Tarantelli, D'Antona, Biagi: da troppo tempo chi si assume la responsabilità di avviare le riforme finisce ucciso dal terrorismo.
di
GIULIANO FERRARA 21/3/2002
Da vent'anni in Italia finiscono morti ammazzati dal terrorismo «comunista combattente» quelli che sanno come si fa a cambiare le cose e si prendono la responsabilità di provarci. Sono i martiri del «pensiero unico». Sono i tecnici come Ezio Tarantelli, che aveva elaborato con Bettino Craxi un modello per il superamento della scala mobile. Sono i consulenti come Massimo D'Antona, che lavorava con Massimo D'Alema e Antonio Bassolino a una riforma dello stato sociale che non si fece mai. Sono i giuslavoristi come Marco Biagi, autore per Silvio Berlusconi e Roberto Maroni del libro bianco sul mercato del lavoro, cioè delle proposte per incoraggiare gli imprenditori ad assumere i giovani precari dei lavori in nero.
Che gente seria, preparata, professionale paghi per le sue idee, e solo per le sue idee, non è una novità. Niente è odioso per un fanatico «idealista» come i ragionamenti e l'elaborazione di dati che smentiscono la sua fede irrazionale, quel pasticcio andato a male che è l'ideologia del riscatto, della redenzione e della salvezza politica dell'umanità contro il fantasma senza volto dell'oppressione e dello sfruttamento. Il sonno della ragione genera mostri, si sa. Partorisce commandos pronti a freddare quieti professori cinquantenni che costruiscono modelli econometrici, studiano statistiche demografiche, scartabellano tra le norme del diritto per trovare soluzioni pratiche a problemi pratici. L'ultimo della serie, il professor Marco Biagi, se ne tornava a casa in bicicletta, senza quella maledetta scorta che un'improvvida gestione dell'ordine pubblico gli aveva tolto da qualche settimana, e sono bastati un motorino, una rivoltella e due ragazzi pieni di odio per toglierlo di mezzo.
Ma questi martiri del pensiero unico hanno alcune caratteristiche da tenere bene a mente, se si vuole capire in che cosa consista la guerra civile strisciante che scivola via sotto la pelle della sempre più funesta e disperante politica italiana. È gente che viene dal mondo socialista, cattolico e riformista dell'intellighenzia responsabile. Sono tecnici che credono nella buona politica, che si ribellano al ricatto di ideologie morte, persone vive e raziocinanti che vorrebbero dare una mano a risolvere questioni maledettamente ingarbugliate dalla storia sociale e sindacale. Lavorano con chi ci sta, con governi di orientamento differente che devono affrontare problemi identici. Il loro è un vero servizio pubblico, in nome di competenze che non si piegano al ghigno della faziosità. È un servizio dimesso, che non dà gloria e sovraesposizione, che è fatto di argomenti pacati, mediazioni possibili, talvolta atti di rottura, come per la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che dovrebbero essere accettati o combattuti come riforme e non trattati come simboli di dominio o tentativi di uccidere la «dignità e i diritti» della persona.


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