Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
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    Predefinito dato che non rispondete nel principale...

    eravamo molti troppi

    "NON SIAMO PER IL CAPITALISMO COMPASSIONEVOLE O FILANTROPICO, SIAMO FIGLI DELLA SOLIDARIETA'.."

    ho visto commenti sulla manifestazione che dimostrano di on aver capito nulla nè delle riforme, nè di quello che è accaduto
    fanno soltanto sciacallaggio ideologico tra l'atro poco documentato

    sfatiamo i luoghi comuni:

    1)il libro bianco di Biagi non parla solo di art. 18..che anzi è marginale rispetto al resto..

    2)la posizione della CGIL è rigida solo sulle modifiche dell'art.18 e non rifiuta dialogo e discussione su altre cose molto interessanti del libro bianco..

    3)Quello che si contesta molto non è tanto il contenuto, ma l'uso che se ne fa..
    infatti: la legge delega di fatto svuota di contenuto il libro bianco e ne prende solo le parti che interessano al governo e confindustria

    4)La preoccupazione è che non si vuole una riforma vera del mercato del lavoro, ma solo una limitazione dei diritti, mentre il libro bianco accanto alla modifica dell'art.18(che non condivido in senso restrittivo, e soprattutto non è neppure contemplata..per dirla tutta,accennata in modo indiretto)propone prima una serie di ammortizzatori sociali per alcune forme di lavoro e la regolamentazione migliore dell'interinale e del part time

    5)la famiglia Biagi ha rifiutato i funerali di stato e questo dovrebbe azzittire Pieffebi , Pthome e Natolibero... e tutti voi

    come al solito esprimete giudizi e vi appropiate di bandiere che non vi appartengono.

    saluti

    e spero che non ignoriate coscientemente questo post


    vorrei da voi risposte spero nel principale per non fare duplicati
    e soprattutto nel merito

  2. #2
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    Predefinito Sulla manifestazione della CGIL e dintorni

    La folla strabocchevole della manifestazione di Roma indetta dalla CGIL è stata, a giudizio della Sovrintendenza, assai più composta dei tifosi romanisti, al cospetto delle vestigia del Circo Massimo. Sembra del tutto fuori luogo allora, come pure è stato fatto, evocare gli anni delle contrapposizioni laceranti, il primo dopoguerra, dal 1919 al 1922. Ma questo parallelo, che pure è serpeggiato in questi giorni, è indicativo di un clima culturale prima che politico. I nervi sono tesi e si avverte la tentazione: quella di dare risposte semplificate a problemi complessi. Le Brigate Rosse di questi anni, tornate a colpire nella persona di Marco Biagi, lo hanno certificato con tragica puntualità. "Ideologicamente ritardati": così ha definito gli assassini del professore bolognese il cardinale Biffi. Speriamo che si possa finalmente fare luce sulle mani assassine. Ma conta anche la risposta del paese e soprattutto dei soggetti politici ed istituzionali. La risposta non può essere interna a vecchie logiche: deve essere al contrario lungimirante ed innovativa. L'opera della democrazia è paziente, sia che si svolga in un sistema "proporzionale" che in un sistema "maggioritario", non contempla contrapposizioni alla radice ultimative, sennò degenera. Tanto più se il paese ha un sistema sociale articolato e vitale, fatto di tanti soggetti, di tante forze vive. Proprio da questa risorsa e non dall'italica rissosità occorre ri-orientare il dibattito. Siamo proprio sicuri che partendo di qui e non rincorrendo la logica della comunicazione politica, che poi è quella della propaganda, non si possono riannodare i fili del discorso e soprattutto i fili dello sviluppo? Si è fatto tanto parlare da vent'anni a questa parte di "democrazia dell'alternanza". Rispetto a questa, tanto il cosiddetto "consociazionismo" che il cosiddetto "plebiscitarismo" sono elementi degenerativi. Ma "democrazia dell'alternanza" per almeno vent'anni è stato sopr attutto uno slogan, uno strumento di lotta politica. Oggi abbiamo la bicicletta, ma non sappiamo pedalare, o, meglio, pedaliamo con incertezza, alla maniera dei corridori su pista che effettuano il cosiddetto "surpalce" guardandosi in cagnesco e rischiano magari di cadere da fermi. La settimana scorsa ho incontrato un deputato della mia città. E' di prima nomina. Ma era sconcertato del muro contro muro che non permette di lavorare. Occorre cambiare registro. Sennò pagano i più deboli. E questo veramente non lo possiamo consentire. Anzi, questo deve essere per tutti il criterio di giudizio e soprattutto di impegno.

  3. #3
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    La famiglia di Biagi era giustamente addolorata, ma il rifiuto dei funerali di Stato non è voluta essere in polemica con il Governo. Lo ha fatto sapere la stessa famiglia, che infatti ha accolto i membri delle istituzioni in Chiesa, ma per ragioni di riservatezza.

    Quanto al libro bianco hai ragione, ma forse ignori cosa ha scritto Biagi e i testi sui quali stava lavorando il professore bolognese in materia di articolo 18.

    Visto che evidentemente sei ignorante in materia (nel senso che ignori i suoi scritti) è bene che ti rinfreschi un po' la visione delle cose.

    Saluti

  4. #4
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    Chi frena le riforme è contro l'Europa
    Marco Biagi

    Anche il Consiglio europeo di Barcellona non ha avuto esitazioni nell'indicare agli Stati membri la strada per modernizzare il mercato del lavoro. Si tratta di principi molto chiari e utili per approfondire il dibattito in corso in Italia. La cosiddetta «Strategia europea per l'occupazione» ad avviso dei capi di Stato e di Governo «si è dimostrata valida», ma deve «essere semplificata». Gli orientamenti che vengono definiti ogni anno dal Consiglio devono vincolare più efficacemente gli Stati membri. Questo genere di soft laws deve essere ulteriormente perfezionato, condensando in pochi ed essenziali principi gli obblighi per i Governi nazionali. Con buona pace di quanti in Italia sostengono che il ricorso alle "norme leggere" è un attentato alla democrazia. La scelta strategica dell'Europa è quella di concentrare gli sforzi per aumentare il tasso di occupazione. Si tratta esattamente della prospettiva assunta dal Libro Bianco del Governo che ha accolto l'indicazione, ribadita dal vertice di Barcellona, di eliminare «gli ostacoli e i disincentivi a entrare o rimanere nel mondo del lavoro». Non c'è quindi nulla di diabolico nella pretesa di rivedere istituti che, come il part-time, sono oggi regolati in modo da scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare da parte delle lavoratrici. Quanto poi al tema della flessibilità, le conclusioni di Barcellona ricordano che deve essere coniugata con la sicurezza (intesa sul mercato, cioè con una forte enfasi sulla formazione continua). Non solo, ma i Governi sono invitati a «riesaminare… la normativa sui contratti di lavoro… al fine di promuovere la creazione di più posti di lavoro». Dunque chi si oppone strenuamente alla revisione della nostra legislazione sul lavoro si colloca in una prospettiva anti-europea. Difendere lo status quo normativo significa non tener conto di cinque anni di richiami comunitari. La dimensione locale o territoriale diviene centrale nel documento di Barcellona che richiama le istituzioni e i «sistemi di contrattazione collettiva» a migliorare l'occupazione «per tutte le aree geografiche».

    Martedí 19 Marzo 2002

  5. #5
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    «La demonizzazione mina il bipolarismo»
    Speranze, preoccupazioni e amarezza nell´ultima intervista di Marco Biagi
    NON dia retta alle demonizzazioni: mai e poi mai mi farei complice di un affondo contro il contratto a tempo indeterminato. Ma, per piacere, non apra ora il capitolo dello Statuto dei Lavori: gliene parlerò, glielo prometto. Mi fa piacere parlarne, perché ci credo: è una mia scommessa. Ora, però, lasciamo che si stemperi la tensione sull´articolo 18. Tra poche ore sarò a Roma... C´è uno spiraglio.... Io ci spero...Vedrà...». Parla velocemente Marco Biagi, quel pomeriggio del 12 marzo. Parla quasi a scatti, un po´ per la concitazione con cui ha lasciato l´università (a Modena) per un vertice a Palazzo Chigi; un po´ per la trasmissione tormentata del cellulare. Ha una voce molto più giovane dell´icona, con le tempie spruzzate d´argento, che compare nelle fotografie che accompagnano ora i suoi necrologi. Un intrigante combinazione di entusiasmo e di competenza, di visioni e di interrogativi, di determinazione e di speranze assaporato per una ventina di minuti (tra lo sferragliare dei treni alla stazione di Bologna, di cui si scusa) che la galleria del Mugello inghiotte all´improvviso: mettendo fine alla prima - e ormai unica - intervista al professore bolognese. Quella che segue è la parte rimasta inedita di quel difficile colloquio con il professore. Quel pomeriggio, il Belpaese sembra un caleidoscopio impazzito: «I tecnici che sfornano ipotesi di soluzione a getto più o meno continuo, le parti sociali trasversalmente divise, l´opposizione che cavalca la protesta, il governo e la maggioranza che cercano una via d´uscita, in bilico tra tentazioni di scontro e voglia di dialogo», riporta l´editoriale della Stampa . A sparigliare tutte le mani di una partita - quella sugli aggiustamenti all´articolo 18, appunto - che ormai pareva avvitarsi su se stessa senza sbocchi che non fossero una contrapposizione frontale degna di miglior causa, era entrato a gamba tesa Silvio Berlusconi, con la promessa di nuove soluzioni. Chi, meglio di Biagi, avrebbe potuto suggerire - sul piano tecnico - il percorso per quadrare il cerchio tra obiettivi e richieste che parevano inconciliabili? Agganciarlo non è stato un problema: il docente di diritto del Lavoro dell´università di Modena era a portata di cellulare (fornito cortesemente da un´impiegata, anche ad una sconosciuta). Un problema era, semmai (come riferito nell´intervista pubblicata il 13 marzo) frenare la passione con cui difendeva i percorsi logici e gli effetti salvifici di quel primo correttivo allo Statuto vecchio di 32 anni e arginare il rammarico per le critiche rivoltegli da alcuni colleghi - prigionieri delle logiche di schieramento - quando aveva deciso di proseguire con Roberto Maroni il lavoro iniziato al ministero del Lavoro con Tiziano Treu nel `96. Un problema era contenere la sua irritazione quando gli si rilanciavano le accuse di voler - attraverso lo Statuto dei Lavori - destrutturare il contratto di lavoro a tempo indeterminato. «Io non destrutturo un bel niente, mi creda. Tutto farei salvo che mettere la mia faccia, il mio impegno, il mio avallo sotto un provvedimento che vada in quella direzione», prorompeva Biagi come punto da una tarantola: «Quelle accuse senza fondamento arrivano dalla Cgil». Inutile dirgli che l´affastellamento, attorno al contratto a tempo indeterminato, di tutta una serie di rapporti di lavoro, inseriti senza una gerarchia precisa nel Libro Bianco, aveva suscitato qualche perplessità anche tra esperti di diritto del Lavoro suoi amici come Franco Carinci, che le aveva espresse all´Università Cattolica in occasione della presentazione dell´ultimo libro di Treu su «Politiche del Lavoro». Con la dottrina, per Biagi, non c´era partita: «Il dibattito delle idee è sempre fonte di arricchimento», tagliava corto. Lo feriva il martellare della Cgil che l´aveva già accusato di complicità con il padronato. «Io non destrutturo un bel niente», insisteva: «Sergio Cofferati diffonde queste sciocchezze solo perché rifiuta l´idea del cambiamento». Che era, invece, il sale della visione che Biagi aveva maturato venendo a contatto con le esperienze europee nell´ambito dell´Associazione per lo studio delle relazioni industriali, di cui è stato presidente (dal `94) fino al primo febbraio scorso (quando l´incarico è passato a Carlo Dell´Aringa). «Cambiare tutto per allargare le inclusioni e per salvaguardare la sostanza delle coperture del lavoro a tempo indeterminato», era l´obiettivo dichiarato che la sua esperienza umana e professionale (aveva lavorato a lungo anche per il mondo delle cooperative) avrebbe, a suo giudizio, «dovuto convalidare, in modo inoppugnabile». Così non era stato. Certe critiche poco benevole nei suoi confronti, e l´accumularsi delle tensioni per interventi che erano stati studiati già nella stagione dell´Ulivo, lo hanno portato a conclusioni amare sul futuro dell´Italia. «Questo Paese ha cullato il sogno dell´alternanza e si è dato un sistema elettorale funzionale al bipolarismo che la dovrebbe realizzare, salvo dover constatare oggi che mancano le precondizioni per l´alternanza», si è lasciato sfuggire, ragionando quasi tra sé e sé: «L´alternanza è possibile quando c´è una convergenza al centro, quando gli schieramenti condividono una visione del mondo e il confronto avviene sugli strumenti e i percorsi per realizzarla. Questo ancora non c´è in Italia. Da noi, c´è invece, la demonizzazioni e la delegittimazione dell´altro». Poi, quasi pentito, di essersi lasciato andare aggiungeva in fretta: «Avremo modo di parlarne più avanti. Ora dobbiamo cercare di chiudere senza traumi questo capitolo: è possibile. La richiamo, tra un paio di settimane». Non sapeva, Marco Biagi, che quella notte a Palazzo Chigi avrebbero prevalso i falchi. Non sapeva, soprattutto, che il suo tempo era quasi scaduto.

  6. #6
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    Articolo 18: tre anni fa era la Uil a volerlo riformare

    Anche la Uil non vuol sentire parlare di riforme dell'art. 18 della Statuto dei lavoratori. Peccato che questa organizzazione, oggi così risoluta nel non voler discutere di eventuali riforme della materia dei licenziamenti individuali, sia stata fautrice poco tempo addietro di una proposta molto simile a quella avanzata dal Governo. Il 25 novembre 1999 il segretario dell'epoca, Pietro Larizza, inviò una lettera a D'Alema, allora Presidente del Consiglio, proponendo di non applicare lo Statuto dei lavoratori (con particolare riferimento al licenziamento per giusta causa) alle imprese che superassero i 15 dipendenti, soglia al di sotto della quale le imprese sono esentate dall'arcinoto art. 18. L'argomentazione usata era quella secondo cui le imprese rinunciano a crescere per evitare l'applicazione dello Statuto dei lavoratori e quindi si poteva sperimentare, soprattutto al Sud, una soluzione che consentisse di assumere nuovi dipendenti senza assumere ulteriori vincoli. Una tesi che trovò consenziente lo stesso D'Alema che la ripropose in un famoso discorso tenuto all'Università Bocconi di Milano. L'allora segretario della Uil tenne a dichiarare che non si trattava affatto di introdurre una norma generale sulla libertà di licenziamento nelle imprese che occupano più di 15 dipendenti, ma soltanto di fornire un elemento di flessibilità aggiuntiva per chi volesse investire e far crescere la propria azienda.
    L'attuale segretario della Uil, Luigi Angeletti, si è ieri espresso in termini ben diversi. L'art. 18 è tornato ad essere un tabù. Tuttavia bisognerebbe anche osservare un minimo di coerenza: com'è possibile farsi promotori di una proposta di revisione dell'art.18 e poi, tre anni dopo, dichiararsi a favore dello sciopero generale se questa stessa norma venisse in qualche modo rivista?
    La Uil così facendo assume di fatto un atteggiamento intrasigente non troppo diverso da quello della Cgil, mettendo ancora più in difficoltà la Cisl. Ma queste, si potrebbe osservare, sono questioni interne al movimento sindacale alle quali occorre guardare con rispetto. Certo, ma vuole il caso che il sindacato sia un soggetto di tale rilevanza sociale da poter bloccare progetti di riforma a lungo attesi. E di fronte ad atteggiamenti di chiusura così titolare non resta che prenderne atto e decidere il da farsi.
    In altri Paesi i sindacati sono elementi di modernizzazione. Pensiamo all'Olanda, alla Spagna, a tanti altri paesi dell'Unione Europea dove di recente sono state varate importanti riforme con il consenso dei rappresentanti dei lavoratori. Perché questo non dovrebbe essere possibile anche in Italia? Sta ora al Governo assumere un'iniziativa affinché il no dei sindacati sull'art. 18 non diventi la scusa per opporsi a tutte le riforme sul mercato del lavoro che già sono all'esame del Parlamento. Ci sono questioni ben più importanti che incombono: bisogna rendere il part-time più accessibile alle lavoratrici, occorre regolare le collaborazioni coordinate e continuative, è necessario riformare il collocamento dando ai privati maggiori spazi. Queste ed altre sono le vere priorità. Un Governo che dichiara di operare nell'arco di una legislatura non dovrebbe temere di affrontare i problemi uno alla volta.

  7. #7
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    credo che ad ignorare sei tu
    il libro bianco non parla di art.18
    biagi fa riferimento al 18: diceva che se il governo aveva il coraggio di affrontare la modifica del 18, allora poteva andare avanti anche con il resto.
    il rinfresco è servito


    Originally posted by Österreicher
    La famiglia di Biagi era giustamente addolorata, ma il rifiuto dei funerali di Stato non è voluta essere in polemica con il Governo. Lo ha fatto sapere la stessa famiglia, che infatti ha accolto i membri delle istituzioni in Chiesa, ma per ragioni di riservatezza.

    Quanto al libro bianco hai ragione, ma forse ignori cosa ha scritto Biagi e i testi sui quali stava lavorando il professore bolognese in materia di articolo 18.

    Visto che evidentemente sei ignorante in materia (nel senso che ignori i suoi scritti) è bene che ti rinfreschi un po' la visione delle cose.

    Saluti

  8. #8
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    inoltre
    i sindacati contestano il sistema delle deleghe usato in materia di riforma del mercato del lavoro e nn la trattativa
    pretendono lo stralcio delle riforme sull'art.18
    non altro
    ps
    il libro bianco è un libro di trattativa(se ne conosci il significato..è un libro che si usa in diplomazia) e non può esser strumentalizzato in tal modo
    la morte di una persona non ne rende santo il pensiero anche se il rispetto per la sua vita è massimo
    nella delega il contenuto del libro bianco è stato stravolto anzi..quasi nullo
    l'art.18 è ritenuto non indispensabile da settori di confindustria
    non ti conviene continuare su quyesta linea perchè presto arriveranno i dietro front del governo e poi come farai?


    il resto sono chiacchiere di propaganda

  9. #9
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    Originally posted by arsenico
    credo che ad ignorare sei tu
    il libro bianco non parla di art.18
    biagi fa riferimento al 18: diceva che se il governo aveva il coraggio di affrontare la modifica del 18, allora poteva andare avanti anche con il resto.
    il rinfresco è servito


    Chi ha detto che il libro bianco prevedeva la modifica dell'articolo 18. Ho solo affermato che Biagi stava lavorando anche a quello!

  10. #10
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    il problema è che potreste riformare il mercato del lavoro senza toccare il 18 ed invece cercate di usarlo a mò di ariete..
    la cosa fa riflettere e se poi le riforme da fare sono principalmente l'art.18 allora mi chiedo dove sta il riformismo di cui vi vantate e con cui riempite i muri delle città
    allora Berlusconi governi 5 anni, ma chieda anche il parere delle parti sociali

    per il contenuto del libro bianco forse ti ho scambiato, anche se i contenuti del contendere restano gli stessi e le obiezioni anche
    perchè si tende troppo a confondere i due aspetti

    Originally posted by Österreicher


    Chi ha detto che il libro bianco prevedeva la modifica dell'articolo 18. Ho solo affermato che Biagi stava lavorando anche a quello!

 

 

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