Corriere della Sera, 2.4.02
Il premier Berlusconi e la dignità dell’Italia
Quando i vecchi professori di economia politica spiegavano agli studenti il concetto di utilità marginale non dimenticavano mai di fare l’esempio dell’acqua e dell’assetato. Il quale, se era reduce da un deserto, con la gola arsa, beveva un bicchiere dopo l’altro e la sete via via si placava. Si capisce così, chiosavano un po’ diabolici i professori, come il desiderio sia calante e come i bicchieri colmi d’acqua abbiano un valore decrescente, altissimo il primo, minore il secondo, mediocre il terzo, assai debole gli altri. Viene in mente il concetto di utilità marginale a proposito della campagna mediatica di primavera del cavalier Berlusconi. Che dev’essere rimasto allibito, rattristato da tanta ingratitudine,
quando le moltitudini si sono risvegliate dal letargo e hanno riempito strade e piazze per protestare contro il suo governo per l’articolo 18, per la previdenza, per i diritti negati. E allora il Cavaliere, alla vigilia della pacifica manifestazione dei tre milioni a Roma, è sceso al contrattacco, anziché in piazza (la piazza che gli sfugge, che non controlla), nelle reti televisive unificate, pubbliche e private che per lui pari sono. Come quando scoppia la guerra. Per dissuadere, per mettere in guardia. E poi è andato da Costanzo, che, più che un intervistatore, sia pur di famiglia, sembrava un palo della luce, e poi pare che la campagna continui, Vespa non vorrà perdere il ghiotto boccone, il suo editore di riferimento, e corre voce che per coprire tutta la zona d’operazioni andrà a «Domenica in», a «Quelli che il calcio...», a «Carramba che sorpresa», a «Harem», a far la parte dell’uomo misterioso che ascolta da dietro il sipario e, perché no?, a «La corrida». Troppa grazia, Sant’Antonio, il presidente «di garanzia» della Rai-Tv non fa alcuna obiezione. Il guaio è l’utilità marginale perché le parole del Cavaliere, a furia di ascoltarle, rischiano di diventare un rumore di fondo, il millesimo bicchiere d’acqua.
Il Cavaliere appare sì suadente, ammorbidente, solo che ogni volta gli prende l’uzzolo di dire anche ciò che ha veramente nel cuore e tira fuori qualcuna delle frasi che l’hanno reso famoso in Italia e all’estero e che finiscono col mandare all’aria i suoi disegni di pacificazione. Come quella frase - ma era soltanto una conferenza-stampa - che deprecava «le scorciatoie attraverso le vie giudiziarie, i colpi di piazza, i colpi di pistola». E i giornali hanno messo in rilievo giustamente i colpi di piazza e i colpi di pistola - il sindacato e il terrorismo accomunati - lasciando in sott’ordine l’assillo numero uno, la giustizia. I magistrati di Milano, i magistrati di Palermo, i processi in corso, le rogatorie che hanno portato e possono ancora portare nelle aule quei fastidiosi documenti delle banche svizzere.
Non si tratta di parlar di regime, ma della dignità di un Paese. Non sarà un regime, quello berlusconiano, ma nei confronti di chi usa la critica, in Italia e, soprattutto, all’estero,viene adoperato l’identico linguaggio dei fascisti nei confronti dei fuorusciti.
Un gran pasticcio. Dopo l’uscita del ministro Tasca a Parigi non si poteva cucir lo strappo con le arti della diplomazia? Qual è il compito del solitamente invisibile ministro della Cultura, Urbani, quello di tacciare di vigliaccheria gli intellettuali che dissentono? Come si può tollerare, mentre si auspica di abbassare i toni, in un momento di aspro conflitto sociale e politico, che un ministro della Repubblica, Bossi, dica che i terroristi sono figli di un’esagitata protesta sindacale? E che il ministro della Difesa, Martino, scriva che la manifestazione della Cgil ha convinto anche i più dubbiosi del pericolo enorme che tutto ciò rappresenta per le libere istituzioni della nostra democrazia? Altro che querelare, come ha fatto il ministro degli Interni Scajola, il procuratore generale Borrelli, che denunziò il pericolo di togliere le scorte. Come si può arrivare a una trattativa prima di riconoscere la legittimità del sindacato e dell’opposizione che agiscono nel rispetto della Costituzione? C’è una carenza di cultura politica. Si ha l’impressione che il presidente del Consiglio decida tutto da solo e che contino assai poco i suoi consiglieri. E pensare che nella vita dell’Italia unita, dopo il 1861, la Destra storica ha avuto un’alta e riconosciuta concezione dello Stato e dei suoi valori morali. Certo, erano tempi di un Paese precapitalistico nel quale non apparivano rilevanti gli interessi privati. E la dizione conflitto d’interessi sarebbe parsa un’invenzione provocatoria e anche un po’ bizzarra.
l'omino pasticcione è nervosetto perchè il conto alla rovescia è cominciato.
Anche nil Corriere gli spara contro, ora.





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