Le edizioni di Ar hanno ristampato LA DISINTEGRAZIONE DEL SISTEMA di Franco Giorgio Freda.
Questa nuova edizione è completata da una preziosa antologia di articoli – fino ad ora pressoché introvabili – che lo stesso Autore pubblicò a partire dal 1962 e, a guisa di corollario, da tre scritti di Giovanni Damiano, Piero Di Vona e Francesco Ingravalle.
DISINTEGRAZIONE si colloca in un preciso contesto storico e gravita attorno alle tesi prefigurate da Julius Evola in uno dei suoi libri più discussi e problematici, CAVALCARE LA TIGRE, che fu pubblicato da Scheiwiller nell’ormai lontano 1961.
Il contesto storico è quello degli anni ’60, nel corso dei quali, si manifestarono una molteplicità di “segni” di una crisi seguita al cosiddetto “miracolo economico”; segni che furono interpretati, in nome di contrapposti orizzonti di valori, tanto dalla sinistra, così come dai settori più radicali della destra, come la conferma di un imminente crollo del sistema economico-sociale uscito dalla ricostruzione post-bellica.
In breve, si tratta degli anni in cui molteplici forze politico-culturali, soprattutto giovanili, ipotizzarono e ritennero verosimile una DISINTEGRAZIONE del sistema borghese ed il suo oltrepassamento.
Com’è noto, queste istanze, trovarono una delle principali espressioni nel fenomeno della Contestazione, che in Italia prese le mosse intorno al biennio 1967-68.
La “Contestazione” può essere interpretata come una sorta di cartina di tornasole della vocazione che stava alla radice delle varie anime del monco che all’epoca si definiva o veniva definito con l’aggettivo di “neo-fascista” o, in un senso ancor più generico, di “destra”.
Non essendo questo il luogo per ripercorrere le letture che da destra vennero elaborate circa il fenomeno della Contestazione, basterà ricordare che prevalse la tesi di una esplicita “contestazione della contestazione”,soprattutto, in considerazione del fatto che il “Movimento” ben presto si piegò verso le istanze più proprie delle varie sinistre, costituendo un oggettivo ed ennesimo capitolo di un processo storico in atto, all’epoca definito senz’altro come sovversivo.
Il che non deve far dimenticare che alle origini i gruppi giovanili della destra, soprattutto universitaria, tentarono essi stessi di porsi in vari atenei alla guida del Movimento o arrivando ad una sorta di collaborazione e coabitazione con gli elementi non politicizzati della protesta e, talvolta, con quelli più esplicitamente schierati su posizioni di sinistra, come nel caso degli scontri che a Valle Giulia a Roma contrapposero le varie organizzazioni studentesche alle Forze della Polizia.
Nel corso degli anni ’60 c’era una Destra che stava, più o meno camuffata, all’interno degli stessi partiti al governo, nelle pieghe del sistema, e c’era un’altra Destra, quella “Neo-fascista”,appunto, la quale,postasi o spinta al di fuori da quello che verrà chiamato “Arco Costituzionale”, legittimerà infine se stessa in nome della cosiddetta “Alternativa al Sistema”.
Ora, dal punto di vista di questa destra, che la propaganda avversaria prese subito a definire “eversiva”, il Sistema era una moneta le cui due facce erano costituite da una parte dalle ideologie liberal-capitalistiche e da quelle social-comuniste dall’altra.
E’ a questo punto che sorgeva il seguente ed urgente problema: quale dei due fronti doveva considerarsi come il nemico principale?
Questa domanda divenne ineludibile proprio di fronte all’emergere del fenomeno della Contestazione.
La tesi di Evola, riproposta nell’antologia intitolata IDEE PER UNA DESTRA, pur ribadendo la radicale alterità strategica rispetto a quei due fronti solo apparentemente contrapposti, doveva però riconoscere la maggior pericolosità della sovversione comunista, se non altro dal punto di vista contingente, tattico, addirittura “fisico”.
Tale indicazione fu condivisa anche da Adriano Romualdi e dalla parte prevalente del variegato mondo del Radicalismo di Destra, tranne qualche eccezione.
La principale di esse, che sul piano politico trovò in “Lotta di Popolo” il principale gruppo di riferimento, fu,appunto, quella di Franco Freda, sulla scia del movimento “Jeune Europe” creato agli inizi degli anni ’60 dal belga Jean Thiriart.
Di fronte all’urgenza di una disintegrazione del sistema borghese, dal punto di vista di Freda non aveva più nemmeno senso contrapporre gli oppositori di Destra agli oppositori di Sinistra alla luce della dicotomia fascismo/antifascismo, in aperta controtendenza rispetto all’opinione universalmente condivisa.
Negli scritti che precedono DISINTEGRAZIONE è presente un po’ tutto l’alfabeto che compone la cultura politica neo-fascista, a cominciare proprio dalla separazione tra ciò che costituisce l’aspetto Fenomenico del fascismo storicamente inceratosi e l’aspetto essenziale, profondo, metastorico.
L’inventario di quell’alfabeto comprende poi una decisa presa di distanza da certa retorica NAZIONALISTA e PATRIOTTARDA, in nome di un riferimento ad un’Idea superiore; la repulsione verso tutto ciò che è ETHOS e PATHOS borghese; il richiamo all’universo assiologico classico e tradizionale, in nome di una concezione Aristocratica dell’Uomo, della Vita, della Civiltà; il riferimento ai principi di Ordine, Gerarchia, Onore, Fedeltà, Tradizione, Eredità e Retaggio, Identità, in reazione a quelli di egualitarismo, spirito mercantile borghese e “proletarismo”, razionalismo.
E, ancora, la definizione di una “concezione del mondo” di contro a qualsiasi intellettualismo, il rifiuto dell’individualismo in nome di una concezione Organica propria ad ogni “Vera” Idea di Stato così come concepito da Platone in avanti.
Soprattutto, Freda ha insistito sul concetto di “forma” – anche in riferimento all’Idea di “razza” dello spirito – quale principio capace di armonizzare la molteplicità delle parti in un tutto di perfezioni, sottraendole al precipitare verso l’indistinto, il caotico, l’annichilimento.
Tutto ciò ed altro compone il mosaico del Radicalismo di Destra, ipotizzato negli scritti di Franco Freda.
Si potrà anche non essere d’accordo con ciascuna delle sue tesi, considerarle utopistiche, impolitiche, frutto di geniale fantasia, ma si dovrà convenire che ci troviamo di fronte ad un pensiero che espresse, in quei primi tentativi di approfondimento di fronte alla “crisi” del Sistema, da più parti ammessa, un’indubbia robustezza e coerenza.
Non è un caso che il Sistema di cui si predicò la distruzione indicò in Freda un suo nemico ancor più temibile rispetto alle decine, anzi centinaia, di brigatisti e terroristi autentici, come le cronache giudiziarie degli ultimi 30 anni, animate dai “Custodi” dell’ordine democratico, hanno abbondantemente confermato.
Soprattutto, ciò che a Freda non è stato perdonato è l’aver precisato un punto di vista non “politicamente corretto” circa la “questione ebraica”, a partire dall’organizzazione d’iniziative filo-palestinesi nella Padova degli anni ’60, di cui rimane testimonianza nell’opuscolo IL NEMICO DELL’UOMO.
Senz’alcun dubbio, DISINTEGRAZIONE costituisce uno degli scritti più significativi e provocatori tra quelli circolati nell’ambito della cosiddetta destra neo-fascista o radicale negli anni intorno ed immediatamente seguenti le origini della Contestazione.
Si trattava di cercare una proposta operativa capace di tradurre una certa indicazione contenuta in CAVALCARE LA TIGRE circa l’atteggiamento da tenere da parte dell’uomo DIFFERENZIATO – in seguito ridefinito nella figura di ascendenza jungeriana del “Soldato Politico” – nel dominio politico-sociale, operando maieuticamente, ossia socraticamente, al fine di accelerare il destino di disfacimento di un mondo, utilizzando a tal scopo l’azione delle stesse forze della sovversione in una formula di collaborazione tattica, in vista del ritorno rivoluzionario alle origini.
Si trattava di una proposta, come annota nel suo saggio Francesco Ingravalle, che non poteva essere accolta da quei settori della destra, non solo extraparlamentare, che riteneva più plausibile “rettificare la sovversione borghese tonificandone gli elementi In Ordine”.
Il testo, scritto con innegabile stile, è qualitativamente di molto superiore a quanto mediamente caratterizzava la letteratura politica dell’estrema destra dell’epoca, appartiene alla fase utopica e sostanzialmente impolitica di questo medesimo ambiente,così come si espresse proprio all’indomani del ’68, fino alla nascita della Nuova Destra che riuscì ad aprire inediti orizzonti.
Il Sistema, del quale Freda predicava ed intendeva perseguire la DISINTEGRAZIONE era il Sistema borghese, fondato sui due pilastri solo apparentemente contrastanti dei partiti della sinistra da una parte e su quelli della destra dall’altra.
Si trattava di un progetto certamente ambizioso, che Freda non esitò a divulgarlo in forma di percorribile progetto operativo, ma che negli stessi ambienti in cui riuscì a circolare destò ben pochi consensi e, semmai, rimediò invece qualche sarcasmo.
Nella misura in cui quel progetto, in nome della creazione di un solo Fronte Unico Anti-Capitalistico, veniva avanzata nei confronti della sinistra rivoluzionaria – oggi si direbbe Antagonista – un’esplicita richiesta di alleanza tattica al fine di disintegrare, appunto, il Sistema quale nemico comune, si segnalava un primo motivo di originalità rispetto alle tesi che furono dello stesso Evola, per il quale, del Sistema facevano parte anche quelle forze sovversive alle quali ora Freda si rivolgeva per stabilire ciò che abbiamo definito un’alleanza tattica.
Ciò significava che tra liberal-capitalismo e social-comunismo, secondo l’Autore di DISINTEGRAZIONE, il nemico principale era da considerare il primo dei due, il che costituiva una tesi pressoché solitaria nell’ambito della stessa Destra Radicale.
Infatti, a parte la questione della pregiudiziale antifascista, che non veniva minimamente presa in considerazione, c’era un’altra questione da tenere in considerazione, ossia quella della Proprietà, o del diritto alla Proprietà – per dirla con Ezra Pound – che nessun ideologia ascrivibile all’universo della Destra ha mai inteso negare, impegnandosi, semmai, di metterla in discussione circa la sua eventuale destinazione e funzione.
La soppressione della Proprietà Privata dei mezzi di produzione, rappresenta invece un passaggio essenziale del progetto strategico volto alla creazione del “Vero Stato”, ossia dello “Stato secondo Giustizia”, secondo le direttive di quel Platonismo al quale Freda è rimasto ininterrottamente fedele.
Ed era proprio questo platonismo a carattere comunistico-aristocratico, che mai avrebbe potuto essere confuso con gli obiettivi di una sinistra anarcoide e collettivistica, che faceva ritenere a Freda pressoché impossibile una compromissione a livello di principi una volta stabilita un’unità d’intenti sul piano tattico.
Non deve meravigliare il fatto che nell’ambito della Sinistra Rivoluzionaria, l’appello di Freda non trovò nessun riscontro, e interpretata alla stegua di un aspetto della STRATEGIA tipica dell’agire dell’Eversione Nera, nonché portatrice delle tesi del tradizionale anticapitalismo romantico, funzionale non al superamento progressista dell’esistente, ma alla conservazione di esso e, quindi, costituendo null’altro che una PROVOCAZIONE allo scopo di celare misticismo, razzismo, azione per l’azione, mancanza di senso storico.
La superiorità – derivante dal riferimento all’originario e non ad un qualche pensiero originale – e l’ulteriorità del discorso e della prospettiva a cui faceva riferimento Freda, rispetto ai tentativi di denigrare il sistema borghese perseguita da sinistra, dopo 30 anni risultano evidenti ed acquisiti una volta per tutte.
Sarebbe interessante ed istruttivo intraprendere un confronto tra le vite parallele di un Toni Negri o di altri apologeti della Rivoluzione Proletaria e di Franco Freda, prescindendo da una valutazione circa l’accanimento giudiziario perseguito dal Sistema nei loro confronti; ne emergerebbe l’insufficienza dell’analisi sociologica e filosofica elaborata dalla sinistra più o meno marxiana.
Questo perché il sistema borghese non si DISINTEGRA meccanicamente modificando la struttura economico-produttiva della società, come pretendeva e presumeva il Marxismo, specie quello proposto dalla Scuola di Francoforte di Marcuse, Horckeimer e Adorno, al quale fece riferimento la Contestazione di Sinistra.
Si trattava di spingere ben oltre l’indagine.
Ora tutti abbiamo capito che il sistema borghese, com’è stato dimostrato da un’ampia letteratura, è soprattutto e prima di tutto un sistema di vita,un’etica, un certo ordine di principi e di valori; in una parola, una concezione del mondo.
Molto probabilmente, la radicalità delle analisi svolte da Freda e,quindi,la loro pericolosità – e fu infatti apostrofato come pericoloso dal Pubblico Ministero della Corte d’Assisi di Verona al processo contro il Fronte Nazionale – possono almeno in parte spiegare il motivo per il quale, mentre nei confronti di molti ex-terroristi di sinistra, anche se omicidi confessi, il sistema che essi dicevano di voler distruggere, manifesta grande indulgenza ed umana comprensione, nulla di lontanamente simile si è verificato, invece, nei confronti dell’Autore di DISINTEGRAZIONE, sempre meritevole, come le cronache recenti hanno confermato di una nuova punizione Short,Sharp,Shock(Corta,Dura e traumatizzante).
Abbiamo già accennato al fatto che in maniera assai esplicita Evola ed Adriano Romualdi presero le debite distanze dal paradigma che stava alla base di DISINTEGRAZIONE.
Il primo, in vari luoghi ed in maniera definitiva nell’articolo L’INFATUAZIONE MAOISTA, del 1968; il secondo, nell’articolo CONTESTAZIONE CONTROLUCE, pubblicato nel 1970, nel quale, più in particolare, il fenomeno del nazi-maoismo, che aveva in parte surrogato all’incapacità della Destra ufficiale di capire che cosa si stava agitando nelle aspirazioni delle giovani generazioni, veniva tuttavia interpretato come responsabile di aver alimentato una confusione ideologica della quale solo il Comunismo finì per avvantaggiarsene.
Ciò attestava un minimo di vitalità intellettuale di un mondo umano e politico che oggi possiamo considerare estinto alla maniera dei fiumi carsici.
Si può, anzi, si deve porre a noi stessi la domanda circa la natura del potenziale uditorio al quale le idee di Freda oggi andrebbero rivolte in attesa di una qualche udienza, essendo svanito – più che essendo stato rimosso in un qualche cielo latente – quel mondo umano, quel certo ambiente, che, nonostante i suoi molto limiti, ancora esisteva e resisteva negli anni ’60 e ’70.
La storia della Destra Radicale è in buona parte vissuta nella dialettica destra/sinistra, ossia tra coloro che hanno considerato – per dirla con Alain De Benoist – quale proprio NEMICO PRINCIPALE le ideologie della destra liberale e conservatrice rispetto a quanti, invece, quel Nemico hanno indicato nelle ideologie progressiste, laiciste, libertarie e giacobine della sinistra.
Quella storia oggi ha conosciuto una inconciliabile contraddizione nel momento in cui in occasione delle recenti elezioni politiche alcuni segmenti di questa destra comunque antagonista hanno operato scelte di campo da una parte e dall’altra, complice il definitivo funzionamento di un sistema politico maggioritario.
Questa contraddittoria scelta di campo ha prodotto all’interno dell’universo della Destra Radicale una frattura difficilmente ricomponibile, quanto meno nel breve e medio periodo, a meno che non si imponga un comune NEMICO tale da ricompattare un’Area destinata, questa sì, alla Disintegrazione e il cui ruolo non potrà che limitarsi all’orizzonte culturale.
Del resto, anche dal punto di vista meramente quantitativo, oggi non esiste più un significativo ambiente umano, culturale e politico capace ancora di entusiasmarsi così come negli anni ’70 era normale di fronte agli scritti di un Brasillach, di un Céline o di Drieu La Rochelle; di appassionarsi – invero, anche con qualche evidente dose d’ingenuità – per polemiche filosofiche come quelle che contrapposero in quella landa desolata della cultura di Destra, come la definì Adriano Romualdi, i sostenitori del pensiero genitiliano a quelli di orientamento cattolico ed entrambi al tradizionalismo PAGANO di Julius Evola.
Ecco perché molte pagine scritte da Freda più di 30 anni fa, che sono musica per le orecchie di coloro che appartengono alla vecchia generazione, per le generazioni più giovani alle quali è stato passato l’ideale testimone, risulteranno datate e – potenza del sempre verde storicismo – non più al passo coi tempi.
Ma, forse, questo significherà agli occhi dell’Autore di quelle pagine, tesserne il migliore degli elogi!
Quasi tutti coloro che a vent’anni lavorarono per la distruzione del Sistema e l’affermazione di una qualche Utopia alternativa, ora in qualche sua piega sopravvivono perfettamente integrati ed omogenei, tranne qualche sporadico loro sussulto di vitalità.
Avrebbe detto Nietzsche che NELLA VITA SI DIVENTA SEMPRE CIO’ CHE SI E’.
Nessuna questione di moralismo entra qui in gioco, ma solo il criterio della constatazione.
Il borghese come Tipo Umano, nel senso attribuito alla parola da Ernst Junger, ha vinto, predomina ovunque e ad esso aspirano i ceti emarginati e subalterni.
Comunque sia, oggi che il Sistema è più saldo che mai, sostenuto dalle coscienze dei più, sperare che le pagine di Freda siano in grado di evocare dal nostro intimo un moto, non dico di ribellione, ma d’istintivo sussulto; di far capire quanto meno la differenza che corre tra un Buon Governo e un Governo Buono; di provocare il lamento di un’estetica diversa, uno stato d’animo, ossia un modo di vedere e patire le cose secondo lo spirito della FORMA, valeva la pena questa riproposizione di DISINTEGRAZIONE.
Ad un’analoga esigenza si riferiva forse Céline quando confessò SE DI NOI SARA’ RICORDATA SOLTANTO LA PAROLA MERDA, SARA’ GIA’ UNA GRAN COSA.
La grande utopia di Freda si è dissolta o solo eclissata?
La prospettiva di una LUNGA MARCIA attraverso la realizzazione di una forma di Comunismo quale premessa per la diversa destinazione di energie spirituali latenti nell’uomo, liberandole, perciò, dal pericolo di essere risucchiate e stritolate dall’ingranaggio, può rappresentare nel medio o lungo periodo un mito capace di mobilitare la storia?
Si dovrebbe rispondere negativamente, ma non è mai saggio porre dei limiti alla divina Provvidenza o, se si preferisce, a quella Astuzia della Ragione di hegeliana memoria.
Nonostante tutto, ciò che veramente conta è scoprire se esistono ancora uomini capaci di sottrarsi alle lusinghe del Sistema e vivere di conseguenza.
Solo in questo modo, al di là delle Idee contenute, sulle quali tante riserve si possono avanzare, varrà ancora la pena confrontarsi con DISINTEGRAZIONE a prescindere da interessi meramente intellettualistici, quasi si trattasse di un piacevole DIVERTISSMENT reclamato da coloro che, alle soglie dei cinquant’anni, vanno alla ricerca di un nostalgico tuffo nel proprio passato di aspiranti rivoluzionari.
Alla fine, vale ancora la regola già indicata da Evola in CAVALCARE LA TIGRE, secondo la quale CIO’ SU CUI NON POSSO NULLA, NULLA POSSA SU DI ME.
Se nulla sarà possibile circa il Destino del Sistema(e non è detto), quanto meno, il compito è di non crollare interiormente, di non assistere impotenti alla Disintegrazione del Nostro Io, radice Metafisica dell’Uomo Integrale.
di GIOVANNI PEREZ




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