La spettatrice

L'assassinio di Marco Biagi è stato perpetrato da sconosciuti terroristi, in un «clima politico che ha trasceso i confini del confronto democratico, fondato su argomentazioni razionali, per arrivare alla delegittimazione dell'avversario come se questi fosse un nemico da abbattere»: è il pericoloso ritornello di questi giorni: di chi sostanzialmente nega legittimità democratica ad un forte scontro sociale e implicitamente assegna "al clima politico" una qualche responsabilità nel delitto di Bologna. Questa volta il ritornello ce lo canta un editoriale del Foglio che è convinto, dogmaticamente, che ogni responsabilità di questo clima politico sia della sinistra. Ma senza accorgersene si fa prendere in contropiede. Infatti nello stesso editoriale ci spiega che l'ignobile vignetta di Vincino (un Berlusconi a terra sotto un cartello nero con teschio e la scritta: Chi tocca l'articolo 18 muore) era stata disegnata prima dell'assassinio del professor Biagi. Perfetta conferma che le "parole di piombo" (dal titolo dell'articolo) non sono quelle dei girotondi dei professori, degli intellettuali, né tanto meno quelle di Cofferati. Ma di gran parte degli uomini della maggioranza, dei suoi avvocati, dei suoi giornalisti, dei suoi vignettisti. Il primo a mettere in atto il vecchio polemico armamentario per fomentare odio è stato lo stesso premier che, non solo in campagna elettorale, ma anche dopo aver vinto le elezioni ha inveito contro «il pericolo rosso dei reduci del comunismo» ogni qualvolta l'opposizione esprimeva, cautamente, come è nello stile di questo fragile centrosinistra, dubbi o perplessità sull'operato del governo. Fino alla recente sortita sulla necessità di «interrompere la catena dell'odio e della menzogna nel conflitto sociale». Scrive Lietta Tornabuoni nella sua rubrica sulla Stampa: «C'è qualcosa di molto brutto in queste ore nel modo in cui alcuni approfittano del sentimento di spavento e di desolato dolore per l'uccisione del professor Biagi, al fine di facilitare l'attacco all'articolo 18 e allo Statuto dei lavoratori, e di paralizzare l'azione sindacale: di comportamenti simili bisognerebbe vergognarsi». Come dovrebbe vergognarsi l'avvocato Taormina che ha definito «gli assassini di Biagi come braccio armato di Cofferati e dei comunisti… che hanno creato le condizioni perché i terroristi si mettessero a disposizione». Come si dovrebbe vergognare Paolo Guzzanti che ha sostenuto sul Giornale che chi dice di no all'articolo 18 è contiguo al terrorismo (anche se ieri cerca di rettificare le sue farneticazione, senza riuscirci). Chi ha instaurato nel nostro Paese un clima d'odio contro le giuste rivendicazioni operaie, contro i no del sindacato alle scelte della Confindustria, contro il movimento dei no-global, contro tutto ciò che si muoveva e si muove in modo dialetticamente antagonistico alle scelte del centro destra? Decine di portaborse che allignano non solo nei giornali di casa Berlusconi (Foglio, Libero, Il Giornale) o sulla rete uno, leggi Vespa, ma anche fra noti politologi e grandi firme. Se alcuni importanti intellettuali italiani esprimono preoccupazione perché temono che in Italia «si stia tentando di plasmare il lavoro e la società sulla base del comando padronale», Ernesto Galli Della Loggia parla di «affermazioni deliranti», e se uno scrittore come Antonio Tabucchi dichiara che siamo alla vigilia di un regime, Cossiga interviene per dire che «si respira un clima in cui le parole sono esplosive… e non c'è da meravigliarsi se qualcuno le prende sul serio». E che dire del disprezzo verso i girotondi espresso dalla forzista Ombretta Colli che ha detto che «dai gioiosi girotondi alle più tragiche manifestazioni di intolleranza e odio il passo è stato breve». Stabilire un nesso fra un giudizio, una riflessione, o una mobilitazione e l'azione terroristica non è solo gravemente scorretto e insopportabile, ma è la conferma da che parte realmente venga questo bisogno di alimentare odio, spargendo indegne accuse e intolleranza. Altro che inviti a controllare i toni, a usare sfumature, nel rispetto del dibattito delle idee! E' questa destra intimidatoria che dovrebbe abbassare i toni dello scontro (come scrive Gianni Vattimo sull'Unità). Sergio Cofferati, un uomo che pesa le parole e i silenzi, intervistato da Costanzo ha detto: «Le cose assurde che ho sentito dire, come quelle contro la mia organizzazione o l'accreditare la tesi, priva di qualsiasi fondamento per cui i conflitti e la dialettica sociale possono produrre mostri, sono dichiarazioni inaccettabili». Nel suo articolo sull'Unità dal titolo "Difendo il diritto di dire no", il segretario della Cgil scrive: «Il tentativo di attribuire alla fisiologia delle relazioni responsabilità che attengono invece solo alla follia omicida, è indegno, oltre che strumentale». Si sofferma poi sulla profonda diversità del delitto di Bologna: «Per la prima volta il terrorismo interviene per alterare esplicitamente, insieme alla pratica democratica, il carattere più intimo delle relazioni fra le parti… il tentativo è quello di condizionare un confronto già difficile come mai si era verificato in precedenza». Michele Magno, ex dirigente della Cgil, sulla Repubblica, che per il delitto D'Antona invitò a cercare una talpa nel ministero del Lavoro, si chiede da chi possano essere stati manovrati gli autori materiali del delitto Biagi. Punta il dito contro il Palazzo: non so se si tratti di servizi deviati o di qualcosa di ancora più torbido, dice, e fonda i propri sospetti sui tempi dell'assassinio e sulla mancata scorta. Un particolare quest'ultimo che ha assunto su tutti i giornali lo spazio che merita, con tanto di richiesta di dimissioni del ministro dell'Interno Claudio Scajola. «Se vogliamo uscire dai deliri e tornare alla realtà - scrive Curzio Maltese sulla Repubblica - non sono state le parole ad armare gli assassini. Sono stati gli atti compiuti, o mancati».

Liberazione 22 marzo 2002
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