Da Seattle a Porto Alegre

Il BRACCIO ETICO DELL'IMPERO

Considerazioni sul Patto di Lavoro approvato a Bologna dall'incontro nazionalie dei Social Forum

n° 15

7 Marzo 2002

Editoriale
In Italia
Nel Mondo
Noi e Loro

Sono passati solo 27 mesi dalle giornate di Seattle, quando decine di miglia di manifestanti, con spettacolari e coraggiose azione dirette, misero a soqquadro la città creando lo scompiglio nel W.T.O.
Là il movimento contro la globalizzazione ricevette un battesimo di fuoco, con la polizia di Clinton che attaccò i manifestanti, ne ferì alcuni, ne arrestò molti altri. Furono quei giorni a dare alla contestazione contro la globalizzazione una spinta fortissima, a livello mondiale.
Una volta sbarcato in Europa, grazie ad una più massiccia e radicata presenza delle sinistre radicali, il movimento contro la globalizzazione si tinse di rosso, il colore che contiene la memoria storica delle lotte proletarie e di classe. Il movimento contro la globalizzazione fu contaminato e pervaso da correnti anticapitaliste o di orientamento rivoluzionario. Tutto ad un tratto, dopo un ventennio di mortagora e riflusso, sembrava che fosse giunta l'ora della riscossa, pareva che le centinaia di migliaia di compagni, giovani e meno giovani, che erano piombati un lungo letargo, avessero ritrovato forza, coraggio, la speranza di esser davanti alla nascita di un nuovo e promettente movimento antagonista. Vennero così, tra l'autunno del 2000 e l'estate del 2001, le grandi manifestazioni di Praga, Nizza e Genova, occasioni in cui si è sprigionata e manifestata una grande, per quanto incompiuta, radicalità sociale.
Ma le rondini non fanno primavera.
Assieme a tanti compagni vecchi e nuovi, si avventavano su questo movimento correnti organizzate diverse per cultura e linea politica, ma tutte unite quando si trattava di dare addosso alla tradizione politica comunista rivoluzionaria. Questo blindamento verso sinistra avveniva in nome della modernità, della tesi dominante per cui il comunismo era un'anticaglia novecentesca, per cui il Marxismo era crollato col muro di Berlino. Si doveva privare questo movimento nuovo della memoria storica, e una volta privato di memoria, il pensiero post-moderno, il minimalismo (nella forma della riduzione della politica ad etica, e dell'antagonismo sociale e questione di scelta di campo morale) ha ben presto preso il sopravvento.
Questo processo molti non l'hanno visto, non l'hanno vissuto sulla propria pelle. Questo processo in effetti è stato camuffato dalla radicalità delle forme con cui il movimento si è manifestato. Tanti, troppi, hanno voluto credere che il menar le mani o lo spaccare vetrine fosse il sintomo infallibile che il movimento, contrariamente alle nostre critiche "ingenerose e settarie" si andava radicalizzando, che l'azione diretta della base avrebbe infranto i freni di dirigenti neoriformisti e opportunisti.
Così non è stato. Le correnti che fulmineamente hanno preso la testa del movimento lo hanno normalizzato, moderato, coniugato in una forma che fosse digeribile al sistema imperialistico. Sarebbe sbagliato pensare ad un piano diabolico di dirigenti cattivi alle spalle di un movimento buono. Non è così. Queste correnti, pur usando metodi burocratici di gestione, rappresentano il comune sentire della maggioranza di questa base. Una base che a cui va stretto l'ordine presente di cose, ma che nemmeno e' mossa da vere aspirazioni rivoluzionarie.
Chi si è piazzato prontamente al posto di comando ha usato in modo abile questa diffusa indeterminatezza: ha mollato un po' la corda al radicalismo di piazza, tenendo invece rigidissime le "discriminanti di principio", inoculando il movimento con dosi omeopatiche di riformismo (in forme nuove) e di pacifismo (in forme vecchie). Occorreva, con la barzelletta del nuovismo, staccare questo movimento dal soldo della tradizione anticapitalista e comunista e, cosa non meno importante, separarlo dai movimenti antimperialisti che in varie parti del mondo da sempre lottano, anche armi in pugno, contro quella che viene chiamata globalizzazione.
La recente riunione di Porto Alegre, pur in forme spurie, sfumate, contorte, ha sancito definitivamente la vittoria di quella che a giusto titolo e' stata chiamata "ala destra". Le esclusioni gravissime di movimenti come le FARC, sono solo un epifenomeno: la sostanza è che adesso, piaccia o non piaccia ai movimentisti inguaribili, questo Movimento dei Movimenti è stato trasfigurato e trasformato in un cartello politico, in una colossale associazione culturale, dalla geometria variabile, ma da principi quanto mai netti e chiari: non violenza per quanto attiene ai metodi di lotta, aperture a destra e chiusura a sinistra per quanto concerne le alleanze, programma riformistico per ciò che riguarda le proposte politiche (un riformismo che come tutti i riformismi di una volta si ammanta di grandissimi intenti vuoti sul futuro del mondo).
L'incontro delle'exGSF svoltosi a Bologna il 2 e 3 marzo scorsi, ha confermato questa involuzione moderata. Non senza contrasti e polemiche interne, la linea di porto Alegre è stata digerita, italianizzata ovviamente, ma somatizzata quasi del tutto. L'ala sinistra, che pure esiste, ha fatto la battaglia sulle virgole del documento finale, chiamato "patto di lavoro", accettando alla fin fine l'implicito orientamento di fondo. E qual'è, in buona sostanza questo orientamento di fondo? Che questo Movimento dei Movimenti entra nell'arena, nel grande gioco politico che ha per posta in palio le sorti di Berlusconi, come forza di complemento del centro-sinistra ulivista. Piero Bernocchi ci dira' che non e' cosi', che certe posizioni dichiaratamente spostate a destra, non sono passate nel documento finale. Ma i documenti finali, spesso, sono la foglia di fico per avallare operazioni indecorose. Quante volte è successo! Il documento approvato a Bologna, il Patto di Lavoro (che Liberazione del 5 marzo, pelosamente, dice essere stato approvato "quasi all'unanimità" --ma l'unanimità o è tale o non lo è!) è null'altro che un Cahier de doleance, una lista di nobilissimi intenti, di misure generiche per rattoppare la globalizzazione, per dargli un volto umano. Tranne che i neoliberisti più fanatici, tutti potrebbero sottoscriverlo, a sinistra come a destra. Non c'è, nel Patto di Lavoro, nessuna seria discriminante anticapitalista. Ma la cosa negativa piu' importante è che alla fine è passata la tesi della Carta dei valori, avanzata subito dopo Genova e l'assassinio di Carlo Giuliani, da forze come ARCI, Lilliput ecc. Allora questo strategemma venne ecogitato ad un unico scopo: mettere alla porta, escludere, tutti coloro che nelle giornate di Genova erano ricorsi all'uso della forza per autodifendersi dalle brutalità poliziesche. Alla fine questa preclusione è passata... quasi all'unanimità. Il documento finale si apre appunto con la lista dei "valori" del movimento e, in cima a tutti quanti, c'è appunto il rifiuto della violenza e della lotta armata come metodi di lotta. Nessun accenno al fatto che in alcuni luoghi del mondo (Palestina o Colombia ad esempio) le forze di liberazione da decenni combattono in armi, nessun accenno al fatto che in certi paesi il solo modo per resistere è quello armato).
La conseguenza è chiarissima: si lascia intendere che le "esclusioni eccellenti" di Porto Alegre non erano un incidente di percorso, ma conseguenze di una scelta di campo quanto mai netta.
Per quanto sia triste da ammettere i nuovi bonzi new global stanno introiettando il principio basilare dei neoliberisti: quello del pensiero unico, che non ammette eccezioni di sorta. Quello per cui l'Occidente diventa l'unico metro di misura, per cui le modalità di contestazione pacifiche dei new global sono le sole lecite, consentite, accettabili. Bush ringrazia: ora può sostenere a maggior ragione che tutti i suoi nemici che combattono armi in pugno, sono dei "terroristi" a cui dare la caccia. Bush e Pastrana (il presidente della Colombia) ringraziano e ci mandano a dire: "Ma se voi escludete le FARC dai vostri Forum mondiali come potete chiederci di intavolare con loro dei negoziati di pace?".
Se non ci sarà un decisa inversione di rotta non si lamentino i vari Agnoletto e Cassen se diremo loro che hanno stanno trasformando il Movimento in un "braccio etico dell'imperialismo".
Infine è davvero singolare che un movimento che si presume tale, che in quanto tale dovrebbe unire il più vasto schieramento di forze su una piattaforma di lotta, ponga dei principi etici, dei valori, come condizione per farne parte. Ciò si addice ad un partito, appunto, o ad un'associazione culturale, non certo ad un movimento.
La conclusione che noi tiriamo da questa penosa vicenda, da questa veloce involuzione del Movimento contro la globalizzazione, è quanto mai semplice, per quanto complessa a realizzarsi: occorre costruire un polo alternativo, inclusivo e unitario, ma altrettanto antimperialista. La lotta alla globalizzazione capitalista è cosa troppo seria per lasciarla in mano ed apprendistri stregoni come Agnoletto o, peggio, ad aspiranti uomini di governo come Cassen

da www.voceoperaia.it