Chi teme di non essere disposto a sacrificarsi per l'ideale; chi ha il sospetto di non amare abbastanza il proprio partner; chi si accorge che su tutto, quietamente, prevale un egoismo di fondo, dovrebbe pensare a un episodio della vita di Michel de Montaigne. Il filosofo non aveva ambizioni politiche e quando, su insistenza del re di Francia, accettò di divenire sindaco di Bordeaux, avvertì onestamente: ”Non mi do a questa carica, mi presto soltanto”. L’egoismo di Montaigne non era un egoismo banale, del genere "prendo tutto io e non do niente a te", ma il preciso sentimento d’essere ineliminabilmente se stesso. Come giustamente ci predica l’istinto di conservazione, tutto il resto, e in particolare la carriera, è giusto che passi in secondo ordine. Se uno sta bene con se stesso come stava Montaigne, se si stima come si stimava lui, non ha bisogno di nulla. Chi si può permettere il suo divino egoismo, la sua saggia soddisfazione di sé, può sor-ridere d’ogni successo. Se invece uno non ha una ricchezza interiore, se crede di rag-giungere chissà quale vetta, divenendo sindaco di Bordeaux, allora si dedichi pure a qualcosa che sta fuori di sé e si lasci pure andare all’ambizione.
Per ognuno di noi l’essere noi stessi è un carattere indelebile come per la Chiesa Cattolica quello di essere sacerdote: anche se getta via la tonaca o si converte ad un'altra religione, per la Chiesa il prete rimane prete: "eres sacerdos in aeternum". Ma, se si percepisce correttamente, l’essere se stessi ha una caratterizzazione ancora più radicale: significa l'impossibilità di appartenere ad un gruppo, ad un amore, ad una carica. A qualunque cosa che non sia l'io stesso.
Questa forma di egoismo è il semplice essere adulti. Sono i bambini, infatti, i più certi di appartenere ad un gruppo. Non si sentono semplici individui. Sono tanto legati alla mamma che il ritrovarsi soli, anche momentaneamente, è per loro occasione di spavento. In seguito, per molti anni, la famiglia è una consolante ovvietà, un indubitabile "noi". L’adulto invece, pure capace d’amicizia e d’amore, è un individuo affidato a se stesso; che conta solo su se stesso. Sa d’essere separato dagli altri e d’essere essenzialmente solo. Tanto che se, nel momento del disastro, si trova accanto qualcuno affettuoso e soccorrevole, considera questo una bella sorpresa.
In Francia direbbero forse che la differenza tra il bambino e l’adulto è che il primo, quando si spaventa, dice “Maman!”, il secondo dice “Merde!”
L'estraneo di Camus viene giudicato immorale perché, la sera della morte della madre, va al cinema. Ma è veramente immorale? La madre è morta definitivamente e non potrebbe soffrire di nulla. Anzi per i credenti potrebbe godere delle gioie del Paradiso. Dunque non si vede perché il figlio, se non l’amava, non dovrebbe andare al cinema. E se al contrario soffrisse troppo di quella enorme perdita, non farebbe bene a distrarsi? Piangere per la morte di qualcuno non serve a nulla.
L'argomento che molta gente userebbe contro Meursault è che, sia che amasse sua madre, sia che ella gli fosse indifferente, aveva almeno il dovere di fingere un normale dispiacere. Poco importando che questo dispiacere fosse assente o fosse al contrario tanto forte da dover cercare scampo in un cinema. La società a volte impone l’ipocrisia.
In realtà per Camus Meursault rappresenta, se pure con qualche forzatura (il delitto), l’adulto che ha digerito l’assurdità della vita e l’estrema solitudine dell’individuo.
Saluti a tutti e buon fine settimana!
Paolo




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