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Massimo Baioni (a cura), I volti della città. Politica, simboli, rituali ad Arezzo in età contemporanea, Arezzo, Editrice Le Balze, 2002, pp. 227, euro 16,00
I saggi contenuti in questo volume curato per la Provincia di Arezzo, ripercorrono la storia della città toscana dall’Unità d’Italia fino ai primi decenni della democrazia repubblicana. I lavori, chiarisce Baioni, sono il "frutto di tesi di laurea o comunque di esperienze maturate all’interno dei corsi di storia contemporanea della facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo" e seguono un filone, che ormai possiamo definire fecondo per il nostro paese, basato sulla dimensione simbolica della vita politica. Questi i saggi: Eleonora Valeriani, La festa laica. Le celebrazioni del 20 settembre; Serena Martinelli, Dal sacro al profano. Aspetti di trasformazione odonomastica; Catia Perugini, Celebrazioni monumentali a confronto. I monumenti al Risorgimento e alla Grande guerra; Mariella Dei, La città fascista. Arredo urbano e simbologia politica negli anni Venti e Trenta; Annalisa Savoca, Immagini della memoria resistenziale nel territorio aretino; Massimo Tizzi, La memoria della Liberazione. La festa del 25 aprile dalle origini al Ventennale.
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tratto da il
Pensiero Mazziniano
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Bruno Maida, Prigionieri della memoria. Storia di due stragi della Liberazione, Prefazione di Nicola Tranfaglia Milano, Franco Angeli, 2002, pp. 214, euro 18,00
Due stragi compiute nel 1945 a Grugliasco e a Collegno, vicino a Torino, poste a confronto. Una compiuta dai tedeschi in ritirata, che fucilano 67 civili; l’altra da un gruppo di partigiani locali e da parte della stessa popolazione che si vendica uccidendo 29 militi della repubblica sociale. Da questa microstoria l’autore propone l’esigenza di una ricostruzione del periodo tra la fine del conflitto e l’inizio della democrazia che, lungi da ogni tentativo di semplificazione, tenga conto della complessità di quel periodo che avrebbe poi contrassegnato il futuro della vita politica italiana.
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Giovanni Miccoli, Guido Neppi Modana, Paolo Pombeni, La grande cesura. La memoria della guerra e della resistenza nella vita europea del dopoguerra, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 567, euro 41,32
Nel volume sono riprodotti gli atti del convegno di studi organizzato a Bologna nel 1995 dall’Istituto regionale "Ferruccio Parri". Sono riportati saggi di Jean Marie Mayeur, Giovanni Miccoli, Eric Mechoulan, Paolo Blasona, Jean Pierre Rioux, Guido Neppi Modona, Olivier Wieviorka, paolo Soddu, Francesco Scalambrino, Wolfang Kaschuba, Paolo Pombeni, Joachim Schlör, Stefano Cavazza, Angelo Ventrone, Guido Formigoni, Patrizia Dogliani, Ina Merkel.
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Gabriele Lolli, Filosofia della matematica. L’eredità del Novecento, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 264, euro 17,50
Un bel libro, attraverso cui l’autore presenta una riqualificazione della matematica come "attività umana", mediante l’analisi di "voci" come ontologia, epistemologia, metodologia, riduzionismo, logicismo, formalismo, semiotica, costruttivismo, strutturalismo, e così via. Un percorso utile sia per i filosofi che per i matematici, con un’attenzione particolare verso questi ultimi.
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Angelo Varni (a cura), Giuseppe Ceneri: l’avvocato, lo studioso, il politico, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 195, euro 16,60
Giuseppe Ceneri, 1827 – 1898 fu un personaggio di spicco della Bologna del XIX secolo: avvocato, docente universitario, deputato. Nel 1860 abbandonò le posizioni liberal-moderate orientandosi più marcatamente in senso democratico, probabilmente grazie ai rapporti di amicizia con uomini come Quirico Filopanti e Giosuè Carducci. Si avvicinò così, negli anni Settanta alla posizioni di Bertani e Cavalloni e, nel 1874, fu uno dei difensori di Aurelio Saffi dopo gli arresti di Villa Ruffi. La sua storia viene ricostruita in questo agile volume a cui hanno contribuito numerosi noti studiosi.
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Senza uscire dal mercato l'uguaglianza è possibile?
di Giorgio La Malfa
Un libro di Alex Callinicos che ha scatenato violente polemiche/Un'accusa di latitanza alla sinistra europea
Alex Callinicos, "Equality", Polity Press, Cambridge 2000, pagg. 160, £. 11,99.
Il punto di partenza di un breve saggio di Alex Callinicos apparso in Inghilterra qualche mese fa è l'accusa alla Sinistra europea di avere sostanzialmente rinunziato alla realizzazione dell'obiettivo dell'eguaglianza. L'autore scrive che: "Se la Sinistra non è impegnata a realizzare l'eguaglianza, non si può dire in alcun modo che essa esista". Si tratta essenzialmente del punto di vista esposto qualche anno fa da Norberto Bobbio nel suo Destra e Sinistra (Donzelli, Roma 1994) secondo il quale la questione dell'eguaglianza è la stella polare della distinzione fra la Destra e la Sinistra. Non è male che in tempi di rivalutazione del mercato come meccanismo unico si parli di questo problema e ci si interroghi sulle vaste aree di povertà che permangono e, secondo alcuni, si ampliano in seno alle società contemporanee.
Formalmente le forze politiche che fanno riferimento al socialismo europeo non sembrano avere dimenticato questo problema. In Francia il primo ministro socialista Jospin vi ha fatto cenno dicendo di essere a favore dell'economia di mercato, non della società di mercato. In Inghilterra, Tony Blair ha dichiarato che la lotta di classe è finita, "ma la lotta per la vera eguaglianza è appena iniziata". E tuttavia Callinicos osserva, con buone ragioni, che si tratta più che altro di artifici retorici ai quali non fa seguito nell'azione di governo alcun vero contenuto concreto.
Dopo questa premessa, ci si attenderebbe che il resto del saggio fosse dedicato a illustrare il modo nel quale si possa dare un contenuto concreto a questo obiettivo. In realtà, quasi senza accorgersene, Callinicos descrive le enormi difficoltà concettuali e pratiche del problema per giungere a una duplice sconfortante conclusione e cioè che "la giustizia egualitaria può essere realizzata soltanto contro il sistema capitalistico" e che "un'alternativa al capitalismo non basata sul mercato appare sostanzialmente fuori dai limiti del buon senso contemporaneo" (pag. 132).
In queste condizioni la proposta finale è quella di "far rivivere un'immaginazione utopica per descrivere almeno per linee generali un sistema efficiente e democratico di coordinamento economico non basato sul mercato" (pag. 133). Così stando le cose, si potrebbe mettere da parte il saggio, che ha provocato una sarcastica recensione di John Gray su uno degli ultimi numeri del "Times Literary Supplement" (There's no justice, Tls 20 aprile 2001) e una risposta furibonda dell'autore (Tls, 27 aprile 2001). E tuttavia, vale la pena di soffermarsi un po' più a fondo sul problema per illustrare la sua rilevanza, ma anche per comprendere meglio la natura della difficoltà di affrontarlo concretamente.
In realtà nessuno, se non i liberisti estremi, è disposto ad affermare che il meccanismo di mercato realizzi automaticamente una qualche forma di giustizia distributiva. In questo senso il problema si pone non soltanto alla Sinistra, ma a chiunque sia interessato a un funzionamento accettabile delle società contemporanee. Vi è tuttavia una duplice difficoltà nel passare da questa affermazione negativa a una formulazione positiva. La prima è che la specificazione di cosa si intenda per eguaglianza non è univoca, "Uguaglianza di che cosa?", ha chiesto tempo fa Amartya Sen. E le risposte possono essere molteplici: il reddito, le utilità marginali, le opportunità, le capacità di benessere: per una utile rassegna si veda il recente L'idea di eguaglianza (Feltrinelli, Milano 2001). La definizione di un obiettivo politico di eguaglianza impone quindi un criterio per scegliere quale fra questi possibili significati del principio debba essere adottato. E questo è un primo problema.
La seconda difficoltà è ancora più sostanziale. Essa riguarda il problema del legame fra mercato ed efficienza e cioè la difficoltà dì realizzare un impiego efficiente delle risorse quando non venga riconosciuto il meccanismo distributivo proprio del sistema capitalistico. Su questo punto sono tuttora assolutamente penetranti le osservazioni di John Maynard Keynes fatte oltre settanta anni fa in alcuni saggi sul sistema capitalismo poi raccolti negli Essays in Persuasion (trad. italiana in La fine del laissez-faire ed altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991). In particolare nel bellissimo Prospettive economiche per i nostri nipoti del 1930, Keynes scriveva che il futuro potrebbe liberare l'umanità dal bisogno dell'accumulazione del capitale e a quel punto la distribuzione del reddito potrebbe non dipendere piu dai principi "dell'avarizia e dell'ingordigia", di per sé "sgradevoli e ingiuste". Ma fino a quel momento - concludeva Keynes - bisogna "fingere con noi stessi che il giusto è sbagliato e lo sbagliato è giusto".
Il problema è quindi che, anche immaginando di convenire su un obiettivo di eguaglianza, è difficile trovare il modo di realizzarlo senza far venir meno gli incentivi alla crescita e all'accumulazione del capitale. In fondo la sconfitta delle socialdemocrazie europee da parte delle forze liberali è dovuta alla percezione che l'attività di ridistribuzione del reddito provoca un rallentamento della crescita. Questo non vuol dire che si debba rinunziare a promuovere una maggiore giustizia nel sistema capitalistico, ma che nella ricerca degli strumenti da utilizzare bisogna essere molto attenti. Forse, per usare una formula, bisogna utilizzare le politiche di sviluppo e non le politiche di ridistribuzione, come strumento per ridurre le ineguaglianze che il mercato di per sé tende a provocare.
E qui si pongono i problemi più interessanti. A patto di uscire dalla contrapposizione fra una Sinistra che vorrebbe perseguire l'eguaglianza ma non sa come farlo e una Destra che distoglie gli occhi dalle contraddizioni del capitalismo
Giorgio La Malfa
tratto da SWIF Rassegna Stampa
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Keynes visto da Giorgio La Malfa
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Quando nel 1936 John. Maynard Keynes (1883-1946) pubblicò la Teoria Generale dell’Occupazione dell’Interesse e della Moneta, una vera e propria “rivoluzione” si compì nel pensiero economico. In cosa essa consista, questo libro lo spiega in modo chiaro ed esaustivo. La Teoria generale –scrive il curatore Giorgio La Malfa - non è una teoria generale dello sviluppo capitalistico: è una critica che rimane valida, di ogni una visione ottimistica pregiudiziale sul funzionamento dei sistemi capitalistici, uno strumento per definire i possibili interventi correttivi per alcune patologie del sistema”.
La prima parte del volume contiene una compiuta introduzione al pensiero di Keynes: un profilo biografico; una ricognizione delle principali idee espresse nella Teoria generale; un’analisi dei rapporti fra Keynes e la scuola classica, da una parte, e fra Keynes e il marxismo dall’altra; una riflessione sull’eredità e l’attualità di Marx oggi; un post -scriptum contenente un ricordo personale di Cambridge del curatore. La seconda parte contiene invece, una selezione antologica di passi significativi della Teoria generale.
tratto da http://www.fulm.org/
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"Il Principe" di Del Pennino e Compagna presentato al Senato
Il 20 febbraio, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato, Piazza della Minerva, Roma, presentazione del libro di Antonio Del Pennino e Luigi Compagna, "Il Principe indisciplinato: l'Italia dei partiti". Intervengono Gerardo Bianco, Sandro Bondi, Cesare Salvi.
tratto da http://www.pri.it
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Libri / La Malfa spiega KeynesNews
Da qualunque distanza e con qualunque lente lo si legga, JM Keynes versa equilibrio, ragionevolezza, concretezza, offre un sano riformismo - viene da dire - mentre proprio oggi spesso la ragionevolezza si perde per strada e del riformismo si trova sempre meno il sapore; il saggio di Giorgio La Malfa su John Maynard Keynes (“Keynes visto da Giorgio La Malfa”, Luiss University Press, 140 pagine) rilegge l’opera di questo colosso dell’economia partendo proprio dalle sue opere.
Il testo (non è un caso) raccoglie oltre ad una breve biografia anche due passi: uno de “La fine del lassez-faire” ed uno della “Teoria generale”. Ad arricchire la lettura delle note autobiografiche spassose e a tratti quasi commoventi.
La Malfa si rivela un pedagogo capace di semplificare senza mai svilire e riscopre un autore ormai citato più nelle aule universitarie che in quelle politiche.
Keynes, conosciuto ai più perché fautore del famoso “intervento pubblico nell’economia” è ormai introvabile nelle pagine dei tanti quotidiani che parlano di liberalismo, liberalizzazioni, tagli e cunei tanto più nei fogli neocomunisti.
In assoluta contro tendenza, La Malfa studioso rilegge le pagine del Keynes proprio per metterci in guardia dai limiti del capitalismo e per sfatare anche molti luoghi comuni. “ Keynes - spiega - non aveva un pregiudizio favorevole alla spesa pubblica. Non escludeva però che vi potessero essere situazioni nelle quali potesse spettare allo Stato il compito di assicurare le condizioni della piena occupazione. […] La spesa pubblica non come la via normale per realizzare la piena occupazione ma come uno strumento del quale non si debba escludere a priori, in certe circostanze, la validità.” Ed è chiaro che il pensiero vada alle defunte Partecipazioni statali, anzi, alla loro prima fase, quando erano sul mercato, indipendenti, prima che venissero snaturate e diventassero strumento dei partiti.
Ci troviamo davanti ad un libro fuori moda. Il che ne fa apprezzare ancor di più l’eleganza dello stile, la capacità di divulgazione ma anche il rigore formale e non pedante della spiegazione. Di Keynes scopriamo l’economista che vive la politica, che scioglie con la logica la fallimentare ideologia comunista ma comprende i limiti del capitalismo. Oggi, che del socialismo reale constatiamo la fine tragica, ricordiamo che anche il capitalismo ha i suoi problemi ed anche alcune aberrazioni.
“Penso che il capitalismo- dice Keynes - gestito saggiamente, possa probabilmente essere reso, dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi economici, più efficiente di qualsiasi altro sistema oggi conosciuto, ma anche in sé stesso sia per molti aspetti tale da suscitare molte obiezioni. Il nostro problema è quello di porre in essere un’organizzazione sociale che sia efficiente quanto possibile senza offendere le nostre idee circa un modo soddisfacente di vivere”.
Ricordarlo farà bene al capitalismo, ai capitalisti e a chi voglia mantenere saldo il timone del buon senso.
Severino Di Marco
21-02-2007
tratto da http://www.quaderniradicali.it/