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Discussione: Il prezzo di Oslo

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    IL PREZZO DI OSLO

    di Edward W. Said tratto da Internazionale n.428 anno 9 15/21 marzo 2002 www.internazionale.it



    Le immagini trasmesse da al Jazira sono state di una chiarezza abbagliante. E’ l’eroismo palestinese il vero evento dei nostri tempi. Un intero esercito, una marina e un’aeronautica riforniti con generosità e senza condizioni dagli Stati Uniti hanno seminato la distruzione su quel 18 per cento della Cisgiordania e 60 per cento della striscia di Gaza concessi ai palestinesi dopo dieci anni di negoziati con Israele e gli Stati Uniti. Ospedali, scuole, campi profughi e abitazioni civili palestinesi sono stati il bersaglio dell’assalto spietato e criminale condotto dai soldati israeliani stipati dentro elicotteri da combattimento, F-16 e carri armati. Ma i combattenti male equipaggiati della resistenza hanno affrontato questa forza assurdamente superiore con straordinario coraggio e senza arretrare di un passo. Negli Stati Uniti, la Cnn e i giornali preferiscono non ricordare – sia detto a loro disonore – che "la violenza" è impari e che le parti coinvolte non sono due: c’è soltanto uno Stato che rivolge tutto il suo enorme potere contro un popolo senza Stato, più volte costretto all’esilio e diseredato, privo di armi e di una vera leadership, allo scopo di distruggerlo "assestandogli un colpo terribile", come ha dichiarato senza vergogna il criminale di guerra che guida Israele. Per dimostrare la follia di Sharon potrei citare quello che ha detto ad Ha’aretz il 5 marzo: "Dietro al terrorismo c’è l’Autorità Palestinese. Dietro il terrorismo c’è Arafat. La nostra pressione vuol far finire questo terrore. Non aspettatevi che Arafat agisca contro il terrorismo. Dobbiamo infliggergli perdite pesanti e allora capiranno di non poter continuare a usare il terrorismo per ottenere risultati politici".


    Il silenzio sull’inferno dell’occupazione

    Le parole di Sharon sono sintomatiche. Oltre a rivelare i meccanismi di una mente ossessionata dal pensiero della distruzione e dominata dall’odio assoluto, dimostrano il fallimento della ragione e dello spirito critico che regna sul mondo dopo il settembre scorso. Certo, c’è stata una spaventosa violenza terroristica, ma nel mondo non c’è solo il terrorismo. C’è la politica, la lotta, la storia, l’ingiustizia, la resistenza e anche il terrorismo di Stato. Senza troppe proteste del mondo accademico e della intellighenzia americana, abbiamo ceduto a un cattivo uso del linguaggio e della ragione, grazie al quale tutto ciò che non ci piace è diventato terrorismo e quello che facciamo è solo e soltanto un bene, combattere il terrorismo, poco importa quante vite umane, quanta ricchezza, e quanta distruzione siano in gioco.

    Israele ora sta combattendo una guerra contro i civili, pura e semplice, anche se negli Stati Uniti la situazione non sarà mai presentata in questi termini. Una guerra razzista, e anche una guerra coloniale per tattica e strategia. La gente viene uccisa e costretta a soffrire indicibilmente perché non è ebrea. L’immagine che arriva negli Stati Uniti è che gli israeliani stanno combattendo per la loro sopravvivenza, invece che per gli insediamenti e le basi militari nelle terre occupate della Palestina. L’8 marzo, il giorno più cruento per i palestinesi in 16 mesi di Intifada, il principale notiziario serale della Cnn ha parlato della morte di 40 "persone" ma non ha fatto nessun cenno alla morte di diversi operatori della Mezzaluna Rossa uccisi mentre le loro ambulanze erano bloccate dai carri armati israeliani perché non raggiungessero i feriti. Soltanto "persone", senza nessuna immagine dell’inferno in cui hanno vissuto in questo trentacinquesimo anno di occupazione militare.


    Città assediate e bombardate

    Tulkarem, sottoposta a un assedio durissimo con ventiquattr’ore di coprifuoco, tagli dell’elettricità e dell’acqua, pattugliamenti sistematici e l’arresto di ottocento giovani, la deliberata distruzione delle case dei rifugiati, immense distruzioni di beni (non mi riferisco a night-club o strutture sportive, ma a baracche e tettoie che hanno offerto riparo a profughi due volti esiliati) e innumerevoli casi di sadismo nei confronti di civili indifesi e inermi che vengono malmenati, picchiati e lasciati morire dissanguati. Le donne sono costrette a partorire bambini già morti mentre aspettano inutilmente ai posti di blocco israeliani, i vecchi vengono costretti a spogliarsi, a togliersi le scarpe e a camminare a piedi nudi davanti a un diciottenne con la gomma in bocca che imbraccia un M-16 pagato con le mie tasse di contribuente americano. Il centro della città e l’università di Betlemme distrutti da prodi bombardieri israeliani che arrivano rombando con i loro meravigliosi F-16, anche questi pagati con i miei soldi. Il campo di Balata, i campi di Aida, Deheishe e Azza, i minuscoli villaggi di Khadr e Husam, tutti ridotti in macerie senza che la stampa americana ne faccia cenno, perché per la maggior parte dei giornalisti di New York ovviamente non è un problema. I morti e i feriti, gli insepolti e le persone senza assistenza, per non parlare delle centinaia di migliaia di vite mutilate, strozzate, segnate da una sofferenza inflitta deliberatamente, tutto ciò ordinato a distanza di sicurezza nel verde e nella calma di Gerusalemme Ovest da uomini per cui la Cisgiordania e Gaza sono covi di ratti pullulanti di insetti che devono essere "sottomessi" e stanati, che devono subire una lezione, per usare il gergo dei militari israeliani. Ramallah, nell’attacco più feroce di tutti, è stata invasa e devastata da centoquaranta carriarmati israeliani, che hanno così completato la riconquista dei Territori palestinesi già occupati. I palestinesi stanno pagando il prezzo pesante di Oslo, che dopo dieci anni di negoziati li ha lasciati con frammenti di terra privi di coerenza e continuità, apparati di sicurezza destinati a garantire la loro sottomissione a Israele, e una vita che li rende sempre più poveri affinché lo Stato ebraico possa fiorire e prosperare. Inutilmente in questi dieci anni alcuni di noi hanno ammonito da lontano che il divario tra il linguaggio di pace israeliano-americano e la terribile realtà sul terreno non era e non sarebbe mai stato colmato. Parole e frasi come "processo di pace" e "terrorismo" hanno preso piede senza nessun rapporto con un referente reale. Le confische di terra veniva ignorate o rinviate ai "negoziati bilaterali" in corso tra uno Stato impegnato a consolidare la sua morsa su un territorio che voleva a tutti i costi e un gruppo mediocre di negoziatori poco informati, che hanno aspettato quattro anni per dotarsi di una mappa affidabile della terra su cui stavano negoziando. La cosa più grave di tutte è che nei cinquantaquattro anni trascorsi dal 1948 non si è mai permesso che emergesse una storia dell’eroismo e delle sofferenze palestinesi. Siamo tutti dipinti come estremisti violenti e fanatici, poco più dei terroristi che George W. Bush e la sua combriccola hanno imposto alla coscienza di una popolazione sconvolta e sistematicamente disinformata.


    La proposta saudita


    Ma ora che la proposta saudita è diventata un oggetto di discussione e di speranza, credo che sia necessario collocarla in un contesto reale, e non ipotetico. Innanzitutto è un riciclaggio del piano Reagan del 1982, del piano Fahd del 1983, del piano di Madrid del 1991 e così via: in altri termini fa seguito a una serie di piani proposti più volte, che alla fine Israele e Stati Uniti non solo si sono rifiutati di attuare ma hanno attivamente ostacolato. A mio giudizio, i soli negoziati che meritano di essere tenuti dovrebbero riguardare le fasi del totale ritiro israeliano e non, come è avvenuto a Oslo, un mercanteggiamento sulle fette di territorio che Israele è disposto – molto di malavoglia – a cedere. E’ stato versato troppo sangue palestinese, Israele ha dimostrato troppo disprezzo e troppa violenza razzista perché si possa seriamente tornare a negoziati stile Oslo, con la mediazione del più fazioso degli onesti mediatori, gli Stati Uniti. Eppure siamo tutti consapevoli che i vecchi negoziatori palestinesi non hanno rinunciato ai loro sogni e alle loro illusioni e che durante i raid e i bombardamenti ci sono stati incontri e riunioni. Ma io credo che bisognerebbe dare il giusto peso a decenni di sofferenze palestinesi e ai costi reali delle rovinose politiche di Israele prima che un negoziato accordi un riconoscimento immeritato ai governi israeliani colpevoli di aver calpestato i diritti palestinesi proprio come hanno demolito le nostre case e ucciso la nostra gente. Qualsiasi negoziato arabo-israeliano che non tenga conto della storia – e per questo compito occorre una squadra di storici, economisti e geografi dotati di coscienza – non merita neppure di essere intavolato. Allo stesso tempo i palestinesi dovrebbero eleggere un nuovo gruppo di negoziatori e rappresentanti, nella speranza di salvare qualcosa dalla catastrofe di oggi. In ogni riunione tra rappresentanti palestinesi e israeliani, la gravità delle devastazioni israeliane ai danni della nostra gente deve ricevere la dovuta attenzione e non può più essere accantonata come è accaduto a tanta parte della nostra storia. Oslo di fatto perdonava l’occupazione, assolvendola da tutte le vite umane e le costruzioni distrutte nei primi venticinque anni. Dopo tante sofferenze, Israele non può essere scusato e autorizzato ad allontanarsi dal tavolo dei negoziati senza che le venga presentata almeno una richiesta retorica di riparare a quanto fatto.


    Le nuove generazioni


    Mi si obbietterà che la politica è l’arte del possibile e non del desiderio, e che dovremmo essere ben lieti di ottenere anche solo un modesto ritiro israeliano. Non sono assolutamente d’accordo. I negoziati possono vertere solo su quando avrà luogo il ritiro totale, e non su quali percentuali di territorio Israele è disposto a concedere. Un conquistatore e un vandalo non può concedere niente: deve semplicemente restituire ciò che ha preso e pagare per gli abusi di cui si è reso responsabile, proprio come Saddam Hussein dovrebbe pagare e ha, di fatto, pagato per l’occupazione del Kuwait. Siamo ancora molto lontani da questo obiettivo, anche se lo straordinario e indomito coraggio dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania ha, di fatto, politicamente e moralmente sconfitto Sharon, che in un futuro non troppo lontano perderà la sua carica. Che poi per vent’anni i suoi eserciti abbiano potuto invadere a loro piacimento le città arabe, uccidendo e seminando distruzione senza neppure una parola collettiva degli arabi, la dice lunga sui grandi leader del mondo arabo. Non so come giustifichino il loro comportamento i governanti arabi, così discretamente silenziosi mentre la Palestina viene violentata in diretta televisiva. Posso però immaginare che nel profondo dell’anima provino un forte sentimento di vergogna e di infamia. Impotenti militarmente, politicamente, economicamente e soprattutto moralmente, hanno ben poca credibilità e nessuna vera posizione, se non come pedine ubbidienti sulla scacchiera israeliano-americana. Forse pensano di giocare sul tempo. Forse. Ma (come Arafat e i suoi uomini) non hanno neanche capito il potere dell’informazione diffusa sistematicamente come mezzo per proteggere la loro gente dagli assalti di chi considera gli arabi una banda di estremisti e di terroristi fanatici. La buona notizia è che questo genere di comportamento ha una vita molto breve. La nuova generazione saprà fare di meglio? Tutto dipende dalla capacità che avremo di adottare un atteggiamento completamente nuovo, una mentalità più laica: solo così saremo in grado di non ricadere nel caos, nella corruzione e nella mediocrità e potremo finalmente diventare una nazione.


    Edward W. Said è il più noto intellettuale palestinese contemporaneo. Insegna letteratura comparata alla Columbia University di New York. Tra i suoi libri La questione palestinese (Gamberetti 1995), Cultura e imperialismo (Gamberetti 1998), Orientalismo (Feltrinelli 1999), La convivenza necessaria (Internazionale 1999)

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