Marco messo in pericolo da chi ha evocato la dittatura»


ROMA - Maurizio Sacconi era una delle persone più vicine a Marco Biagi. Li univa un legame che andava ben oltre il lavoro. «Come me era socialista. La sua matrice era cattolica: veniva dal Movimento politico dei lavoratori di Livio Labor. Era un riformista convinto». E’ questo il ricordo che ha di lui il sottosegretario al Lavoro, con il quale Biagi aveva messo a punto le proposte di riforma del mercato del lavoro, comprese le controverse modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «E per com’era fatto lui, Marco, ancora di più non capiva. Non capiva - insiste Sacconi - l’aggressione nei confronti delle nostre proposte di riforma». Si riferisce alle critiche formulate alla sospensione delle garanzie dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
«Mi rifaccio soprattutto all’articolo di fondo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato dal Corriere proprio il giorno prima dell’assassinio di Marco, che molti abbiamo condiviso e sentito. Un articolo nel quale si stigmatizzavano i toni e le affermazioni esasperate di un appello firmato da un gruppo di intellettuali di sinistra contro la politica del governo. Chi come lui era un moderno tecnico del diritto del lavoro e muoveva da valori di riformismo europeo comprendeva il contrasto, la legittima diversità di opinioni, ma non l’esasperazione del linguaggio. E sono convinto che avesse aderito al manifesto di Renato Brunetta come altri, per esempio Fiorella Kostoris o Antonio Pedone, anche come reazione al manifesto degli intellettuali della sinistra».
Governo e Confindustria hanno parlato addirittura di clima d’odio. Affermazione un po’ forte, non crede?
«Quel tipo di linguaggio a cui faceva riferimento Galli della Loggia appartiene, c’è poco da fare, a quelli che un tempo si chiamavano i cattivi maestri, e crea un clima pericoloso. Io invito a fare una riflessione politica. Ma è verosimile, come si è sentito sempre più spesso in queste settimane, che l’Italia sia in una specie di situazione prossima alla dittatura, alla fine della libertà, che si debba compiere una scelta di civiltà? E’ proprio verosimile? Come non si comprende che ci sono settori certamente minoritari, isolati, ma che potrebbero essere incoraggiati a tradurre quelle parole di pietra in piombo?»
Ha detto proprio piombo?
«Gli apprendisti stregoni hanno sempre, naturalmente senza volerlo, creato mostri. Galli della Loggia si poneva degli interrogativi. E questi interrogativi hanno avuto purtroppo una controprova maledetta».
L’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu ha detto che nel suo ministero c’è un covo terroristico. Ai tempi dell’omicidio di Massimo D’Antona si parlò di una talpa. E’ plausibile?
«Può anche darsi. Ma certamente non occorrevano talpe per far sapere il ruolo di Marco Biagi. Anche perché qualche volta vi ha provveduto qualcuno che inopinatamente, nonostante nostri ripetuti inviti a non farlo per ragioni di sicurezza, ha teso a personalizzare su di lui, cioè sul tecnico, lo scontro politico».
Chi lo ha fatto?
«Qualcuno lo ha fatto. Qualcuno ha personalizzato. E io reagii con violenza verbale, a questo tipo di pericolose personalizzazioni, proprio perché avevo timore. E l’abbiamo anche fatto sapere, l’abbiamo detto, siamo intervenuti per evitare che sui giornali uscissero articoli specifici su di lui...»
Risulta che avesse ricevuto in passato qualche minaccia?
«In occasione della sua attività di consulenza del Comune di Milano quando aveva accompagnato il patto del lavoro. Da allora, per ragioni di sicurezza, si era ritagliato un ruolo di consigliere più riservato. Poi cambiò idea, e mi disse che per gestire cambiamenti così rilevanti era necessario che il tecnico si fosse seduto al tavolo dei negoziati. Era molto convinto del dialogo tra le parti sociali».
Non vede impressionanti analogie con il caso D’Antona?
«Non solo con il caso D’Antona. Ma anche con gli omicidi di Walter Tobagi ed Ezio Tarantelli. Il filo rosso che legava tutti e tre era il riformismo. Il riformista è il soggetto più scomodo e detestato da quelli che ragionano in un certo modo, ed è sempre stato quindi l’obiettivo ricorrente e prediletto dei terroristi».
Perché afferma questo?
«Perché il riformista mette a disposizione la propria intelligenza per dimostrare l’utilità del cambiamento. E siccome costoro temono chi sa coniugare valori sociali e modernità, ritengono di dover togliere di mezzo la sua intelligenza e inibire chiunque a sostituirla. Marco era un riformista appassionato e convinto. Non a caso il suo sogno era lo statuto dei lavori».
Ci stava lavorando?
«Noi abbiamo tutto intero lo statuto dei lavori già scritto da lui. Abbiamo non soltanto i decreti delegati della legge delega già pronti ma anche il punto d’arrivo finale. Cioè il suo sogno. Marco sognava che i diritti non fossero spazzati via dai cambiamenti, ma riformulati, con onestà intellettuale».
Adesso andrete avanti?
«Credo che non sia giusto darla vinta a questa logica di ricatto. Perché questa è una logica di ricatto. Perché non sarà facile chiedere a qualcun’altro di esporsi come ha fatto Marco. Ma se ci sarà la tentazione di rinunciare ai percorsi di riforma tracciati da lui, sarebbe il miglior regalo agli assassini».


Sergio Rizzo


Politica