CERVELLINI SOTT’ODIO
In principio fu il Palavobis, poi a cascata: i girotondi di frikettoni e maranteghe di chachemir vestite, la crisi di nervi di un ex presidente della Camera in diretta TV, l’immonda sceneggiata del salone del libro di Parigi ed i fantomatici tre milioni del Circo Massimo.
É lecito ipotizzare una qualche relazione tra queste pagliacciate ed il tragico fatto di Bologna?
Ascoltati in diretta su Radio Radicale i vaniloqui di Zaccaria e soci (oggi disponibili in cassetta VHS) mi parvero subito una serie di spot per la guerra civile prossima ventura.
Sulle prime il disprezzo e l’arroganza che di li trasudava, non tanto verso il governo, quanto verso quei milioni di persone, ed io tra loro, che lo avevano voluto, mi diedero la profonda irritazione che danno le offese personali cui non si può rispondere a modo.
Poi la curiosità scientifica, il desiderio di comprendere quali misteriose reazioni chimiche scoccassero tra cotanti neuroni, mi spinsero osservare quei fenomeni con la freddezza dell’entomologo.
I sintomi sono quelli dell’odio totalitario: l’avversario è per definizione alieno alla specie perché non si è capaci nemmeno d’ipotizzare che ragione umana concepisca valori diversi dai proprî, né s’è abbastanza disincantati dal pensare che, se il prossimo non segue la retta via, in fondo, è peggio per lui.
Tipica è poi la fissa monomaniacale che riconduce e riduce la vita alla sola militanza politica, più o meno come le carriere di certi personaggi del generone romano che girotondavavano livorosi attorno al Palazzaccio.
Già, l’avere una burocrazia al servizio del potere non dello Stato ed una intelligencija tale per decreto di partito, questo ci regala, ma è un'altra storia.
Esemplare il disprezzo per le ragioni dell’avversario e per l’avversario stesso; chi è partecipe della verità non può mettersi sullo stesso piano dell’altro, le differenti ragioni non pesano secondo i parametri di uno schema logico esterno e neutro, semplicemente non esistono differenti ragioni.
Poi quando la realtà, ogni tanto ha la sua rivincita sul cretinismo ideologico ecco le grandi autocritiche, seguite da ondate di psicodrammi collettivi per poi giungere, il totalitario è sempre il primo della classe, alla pretesa d’insegnare ad altri la lezione appena e malamente appresa in un delirio di autoreferenzailità.
Segue l’appropriazione indebita di cadavere: arruolare le vittime nelle file dei carnefici, da manuale il film Porzus dove ci s’inventa il comunista buono che viene fucilato assieme agli Osovani.
Questo quadro patologico nella stragrande maggioranza dei casi viene somatizzato in un eterno broncio indignato, in un aspetto cupo e trasandato, nell’ascolto di nenie andine e nell’assunzione di pappette vegetariane o comunque etniche.
Tuttavia in questo colossale piagnisteo autolesionista e sostanzialmente innocuo s’è sempre levato qualcuno che ha visto l’eliminazione del nemico come dovere civico.
Quanto sopra esposto vale per ogni sorta di pensiero totalitario, tanto più per quello marxista, qui la violenza non è accidente ma sostanza della rivoluzione, questa non può trionfare in modo irreversibile finché non sarà eliminata ogni traccia ed ogni ricordo dell’ordine borghese.
Di ciò l’azione di Pol Pot fu lucida e razionale esecuzione; non bestialità asiatica come si cerca di spacciarla, ma lotta di classe secondo la ricetta del Dottor Ulianov (in arte Lenin).
La violenza dunque non come esplosione di antica rabbia, vendetta estemporanea di torti veri o presunti, non ribellione scomposta ed anarcoide, ma massacro premeditato e scientifico funzionale all’instaurarsi d’un regime eterno ed irreversibile.
Il terrore non è farneticante deviazione, ma logica conseguenza della predicazione marxista, e quando tutto questo lo si è teorizzato per decenni non basta un contrordine compagni per cancellare tutto.
E se anche funziona coi discepoli distratti ed imborghesiti, impossibile resta coi discenti, gli intellettuali, l’avanguardia dell’avanguardia rivoluzionaria.
È tra questi demiurghi della mutua, saliti in cattedra 30 anni fa pensando di cambiare il mondo prima della pensione che si annida oggi più virulento il germe dell’odio.
Se nelle università francesi si possono cercare le radici del genocidio cambogiano, nei nostri atenei, ultima ridotta del Patto di Varsavia, ne sono persuaso, si sono pianificati gli ultimi delitti che hanno insanguinato le nostre strade.
Il professor Biagi era un uomo di sinistra, organico al sistema di potere accademico organizzato dalla sinistra, ma proprio perché tale visto da qualcuno come traditore ed eretico.
E, si sa, l’eresia va estirpata, con gli infedeli si può anche convivere, anzi a volte fanno comodo, con gli eretici no, sono un tarlo interno che può sradicare dal di dentro un sistema di ottuse certezze.
Quindi Biagi come Dantona puniti prima e più duramente per dare l’esempio, per rinserrare le fila di schiere che ormai non esistono più.
Ma esiste ancora quella vena d’odio che le ha alimentate, un odio che nessuno ha reso meglio di Andric ne i suoi “Racconti di Bosnia” (nomen omen): «Quando l'odio si sofferma su qualcosa non l'abbandona più, ma vi si concentra e se ne impossessa: col tempo pur cambiare forma e significato, ma finisce per sovrastare tutto, finché non pone fine a se stesso.
L'oggetto dell'odio allora diventa di secondaria importanza, ne resta solo il nome, mentre l'odio si cristallizza, cresce autonomamente secondo leggi e necessità proprie e diventa potente, sottile e passionale, come un amore perverso; di tutto si nutre e in tutto trova nuovi stimoli, da solo ricrea i nuovi motivi per un odio ancora più profondo.
E una volta che qualcuno è travolto dall'odio profondo e accanito, prima o poi deve cadere sotto l'invisibile ma ostinato peso di quest'odio da cui non c'è scampo».




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