di Gilles Dauvé e Karl Nesic
[Estratti da Contribution à la critique de l'autonomie politique, Troploin, trad. it. a cura della redazione di Machete]
Potremmo interrogarci sul senso dell’ennesima riflessione su un soggetto apparentemente secondario, se paragonato a questioni più urgenti come l’attuale crisi. Tutto sembra in effetti essere stato già detto sulla democrazia, dai suoi nemici e dai suoi cantori o riformatori. È di buon gusto nei paesi capitalistici detti sviluppati denunciare la desuetudine delle pratiche parlamentari e il disinteresse che suscitano. Nessun elettore auspica che il suo voto possa cambiare profondamente la sua vita. Tuttavia, non appena si avverte che c’è qualcosa in gioco, l’interesse rinasce. Gli USA hanno un bell’essere il paese in cui la politica assomiglia più a uno show e a un business, dove milioni di brave persone si mobilitano per portare la parola dei candidati alla Casa Bianca. Si parla di ampliare il campo della democrazia, di renderla partecipativa, di farla scendere nel quartiere, nella strada, nella scuola, e alcuni sognano di instaurarla nel luogo di lavoro. La democrazia viene vissuta, se non come la risposta a tutti i problemi, quanto meno come la risposta che contiene tutte le altre. Al cospetto della democrazia ogni critica diventa sospetta, ancor più se la critica in questione mira addirittura a un mondo senza classi, senza salariato né capitale, senza Stato. Di solito l’opinione corrente ha moti di comprensione (pur con relativa condanna) per il “reazionario” che disprezza la democrazia, qualora neghi la capacità degli uomini di organizzarsi e dirigersi da sé, perché questo rientra nel gioco delle parti. Ma chi rifiuta il principio democratico nel nome stesso della capacità di auto-organizzarsi, reputando la democrazia inadatta all’emancipazione dei proletari e dell’umanità, costui è destinato a non essere compreso. Nel caso migliore passa per un provocatore amante dei paradossi, nel caso peggiore per un intellettuale traviato che a furia di non apprezzare la democrazia finirà come quelli che più l’hanno attaccata: i fascisti.
Se «l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi», sembra evidente che per emanciparsi gli sfruttati, i dominati, i dannati della Terra, debbano respingere ciò che li mantiene in soggezione («né Dio, né Cesare, né tribuni») e per questo creare i propri strumenti di discussione, di decisione e di gestione. E questo esercizio di libertà collettiva non è per l’appunto quel che suole chiamarsi democrazia? La soluzione ha il pregio della semplicità: per cambiare il mondo ed assicurare la migliore vita umana possibile, cosa c’è di meglio che fondarlo su istituzioni che forniscano la più ampia libertà d’espressione e di decisione al maggior numero di persone? In molte delle loro lotte, i proletari, i dominati e gli sfruttati rivendicano la democrazia e proclamano la volontà di instaurare una democrazia infine autentica. La discussione è chiusa, la critica alla democrazia parte battuta in anticipo.
Il cuore del problema
La democrazia si presenta nel contempo l’obiettivo più inaccessibile e più vitale, l’ideale dato per scontato fra gli esseri umani, l’esercizio collettivo della loro libertà. Democrazia come organizzazione della nostra vita sociale determinata insieme al fine di tener conto quanto più è possibile dei bisogni e dei desideri di ciascuno.
Un’obiezione fa capolino: come raggiungere un simile obiettivo fra individui che hanno interessi divergenti, cioè opposti, cosa che si verifica in quasi tutte le società, compresa la nostra? All’ideale democratico ne va dunque aggiunto un altro: bisognerebbe che le decisioni prese in comune lo fossero in condizioni di uguaglianza fra tutti. Per non accontentarsi di una mera uguaglianza politica, per cui i cittadini dispongono di diritti ma non di poteri effettivi, la vera democrazia esige un’uguaglianza socio-economica, senza ricchi né poveri: la ripartizione (e la ri-organizzazione) delle ricchezze permetterebbe una condivisione finalmente giusta del potere di decisione sulle grandi questioni, pervenendo così a una democrazia reale, oltre che formale. Ma, benché la condivisione, pratica umana elementare e raccomandabile, abbia addolcito la questione sociale, non l’ha risolta: nessun profeta, nessun moralista ha mai convinto i ricchi e i potenti a dividere equamente i propri beni e il proprio potere. Ci tocca constatare che questa democrazia reale manca di realtà.
La democrazia è di fatto una contraddizione: pretende di garantire un elemento essenziale che invariabilmente le sfugge. Eppure, ben pochi ne tollerano la critica, tanto più in quanto la democrazia sembra offrire il miglior ambito possibile allo sforzo millenario condotto dagli esseri umani per emanciparsi. È un’ovvietà che ogni resistenza allo sfruttamento, ed ogni tentativo di instaurare un mondo senza sfruttamento, passi per la rimessa in causa del controllo degli sfruttatori sugli sfruttati. Meglio, la lotta contro il regolamento interno di fabbrica, contro le sanzioni assortite di multe o minacce di licenziamento, contro il miscuglio di autoritarismo e paternalismo che costituisce quel che dal XIX secolo si definisce dispotismo aziendale, anche contro la razzia padronale sulle casse di previdenza e di assicurazione, contro la sorveglianza dei luoghi di vita esterni alla fabbrica, non significa soltanto il rifiuto di dipendere da un capetto, da un padrone, da un dignitario religioso, oppure da un dirigente di partito e da un quadro sindacale. Questo negativo contiene del positivo: l’abbozzo di relazioni dirette, non concorrenziali, solidali, il che implica nuove forme di riunione e di decisione. Un movimento sociale è portato a porsi l’interrogativo «Chi comanda?». Altrimenti, senza procedure e strutture differenti da quelle concesse dall’ordine stabilito, chi sta “in basso” si condanna eternamente ad essere trattato da inferiore. Si tratti di comune, comitato, collettivo, consiglio, soviet, o semplicemente assemblea generale, sono tutte forme che esprimono l’auto-riconoscimento reciproco dei partecipanti al movimento: attraverso queste la libertà e la fratellanza sono vissute nei fatti.
Il punto è sapere se tali forme creino movimento, o si accontentino di esprimerlo. Perché la caratteristica della democrazia è di presentare lo spazio-tempo del dibattito e della decisione, non come momento necessario della vita sociale (e cioè di ogni cambiamento positivo), ma come condizione primaria della vita sociale (quindi di ogni cambiamento positivo).
Westminster non è l’Acropoli
La prima condizione per comprendere la realtà chiamata «democrazia» consiste nel rimettere al suo posto, vale a dire nella storia, una parola tanto inadatta a ciò che indica da duecento anni.
I tempi moderni hanno fornito in effetti un nuovo significato a una nozione nata nell’antica Grecia, ed oggi quasi tutti, dall’uomo della strada all’universitario o al militante, definiscono «democrazia» l’Atene del V secolo a.C. e l’Italia o la Svezia contemporanea. Gli stessi che rifiuterebbero — a giusto titolo — di parlare di «economia» preistorica o di «lavoro» in una tribù amazzone, non notano nessun anacronismo nell’indicare con lo stesso termine un sistema in cui la cittadinanza era la capacità (teorica, ma spesso anche effettiva) di governare ed essere governati, ed un sistema in cui la cittadinanza si riassume per il 99% dei cittadini nel diritto d’essere rappresentati.
C’è stato un tempo in cui si era meno reticenti ad ammettere il divario che separava le due accezioni. James Madison, uno dei padri della Costituzione statunitense, operava una distinzione fra una democrazia, in cui «il popolo si incontra ed esercita il suo governo di persona», e una repubblica, vocabolo di origine latina, in cui il popolo «si raduna e si amministra attraverso i suoi rappresentanti ed agenti». L’avvento dello Stato burocratico moderno, temuto da Madison, ha reso la «democrazia» un sinonimo del potere investito nel popolo ed esercitato in suo nome.
La quasi totalità dei commentatori deplorano i limiti della democrazia greca chiusa alle donne, agli schiavi e agli stranieri, e si rallegrano del fatto che il demos moderno si apra a categorie sempre più ampie di popolazione. L’ideale dei democratici radicali sarebbe un demos che racchiuda tutti gli esseri umani viventi su un dato territorio. Significa dimenticare che il cittadino ateniese era tale non in quanto essere umano, ma in quanto co-proprietario della cité, e concretamente in quanto piccolo o grande proprietario fondiario. Il sistema democratico era giunto a gestire in massima parte le contraddizioni di una comunità di uomini (maschi e capi di famiglia) irrimediabilmente divisi da progressive disparità di fortuna.
Proprio perché si limitava ad un gruppo di uomini che dividevano l’essenziale (un dominio sociale reale, pur minato dal maggior accumulo di denaro da parte di alcuni), la democrazia greca poté rimanere, per usare una parola di moda, «partecipativa», non senza crisi o interruzioni. Nell’Europa e negli Stati Uniti di oggi, nulla è paragonabile al demos dei tempi di Pericle.
La nostra epoca riscrive il passato al presente per persuadersi che i popoli civilizzati hanno sempre aspirato alla democrazia. Non è la prima volta che accade. Applicata a società animate dal rapporto capitale/lavoro, la parola «democrazia» ci insegna più su quanto queste società pensano di se stesse che sul loro funzionamento reale.
Sfruttamento e/o dominio
La disuguaglianza, la povertà e la miseria esistono perché alcuni decidono per tutti? Oppure alcuni monopolizzano le decisioni perché sono già ricchi e potenti? Vano interrogativo.
Montagne di libri e di articoli vengono scritti da sempre per confutare la pretesa marxista che «l’economia» sappia spiegare pressappoco tutto. Dipende da cosa si intende ad esempio per economia, distinta come realtà relativamente autonoma solo sotto il capitalismo. In ogni caso, un governo non si spiega attraverso «l’economia», non più di quanto si parta in guerra per restaurare un tasso di profitto. La politica non è un calco dell’economia: nelle democrazie borghesi, i grandi padroni non diventano automaticamente capi di Stato o ministri, e comunque lo sono raramente. La medesima base socio-economica può coesistere in forme politiche assai diverse, perfino opposte. La Germania capitalista è stata guidata da una casta monarchica, da una borghese, da un partito unico nazionalista-razzista, dopo il 1945 dalla borghesia nella parte occidentale e da una burocrazia d’origine operaia nella parte orientale, poi di nuovo dalla borghesia nel paese riunificato. La storia offre molti esempi di non-coincidenza fra autorità politiche e detentori della potenza economica, e di uno Stato moderno governato contro i borghesi, con l’imposizione dell’interesse generale del sistema ai singoli capitalisti. Lo stesso Bismark, durante uno sciopero nella Ruhr, aveva costretto i padroni ad aumentare i salari. Sebbene di solito in Europa il denaro porti il potere, in Oriente ed in Africa spesso è il potere che porta l’arricchimento attraverso l’appropriazione familiare o di clan delle risorse dello Stato, specialmente della rendita o dell’accaparramento del commercio estero. Non c’è bisogno di risalire nei tempi per trovare qualche capo della cité o di Stato imporre la propria volontà ai ricchi per ripulirli: la Russia di Putin ci offre qualche esempio recente.
Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi, dirigenti politici e padroni della terra, del commercio e dell’industria si uniscono o formano un tutt’uno. Comandare gli uomini di solito va di pari passo col metterli al lavoro. Le due forme di dominio non divergono di molto: l’una rafforza l’altra. Il potere non genera ciò che lo fa esistere. Se dirigenti politici e detentori (di fatto o di diritto) dei mezzi di produzione raramente si sovrappongono, le società moderne non conoscono sfruttamento senza dominio, né dominio senza sfruttamento, e gli stessi gruppi controllano al tempo stesso, anche indirettamente, potere e ricchezza.
Sfruttare presuppone un controllo su chi viene sfruttato, una imposizione sulle sue condizioni di vita per obbligarlo ad entrare in un rapporto di adattamento al ruolo richiesto. Lo sfruttatore sfrutta solo chi domina, e lo sfruttato deve riconoscerne i termini. Il dominio è una condizione e una forma necessaria dello sfruttamento. La questione di sapere cosa sia venuto cronologicamente e logicamente per primo non è di alcun interesse. Lo sfruttamento non è solo “economico” (faccio lavorare altri per me, al mio posto e per mio profitto), ma è anche “politico” (decido al posto di altri l’evoluzione sociale, orientando così la loro vita). Contrariamente a quanto pensava Castoriadis negli anni 60, la società contemporanea non si divide in dirigenti ed esecutori. Più precisamente, questa divisione si gioca su ciò che struttura il mondo moderno: la relazione capitale/lavoro. Ciò non significa che il mondo si riduca a questa relazione né che essa spieghi tutto. Una impresa non è solo un polo di accumulazione di profitto, è anche un luogo di potere, cioè di dominio: ma esiste solo finché realizza e accumula valore, pena il fallimento. Le società umane in generale, ed il capitalismo in particolare, non si comprendono contrapponendo lo sfruttamento al dominio, ma cogliendone il legame.
Alla base della democrazia: la politica
Se per politica s’intende l’osservazione della società nel suo insieme (ivi compresa la realtà e la questione del potere), e non la somma di “questioni” locali o tecniche, va da sé che ogni cambiamento sociale è politico.
Ma la politica è altra cosa rispetto alla preoccupazione del generale e del globale, poiché paradossalmente fa della totalità una nuova specializzazione, un’attività separata dagli interessi direttamente sociali. Questo ambito riservato al dibattito, alla gestione, alla decisione non è ovviamente precluso alle gerarchie sociali, che però vengono spostate su un terreno in cui non verranno mai trattate in base alle loro cause, ma per le loro conseguenze.
L’apporto storico dell’antica Grecia non è la democrazia — insieme di procedure e di istituzioni che riuniscono i cittadini perché decidano insieme della loro sorte. L’innovazione si situa a monte, in ciò che fonda la democrazia: l’invenzione di uno spazio riservato al confronto, alla decisione e alla gestione, separato dal resto della vita sociale. Questa sfera specifica fa uscire ciascuno dai suoi interessi particolari (individuali o di gruppo) e dunque dalle disuguaglianze di fortuna o di rango, per porlo su un piano in cui goda di un’uguaglianza di diritti con tutti gli altri cittadini. Tale separazione definisce la politica: consapevole della sua innata incapacità di spegnere gli antagonismi, la società li trasporta su un terreno presumibilmente neutro, in ogni caso parallelo, dove i conflitti vengono trattati e generalmente smorzati il più possibile per la perpetuazione del sistema sociale nel suo insieme. Una separazione che viene mantenuta dalla democrazia diretta o popolare, la quale s’illude di superarla con una partecipazione finalmente attiva di tutti: ma far entrare tutti in una sfera separata non sopprime la separazione.
Ogni gruppo umano riflette ed agisce a modo proprio sull’insieme della propria condizione. Ma spetta alle società di classe, sotto mille forme e non senza verifiche ed errori, “l’invenzione” della politica come spazio separato dal resto della società, che esiste e funziona attraverso e per questa separazione che fonda la politica e la definisce. Ovviamente le società sono rappresentate come semplice, evidente e universalmente auspicabile modo di funzionamento che assai poco deve alla natura umana, e tutto alla storia.
La democrazia diretta alla lettera
Secondo i suoi sostenitori, essa ha come obiettivo:
1) Il rispetto della maggioranza.
2) L’espressione delle minoranze, cui è garantito un ampio margine d’azione.
3) La possibilità di una libera discussione, al fine di evitare la coercizione, le pressioni, la violenza: «Innanzitutto, parliamo...».
4) Il primato di una volontà collettiva, non quella di un individuo o di un pugno di individui.
5) Il rispetto della decisione comune.




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