Il governo italiano (è inutile precisare che è destrorso, se fosse stato sinistrorso avrebbe fatto lo stesso), di fronte a una mobilitazione popolare che non si arresterà contro la presenza degli americani nell'isola di Santo Stefano nell'arcipelago della Maddalena, si è affrettato a far eseguire l'analisi delle acque del mare, al fine di tranquillizzare soprattutto la popolazione locale (che potrebbe soffrire per il calo delle presenze di vacanzieri) che tali acque non sono inquinate da radioattività.
Le analisi sono state disposte a cura del Ministero dell'ambiente e della Giunta Regionale sarda (bisogna proprio dire che si tratta di due enti assolutamente obiettivi e indipendenti....) in combutta fra loro, non sono definitive ma i risultati che volevano e dovevano essere raggiunti sono stati anticipati dal fascista Italo (un nome, una garanzia) Masala, presidente della giunta regionale.
Lo riporta il quotidiano L'Unione Sarda di mercoledi 21 aprile 2004.
Una dettagliata relazione scientifica allontana i dubbi che avevano allarmato la popolazione
L’arcipelago non è inquinato dai sottomarini nucleari Usa
Nessun danno per l’ambiente dopo l’incidente a bordo dell’Hartford
di Giorgio Pisano
Il mare della Maddalena non è radioattivo. L’incidente del sottomarino Usa a propulsione nucleare (ottobre 2003) non ha creato la minima emergenza. Dal punto di vista ambientale, l’arcipelago potrebbe perfino essere meglio di prima.
Non dicono proprio così (ma quasi) il ministero dell’Ambiente e la Regione che ieri hanno presentato i risultati di un’indagine svolta da due agenzie ultraspecializzate. Il lavoro è praticamente concluso: mancano, per dirlo proprio finito, alcuni esami di laboratorio. Tra qualche settimana, in piena campagna elettorale, si conosceranno comunque anche questi ultimi test.
Italo Masala, presidente della giunta, non l’ha dichiarato in maniera esplicita ma gli si leggeva in faccia la speranza di seppellire una volta per tutte la querelle nucleare e spegnere con l’idrante della scienza le paure manifestate da ecologisti e non solo. Salvo i ringraziamenti al ministro Matteoli (per la partecipazione al monitoraggio), non ha aggiunto altro. Appena si è conclusa la relazione tecnica, ha chiuso le porte ai giornalisti. La discussione doveva restare riservata.
Ma discussione con chi? Con l’ammiraglio di Marisardegna, col Comandante militare dell’isola, con l’assessore regionale all’Ambiente, col presidente dell’ente-parco dell’arcipelago e un assessore-portavoce del sindaco di La Maddalena, Rosanna Giudice, che ha scelto di non esserci. Forse polemicamente.
È toccato ad Angelo Dello Monaco, dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici), illustrare gli obiettivi e il significato di un’indagine ad ampio raggio. Indagine che non ha toccato soltanto il mare sotto accusa ma anche quello di molte altre località della Sardegna ritenute compatibili. Infilandosi in un labirinto squisitamente tecnico quasi fosse davanti a una rappresentanza di colleghi, Dello Monaco ha spiegato che sono state analizzate le alghe e l’acqua. Il succo è in una frasetta contenuta nelle 72 cartelle fitte fitte che formano il corpo del lavoro. «Si può quindi escludere che a seguito dell’incidente al sottomarino Hartford dello scorso autunno vi siano stati rilasci all’ambiente della radioattività artificiale presente nel sistema di propulsione del sottomarino stesso». Il concetto è un po’ contorto, grosso modo vuol dire comunque che il sottomarino ha strisciato sul fondale senza danneggiare il motore. Il quale motore ha addirittura quattro barriere per evitare il rilascio di radioattività nell’ambiente.
Dello Monaco ha poi precisato che l’ormai famoso torio 234 è «il primo figlio di decadimento radioattivo dell’U 238, principale isotopo dell’uranio». Segue interrogativo forte e chiaro: l’Hartford ha inquinato? Risposta: «No». Il torio 234 è tuttavia presente in dosi elevate: come si spiega? «Con fenomeni di accumulo naturale selettivo che possono essere registrati anche in altre zone dell’Isola». L’elemento inquinante, dunque, è concentrato nelle alghe: in dosi sicuramente elevate - ha chiarito l’Apat confermando le primissime analisi svolte dalla Asl di Sassari - ma senza alcuna responsabilità dell’uomo e tantomeno di inquietanti prolassi della flotta americana di base a Santo Stefano. Spazzati anche i dubbi su eventuali conseguenze legate alla catena alimentare: secondo i tecnici, per avere un qualche effetto collaterale bisogna mangiare sessanta chili di alghe l’anno. Ipotesi, come il mormorìo in sala ha evidenziato, assai improbabile. A quel punto dello Monaco ha scelto di auto-intervistarsi ponendosi un’altra serie di interrogativi a cui dare una risposta in diretta. Oltre che il Torio, le alghe rosse contengono anche l’U 238? No. E ancora, in crescendo: Torio 234 e U 238 possono essere stati rilasciati da attività umane? No. «Pertanto, pur nell’attesa delle attività analitiche, i dati allo stato disponibili indicano che il contenuto di uranio presente nelle alghe e nell’acqua marina rispecchia pienamente i rapporti isotopici presenti in natura e, quindi, esso non deriva da attività antropiche (uranio depleto o arricchito)».
Il caso è chiuso, direbbero a questo punto gli investigatori, precisando - casomai ce ne fosse bisogno - che tutto questo lavoro non ha fatto altro che ribadire quello che si sapeva da subito o quasi: nessun pericolo. Finendo di pancia sul fondale, il sottomarino Hartford non ha provocato danni seri. Non è difficile crederci, a patto che qualcuno chiarisca anche alcuni aspetti - non esattamente ambientali - della faccenda. Per esempio, se davvero si è trattato di un incidente da quattro soldi, perché è costato il posto al commodoro americano (appena insediato), al comandante dell’unità navale e a due ufficiali? Non solo: i danni lievi sono talmente lievi che appena l’Hartford è faticosamente rientrato nella base di Norfolk (Virginia), la marina Usa s’è chiesta se non fosse il caso di rottamarlo.
Fermo restando il rigore, l’accuratezza e la pignoleria scientifica del lavoro commissionato dalla Regione (“Indagine straordinaria di monitoraggio della radioattività ambientale dell’arcipelago della Maddalena”), qualche ombra c’è ancora. E vediamo perché.
L’incidente all’Hartford risale, secondo le voci ufficiali, al 25 ottobre. Cinque giorni prima la popolazione dell’arcipelago è stata atterrita da un misterioso boato. Viene da chiedersi, tenendo conto di questo, se l’incidente al sottomarino sia davvero del 25 e non del 20. E, se è capitato davvero il 20, perché questo spostamento di date?
Meglio sorvolare sulle giustificazioni offerte dal prefetto di Sassari, Salvatore Gullotta: ha dapprima sostenuto che il boato era stato provocato dal bang di un aereo supersonico. Poi, quando la storiella dell’aereo non stava più in piedi, è stata avanzata l’ipotesi di un terremoto con epicentro in Corsica. A seguire, come se non bastasse, è stato anche precisato che le autorità americane avevano immediatamente informato dell’incidente i colleghi italiani. Il che non è vero. Il solito prefetto ha pure definito allarmistico e più o meno falso il piano di evacuazione pubblicato da questo giornale. Se crede, gliene possiamo regalare una copia.




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