Una visione del cosmo a cavallo tra Paganesimo e Cristianesimo.

È tipica della dottrina gnostica la metafora del trasfondersi di un’unica essenza luminosa nella molteplicità del divenire. L’apocalisse gnostica Zostriano definisce tale ricorrenza animica con il termine paroikesis, "trasmigrazione", corrispondente all’ebraico galut, "esilio" (da collegare sempre all’ebraico gilgul, nel senso di un manifestarsi ciclico dell’anima). L’Uomo primigenio, l’Archanthropos, "cade", rimane fatalmente intrappolato nell’involucro somatico. Un importante testo gnostico trascritto e confutato da Ippolito di Roma, la "Predica dei Naasseni", descrive tale imprigionamento quale fatale frazionamento della Psyche originaria, sorgiva, nella caducità delle anime individuali.
L’Uomo luminoso si è dunque scisso nella diversità delle personalità corporee. La Luce è infatti l’informe spazio ipercosmico, soglia verso il trascendente, è il "Sé" di colui che deve essere liberato dall’irrealtà mondana. Il ritorno, l’epistrophé gnostica, è verso il mondo originario: il percorso è quindi una anabasi. Alla meta, nella Luce, giunge chi è dalla Luce, cioè chi è Luce. Così sostiene il Corpus hermeticum (I, 17), in una similitudine che più tardi sarà fatta propria dal Credo Niceno ("Luce da Luce"). Nella dialettica gnostica l’illuminazione è il risveglio della "scintilla" (spinther o pneuma) di Luce incatenata nelle Tenebre, cioè nella hyle, la Materia, ed è al medesimo tempo un rivestirsi della sostanza luminosa e spirituale (l’Abito di Luce). Tale processo di trasformazione implica una divinizzazione dell’uomo, il quale riscopre in sé la propria vera essenza.
L’intimo legame tra origine divina, allontanamento, risveglio mediante un richiamo o una lettera dal cielo e ritorno, nel senso di conseguimento di una "stabilità" spirituale che è autocoscienza della vera identità, è esemplificato in un poema gnostico, l’Inno della Perla (cfr. Atti di Tommaso 108-113), come rivestire un Abito di Luce. L’Abito è l’elemento rivivificante poiché Luce e Vita non sono solo affini, bensì identiche, in quanto la Vita appartiene ad una modalità di esistenza differente, appartiene al pleroma, non al cosmo archontico.
La Vita, Hiia, riveste una funzione centrale nella gnosi aramaico-mesopotamica dei Mandei. Essa dimora nella Luce, Nhura, e nello Splendore, Ziwa, primigenî. All’apice di una gerarchia luminosa sta Mara d-Rabuta, il "Signore della Grandezza", immerso nel fulgore adamantino. Da lui una serie di "Vite" (Yoshamin, Abatur, Ptahil) traggono origine, man mano si depotenziano sino a giungere alle soglie della Tenebra, Hshuka, dove trova posto il nostro mondo, il cosmo di Tibil (dall’ebraico Tevel, "Terra").
La Luce è priva di forma (aschematistos), sconfinata: Luce e divinità anche nella gnosi mandea coincidono. La divinità è la Vita, informe, priva di personalità: essa non può essere descritta in altro modo che tramite i predicati infiniti della Luce e della Vita. Così i testi mandaici, secoli prima della shahada islamica, recitano: "Nel nome della grande Vita sia glorificata la sublime Luce". L’attributo caratteristico della Vita e del suo shliha, del suo "Inviato", è "Straniero", Nukraya, poiché estraneo a questa modalità di esistenza e allo stesso tempo "esiliato" dal mondo luminoso. Ciò significa che esistono due alterità dell’Inviato, il Redentore gnostico, la prima verso il mondo divino, il pleroma da cui si è separato, la seconda verso il mondo dominato dalla Heimarmene fatale e dagli Arconti malefici.
Anche per i Mandei la cosmogonia mitica ha un significato soteriologico: la Luce sorgiva si dispiega nelle "Vite" che sorgono dal "Padre" o dalla Hiia qadmaia, la "Prima Vita", ed entrando in contatto con il divenire generano una specie di miscuglio oscuro, il mondo di Tibil appunto. Un universo fluido e tenebroso dal quale sorge un gigantesco "Drago di fuoco" di nome ‘Ur (dall’ebraico ’or, "Luce"). È il paradosso gnostico-iranico del gumezishn (in medio-persiano "miscuglio"), l’amalgama orribile tra i Due Princìpi, la Luce e le Tenebre, la Verità e la Menzogna, la Vita e la non-Vita.
Nel contesto gnostico-iranico, cioè manicheo nel senso proprio della parola, la metafisica si presenta come un sistema dualistico assoluto che contrappone le due modalità di esistenza in una lunga e continua lotta per la supremazia sul divenire.
Nel Manicheismo il dualismo non sorge infatti a causa di una "caduta" in senso assiale, bensì come contrapposizione antitetica di due regni originari. I corpi luminosi celesti hanno poi una specifica funzione nell’opera di purificazione della Luce. Essi sono parte di una gigantesca macchina cosmica in cui il Sole, la Luna e lo Zodiaco fungono da strumenti di trasmissione della Luce.
Il dramma soteriologico nella gnosi manichea è svolto con un apparato enorme di ipostasi, inviati, ecc., quasi un politeismo chiamato a giustificare e a narrare in forma mitologica l’oblio della Luce nelle Tenebre. Anche il Redentore manicheo, sovente nelle fattezze di Isho‘-Ziwa, "Gesù Splendore", oppure di Ohrmizdbay, il "Dio Ohrmazd", risveglia l’Uomo dimentico della sua vera natura. La vicenda è orientata in senso escatologico, cioè verso uno stato finale, il tan i pasen, il "corpo finale" mazdeo, in cui la Luce verrà "separata" (vizarishn) dalle Tenebre. Il fine è comunque il medesimo, il ripristino delle condizioni iniziali, l’apokatastasis basata su un rinnovamento ciclico incline a rivelare nell’uomo una identità spirituale smarrita, una condizione di purità iniziale che la trasmigrazione nella molteplicità dei corpi ha obliato. Questo perché il disvelamento della vera realtà, il capire la struttura del cosmo, è di per sé un atto di separazione degli elementi, un atto di liberazione dall’ignoranza mondana. Il conseguimento della "stabilità" è il fine tramite il quale si giunge ad un nuovo inizio, una palingenesia basata su presupposti prammatici. Una praxis che è sovente rito, non solo esteriore.