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BRIGATISTI
Per fortuna oggi nessuno li appoggia
di Massimo Fini
La bomba di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, che doveva dare inizio alla grande stagione del terrorismo, lì per lì sorprese tutti, tanto che in un primo tempo si pensò allo scoppio di una caldaia. Sembrava un fatto isolato. Invece quella bomba era stata preceduta da un attentato alla Fiera di Milano, che non aveva fatto vittime, e da duecento episodi di terrorismo minore cui nessuno aveva fatto troppo caso. Anche l'assassinio di Marco Biagi non arriva, in realtà, come un fulmine a ciel sereno. E' stato preceduto dalla bomba al Viminale e da altri episodi minori cui, ora come allora, si è data forse troppo poca importanza. Nulla quindi esclude che la barbara esecuzione di Biagi possa preludere a un'escalation.
Le analogie però si fermano qui. Rispetto agli anni Settanta il contesto è molto cambiato. Nessuno, nemmeno nei settori più contestatari, come i No Global, afferma che i terroristi sono "compagni che sbagliano". Non c'è oggi nessun intellettuale che oserebbe dire "né con lo Stato né con le Br" come fecero Sciascia e Moravia. A quei tempi il terrorismo godeva di molte simpatie, più o meno inconfessate e inconfessabili. Innanzitutto negli ambienti della sinistra extraparlamentare, che allora esisteva e oggi non c'è più. Ma anche in partiti che sedevano in Parlamento e magari al governo, come certe frange del Psi legate ad ambienti contigui alle Brigate Rosse (Morucci, Faranda, Pace, Piperno). In tutta la sinistra "radical chic" che era estremamente ammiccante verso quello che chiamava con tenerezza "il movimento", vale a dire i ragazzi che percorrevano le strade seminandovi "violenza di massa" e, in qualche caso, con la P38 in pugno. E un intellettuale come Giampiero Mughini si vantava narcisisticamente, in un suo libro, che un certo comunicato dei terroristi era stato scritto con la sua "lettera 32".
Il terrorismo era poi molto popolare nelle fabbriche e negli ambienti degradati delle periferie metropolitane. Oggi non è più così. E non perché le situazioni di sperequazione sociale siano diminuite - ché anzi la forbice fra ricchi e poveri si è allargata - ma perché l'ideologia marxista-leninista, già in grave ritardo sui tempi negli anni Settanta senza che i suoi corifei se ne fossero accorti, ha fatto definitivamente naufragio e non è più uno strumento spendibile, perlomeno a livello di massa, e anche la retorica della Resistenza, che pure "nobilitava" in qualche modo il terrorismo, è molto sbiadita. Né si vede in giro alcun Sessantotto, perché ci vuole davvero un bello sforzo di immaginazione per scambiare i "girotondi", dove degli ultracinquantenni si riuniscono non per "abbattere il sistema", come gridavano i sessantottini, ma per chiedere più legalità, per fenomeni potenzialmente eversivi.
I terroristi, siano trenta o cento, si muovono quindi in un habitat assai ristretto. E si può quindi ragionevolmente sperare che debellarli sia, questa volta, solo una questione di polizia.




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