"Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

Dalla resistenza antimperialista alla resistenza sociale


Non vi è dubbio che la caratteristica positiva degli ultimi decenni è stata la resistenza antimperialista alle guerre scatenate dall'imperialismo USA e dai suoi alleati occidentali. Questa resistenza, nonostante il clamore orchestrato con l'autoattentato dell'11 settembre e nonostante l'appoggio della sinistra imperialista, ha messo in crisi la strategia planetaria di Bush e degli americani. La guerra continua, ma l'Occidente imperialista è sempre più in difficoltà.

Potremmo, come sinistra antimperialista, goderci lo spettacolo e aspettare che le contraddizioni provocate dalle guerre imperialiste si acuiscano, ma sappiamo che gli eventi sono concatenati e non si può essere solo spettatori di una sconfitta annunciata. Anche se a frenare la nostra partecipazione al movimento contro le guerre ci hanno pensato le tendenze di destra che governano l'Italia e L'Europa e la completa dissoluzione di una sinistra che un tempo lottava contro la guerra e il razzismo che diventa supporto ideologico di massa allo scontro coi paesi del terzo mondo aggredito e sfruttato.

Mentre però l'occidente subisce la giusta risposta degli aggrediti, un'altra linea del fronte si apre. Non è la risposta armata all'aggressione imperialista, ma l'acutizzarsi dello scontro sociale dovuto alla crisi economica e all'accentuarsi del conflitto sociale. Quello che si vede all’orizzonte non è però, come tradizionalmente si usa definirlo, un 'autunno caldo', ma qualcosa di diverso: la rottura dei tradizionali canali di mediazione sindacale e istituzionale dei conflitti e l’emergere di un confronto diretto tra lavoratori e controparti.

In Europa aveva cominciato la Francia con il sequestro in fabbrica dei dirigenti, seguita poi da altri paesi europei. In Italia al di là di confederali e cobasisti che ancora tentano di spartirsi la rappresentanza di categorie di lavoratori frantumate dalle ristrutturazioni, dal lavoro nero e dal decentramento internazionale della produzione, si incomincia a intravedere qualcosa di nuovo che mette in evidenza, finalmente, il protagonismo dei lavoratori. Ma siamo ancora alle scaramucce, mentre altrove le indicazioni di lotta sono molto più dure. Dei casi coreani e cinesi abbiamo già scritto. Ora ritorna alla ribalta l’India e più precisamente l’area attorno a Calcutta. In quest’area già teatro di un durissimo conflitto tra contadini espropriati e il colosso Tata, la vittoria è stata dei contadini. Di nuovo la regione di Calcutta è stata teatro di uno scontro che su Repubblica viene definito 'assalto al resort delle star'. I contadini inferociti hanno dato fuoco a un villaggio turistico sorto su mille ettari espropriati. L’India ‘arretrata’ non solo ci sta insegnando a lottare, ma indica obiettivi avanzati contro lo sviluppismo imperante in occidente. A sostenere la linea dello ‘sviluppo’ c'è peraltro il partito comunista indiano-marxista al governo nel Bengala da decenni. Questi ‘comunisti’ così apprezzati in occidente stanno dalla parte degli industriali, sostengono il loro progetto di sradicamento dei contadini e indicano come prospettiva lo sviluppo capitalistico.

Erregi/Aginform

30 agosto 2009