Due persone non sposate fra loro ma entrambe maggiorenni e di sesso diverso (il particolare è importante) decidono di fare l'amore. Perfetta eguaglianza: diversamente da quanto accadeva quarant'anni fa, nessuno stigma sociale colpisce nessuno dei due.
Circa due mesi dopo la persona di sesso femminile ha la conferma di essere rimasta incinta. E qui l'eguaglianza finisce. Anche e sopra tutto di fronte alla legge. Lei, infatti, con le leggi in vigore, ha tutta una serie di diritti, scaturiti dalla stagione femminista di trent'anni fa o sanciti dalle leggi successive. Non vuole portare a termine la gravidanza? Può ottenere un aborto "gratuito, libero e assistito", come recitava uno slogan femminista. Il parere del padre non viene chiesto: "l'utero è suo e se lo gestisce lei".
Il bambino però non è solo suo: c'è anche un padre. Ma in questa fase è come se non ci fosse. Il parere del padre non viene chiesto neanche se lei, invece, decide di arrivare fino in fondo. Quando poi il bambino è nato, la madre ha la scelta (se non è sposata) di non riconoscerlo. In questo caso, il bimbo le viene tolto, è dichiarato adottabile e assegnato a una coppia senza figli. Il padre, tanto per cambiare, non può interloquire, né farsi assegnare il bambino.
La madre, naturalmente, può anche decidere di riconoscere il figlio. E il padre? Se lei non vuole, non può riconoscerlo (deve fare causa per ottenere il riconoscimento di paternità). In compenso, la madre può argomentare che il figlio è stato concepito con il seme dell'uomo e, anche se lui non vuole saperne e magari non era affatto d'accordo con il concepimento, chiedere l'accertamento della paternità e ottenere gli alimenti. Addirittura il rifiuto da parte dell'uomo di assoggettarsi all'esame del Dna (che non è infallibile) è considerato presunzione di paternità, come se non ci fossero persone che hanno paura di farsi togliere il sangue o che per altri motivi non desiderano fare conoscenza con i propri cromosomi.
Prese punto per punto, queste norme possono anche essere giuste. L'Indignato non è a favore dell'aborto (per conto mio, è sempre meglio evitarlo, e bisognerebbe che la scelta di tenere il figlio fosse resa molto più facile dalla società) ma se una donna non può farne a meno, è giusto che sia "libero, gratuito e assistito". È anche giusto che una madre che sente di non poter allevare un figlio non sia costretta ad abortire ma possa lasciarlo. L'ingiustizia comincia quando al padre vengono attribuiti doveri che la madre non ha per nulla, o negati pari diritti: lei può rifiutare di mantenere il figlio, lui no; lei può sempre averlo, dopo che è nato, lui solo se lei è d'accordo. E ciò anche se la gravidanza non è stata affatto una decisione comune, e perfino se fosse il risultato di un inganno ("Non preoccuparti, prendo la pillola").
A quando un po' più di uguaglianza?
Dal Vostro indignato
Buonanotte.




Rispondi Citando
e soprattutto che ne pensate del Femminismo? Ciao.
