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    Dalla parte del torto!
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    Predefinito Disintegrazione del Sistema

    Le edizioni di Ar hanno ristampato LA DISINTEGRAZIONE DEL SISTEMA di Franco Giorgio Freda.
    Questa nuova edizione è completata da una preziosa antologia di articoli – fino ad ora pressoché introvabili – che lo stesso Autore pubblicò a partire dal 1962 e, a guisa di corollario, da tre scritti di Giovanni Damiano, Piero Di Vona e Francesco Ingravalle.
    DISINTEGRAZIONE si colloca in un preciso contesto storico e gravita attorno alle tesi prefigurate da Julius Evola in uno dei suoi libri più discussi e problematici, CAVALCARE LA TIGRE, che fu pubblicato da Scheiwiller nell’ormai lontano 1961.
    Il contesto storico è quello degli anni ’60, nel corso dei quali, si manifestarono una molteplicità di “segni” di una crisi seguita al cosiddetto “miracolo economico”; segni che furono interpretati, in nome di contrapposti orizzonti di valori, tanto dalla sinistra, così come dai settori più radicali della destra, come la conferma di un imminente crollo del sistema economico-sociale uscito dalla ricostruzione post-bellica.
    In breve, si tratta degli anni in cui molteplici forze politico-culturali, soprattutto giovanili, ipotizzarono e ritennero verosimile una DISINTEGRAZIONE del sistema borghese ed il suo oltrepassamento.
    Com’è noto, queste istanze, trovarono una delle principali espressioni nel fenomeno della Contestazione, che in Italia prese le mosse intorno al biennio 1967-68.
    La “Contestazione” può essere interpretata come una sorta di cartina di tornasole della vocazione che stava alla radice delle varie anime del monco che all’epoca si definiva o veniva definito con l’aggettivo di “neo-fascista” o, in un senso ancor più generico, di “destra”.
    Non essendo questo il luogo per ripercorrere le letture che da destra vennero elaborate circa il fenomeno della Contestazione, basterà ricordare che prevalse la tesi di una esplicita “contestazione della contestazione”,soprattutto, in considerazione del fatto che il “Movimento” ben presto si piegò verso le istanze più proprie delle varie sinistre, costituendo un oggettivo ed ennesimo capitolo di un processo storico in atto, all’epoca definito senz’altro come sovversivo.
    Il che non deve far dimenticare che alle origini i gruppi giovanili della destra, soprattutto universitaria, tentarono essi stessi di porsi in vari atenei alla guida del Movimento o arrivando ad una sorta di collaborazione e coabitazione con gli elementi non politicizzati della protesta e, talvolta, con quelli più esplicitamente schierati su posizioni di sinistra, come nel caso degli scontri che a Valle Giulia a Roma contrapposero le varie organizzazioni studentesche alle Forze della Polizia.
    Nel corso degli anni ’60 c’era una Destra che stava, più o meno camuffata, all’interno degli stessi partiti al governo, nelle pieghe del sistema, e c’era un’altra Destra, quella “Neo-fascista”,appunto, la quale,postasi o spinta al di fuori da quello che verrà chiamato “Arco Costituzionale”, legittimerà infine se stessa in nome della cosiddetta “Alternativa al Sistema”.
    Ora, dal punto di vista di questa destra, che la propaganda avversaria prese subito a definire “eversiva”, il Sistema era una moneta le cui due facce erano costituite da una parte dalle ideologie liberal-capitalistiche e da quelle social-comuniste dall’altra.
    E’ a questo punto che sorgeva il seguente ed urgente problema: quale dei due fronti doveva considerarsi come il nemico principale?
    Questa domanda divenne ineludibile proprio di fronte all’emergere del fenomeno della Contestazione.
    La tesi di Evola, riproposta nell’antologia intitolata IDEE PER UNA DESTRA, pur ribadendo la radicale alterità strategica rispetto a quei due fronti solo apparentemente contrapposti, doveva però riconoscere la maggior pericolosità della sovversione comunista, se non altro dal punto di vista contingente, tattico, addirittura “fisico”.
    Tale indicazione fu condivisa anche da Adriano Romualdi e dalla parte prevalente del variegato mondo del Radicalismo di Destra, tranne qualche eccezione.
    La principale di esse, che sul piano politico trovò in “Lotta di Popolo” il principale gruppo di riferimento, fu,appunto, quella di Franco Freda, sulla scia del movimento “Jeune Europe” creato agli inizi degli anni ’60 dal belga Jean Thiriart.
    Di fronte all’urgenza di una disintegrazione del sistema borghese, dal punto di vista di Freda non aveva più nemmeno senso contrapporre gli oppositori di Destra agli oppositori di Sinistra alla luce della dicotomia fascismo/antifascismo, in aperta controtendenza rispetto all’opinione universalmente condivisa.
    Negli scritti che precedono DISINTEGRAZIONE è presente un po’ tutto l’alfabeto che compone la cultura politica neo-fascista, a cominciare proprio dalla separazione tra ciò che costituisce l’aspetto Fenomenico del fascismo storicamente inceratosi e l’aspetto essenziale, profondo, metastorico.
    L’inventario di quell’alfabeto comprende poi una decisa presa di distanza da certa retorica NAZIONALISTA e PATRIOTTARDA, in nome di un riferimento ad un’Idea superiore; la repulsione verso tutto ciò che è ETHOS e PATHOS borghese; il richiamo all’universo assiologico classico e tradizionale, in nome di una concezione Aristocratica dell’Uomo, della Vita, della Civiltà; il riferimento ai principi di Ordine, Gerarchia, Onore, Fedeltà, Tradizione, Eredità e Retaggio, Identità, in reazione a quelli di egualitarismo, spirito mercantile borghese e “proletarismo”, razionalismo.
    E, ancora, la definizione di una “concezione del mondo” di contro a qualsiasi intellettualismo, il rifiuto dell’individualismo in nome di una concezione Organica propria ad ogni “Vera” Idea di Stato così come concepito da Platone in avanti.
    Soprattutto, Freda ha insistito sul concetto di “forma” – anche in riferimento all’Idea di “razza” dello spirito – quale principio capace di armonizzare la molteplicità delle parti in un tutto di perfezioni, sottraendole al precipitare verso l’indistinto, il caotico, l’annichilimento.
    Tutto ciò ed altro compone il mosaico del Radicalismo di Destra, ipotizzato negli scritti di Franco Freda.
    Si potrà anche non essere d’accordo con ciascuna delle sue tesi, considerarle utopistiche, impolitiche, frutto di geniale fantasia, ma si dovrà convenire che ci troviamo di fronte ad un pensiero che espresse, in quei primi tentativi di approfondimento di fronte alla “crisi” del Sistema, da più parti ammessa, un’indubbia robustezza e coerenza.
    Non è un caso che il Sistema di cui si predicò la distruzione indicò in Freda un suo nemico ancor più temibile rispetto alle decine, anzi centinaia, di brigatisti e terroristi autentici, come le cronache giudiziarie degli ultimi 30 anni, animate dai “Custodi” dell’ordine democratico, hanno abbondantemente confermato.
    Soprattutto, ciò che a Freda non è stato perdonato è l’aver precisato un punto di vista non “politicamente corretto” circa la “questione ebraica”, a partire dall’organizzazione d’iniziative filo-palestinesi nella Padova degli anni ’60, di cui rimane testimonianza nell’opuscolo IL NEMICO DELL’UOMO.
    Senz’alcun dubbio, DISINTEGRAZIONE costituisce uno degli scritti più significativi e provocatori tra quelli circolati nell’ambito della cosiddetta destra neo-fascista o radicale negli anni intorno ed immediatamente seguenti le origini della Contestazione.
    Si trattava di cercare una proposta operativa capace di tradurre una certa indicazione contenuta in CAVALCARE LA TIGRE circa l’atteggiamento da tenere da parte dell’uomo DIFFERENZIATO – in seguito ridefinito nella figura di ascendenza jungeriana del “Soldato Politico” – nel dominio politico-sociale, operando maieuticamente, ossia socraticamente, al fine di accelerare il destino di disfacimento di un mondo, utilizzando a tal scopo l’azione delle stesse forze della sovversione in una formula di collaborazione tattica, in vista del ritorno rivoluzionario alle origini.
    Si trattava di una proposta, come annota nel suo saggio Francesco Ingravalle, che non poteva essere accolta da quei settori della destra, non solo extraparlamentare, che riteneva più plausibile “rettificare la sovversione borghese tonificandone gli elementi In Ordine”.
    Il testo, scritto con innegabile stile, è qualitativamente di molto superiore a quanto mediamente caratterizzava la letteratura politica dell’estrema destra dell’epoca, appartiene alla fase utopica e sostanzialmente impolitica di questo medesimo ambiente,così come si espresse proprio all’indomani del ’68, fino alla nascita della Nuova Destra che riuscì ad aprire inediti orizzonti.
    Il Sistema, del quale Freda predicava ed intendeva perseguire la DISINTEGRAZIONE era il Sistema borghese, fondato sui due pilastri solo apparentemente contrastanti dei partiti della sinistra da una parte e su quelli della destra dall’altra.
    Si trattava di un progetto certamente ambizioso, che Freda non esitò a divulgarlo in forma di percorribile progetto operativo, ma che negli stessi ambienti in cui riuscì a circolare destò ben pochi consensi e, semmai, rimediò invece qualche sarcasmo.
    Nella misura in cui quel progetto, in nome della creazione di un solo Fronte Unico Anti-Capitalistico, veniva avanzata nei confronti della sinistra rivoluzionaria – oggi si direbbe Antagonista – un’esplicita richiesta di alleanza tattica al fine di disintegrare, appunto, il Sistema quale nemico comune, si segnalava un primo motivo di originalità rispetto alle tesi che furono dello stesso Evola, per il quale, del Sistema facevano parte anche quelle forze sovversive alle quali ora Freda si rivolgeva per stabilire ciò che abbiamo definito un’alleanza tattica.
    Ciò significava che tra liberal-capitalismo e social-comunismo, secondo l’Autore di DISINTEGRAZIONE, il nemico principale era da considerare il primo dei due, il che costituiva una tesi pressoché solitaria nell’ambito della stessa Destra Radicale.
    Infatti, a parte la questione della pregiudiziale antifascista, che non veniva minimamente presa in considerazione, c’era un’altra questione da tenere in considerazione, ossia quella della Proprietà, o del diritto alla Proprietà – per dirla con Ezra Pound – che nessun ideologia ascrivibile all’universo della Destra ha mai inteso negare, impegnandosi, semmai, di metterla in discussione circa la sua eventuale destinazione e funzione.
    La soppressione della Proprietà Privata dei mezzi di produzione, rappresenta invece un passaggio essenziale del progetto strategico volto alla creazione del “Vero Stato”, ossia dello “Stato secondo Giustizia”, secondo le direttive di quel Platonismo al quale Freda è rimasto ininterrottamente fedele.
    Ed era proprio questo platonismo a carattere comunistico-aristocratico, che mai avrebbe potuto essere confuso con gli obiettivi di una sinistra anarcoide e collettivistica, che faceva ritenere a Freda pressoché impossibile una compromissione a livello di principi una volta stabilita un’unità d’intenti sul piano tattico.
    Non deve meravigliare il fatto che nell’ambito della Sinistra Rivoluzionaria, l’appello di Freda non trovò nessun riscontro, e interpretata alla stegua di un aspetto della STRATEGIA tipica dell’agire dell’Eversione Nera, nonché portatrice delle tesi del tradizionale anticapitalismo romantico, funzionale non al superamento progressista dell’esistente, ma alla conservazione di esso e, quindi, costituendo null’altro che una PROVOCAZIONE allo scopo di celare misticismo, razzismo, azione per l’azione, mancanza di senso storico.
    La superiorità – derivante dal riferimento all’originario e non ad un qualche pensiero originale – e l’ulteriorità del discorso e della prospettiva a cui faceva riferimento Freda, rispetto ai tentativi di denigrare il sistema borghese perseguita da sinistra, dopo 30 anni risultano evidenti ed acquisiti una volta per tutte.
    Sarebbe interessante ed istruttivo intraprendere un confronto tra le vite parallele di un Toni Negri o di altri apologeti della Rivoluzione Proletaria e di Franco Freda, prescindendo da una valutazione circa l’accanimento giudiziario perseguito dal Sistema nei loro confronti; ne emergerebbe l’insufficienza dell’analisi sociologica e filosofica elaborata dalla sinistra più o meno marxiana.
    Questo perché il sistema borghese non si DISINTEGRA meccanicamente modificando la struttura economico-produttiva della società, come pretendeva e presumeva il Marxismo, specie quello proposto dalla Scuola di Francoforte di Marcuse, Horckeimer e Adorno, al quale fece riferimento la Contestazione di Sinistra.
    Si trattava di spingere ben oltre l’indagine.
    Ora tutti abbiamo capito che il sistema borghese, com’è stato dimostrato da un’ampia letteratura, è soprattutto e prima di tutto un sistema di vita,un’etica, un certo ordine di principi e di valori; in una parola, una concezione del mondo.
    Molto probabilmente, la radicalità delle analisi svolte da Freda e,quindi,la loro pericolosità – e fu infatti apostrofato come pericoloso dal Pubblico Ministero della Corte d’Assisi di Verona al processo contro il Fronte Nazionale – possono almeno in parte spiegare il motivo per il quale, mentre nei confronti di molti ex-terroristi di sinistra, anche se omicidi confessi, il sistema che essi dicevano di voler distruggere, manifesta grande indulgenza ed umana comprensione, nulla di lontanamente simile si è verificato, invece, nei confronti dell’Autore di DISINTEGRAZIONE, sempre meritevole, come le cronache recenti hanno confermato di una nuova punizione Short,Sharp,Shock(Corta,Dura e traumatizzante).
    Abbiamo già accennato al fatto che in maniera assai esplicita Evola ed Adriano Romualdi presero le debite distanze dal paradigma che stava alla base di DISINTEGRAZIONE.
    Il primo, in vari luoghi ed in maniera definitiva nell’articolo L’INFATUAZIONE MAOISTA, del 1968; il secondo, nell’articolo CONTESTAZIONE CONTROLUCE, pubblicato nel 1970, nel quale, più in particolare, il fenomeno del nazi-maoismo, che aveva in parte surrogato all’incapacità della Destra ufficiale di capire che cosa si stava agitando nelle aspirazioni delle giovani generazioni, veniva tuttavia interpretato come responsabile di aver alimentato una confusione ideologica della quale solo il Comunismo finì per avvantaggiarsene.
    Ciò attestava un minimo di vitalità intellettuale di un mondo umano e politico che oggi possiamo considerare estinto alla maniera dei fiumi carsici.
    Si può, anzi, si deve porre a noi stessi la domanda circa la natura del potenziale uditorio al quale le idee di Freda oggi andrebbero rivolte in attesa di una qualche udienza, essendo svanito – più che essendo stato rimosso in un qualche cielo latente – quel mondo umano, quel certo ambiente, che, nonostante i suoi molto limiti, ancora esisteva e resisteva negli anni ’60 e ’70.
    La storia della Destra Radicale è in buona parte vissuta nella dialettica destra/sinistra, ossia tra coloro che hanno considerato – per dirla con Alain De Benoist – quale proprio NEMICO PRINCIPALE le ideologie della destra liberale e conservatrice rispetto a quanti, invece, quel Nemico hanno indicato nelle ideologie progressiste, laiciste, libertarie e giacobine della sinistra.
    Quella storia oggi ha conosciuto una inconciliabile contraddizione nel momento in cui in occasione delle recenti elezioni politiche alcuni segmenti di questa destra comunque antagonista hanno operato scelte di campo da una parte e dall’altra, complice il definitivo funzionamento di un sistema politico maggioritario.
    Questa contraddittoria scelta di campo ha prodotto all’interno dell’universo della Destra Radicale una frattura difficilmente ricomponibile, quanto meno nel breve e medio periodo, a meno che non si imponga un comune NEMICO tale da ricompattare un’Area destinata, questa sì, alla Disintegrazione e il cui ruolo non potrà che limitarsi all’orizzonte culturale.
    Del resto, anche dal punto di vista meramente quantitativo, oggi non esiste più un significativo ambiente umano, culturale e politico capace ancora di entusiasmarsi così come negli anni ’70 era normale di fronte agli scritti di un Brasillach, di un Céline o di Drieu La Rochelle; di appassionarsi – invero, anche con qualche evidente dose d’ingenuità – per polemiche filosofiche come quelle che contrapposero in quella landa desolata della cultura di Destra, come la definì Adriano Romualdi, i sostenitori del pensiero genitiliano a quelli di orientamento cattolico ed entrambi al tradizionalismo PAGANO di Julius Evola.
    Ecco perché molte pagine scritte da Freda più di 30 anni fa, che sono musica per le orecchie di coloro che appartengono alla vecchia generazione, per le generazioni più giovani alle quali è stato passato l’ideale testimone, risulteranno datate e – potenza del sempre verde storicismo – non più al passo coi tempi.
    Ma, forse, questo significherà agli occhi dell’Autore di quelle pagine, tesserne il migliore degli elogi!
    Quasi tutti coloro che a vent’anni lavorarono per la distruzione del Sistema e l’affermazione di una qualche Utopia alternativa, ora in qualche sua piega sopravvivono perfettamente integrati ed omogenei, tranne qualche sporadico loro sussulto di vitalità.
    Avrebbe detto Nietzsche che NELLA VITA SI DIVENTA SEMPRE CIO’ CHE SI E’.
    Nessuna questione di moralismo entra qui in gioco, ma solo il criterio della constatazione.
    Il borghese come Tipo Umano, nel senso attribuito alla parola da Ernst Junger, ha vinto, predomina ovunque e ad esso aspirano i ceti emarginati e subalterni.
    Comunque sia, oggi che il Sistema è più saldo che mai, sostenuto dalle coscienze dei più, sperare che le pagine di Freda siano in grado di evocare dal nostro intimo un moto, non dico di ribellione, ma d’istintivo sussulto; di far capire quanto meno la differenza che corre tra un Buon Governo e un Governo Buono; di provocare il lamento di un’estetica diversa, uno stato d’animo, ossia un modo di vedere e patire le cose secondo lo spirito della FORMA, valeva la pena questa riproposizione di DISINTEGRAZIONE.
    Ad un’analoga esigenza si riferiva forse Céline quando confessò SE DI NOI SARA’ RICORDATA SOLTANTO LA PAROLA MERDA, SARA’ GIA’ UNA GRAN COSA.
    La grande utopia di Freda si è dissolta o solo eclissata?
    La prospettiva di una LUNGA MARCIA attraverso la realizzazione di una forma di Comunismo quale premessa per la diversa destinazione di energie spirituali latenti nell’uomo, liberandole, perciò, dal pericolo di essere risucchiate e stritolate dall’ingranaggio, può rappresentare nel medio o lungo periodo un mito capace di mobilitare la storia?
    Si dovrebbe rispondere negativamente, ma non è mai saggio porre dei limiti alla divina Provvidenza o, se si preferisce, a quella Astuzia della Ragione di hegeliana memoria.
    Nonostante tutto, ciò che veramente conta è scoprire se esistono ancora uomini capaci di sottrarsi alle lusinghe del Sistema e vivere di conseguenza.
    Solo in questo modo, al di là delle Idee contenute, sulle quali tante riserve si possono avanzare, varrà ancora la pena confrontarsi con DISINTEGRAZIONE a prescindere da interessi meramente intellettualistici, quasi si trattasse di un piacevole DIVERTISSMENT reclamato da coloro che, alle soglie dei cinquant’anni, vanno alla ricerca di un nostalgico tuffo nel proprio passato di aspiranti rivoluzionari.
    Alla fine, vale ancora la regola già indicata da Evola in CAVALCARE LA TIGRE, secondo la quale CIO’ SU CUI NON POSSO NULLA, NULLA POSSA SU DI ME.
    Se nulla sarà possibile circa il Destino del Sistema(e non è detto), quanto meno, il compito è di non crollare interiormente, di non assistere impotenti alla Disintegrazione del Nostro Io, radice Metafisica dell’Uomo Integrale.


    di GIOVANNI PEREZ
    Sinistra Nazionale!

  2. #2
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    Predefinito nuovo articolo su questo tema

    A proposito de LA DISINTEGRAZIONE DEL SISTEMA vi trasmetto una recensione uscita su AVANGUARDIA n°185 - Giugno 2001.
    Nonostante il fatto che su alcuni punti la recensione non è - da parte mia - condivisibile(sul complottismo,sugli apparati neofascisti contigui totalmente al sistema ed in particolare nella figura di Franco Freda, sul ruolo positivo dell'immigrazione)è a mio parere interessante e su cui si potrebbe aprire un'interessante discussione e quindi ve lo trasmetto.
    Saluti

    F. G. Freda
    La disintegrazione del Sistema
    Edizioni di Ar, Padova 2000, pp. 192, lire 25.000

    A distanza di trentadue anni dalla sua pubblicazione, è ancora attuale la valenza rivoluzionaria in chiave antisistemica de "La disintegrazione del sistema". Lo affermiamo, pur dovendo nutrire delle forti perplessità sui moventi della sua stesura, compiuta in un contesto socio politico influenzato dalle perverse logiche della strategia della tensione. Lo scritto di Freda apparve (è stato un caso?) negli anni in cui i servizi di sicurezza atlantici, dopo la riunione del “club di Berna”, organizzazione che raggruppava i servizi segreti occidentali -la presidenza onoraria fu affidata al defunto e non compianto Umberto Federico D’Amato, responsabile dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale ed intimo di James Jesus Angleton, numero uno dell’OSS-, pianificarono in funzione antisovietica la strategia di infiltrazione a sinistra creando dei gruppi «revisionisti» filocinesi definiti «nazi-maoisti», alimentando e creando ex-novo una sinistra extraparlamentare con l’obiettivo di indebolire il PCI. Tra gli «amici» di Freda, si prestarono a questo «gioco» Claudio Mutti e Claudio Orsi, in quel di Parma. Non ci spieghiamo nemmeno i perchè della costituzione da parte di Freda di un movimento xenofobo quale il Fronte Nazionale, la cui prassi politica si delineava in netto contrasto con i postulati dottrinari esposti ne "La disintegrazione del sistema".

    Ma, al di là di questo, noi riteniamo che il significato essenziale sovraindividuale di ogni opera travalichi il valore esistenziale individuale dell’autore. La disintegrazione, infatti, è la coerente proiezione politica rivoluzionaria «dedotta» dai princìpi tradizionali e dai «canoni» di comportamento individuale «pre-destinati» all’uomo differenziato ed esposti da Julius Evola in "Cavalcare la tigre". Lo scritto di Freda è l’agile e incisivo breviario di lotta rivoluzionaria per ogni soldato politico che intenda affrontare attivamente il nichilismo contemporaneo con l’intenzione di portarsi oltre il punto zero dei valori, oltrepassando il «valico» epocale che prelude alla futura restaurazione tradizionale. Freda traduce -per la prima volta- la radicale «alterità» delle categorie metafisiche del mondo della Tradizione, nel quadro di una prassi politica di lotta al Sistema per l’annientamento del Sistema. Egli proporrà una prospettiva politica volta a realizzare la totale mobilitazione del fronte antisistema entro unitarie linee di condotta operativa. Questo tentativo, benchè formulato nel 1969, durante gli anni della «contestazione» giovanile, non risulta datato, anzi custodisce inalterato il suo oggettivo valore di lucida ed elastica proposta rivoluzionaria.

    Secondo l’Autore, la razza interiore giudeo-borghese rappresenta la sintesi antropologica individuale «elaborata» alla dinamica interazione etico-sociale intervenuta fra la forma mentis giudaica e le illimitate potenzialità espansive dell’unità sociale borghese. Gli effetti «epidemici» dell’infezione mercantile, «scanditi» secondo i moduli dell’omologazione onnicomprensiva, hanno infatti inesorabilmente contaminato le masse dell’Occidente sionista, le quali hanno costituito, a loro volta, la base di «decantazione» da cui è «fermentato» il processo di «distillazione» sociale dell’oligarchia plutocratica, strutturalmente organizzata nei presidî istituzionali del partito unico della borghesia. Al di là delle istituzioni sistemiche (e non statuali ...), la forza aggregante dell’oligarchia plutocratica risiede nella incontrollata efficacia di condizionamento massificante che procede dalla mentalità mercantile e dai suoi modelli di comportamento, i quali, avendo ormai trasceso l’originario ambito razziale e sociale (ebraismo e borghesia) di provenienza, sono «straripati» sulla quasi totalità della società civile. La borghesia è prima di tutto una mentalità -e su questo siamo d’accordo; ma non è solo «questo», poichè essa si esprime simultaneamente anche nella detenzione del potere e del privilegio da parte di stratificate «concrezioni» sociali agevolmente individuali: «... noi oggi -scrive l’autore [1]- viviamo nel mondo degli altri, circondati dagli altri, da questi degni rappresentanti dell’epoca borghese, sotto il dominio della più squallida e avvilente delle dittature: quella borghese, quella dei mercanti. Tutto quel che ci circonda è borghese: società, politica, economia, cultura, famiglia, comportamenti sociali, manifestazioni religiose. Nelle democrazie occidentali lo spettacolo che ci si para dinanzi è vincolato da una rivoltante coerenza ai canoni più ortodossi della concezione di vita borghese. In queste democrazie, l’organizzazione del potere serve a mantenere immutato, attraverso i più vari strumenti oppressivi e repressivi, il rapporto egemonico di una classe -quella dei borghesi, e, particolarmente, di una parte di essa, quella costituitasi in oligarchia plutocratica- sul popolo».

    Assistiamo ad una salutare cesura con l’immaginario socio-politico del cosiddetto interclassismo neofascista (antidemocrazia e anticapitalismo sì, ma la proprietà privata ... l’imprenditore «laborioso» ... il commerciante onesto ... e via rincretinendo ...), desunto da fasi politiche -per altro provvisorie e transeunti- «interne» alle esperienze storiche del Fascismo e del Nazionalsocialismo [2]. Freda pronuncia una radicale negazione politica della dittatura borghese, individuando nel Sistema -ovvero nell’insieme di interrelazioni politiche e socioeconomiche finalizzate al conseguimento di scopi di conservazione e di accrescimento del meccanismo produzione/consumo- il luogo egemonico sul quale l’oligarchia giudeo-plutocratica e mondialista «fissa» la sua prassi di sfruttamento dei popoli.

    Con riferimento alla concezione mitico-politica dell’Europa dell’Ordine Nuovo, Freda rileva la «sovrapposizione» -effettuata dall’estrema destra- della valenza archetipa dell’idea europea alle «effettuale» situazione politica dell’euro-occidente sionista. Si verificherà così un classico esempio di eterofilia dei fini: infatti l’intenzione rivoluzionaria (al di là delle ipotesi di scoperta malafede ...), aderendo ad una realtà politicamente aliena, si «commuterà» in una attiva azione di sostegno reazionario in favore di istituzioni, ambienti e scelte politiche asserviti agli interessi plutocratici dell’Occidente giudeo-mondialista. «Vi è in ciò -scrive Eric Houllefort [3]- un ammonimento di fondamentale importanza per un ambiente che, vedendo l’Europa sul banco degli imputati, si crede obbligato, per una sorta di riflesso imbecille, ad esaltare sistematicamente tutto quel che è nato in Europa o, peggio ancora, tutto quanto ha la pelle bianca». E, ancora: «Noi abbiamo propugnato l’egemonia europea -scrive Freda [4]-, rivolgendoci ad una Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli USA e dell’URSS. [...] Sono affiorate tali e tante componenti spurie, da respingere, da sotterrare; sono intervenuti tanti -oso dire: troppi- fattori che hanno adulterato e corrotto questo liquido europeo sino a renderlo liquame, perchè esso possa ancora subire positivamente un processo di decantazione». Il crollo verticale dei regimi burocratico-marxisti dell’Est, nonchè la «diluizione» dell’espressione geografica europea all’interno della koinè mondialista giudeo-americana, rafforza l’incisiva trasparenza dell’analisi di Freda, rendendo oggi ancor più impraticabile qualsivoglia proposta politica che, sia pure articolata sulla «centralità» dei valori tradizionali europei, non «attraversi», preliminarmente, la totale distruzione del sistema occidentale euro-americano e sionista.

    L’autore tratteggia quindi la categoria intemporale dell’Idea di Stato, concepita quale spazio politico di manifestazione inerente a valori etico-spirituali assoluti che trascendono il singolo, e nei quali questi -«bruciando» ogni residuo interiore individualistico e aderendo ad un’etica di vita sovraindividuale- deve integrarsi per «scolpire» la propria forma etica e per «riconoscere» la propria essenza spirituale. «In altre parole -scrive Freda [5]-, noi vogliamo riconoscere l’essenza dello Stato, superando le mediazioni costituite dal fenomeno storico dell’esistenza degli stati ...». Si tratta di una fondamentale distinzione tra il referente dell’azione politica rivoluzionaria, identificato nell’Idea archetipa dello Stato tradizionale e la struttura amministrativa del Sistema borghese, adibita a coefficiente funzionale del progetto strategico finalizzato alla conservazione degli equilibri oligarchici nei quali «consiste» la dittatura egemonica del partito unico della borghesia. Poichè l’estrema destra italiana ha spesso «confuso» i due concetti, noi affermiamo che il soldato politico portatore dell’Idea di Stato non ha alcun obbligo di fedeltà, nè di lealtà, nè tantomeno, di collaborazione nei confronti dei servi prezzolati dell’Alta Finanza giudaico-mondialista, i quali bivaccano nelle istituzioni del governatorato coloniale italiota convenzionalmente denominato repubblica italiana. «Lo Stato -scrive Freda [6]- nelle democrazie rappresentative ‘borghesi’, è il luogo politico solo del borghese: la sua unica reale destinazione e funzione è determinata dall’economia borghese, consiste nella difesa dell’economia borghese, nella sublimazione dell’economia borghese.»

    Secondo Freda, nella fase organizzativa, cioè nella fase inerente alla regolamentazione dei rapporti tra i membri della comunità popolare, lo Stato si configura come Stato popolare, forma di comunismo aristocratico di tipo spartano presupponente l’abolizione della proprietà privata in ogni forma di manifestazione. All’interno di questa struttura economica comunistica, la totalità popolare, plasmata dallo «stilema» educativo della disciplina rivoluzionaria e «illuminata» da una visione del mondo eroico-aristocratica, proietterà -al di fuori di ogni orientamento economicistico- i migliori esponenti di essa ai vertici dell’ordine piramidale ierocratico, formando così un’aristocrazia politica capace di farsi portatrice e simbolo vivente dei valori inerenti alla sfera dello Stato. Fin dalla nascita (sette anni sono già troppo ...), il membro della comunità sarà affidato alle organizzazioni popolari dello Stato, nelle quali riceverà un'educazione politica ispirata a princìpi trascendenti, oggettivi e solidaristici, simmetricamente opposti ai criteri comportamentali immanenti, soggettivi ed egoistici, «suggeriti» dalla putrescente famiglia matriarcale borghese a fini di corruzione individualistica dell’infante: questi diventerà, «fatalmente», un adulto imbecille ... nel senso etimologico ...

    Di fronte alle meccaniche sequenze della «scomposizione» sociale individualistica della società borghese, si palesa l’improponibilità relativa al mantenimento di un regime giuridico fondato sulla titolarità privata dei beni, delle attività di servizio e dei mezzi di produzione, sia pure nell’ambito di un ordinamento economico tradizionale. Solo l’avvenuto compimento dell’opera di «ri-generazione» razziale dei migliori uomini europei, sottratti al putrido flutto delle masse subumane occidentali, potrebbe legittimare l’attribuzione della titolarità privata dei beni economici, evitando la produzione di fenomeni frazionistico-oligarchici, i quali frenerebbero il processo rivoluzionario orientato verso la realizzazione storica dell’Idea di Stato. L’organizzazione comunistica dello Stato popolare non sarà destinata soltanto all’adempimento di scopi esclusivamente economici, ma sarà prevalentemente subordinata al conseguimento di obiettivi politici, rappresentati dalla radicale soppressione dei supporti strutturali che, oggettivamente, propiziano la tendenziale involuzione mercantile delle attività economiche individuali e di gruppo. Sul piano specificamente economico-sociale, l’ordinamento comunistico «coinciderà» con il punto zero successivo all’epilogo ciclico del nichilismo. Si «aprirà» uno spazio libero dai condizionamenti economicistici dell’era borghese, consentendo la riedificazione dell’Ordine tradizionale: «... nessuna vera tensione -afferma Freda [7]- a tradurre nella realtà i princìpi del vero Stato potrà mai sorgere [...], sino a che permangano forti gli elementi anche residuali e intatta la sostanza costitutiva (ovvero il substrato economico della società borghese). Deve essere isterilito l’«ambiente» da cui il borghese trae vita: ecco il motivo di un ordinamento economico comunistico!» Banche e industrie private, contratti e usura, libera iniziativa imprenditoriale e proprietà privata, compongono l’habitat istituzionale preposto alla «contagiosa» propagazione della forma mentis borghese/capitalistica. L’annientamento delle articolazioni giuridico-economiche del neocapitalismo, concretizzerà il «disarmo» materiale del giudeo-borghese, privandolo dell’«intreccio» strutturale idoneo a sollecitarne le scomposte «es-agitazioni» mercantili: è, insomma, la «sterilizzazione» dell’ambiente di cui parla Freda. Ad essa, evidentemente, si accompagnerà un’opera di ri-fondazione razziale culminante nell’«approdo» antropologico definito dalla figura archetipica dell’uomo nuovo arioeuropeo.

    Freda delinea quindi i profili di una realistica metodologia operativa mirante -previa mobilitazione di ogni potenziale forza antisistema- alla radicale eversione del Sistema plutocratico: «... dobbiamo affermare -scrive Freda [8]- che la condizione -non sufficiente ma, comunque, necessaria- per porre gli elementi di fondazione del vero Stato, è la eversione di tutto ciò che oggi esiste come sistema politico. Occorre, infatti, propiziare e accelerare i tempi di questa distruzione, esasperare l’opera di rottura del presente equilibrio e dell’attuale fase di assestamento politico. Vigilare affinchè gli eventuali veicoli, le potenziali forze che debbono determinare il collasso dei centri nervosi del sistema borghese, non vengano assorbite e integrate in una delle tante possibilità di cristallizzazione che il mondo borghese offre».

    Ogni forza di opposizione interna al Sistema, propone correttivi alle linee di politica istituzionale, sociale o economica elaborate dall’oligarchia, al fine di innescare controtendenze politiche che si oppongano alla operatività dei processi disgregativi alimentati dai meccanismi del Sistema.

    Ogni movimento rivoluzionario, al contrario, favorisce o, quanto meno, non inibisce la patologica dilatazione dei fermenti dissolutivi, riservandosi invece di intervenire sul piano della mobilitazione politica riguardante gli effetti sociali prodotti dalle perverse dinamiche del Sistema. Il movimento, dunque, raccoglierà le scorie sociali respinte ai margini della società borghese, per organizzare la rappresaglia vendicativa contro i presidî oligarchici del partito unico della borghesia. Negli strati sociali subalterni si radicherà il contropotere antagonistico di massa che modificherà in favore del movimento rivoluzionario i complessivi rapporti di forza oggi favorevoli al Sistema. Essi «confliggeranno» anche contro la borghesia di massa urbana, per seminare lo scompiglio tra le vischiose fila di un oggetto sociale che -non si dimentichi- rappresenta il primario «collante» sociologico del Sistema plutocratico. Freda dimostra di privilegiare questa seconda opzione: «... il male rappresentato dalla società borghese è inguaribile: [...] nessuna terapia è possibile, [...] nemmeno un’operazione chirurgica riesce ormai efficace; [...] occorre accelerare l’emorragia e sotterrare il cadavere ...». [9]

    I diseredati, «confinati» nelle periferie metropolitane della società dei mercanti, rappresentano la negazione dell’oligarchia plutocratica e della borghesia di massa urbana, dunque: la negazione della negazione (la Via della Mano sinistra che Freda ha «traslato» dalla teoria di Cavalcare la tigre alla prassi de La disintegrazione del Sistema), veleno distillato dai fatiscenti alambicchi del Sistema e suscettibile di trasformarsi in «farmaco» antisistema. Si tratta di un potenziale di lotta popolare di massa, laddove con il termine popolare definiamo un insieme sociale che, mediante la disciplina politica, nel corso della lotta al Sistema si «tramuti» in comunità organica di popolo, mentre con il termine massa ci riferiamo al rovinoso «impatto» quantitativo che l’avanguardia rivoluzionaria di un movimento nazionalpopolare dovrà guidare contro le istituzioni culturali, politiche e socioeconomiche del Sistema per frantumarne i presidî oligarchici e scardinarne le fondamenta strutturali fino al crollo verticale, definitivo e irreversibile ...

    Sul piano macro-politico, occorre procedere alla «saldatura» politica fra i desperados delle periferie urbane dell’Occidente e i diseredati della periferia planetaria, i quali, vittime designate della strategia di sfruttamento neocolonialistico della giudeo-plutocrazia mondialista, alimentano i massicci flussi sociali che concorrono alla formazione del fenomeno immigratorio extraeuropeo. [10] È necessario ricomporre nell’unico fronte antisistema le spinte eversive generate dai vettori sociali antagonistici costituiti dai marginali delle periferie metropolitane dell’Occidente e dai marginali delle periferie continentali del pianeta: entrambe queste componenti rappresentano «potenziali forze» destabilizzanti, ossia la «risultante» che affiora alla superficie delle devastazioni sociali prodotte dai virulenti riflessi operativi ispirati dalla logica politica plutocratica e neocolonialista, mondialista e sionista.

    Bisogna dunque procedere alla «revisione» valutativa del giudizio politico maturato nei confronti del fenomeno immigratorio extraeuropeo, nel cui ambito distingueremo fra gli «sradicati» che agognano all’integrazione con l’Occidente e i gruppi islamici «radicati» nelle rispettive identità razziali, religiose e culturali. Quanto ai primi, essi rappresentano comunque una forza d’urto quantitativa naturalmente destinata a scuotere la «statica» oligarchica del Sistema borghese; costoro, inoltre, non sarebbero pregiudizialmente refrattari -proprio a causa della condizione di sradicamento in cui versano- ad una mirata azione di coinvolgimento politico conflittuale nel «segno» dell’antisistema. Quanto ai secondi, essi rappresentano una qualificata forza di opposizione dal punto di vista tradizionale; occorre quindi stabilire organici raccordi politici con gli immigrati autenticamente musulmani -combattenti del Jihâd algerini, tunisini, senegalesi ...-, a noi accomunati dalla omologa razza dello spirito che funge da discriminante spirituale, etica e politica al di sopra e contro il rimasuglio biologico europoide, la cui integrazione razziale (quale?) non costituisce più oggetto degno di alcuna azione politica di difesa condotta in nome della defunta razza arioeuropea.

    Lo «scontro» metafisico fra Islâm e Occidente -«drammatizzato» dalla superba ed eroica resistenza del popolo Palestinese all’invasore sionista, «scolpito» nella storica cacciata dei sionisti dal Sud del Libano ad opera degli Hezbollah filoiraniani- ha introdotto la categoria schmittiana dell’opposizione Amico/Nemico, imponendo, obbligatoriamente, una radicale scelta di campo: o si sta con l’Islâm o con l’Occidente. Tertium non datur ... I migliori uomini della razza arioeuropea hanno quindi il dovere di conferire una minimale, unitaria ed autonoma connotazione organizzativa all’identità politica dell’area nazionalrivoluzionaria, al fine di consentire una concreta confluenza operativa nell’unico plausibile fronte antimondialista: l’Islâm tradizionale e rivoluzionario.

    Sul piano micro-politico, invece, una «potenziale forza» suscitata dal sistema e suscettibile di essere «rovesciata» contro le sue strutture, è quella dei ribelli della domenica (e gli altri giorni?), ossia dei sostenitori oltranzisti delle squadre di calcio. Il Sistema, infatti, ha adibito gli stadi di calcio a riserve, cioè a «contenitori» dell’alienazione giovanile metropolitana, la quale, benchè in essi «imprigionata», è spesso costretta a subìre, in sovrappiù, la violenza legalista degli apparati repressivi del Sistema. É una gioventù aggressiva e violenta, simboleggiata dalle periodiche e frequenti immagini televisive del tifoso che, insofferente nei confronti delle vili percosse subite, si è «fermato», manifestando legittime intenzioni reattive che hanno messo in fuga l’individuo in divisa che lo seguiva...

    Lo stadio di calcio è uno spazio politico eversivo, un «catalizzatore» di sintesi intorno al quale convergono -ancora episodicamente- tensioni sociali che, ove integrate nel quadro di un progetto politico rivoluzionario, assumerebbero la forma di un contropotere conflittuale di massa antisistema. Gli skinheads potrebbero quindi rappresentare (senza escludere nemmeno i cosiddetti «casinisti da stadio» ... anzi ...) l’anello di congiunzione e il vettore militante di penetrazione propagandistica all’interno delle associazioni e dei gruppi di tifosi oltranzisti, al fine di «convertire» la rabbia delle gradinate in coscienza politica antisistema, operando un permanente collegamento politico con i quartieri periferici metropolitani che costituiscono le aree urbane di provenienza dei cosiddetti «ultras».

    Queste considerazioni provocheranno certamente obiezioni e critiche ma, tant’è, malgrado la presenza di ipertrofici «cerebri» traboccanti sapienza politica e accortezza tattica, siamo arrivati agli «spiccioli» ... Quanto a noi, ci limitiamo ad affermare che la validità del tipo umano incarnato dal soldato politico della Tradizione, deve conformarsi all’archetipo tradizionale -mentre il progetto politico (sarebbe ora di «scorgerne» qualcuno ...) deve individuare, mobilitare e orientare, ottemperando a criteri di valutazione che corrispondano ad un funzionale parametro di efficacia, le potenzialità antisistema presenti in concreti «veicoli» sociali ravvisabili anche nel multicolore fronte dei ribelli della domenica ...

    In conclusione, noi riconduciamo la causa efficiente della crisi che ha ormai «minato», forse irreversibilmente, le scomposte e disorientate fazioni dell’estrema destra italiana, proprio all’incomprensione politica che ha circondato testi come La disintegrazione e Cavalcare la tigre. Lo scritto di Freda, infatti, non ha sollecitato la necessaria attenzione critica da parte dei suoi «naturali» destinatari: per l’inattualità del testo o per l’inettitudine antropologica dei lettori?

    Note:

    1] F. G. Freda, "La disintegrazione del Sistema", Ed. di Ar, Padova 1980;

    2] vedi Maurizio Lattanzio, "Nazionalsocialismo ed economia", in René Dubail "L’ordinamento economico Nazionalsocialista", Ed. di Ar, Parma 1991;

    3] Eric Houllefort, pref. a “La disintegrazione del Sistema”;

    4] F. G. Freda, op. cit.;

    5] ibidem;

    6] ibidem;

    7] ibidem;

    8] ibidem;

    9] ibidem;

    10] In occasione del Forum di Davos (30 gennaio - 7 febbario 1991), convegno tenutosi in Svizzera e organizzato da ambienti vicini alla Commissione Trilaterale - Lester Turow, decano del MIT, ha caldeggiato l’adozione di una linea politica restrittiva nei confronti del fenomeno immigratorio ... ("Lectures Françaises", aprile 1991);
    Sinistra Nazionale!

  3. #3
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    questa nuova edizione, la quarta (ma in più vi sono le edizioni francesi e spagnole), è davvero imperdibile.

    ottimo anche il corollario che accompagna gli scritti di Freda.

  4. #4
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Caro Rodolfo

    Ottimi contributi (a parte certe osservazioni, ovviamente). Quel che mi premeva dire, invece, riguarda il "superamento" del progetto politico teorizzato nella "Disintegrazione", superamento sfociato nella nascita del "Fronte Nazionale" nel 1990. Diverse volte, infatti, mi è capitato di constatare una notevole incomprensione per questo "passaggio" nell'operato di Freda. Ora, la metapolitica c'insegna una cosa: la "formula politica", grazie alla quale si "traducono" politicamente i principi tradizionali, cambia a seconda del mutare dei contesti storici, laddove a rimanere immutabili sono i princìpi. Per cui, una volta venuta meno l'efficacia politica della "Disintegrazione", si è passati ad una nuova "formula politica", appunto il "Fronte Nazionale" e la lotta all'immigrazione.
    Saluti.

 

 

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