Per l'ennesima volta: A CHI GIOVA??
DUE PISTOLE PER UN' INCHIESTA PARTITA MALE
(Di G. D’Avanzo)
ROMA - C'è un solo modo per battere il terrorismo: arrestare i terroristi. I terroristi si arrestano con una rigorosa investigazione. Un'investigazione può diventare efficace se nasce senza pregiudizi, se si sviluppa senza interferenze lungo il percorso mai lineare dei fatti, delle testimonianze, degli indizi, delle analisi scientifiche e tecnologiche. Ha queste premesse l'inchiesta in corso per la morte di Marco Biagi?
Tre anni fa, l'indagine per l'assassinio di Massimo D'Antona mosse i primi passi con cautela. Le Brigate rosse firmarono il delitto, ma chi erano - e dove - i brigatisti, undici anni dopo l'ultimo assassinio? Il largo scarto temporale rese gli investigatori umili e pazienti perché consapevoli del vuoto d'informazioni e conoscenze. L'indagine crebbe, passo dopo passo, con raziocinio attraverso le rivelazioni sulla scena del delitto, l'analisi dei pulmini abbandonati in via Salaria dagli assassini e delle tracce organiche riscontrate al loro interno, la ricostruzione dei tracciati telefonici, i pedinamenti, le intercettazioni.
Il quadro che ne sortì parve promettente. L'indagine sembrava matura per decollare fino al risultato (l'arresto degli assassini). Invece, un intervento esterno la trasforma in una catastrofe. Il ministro dell'Interno, Enzo Bianco, "preme" sugli investigatori. Vuole il risultato e lo vuole presto: "Per il primo anniversario della morte di Massimo", si disse.
La legittima ambizione del ministro (poi, severamente censurata in Parlamento da Forza Italia) scuote la rivalità tra poliziotti e carabinieri, irrita la procura di Roma. Che finisce per approvare (controvoglia, ma per approvare) una delle ipotesi in campo (l'arresto di Alessandro Geri, primo tassello del probabile puzzle). Salvo pentirsene amaramente quando il giudice vaglia le fonti di prova e le giudica deboli per sostenere l'arresto del presunto telefonista.
La fretta, si può concludere, distrugge un'investigazione che poteva diventare eccellente. Con il risultato che gli assassini di Massimo D'Antona sono ancora liberi e, con buona probabilità, sono stati in grado di organizzare, se non eseguire, l'assassinio di Marco Biagi. Dagli errori bisognerebbe ricavare buoni insegnamenti. Purtroppo, in queste ore, non sembra che sia così. La consapevolezza del "pasticcio Geri" sembra evaporata sotto la pressione, ancora una volta, del governo e della magistratura di offrire all'opinione pubblica segnali tranquillizzanti. Con una improvvida precipitazione, è stato annunciato a poche ore dall'assassinio di Bologna che "la stessa arma ha ucciso D'Antona e Biagi".
Improvvida precipitazione perché nessuno, magistrato o investigatore che sia, poteva in quelle ore avere l'assoluta certezza che una sola sia l'arma dei due delitti (anche se, in via ipotetica, non si può escluderlo). Per sostenere questa ragionevole convinzione occorre muovere in tre mosse: ricostruire quanto è accaduto tra le 20,10 del 19 marzo (le Br uccidono il collaboratore di Roberto Maroni) e il 20 marzo, ore 18,54 (il procuratore di Roma, Salvatore Vecchione, annuncia con un comunicato "il rapporto di identità tra le due armi"); ore 20,05 (identico l'annuncio del ministro degli Interni); ore 20,30 (il procuratore di Bologna, Luigi Persico, conferma che l'esame dimostra "in maniera inoppugnabile", "fuori da ogni dubbio" l'identità della pistola). Bisogna poi esaminare le informazioni fornite dai magistrati e riflettere sulle possibili, ambigue conseguenze di questa "assoluta certezza".
Gia alle 11.00 del 20 marzo (Biagi è stato ucciso la sera prima) nei corridoi della procura di Bologna ingrassa tra gli addetti la "voce" che si tratti di una sola pistola. Un'ora dopo, l'indiscrezione vola verso la procura di Roma. Appaiono prematuri (ma decisivi) questi sussurri. I tecnici del Ris di Parma sono ancora sul luogo del delitto. Lavorano con l'abituale sapienza, ma curiosamente con gran rapidità che, in questi casi, significa superficialmente. I tecnici si lasciano sfuggire un proiettile che, dopo aver attraversato il corpo di Marco Biagi, è finito a 12 metri dall'uscio di casa del giuslavorista. Lo ritroverà un cronista di "Repubblica" alle 15,40 del 21 marzo (e sarà sequestrato soltanto alle 17,38).
Il Ris rintraccia altri proiettili, probabilmente due: uno dietro l'uscio, l'altro schiacciato contro il muro di un portico. Sono queste "ogive", per quel che se ne sa, che saranno comparate con i "proietti" dell'agguato a D'Antona perché, al di là di quello smarrito, gli altri sono estratti dall'anatomopatologo Corrado Cipolla D'Abruzzo soltanto il giorno dopo (21 marzo).
In fretta il Ris "lavora" la scena del delitto e in fretta conclude la comparazione tra i proiettili di Bologna e Roma. Il generale Serafino Liberati, responsabile dei "raggruppamenti scientifici" dell'Arma, spiega a chi gli chiede quanto tempo ci vorrà per sapere se c'è identità tra le due armi risponde (ore 19,07 del 20, Scuola ufficiali di Roma) che "occorrono 5/10 giorni per dare una risposta certa all'interrogativo".
A Parma il Ris impiegherà "meno di un'ora". "Avevamo il fiato sul collo - spiega un tecnico di Parma - Non ci è stato lasciato più tempo. Abbiamo lavorato, a partire dal tardo pomeriggio, sulle foto e "ogive D'Antona", per dir così, messe a disposizione dalla polizia. Abbiamo riscontrato tracce di compatibilità tra le armi e un calibro 9x17. Un risultato di attendibilità molto fluido: esiste sempre un margine di errore. E poi in meno di un'ora non si poteva fare meglio".
Tardo pomeriggio. Diciamo le 17,30/18.00. Più un'ora di analisi. 18,30/19.00. Come che sia, alle 18,54 il procuratore Vecchione annuncia che "la pistola è la stessa". Ovvero una calibro 9x17, detto anche "9 corto". La procura di Roma per anni ha sempre sostenuto che a uccidere Massimo D'Antona sia stato un revolver Franchi-Llama calibro 38. E' una pistola a tamburo. Non espelle i bossoli, li trattiene. Non ci sono bossoli sul luogo della morte di D'Antona e ci sono bossoli accanto a Biagi.
E' la stessa pistola? "Sì - dice un pubblico ministero - una recente analisi ci ha offerto un nuovo ventaglio di calibri e tra questi c'è anche il 9x17. A Roma l'assassino potrebbe aver sparato con sacchetto agganciato alla pistola per raccogliere i bossoli". C'è un primo ingorgo logico. Un killer non lascia i bossoli sul luogo del delitto per evitare che si colleghi quel delitto ad un altro delitto, che si possa ricostruire la "storia" dell'arma.
Ma allora perché gli assassini usano questa precauzione a Roma e non a Bologna? Lasciamo da parte la logica. Stiamo ai fatti. Mentre il ministro degli Interni Claudio Scajola fa il suo annuncio pubblico (20,05), il procuratore di Bologna, Luigi Persico, spiega che "la 9x17 che, secondo le perizie del Ris, ha ucciso i due consulenti del ministero del Lavoro potrebbe essere una Makarov oppure una Franchi-Llama. Alla fine degli Anni Settanta i militanti di Prima Linea si impossessarono di numerosi esemplari di Franchi-Llama".
Il chiarimento sollecita altre perplessità e due domande. Sia la Makarov che la Franchi-Llama semiautomatica "caricano" proiettili 9 parabellum (9x19, il 9 lungo). E' vero, possono caricare anche il "9 corto" accettando il rischio di un "inceppamento", ma in questo caso c'è una differenza sostanziale tra le due armi. La Makarov lascia sui proiettili una traccia di quattro "microstrie" destrorse (diciamo graffi). La Franchi-Llama 6 microstrie destrorse. Perché associare le due armi, dunque, quando ci sono differenze così significative? E ancora: è vero che Prima Linea entrò in possesso alla fine degli Anni Settanta di Franchi-Llama semiautomatiche?
"Repubblica" lo ha chiesto al leader del gruppo terroristico che sovrintendeva in quegli anni lontani l'armeria. "E' vero - ha detto - a Bologna, il 12 marzo del 1977, nel giorno dei funerali di Francesco Lorusso, saccheggiammo un'armeria vicino a via De Castagnoli. Ma le Franchi-Llama che prendemmo non erano semiautomatiche, ma revolver a tamburo, calibro 38 special".
E' utile riepilogare. L'analisi del Ris, al momento della conferma ufficiale dell'identità tra le due pistole, era stata effettuata con "il fiato sul collo" e "in meno di un'ora" attraverso un esame diretto al "microscopio comparatore". Per dirla semplicemente, con il solo occhio del tecnico e non attraverso la foto delle "ogive" al "microscopio elettronico comparatore" con il quale è possibile ottenere, nel caso di coincidenza del 70 per cento delle microstrie, la certezza scientifica dell'identità.
Lo stesso Ris giudica "fluida" l'attendibilità della prima ricognizione. Le marche d'armi che, nella sollecitudine, sono state indicate come "possibili" svelano qualche non irrilevante contraddizione. I tre elementi sono sufficienti per concludere che tra le 18,54 e le 20,30 del 19 marzo non c'erano elementi sufficienti e adeguati per annunciare che "fuori da ogni dubbio", "in modo inoppugnabile" l'arma che ha ucciso Marco Biagi sia la stessa che ha colpito Massimo D'Antona.
I più maligni penseranno magari che, dietro tanta precipitazione, possa esserci l'ansia del ministro Scajola di indirizzare l'attenzione dell'opinione pubblica sul delitto, distogliendola dalla scorta che non proteggeva Marco Biagi. O che la procura di Roma avesse voglia di mettere le mani sull'inchiesta di Bologna avocandola per trovare un riscatto dopo il flop di Alessandro Geri.
Malignità. Non c'è nessun mistero in questa precipitazione, nessuna malafede. Forse, al fondo, c'è soltanto la sensibilità istituzionale del ministro e dei procuratori di rasserenare l'inquietudine e lo smarrimento del Paese. L'annuncio, però, necessariamente indica all'indagine nella fase iniziale una direzione, ne restringe l'orizzonte condizionandone l'esito. Perché le fornisce un "tesi" da dimostrare laddove è più proficuo raccogliere "fatti".
Con un annuncio così qualificato (un ministro, due procuratori) gli investigatori si sentiranno (si sentono) obbligati a percorrere fino alla fine la strada tracciata dai comunicati ufficiali. Durante un'investigazione si può anche cambiare idea, ma in silenzio. Se hai annunciato "in modo inoppugnabile" al mondo una circostanza non puoi più modificarla, se non vuoi perdere la faccia o farla perdere al gotha dell'investigazione nazionale.
Soltanto il tempo ora ci dirà se quell'urgenza mediatica delle prime ore è stato un vantaggio o uno svantaggio per il felice esito dell'inchiesta. Perché soltanto questa è la strada per sconfiggere i terroristi: arrestarli.
(23 marzo 2002)




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