E' stato frugato ogni anfratto del Dipartimento della Pubblica sicurezza, ogni registro protocollato di prefettura e questura. Nulla. Per il Viminale, quella sollecitazione a provvedere - se mai ve ne fu una - è solo e soltanto nei ricordi di chi sostiene di averla mossa e di chi eventualmente la raccolse. Certo, non si trasformò mai in pezzo di carta, ufficiale o informale che fosse. Dunque, e più semplicemente, quella sollecitazione "non è mai esistita".

La circostanza non è superflua. Nella feroce meccanica di ogni burocrazia, l'assenza di sollecitazioni equivale all'abbandono a silenziose prassi imbrigliate dall'osservanza ossequiosa e pedissequa del rito. Qualunque ne sia l'oggetto. La vita di Biagi non era un "caso". Il percorso della sua pratica ne fu lo specchio. Vediamolo dunque per come lo ricostruisce l'inchiesta Sorge.

Roma - Chi alla vigilia dell'estate 2001 decide per primo di revocare la scorta al professore bolognese è il prefetto di Roma Giuseppe Romano. Sfortunato funzionario che nei mesi successivi vedrà travolti onore e carriera da un rumoroso arresto. Nell'incarto di Sorge, le ragioni di Romano sono in una paginetta cui nulla il Viminale ritiene oggi di poter eccepire. Il Prefetto informa che in quell'estate "non si registrano a Roma" presenze significative dei Nuclei proletari rivoluzionari. Che insomma la sigla del terrore (Npr) che aveva rivendicato l'attentato alla sede Cisl di Milano e "giustificato" la scorta per Biagi era sprofondata in un nulla informativo che faceva cadere ogni preoccupazione per la vita del professore.
Milano - Al Prefetto di Milano, Bruno Ferrante, quella decisione di revoca di Roma suona stonata. L'inchiesta Sorge dà atto che, per ben tre volte, il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, ribadisce la necessità di mantenere il servizio di scorta. E ancora: che "complete" appaiono le motivazioni offerte dal prefetto. A Milano i Nuclei proletari rivoluzionari sono un fantasma da cui guardarsi ancora. Il rischio è "concreto" e "attuale".

Il Viminale - Nella frattura tra le prefetture di Roma e Milano entra brusco - come rivelato ieri da Repubblica - il Viminale. Francesco Tagliente, responsabile dell'Ufficio Ordine pubblico, chiede conto a Ferrante, come del resto ai prefetti di Bologna e Modena del perché quel che è valido a Roma - "il rischio è cessato" - debba essere ignorato altrove. Nella mossa di Tagliente si coglie una sollecitazione che nelle burocrazie di ogni Paese ha un suo frusto corollario: quel che vuole il centro, la periferia è tenuta a fare. Sorge assolve. Nella nota inviata da Francesco Tagliente ai prefetti di Milano, Bologna, Modena - argomenta - non c'è nulla di "abusivo", debordante, subdolamente allusivo. La "norma" amministrativa attribuisce alle periferie (prefetti e comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza) un "potere esclusivo di decisione e valutazione" del rischio che minaccia le persone scortate.

Dunque, se il "funzionario" del centro coglie increspature o difformità nello spartito "è tenuto" all'intervento. Lui, il funzionario del centro, "è custode dell'omogeneità nell'applicazione delle norme".
Sarà. E' un fatto che alla fine dell'estate, le prefetture di Milano, Bologna e Modena - è ormai noto - si adeguano, revocando a Biagi la scorta. Il rischio, da massimo ovunque, sprofonda ad un rotondo zero. Ma anche qui Sorge non intravede sciatteria meritevole di censura. Il capo di gabinetto del Viminale registra che le prefetture emiliane si adeguano di fatto alla nota, "tecnicamente ben motivata", con cui il prefetto di Milano Ferrante decreta la fine del servizio di scorta del professore bolognese. Dunque?

"Se un responsabile esiste e al momento non sembra si possa parlare né dei prefetti né dei questori coinvolti in questa storia - spiega una fonte qualificata del Viminale a Repubblica - forse lo troveremo nelle pieghe di quel flusso di comunicazioni secondarie tra il centro e la periferia e tra le periferie. Mi spiego: valuteremo se alcune informazioni di dettaglio necessarie ad apprezzare il rischio che minacciava la vita di Biagi furono taciute o riferite in ritardo. O, peggio ancora, vennero sottovalutate ritenendo eccessivi i timori che, giustamente, il professore aveva manifestato sulla sua incolumità". Vedremo.

(28 marzo 2002)