non sono affatto esagerate le affermazioni di Abu Rish. Non solo i carri armati e i blindati hanno danneggiato le infrastrutture civili ad Al-Amari ma i soldati si sono accaniti anche contro il poliambulatorio dell'Unrwa. Un funzionario delle Nazioni Unite ieri ci ha mostrano gli effetti del "passaggio" dell'esercito israeliano nell'unica struttura sanitaria del campo che, peraltro, nel 1991 aveva ricevuto un premio speciale dall'Onu perché ritenuta la più efficiente tra quelle a disposizione dei profughi in Cisgiordania e Gaza. La sala di attesa del poliambulatorio appariva ieri nelle stesse condizioni di una toilette pubblica, ma le devastazioni più gravi sono avvenute negli studi medici. Costosi macchinari per le ecografie e le radiografie sono stati danneggiati forse in modo irreparabile. Nello studio dentistico non c'è più un solo strumento intero. Gran parte dei computer sono inutilizzabili. Non e' andata meglio al centro ricreativo del campo. Le pareti dell'edificio sono state sfondate, i tavoli spaccati in due e le attrezzature sportive distrutte. I soldati si sono accaniti anche sul tavolo da biliardo.
    Una delle poche cose rimaste intere, stranamente, è un poster di Abu Jihad, leader storico dell'Olp assassinato 14 anni fa a Tunisi da un commando israeliano. "Abbiamo visto chi sono gli israeliani, molti di noi lo avevano dimenticato. Adesso non dobbiamo fare altro che combattere fino alla vittoria e con ogni mezzo" ci ha detto Kifaa, 38 anni, che non è un attivista dell'Intifada e nemmeno un militante delle "Brigate Martiri di Al-Aqsa", ma un semplice commerciante rientrato due anni fa al campo di Al-Amari dopo dieci anni trascorsi tra New York e la California.
    Se Ariel Sharon, Benyamin Ben Eliezer e Shimon Peres pensavano di mettere fine all'Intifada e alla resistenza armata palestinese lanciando i carri armati all'assalto di città e campi profughi, allora hanno fallito in pieno il loro obiettivo. La più ampia e distruttiva offensiva mai avviata da Israele nei Territori Occupati dal 1967 a oggi, è terminata lasciandosi alle spalle non solo morti e distruzioni ma anche una rabbia infinita, una popolazione inferocita che chiede vendetta e che, soprattutto, esclude qualsiasi ipotesi di "cessate il fuoco" con Israele. Lo gridavano in migliaia ieri in Piazza Manara, nel centro di Ramallah, durante i funerali-manifestazione di alcuni dei palestinesi uccisi nei giorni scorsi. Dozzine di giovani armati e poliziotti hanno sfogato la rabbia sparando senza sosta per molti minuti raffiche di mitra in aria. I danni in questa zona della città sono stati minimi ma nella strada commerciale che porta al quartiere più antico, una dozzina di negozi sono stati devastati, alcuni incendiati. I marciapiedi sono distrutti, la segnaletica stradale non esiste più. Tuttavia è la zona dell'ospedale che ad apparire la più colpita. Camminando in quella direzione si incontrano una ventina di automobili schiacciate dai carri armati. Altre autovetture sono piene di fori di raffiche di mitragliatrice pesante. Numerosi negozi ed edifici civili appaiono distrutti.
    "I mezzi corazzati hanno circondato tutta questa zona impedendo alle ambulanze di uscire in soccorso dei feriti. Sparavano anche su tutte le automobili che si avvicinavano all'ospedale. E' stato un fuoco continuo, indiscriminato, che poteva causare una strage se i nostri giovani non avessero scelto di sottrarsi allo scontro" ci ha raccontato Ghazi Hananyeh, medico e deputato del Consiglio legislativo palestinese. Nel parcheggio dell'ospedale sono ferme le ambulanze colpite da raffiche di mitra. "I mezzi di soccorso potevano girare in un numero limitato e soltanto se scortate dalle automobili della Croce rossa, perché i soldati sparavano su tutto ciò che aveva una scritta in arabo" ha aggiunto Hananyeh. A cento metri dall'ospedale di Ramallah, all'angolo di tra due strade, c'e' una lunga striscia scura. E' il sangue di Raffaele Ciriello, il fotografo italiano ucciso mercoledì mattina da una raffica israeliana mentre riprendeva con la sua cinepresa digitale un carro armato che ieri è stato proclamato da Arafat: "Martire della Palestina". I ragazzini palestinesi si offrivano ieri di guidare i giornalisti stranieri a visitare il luogo dove è morto il musawer, il fotografo, venuto per fissare in immagini l'Intifada. Una lotta che qui a Ramallah tutti prevedono lunga, incessante ma che alla fine, nessuno dubita, porterà all'indipendenza.

    il manifesto 16 marzo 2002
    http://www.ilmanifesto.it

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  2. #2
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito L'Europa condanna Israele

    MAI AFFERMAZIONI TANTO NETTE IN UN DOCUMENTO UE

    L'Europa chiede a Israele il ritiro dalle zone occupate

    Condanna dei Quindici a Barcellona, che però riconoscono alla Stato ebraico il «diritto di combattere il terrorismo». «Inaccettabili le azioni contro istituzioni mediche e umanitarie»


    inviato a BARCELLONA

    Israele ha il «diritto di combattere il terrorismo» ma deve «ritirare immediatamente le sue forze militari dalle aree sotto il controllo dell'Autorità palestinese», «mettere fine alle esecuzioni extragiudiziali» ed «eliminare le restrizioni e le chiusure» nei territori. E' molto secca, molto più dura di quelle espresse in passato, la condanna europea della politica di Ariel Sharon: oltre ad invocare la creazione di uno Stato palestinese «indipendente e democratico» e a sottolineare «il diritto di Israele a vivere nella sicurezza», il documento sul Medio Oriente preparato su indicazioni della presidenza spagnola e portato stamane all'approvazione dei 15 capi di governo contiene alcuni elementi di giudizio che, salvo ulteriori modifiche dell'ultimora, resteranno agli atti di questo tormentato vertice di primavera. Anche se rispetto alla bozza il documento risulta privo di particolari considerati da qualche delegazione - quella britannica in testa - troppo «punitivi» nei confronti dello Stato ebraico. Israele, sottolinea il documento, deve «rispettare la legalità internazionale»: ma nella redazione finale è saltato il riferimento alla «quarta Convenzione di Ginevra», quella che prevede la tutela dei rifugiati violata dalle incursioni dell'esercito nei campi profughi alla ricerca di terroristi. Un passaggio chiave, quest'ultimo, perché teso a contraddire uno degli elementi con i quali gli israeliani difendono gli attacchi preventivi. Insistono gli europei, ed è un affondo: «L'uso eccessivo della forza e una politica che punta a colpire in modo ancora più duro i palestinesi conduce a reazioni violente, non garantirà la sicurezza di Israele e non può essere giustificata». «Particolarmente inaccettabili», sottolinea ancora il documento, sono le azioni contro «istituzioni mediche e umanitarie». Non si erano mai sentite affermazioni tanto nette contro Israele, a un vertice dell'Unione europea: c'è da credere che Sharon non esiterà a rilanciare le accuse di «filoarabismo» regolarmente mosse agli europei e ripetute con clamore, lo scorso dicembre, in occasione della visita a Gerusalemme di Romano Prodi e dell'allora presidente di turno dell'Ue, il belga Guy Verhofstadt. Ma nel frattempo la situazione è mutata: sul campo, dove il premier israeliano ha lanciato un'offensiva senza precedenti forse per garantirsi un solido vantaggio al momento di avviare un negoziato. E dietro le quinte, sul terremo della diplomazia: un monito a Sharon è arrivato anche da Washington, il Consiglio di sicurezza ha approvato una risoluzione che per la prima volta riconosce il diritto all'esistenza di uno Stato palestinese, e il principe saudita Abdhullah ha preparato un piano di pace che prevede il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei Paesi arabi in cambio della restituzione dei territori occupati durante la guerra dei 6 giorni, nel 1967. Le pressioni europee arrivano dunque in un momento molto dinamico ma delicatissimo: mentre, come ha dichiarato alla «Stampa» il ministro degli Esteri spagnolo Josep Piqué, nonostante la situazione sul terreno sia «drammatica» esiste «una finestra di opportunità». Il documento dell'Unione europea sottolinea con forza questo elemento: appoggiando senza riserve il piano saudita, che ieri sera nella cena a 15 Silvio Berlusconi appena rientrato da Gedda ha illustrato ai colleghi. E riconoscendo l'importanza del ritorno nella regione del generale a riposo Anthony Zinni: e non più come semplice «inviato» ma come «rappresentante personale» del presidente Bush. L'Unione europea è in altre parole convinta che «l'opportunità» potrebbe non ripetersi e vada sfruttata fino in fondo: è giunto il momento per Sharon di «modificare atteggiamento», chiedono in sostanza i 15 ricalcando quanto alla vigilia del vertice di Barcellona sottolineava il ministro degli Esteri francese Vedrine. Ecco dunque il riferimento, molto esplicito, alla risoluzione Onu che esprime «la visione di un futuro stato palestinese». Un riferimento che coinvolge tanto Sharon quanto Arafat: «Deve essere urgentemente attuata, soprattutto nel capitolo in cui chiede alle due parti l'immediata fine di tutti gli atti di violenza, inclusi quelli di terrorismo, le provocazioni e le distruzioni». Ma al leader israeliano gli europei riservano un ultimo messaggio, anche questo netto: «Tutte le residue restrizioni sui movimenti di Yasser Arafat devono essere eliminate immediatamente», dice la bozza. Sembra poca cosa, in contronto ad altre «raccomandazioni», ma ne è il simbolo.

    Emanuele Novazio
    La Stampa 16 marzo 2002

  3. #3
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Sharon giù nei sondaggi Disapprovazione al 60%

    GERUSALEMME - In cambio della pace e di una normalizzazione con i Paesi arabi, la maggioranza degli israeliani è a favore della nascita di uno Stato della Palestina, ma il 58% respinge l'idea di un ritiro d'Israele entro i confini del 1967. Il 54% accetta invece una evacuazione unilaterale dalla striscia di Gaza. Confermando una tendenza emersa negli ultimi mesi il 71% sostiene la necessità di una separazione dai palestinesi. È quanto risulta da un sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano israeliano «Maariv». Il 43% degli intervistati accetterebbe la consegna dei Luoghi santi all'Islam. Sul piano interno cresce invece l'incertezza. Il 60% non condivide il comportamento di Sharon e il 42% vorrebbe andare alle elezioni dove Benjamin Netaniahu è considerato il favorito.

    Corriere della Sera 16 marzo 2002

  4. #4
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito «La soluzione è deportare in massa i palestinesi»

    Inserto sul quotidiano "Maariv"

    Proprio ieri, venerdì di preghiera islamico e inizio dello shabat ebraico, gli abbonati di Maariv, il secondo quotidiano israeliano per tiratura hanno trovato una "sorpresa": un vistoso inserto a pagamento in cui il partito di estrema destra "Moledet" propone la deportazione in massa dei palestinesi, quale unica soluzione ai problemi della regione. L'inserto - 16 pagine a colori - sostiene che «solo il trasferimento dei palestinesi porterà la pace» e che uno stato palestinese indipendente potrebbe essere costituito in Giordania «dato che il 70 per cento della sua popolazione è comunque composto da palestinesi». Questa inquietante iniziativa segue quella altrettanto allarmante presa dall'esercito israeliano che nei giorni scorsi, mentre occupava e metteva a ferro e fuoco le città palestinesi, rastrellava gli uomini fra i 15 e i 45 anni, marcandoli con un numero sul braccio.

    Estrapolando fra vecchie dichiarazioni, i curatori dell' inserto pubblicato ieri da Maariv - firmato dal ministro dimissionario del turismo Beny Elon, leader di Moledet - hanno cercato di dimostrare che a favore del trasferimento dei palestinesi si sono espressi anche esponenti laburisti fra cui David Ben Gurion, Moshe Dayan, Moshe Sharet e lo scrittore A. B. Yehoshua. Nell'inserto inoltre si sostiene che, secondo un recente sondaggio, il 35 per cento degli ebrei israeliani vedrebbero in una proposta del genere una soluzione adeguata dal conflitto con i palestinesi.

    Liberazione 16 marzo 2002

  5. #5
    Forumista assiduo
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    Predefinito

    Liberazione, molto opportunamente, dimentica di ricordare qual è il peso elettorale del Moledet.

    Comunque, è verissimo che una proporzione crescente di israeliani vorrebbe l'espulsione degli arabi dalla Cisgiordania.

    Secondo lo Ha'aretz di alcuni giorni fa, il 46 per cento sarebbe favorevole all'espulsione degli arabi dalla Cisgiordania, e il 31 per cento da Israele.

    Gli arabi palestinesi possono ringraziare la leadership di Arafat per questi cambiamenti.

    E' stato anche grazie alla sua leadership che la destra arrivò al potere nel 1977, e che c'è tornata, con Sharon, un anno fa.

    Felicitazioni.

 

 

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