Da: www.nonluoghi.it
RAI: Tv di tutti o Tv omologata?
Di Rino Vaccaro
Le forme della manipolazione televisiva e mediatica sono molte; la notizia non trasmessa è la più frequente; basti vedere la selezione di notizie e immagini proprie delle grandi agenzie di informazione che cancella interi continenti. Ma la prassi è diffusa anche a livello nazionale e locale.
Esempi di buona informazione e di buona tv ce ne sono stati ovviamente molti e anche giornalisti coraggiosi che hanno pagato con la vita come Ciriello in Palestina ;altrimenti non si capirebbe,contro ogni deriva qualunquistica, se c’è o no da difendere qualche cosa. C’è molto da difendere e molto per cui valga la pena di “resistere” con un termine ritornato di attualità.
Una tv professionale, svincolata dal potere economico e politico sembra un sogno impossibile e forse lo è anzitutto perché la dipendenza dal potere economico non è più mediata dal potere politico ma agita direttamente in modo multiforme e poi perché non è un rimedio la professionalità giornalistica che è senz’altro del tutto essenziale ma non sufficiente purtroppo a condizionare la proprietà delle testate e dei networks. Gli esempi di dipendenza o di auto condizionamento giornalistico sono noti e anche l’ impossibilità oggettiva ad esprimere il meglio (perché spesso un servizio viene affidato a chi è affidabile o coerente con la direzione ggiornalistica)
A monte stanno le linee editoriali, i palinsesti ,anche le opzioni politiche governate da direttori e proprietà; e anche la qualità culturale, la temperie, il tono d’insieme, i segni e i contenuti, la marginalizzazione degli eventi e la creazione di eventi fittizi propri di un linguaggio mediatico che non riguarda solo i testi , le parole (pur importanti ovviamente) ma le immagini, i suoni, le capacità e, specularmene, le disponibilità comunicative e altro ancora.
Le storie profonde che attraversano l’umanità ma anche la complessità culturale e politica del nostro paese e dei paesi dell’Europa, del mediterraneo e del mondo non vengono raccontate; sembra che non esista o sia un diritto affievolito quello di poter avere una informazione seria che non si riduca al reportage estemporaneo, al servizio dell’inviato speciale o peggio al mero folclore.
Il sistema di comando dei media porta ad un restringimento delle libertà e dei diritti di tutti giornalisti e cittadini;un sistema non destinato a mutare ma forse a peggiorare per tratti di maramalderia pura o pacchiane intromissioni nella fabbricazione della notizia (che non si coglie dall’albero come un frutto) fino alle pericolose gestioni occulte del potere televisivo e mediatico. Qualcuno ci prova sempre a forzare le notizie a proprio favore e spesso gli riesce anche se parzialmente
Disinformazione e manipolazione dell’informazione a livello globale
Il NY Times ha annunciato la nascita dell’ufficio di influenza strategica del Pentagono che ha il compito di diffondere notizie anche false in particolare ai media stranieri nel quadro di un rinnovato sforzo per influenzare l’opinione pubblica e i politici sia nei paesi amici che in quelli ostili. Lo staff di giornalisti,si fa per dire, unirà notizie bianche credibili ad altre false; tra le competenze del gruppo di attacco dei finti giornalisti le notizie coperte e non meglio precisate attività psicologiche e di inganno. E’ una notizia che mi piace mettere a confronto con la turpe vicenda di Echelon, il controllo spionistico made in Usa e con il documento del Pentagono sul possibile uso del nucleare contro Russia e Cina (quest’ultima notizia purtroppo vera ha uno scopo deterrente facilmente intuibile di terrorismo psicologico).
C’è stato un tempo in cui era prevalente in uno schieramento molto ampio e con una posizione comune condivisa a favore del carattere pubblico della Rai; poi le cose purtroppo sono cambiate anche a seguito di una sequenza di sentenze della Corte costituzionale che hanno prima smantellato il monopolio Rai e poi accettato il duopolio Rai Mediaset come il migliore dei mondi possibili.
Il pluralismo vero ovviamente non c’era con il monopolio né con il duopolio né ci sarebbe stato con un oligopolio con l’entrata di un terzo soggetto (come è andata a finire con la 7 tutti lo sanno) ma i giudici hanno fatto finta che pluralismo culturale fosse l’equivalente di una differenza nella struttura del capitale societario.
L’ipotesi ricorrente di una Public company con milioni di azionisti (il canone che diventa la sottoscrizione di un’azione societaria) non risolve il problema del controllo e del sistema di comando; chi controllerebbe , con quali meccanismi non meramente societari?
Il limite proprio delle società di capitali, quindi anche delle Publics companies, non è solo che entrano e dipendono dalla logica di mercato; anche se producono notizie o intrattenimento; si tratta di un limite intrinseco alla struttura societaria giuridicamente definita in modo da garantire una struttura di comando con l’introduzione di controlli meramente formali (anche se importanti e non sempre esercitati, vedi vicende Consob).
E poi chi potrebbe, dovrebbe comperare una rete? Dove sono finiti i discorsi sull’editore puro? Nel pasticcio della scalata a Mondatori, per non parlare della legge Mammì che era un tentativo fallito di frenare monopoli intrecciati tra tv editoria e quotidiani in un momento storico caratterizzato dal prevalere nel mondo della tv ma anche dell’editoria e della stampa di un editore spurio che è entrato nel sistema radiotelevisivo non per una semplice opzione di investimento ma per quel rapporto ormai maturo di una dipendenza dei media dalla pubblicità. (Gli appelli per togliere i tetti pubblicitari alla Rai non fanno che confermare questa dipendenza come un assioma assoluto)
La modifica delle linee editoriali per rendere più coerente il messaggio con lo scopo di valorizzare il mezzo come veicolo pubblicitario,è una conseguenza implicita .
Per chi non ci sta , come il popolo dei girotondi, non resta che spegnere la Tv (come hanno fatto gli 800.000 che hanno abbandonato gli ascolti di prima serata)
La rinuncia forzata all’ascolto viene poi contrabbandata come la libertà di ognuno di fare quello che vuole ed è invece il segno di una sconfitta storica come quella di chi non vota più per il disagio nei confronti di sistemi elettorali truffaldini; sul piano individuale una libertà di indignazione su quello sociale una pesante sconfitta. In democrazia si può accettare una sconfitta politica a condizione che non si tramuti in un pesante restringimento delle libertà civili e dei diritti di tutti non certo di quelli angusti e limitati che coincidono con le convenienze dei gruppi finanziari dominanti e con la corte dei sudditi di tali gruppi
Non dimentichiamo la grande mobilitazione contro l’oscuramento delle reti Mediaset che ha sancito un grande consenso popolare per il carattere spettacolare e gratuito della tv commerciale , un indice di gradimento certo manipolato ma non meno vero e condizionante della riforma televisiva. Ricordo che le emittenti private venivano chiamate libere!
E’ in questo clima che nasce l’accordo ironicamente chiamato della crostata di casa Letta
Non fa scandalo quanto affermato dall’on Luciano Violante, nella recente discussione alla Camera sul conflitto di interessi , come già nel 1994 Berlusconi sapeva bene che nessuno avrebbe minacciato le sue tv; Il responsabile Ds del settore radiotelevisivo, poi viceministro, Vincenzo Vita dichiara di non averne saputo nulla . Ciò vuol dire che qualcuno in un partito di maggioranza decideva a prescindere da un percorso democratico; quel partito stava dunque entrando in una crisi grave di democrazia interna.
Quale sordida conclusione di quella che veniva spacciata come competizione–emulazione Rai- Mediaset e che avrebbe aumentato le opzioni per gli utenti!
E’ vero che nella tv ceca o in quella russa è successo di peggio ma il nostro paese non avrebbe dovuto meritare una simile catastrofe democratica . Una Rai autonoma e pubblica, come richiede un vero servizio pubblico poteva danneggiare l’ interesse privato oligopolista in campo ma si è capito subito che la partita economica e quella politica andavano insieme fino alle accuse grottesche di una rai di sinistra ,di una rai dell’ulivo eccetera.
Le soluzioni all’orizzonte ,che si profilano maggioritarie e bipartisan ,sono tra le peggiori;la vendita di una o due reti rai (e di un’improbabile rete Mediaset) partono dal presupposto falso che l’ingresso di un secondo gruppo finanziario diverso da Mediaset sia la soluzione ottimale .
Si potrebbe ironizzare su un capitalismo pluralista o meglio competitivo (le competizioni normalmente si concludono però con la soccombenza di uno dei contendenti )
In realtà c’è stata non competizione ma omologazione culturale; la tv commerciale ha condizionato programmi e palinsesti , ha imposto e accelerato lo star-sistem e i compensi miliardari mentre gli indici di ascolto condizionano i programmi (così si regola la competizione finta tra omologhi) ma chi vuole combattere una battaglia vera di rinnovamento non può non partire dai dati di un coinvolgimento subalterno di un pubblico molto ampio forse maggioritario , che se proprio non vuole certo non si oppone ed esprime persino un gradimento con la tv spazzatura .Un problema politico reale e anche un problema culturale e intellettuale comune a tutte le democrazie liberiste .
I girotondi attorno alle sedi rai e le manifestazioni molto numerose in tutta Italia o quasi sono senz’altro il sintomo di un risveglio e di una nuova consapevolezza che non ha precedenti ma a nessuno sfugge la complessità del processo in atto.
Il vero problema da indagare mi sembra quello della mediazione culturale , politica e giornalistica nel senso che ciò che virtualmente esprimono categorie, ceti, attese e interessi collettivi e individuali non è facile da intercettare.
Direttamente i cittadini non riescono a comunicare tra di loro; comunicare direttamente è praticamente impossibile , a meno che non si confonda l’intervista al mercato delle opinioni più banali (con il solito mix di favorevoli , contrari e senza opinione): un problema questo sociologico ma anche politico rilevante .
Anche l’uso del mezzo mediatico , qualora fosse realmente e facilmente accessibile, resterebbe molto complesso; infatti occorre pur sempre una mediazione che ne interpreti interessi attuali e profondi , che dia espressione a ciò che si è ma anche agli eventi che ne segnano la presenza e infine che interpreti altrettanto le aspirazioni culturali e politiche .
La tv è lo spazio in cui prende corpo la rappresentazione ideale della realtà ;qualche volta la mistificazione (la tv che fa sognare....).
Un libro recente sulla storia dei TG mette a nudo una realtà storica complessa dove spesso ha prevalso l’uso disinvolto del mezzo.
L’informazione diventa un effetto collaterale della funzione spettacolare propria del mezzo televisivo. Le notizie più complesse, anche se inserite tra le soft-news, sono rimosse come un intruso nella melassa gratificante dei programmi .
Avviene così che affermazioni deliranti come quelle della necessità di colpire i cosiddetti “stati canaglia” o la minaccia dell’uso dell’arma nucleare contro Russia e Cina, per fare solo due esempi , passano quasi inosservate anche se dichiarate come tali . Ma in verità ciò avviene perché non c’è uomo di stato, esponente culturale o di partito che tratti le menzogne e le follie per quello che sono e se ci fosse nessuno gli darebbe la parola e il giornalista si adegua a questo clima , ne diventa l’interprete asettico .
In genere la tv toglie la parola o la da secondo un criterio aberrante dove la moneta cattiva scaccia la buona . Il buon cinema , letteratura arte ma anche musica e teatro sono stritolati , ridotti a frammento all’interno di contenitori banali (come la recitazione di Dante a Sanremo ) o collocati in fasce orarie impossibili.
Le forme espressive più alte sono fagocitate in un indistinto in cui prevale la ripetitività uguale a se stessa (come le immagini di violenza nei film made in Usa) oppure la babele dei messaggi che si annullano a vicenda , addirittura si consente l’aumento truffaldino di volume dei messaggi pubblicitari
La fortuna di una trasmissione come Blob meriterebbe un approfondimento (scontando la indecifrabilità di alcune citazioni strampalate o semanticamente ambigue).
L’offerta televisiva
C’è anche un aspetto positivo con l’aumento dell’offerta televisiva via satellite ed è quello di ritagliarsi un proprio palinsesto ma non è scontato anche per i costi alti della tv digitale e satellitare e l’offerta polarizzata sullo sport e sul calcio delle pay tv .
Quanto alle emittenti locali il loro numero è ancora molto alto oltre 600 nonostante le previsioni di un crollo. Scrive ad esempio G.Barbacetto su Il diario che i canali terrestri via etere sono 2500 quindi l’Italia ospiterebbe un quinto delle tv mondiali
Gli addetti al settore pubblicitario sono oltre 20.000 il doppio degli addetti della tv pubblica e di quelle private messe insieme.
Le risorse pubblicitarie spropositate: ben 7.600 miliardi lo scorso anno , con una prevalenza alle tv a scapito dei giornali e con una preferenza dei grandi gruppi verso Mediaset rispetto alla Rai
Aumentano ancora gli spot e il bombardamento pubblicitario che ha raggiunto livelli parossistici.
Il vero problema dovrebbe essere non tanto quello di conquistare nuovo pubblico alla tv , e di aumentare le ore di ascolto e quindi dei contenitori del veicolo pubblicitario, ma quello diametralmente opposto di ridurre e qualificare i tempi di ascolto radiofonico e televisivo ed estendere altre forme di fruizione culturale del tempo libero: la lettura dei giornali come le visite a musei e biblioteche ,ma anche le visite ai parchi naturali etc….; in altri termini diversificare la fruizione culturale non diventare bersaglio di messaggi diretti e occulti.
I danni psicologici e persino medici di un ascolto prolungato della tv colpiscono soprattutto bambini e anziani con una lacerazione evidente del rapporto comunicativo interindividuale e sociale; prevale la società dell’esclusione e dell’emarginazione che si rispecchia bene in un popolo schierato tutte le sere davanti alla Tv.
Nella sua prima audizione alla commissione parlamentare di vigilanza il nuovo presidente della Rai ha affermato che "bisogna trasformare la rai in un’azienda , difendere il pluralismo contro l’ingerenza dei partiti e assicurare imparzialità e obiettività".
Si tratta di affermazioni generiche che trovano ampi consensi perché ognuno spesso vede obiettività nella coincidenza con le "proprie” opinioni di parte; più difficile è praticare un pluralismo vero che si nutre anche di parzialità non dimenticando che la capacità di esprimere opinioni diverse e contrapposte corrisponde alle diversità culturali e politiche del paese. A livello politico il gioco si fa ancora più pesante; sembra a rischio anche la legge sulla par condicio, impugnata alla Corte costituzionale,mentre la pressione sul mezzo televisivo rai e anche verso le televisioni private si fa stringente perché promette risultati immediati o quasi in termini di voti . Le tv alternative non commerciali ma di opinione sono in difficoltà. E’ noto il caso di Indymedia. L'agenzia di stampa Indymedia è nata con le manifestazioni contro la globalizzazione di Seattle, nel novembre 1999. Oggi conta 57 centri in 21 Paesi. Una nuova forma di giornalismo open source e militante
L’informazione di attualità politica e culturale dei paesi dell’Europa e dell’area del mediterraneo e a livello internazionale è ad un punto critico. Jean-Louis Sagot-Duvauroux harichiamato l’attenzione sulla gratuità del mezzo tv come aspetto strategico·
Per il diritto alla parola
I promotori del movimento per un servizio radiotelevisivo pubblico hanno lanciato un “Appello per la libertà di comunicare , per il diritto alla parola. Gli slogan sono "No all'informazione mercificata o di parte Per dare voce e forza alle culture del paese. No alle lottizzazioni e all'informazione dei potenti".
Riprendiamo dal testo dell’appello:
“Una democrazia vive solo se c'è libertà e pluralismo nella comunicazione. Oggi invece carta stampata e radiotelevisione rischiano di essere totalmente controllate dai poteri forti e dal sistema economico delle imprese. Nessun editore puro sembra affacciarsi all'orizzonte e la concentrazione in poche mani dell'intero sistema della comunicazione lo rende asfittico e conforme solo agli interessi di pochi.
Dopo un decennio di inseguimento del modello televisivo commerciale anche il ruolo e l'immagine della RAI risultano appannati.
Programmazione spesso omologa a quella delle tv commerciali, con conseguente abbassamento della qualità, scambio continuo di personaggi dal modello commerciale a quello pubblico e rincorsa miliardaria ai medesimi, meritocrazie azzerate, inseguimento dell'auditel come fondamentale metro di giudizio, hanno profondamente intaccato nel paese l'idea del servizio pubblico radiotelevisivo. La stessa prospettiva di una privatizzazione della RAI ha contribuito a rendere più omologa la sua immagine a quella del maggior gruppo privato.
Proprio oggi, invece, di fronte ad un sistema della comunicazione bloccato dal monopolio delle risorse pubblicitarie e dal conflitto d'interessi, occorre ripensare e rilanciare l'idea di un nuovo servizio pubblico. L'idea, cioè, di un spazio che sia a garanzia della resistenza all'omologazione dell'intero sistema della comunicazione agli interessi commerciali e che, attraverso trasparenza e innovazione, rilanci un'idea di servizio pubblico che non sia la conservazione dello status quo compresi i privilegi e la gestione di parte), ma effettiva garanzia di pluralismo e autonomia.
La stessa battaglia per la qualità della televisione deve essere vista come possibilità per aprire spazi di produzione di contenuti liberi dall'influenza del sistema economico. E inoltre come possibilità per far conoscere e valorizzare le tante soggettività che costituiscono il tessuto dinamico e vitale della nostra società e che non trovano spazi comunicativi adeguati.
Proprio per questo e in sintonia con le decisioni europee di nuova salvaguardia del ruolo e dell'idea di servizio pubblico radiotelevisivo, lanciamo un appello al paese perché si mobiliti per una battaglia per il rilancio del servizio pubblico e per l'affermazione dell'interesse generale del sistema della comunicazione. A favore della riforma della RAI, per il mantenimento del suo carattere pubblico e contro lo strisciante ridimensionamento dei suoi spazi.
Per costruire una campagna per un' informazione pluralista e libera, per il diritto costituzionale ad informare ed essere informati.”
Internet e tv
Con l’avvento del digitale la tecnologia broadcasting e quella telematica della rete si incrociano
Ormai molte testate giornalistiche sono in rete e molte notizie giornalistiche sono notizie mediate dalla Tv cioè in larga misura non -notizie o meglio notizie di cose che accadono solo in tv. Ciò che ipnotizza gli spettatori televisivi è guardare il movimento, scrive la rivista “Piemonte parchi”in un originale editoriale , una eredità biologica di quando l’uomo stava sugli alberi e doveva avere una innata sensibilità al movimento.
Nel 1946 Daryl Zanuck direttore della 20th Century fox ,una grande Holding cinematografica dichiarava :la televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno. Sembra un assurdo paradosso di un lontano passato eppure chissà che non ridiventi attuale; intanto c’è da registrare un piccolo segnale : sembra ci sia stata di recente una perdita di 800.000 telespettatori di prima serata !non male se iniziasse una controtendenza.
Sono compatibili i diritti con la fase storica che stiamo vivendo? Ed è possibile affrontare la realtà mutevole che abbiamo di fronte soltanto con lo strumento dei diritti? Si chiede Stefano Rodotà in una acuta analisi della situazione attuale .
Se si volesse approfondire e nalizzare il linguaggio televisivo e la sua influenza anche formativa dell’opinione pubblica non si dovrebbe prescindere dalla lezione di Hans Georg Gadamer, recentemente scomparso, per due aspetti :anzitutto la centralità ma insieme la relatività della verità scientifica (vedi “Verità e metodo” ) e poi per il discorso specifico sul linguaggio che è l’orizzonte di ogni interpretazione ermeneutica della realtà ; con un incontro tra soggetti che si parlano separati e mediati da una distanza spaziale o temporale dove prevalgono parole testi, segni. Certo la ricchezza del rapporto culturale possibile tra gli uomini è in qualche modo tradito da un messaggio unidirezionale tra emittente e ricevente , un destinatario del tutto inerme, nonostante ogni fuga in avanti sulla interattività e sul protagonismo del telespettatore ,che è appunto uno spettatore e basta.
L’illusione che ad un progresso tecnologico corrisponda una crescita della democrazia è ampiamente contestato anche da Matellart nel suo ultimo libro sulla società dell’informazione
Gli utopisti St. Simoniani pensavano ad esempio che le ferrovie avrebbero messo fine alle guerre perché avrebbero permesso ai popoli di conoscersi meglio; mentre la dura realtà si è rivelata al contrario con le tradotte ferroviarie che hanno portato soldati e munizioni e armi al fronte in misura inaudita prima che arrivasse la ferrovia.
La società globale dell’informazione.
Dalla filosofia alla politica: è nel 1995 che il G7 ratifica il concetto di società globale dell’informazione. La trama definita è quella della rete dove non scappa nessuno ,o quasi. Qualcuno decide quali siano i temi dominanti, salienti del momento , quali i protagonisti:una polarizzazione mediatica che coinvolge milioni se non miliardi di persone in tutto il mondo .
Il mondo non è più vasto ,differenziato, imprevedibile ma al contrario diventa un mondo piccolo che ruota attorno alla city o alle metropoli che governano l’universo Chi non ha i mezzi non può capovolgere questo rapporto come non si può ,con la diffusione di un passaparola o di un volantino, competere con una testata giornalistica o con un grande network televisivo.
E’ qui che nasce il controllo di massa, al di là delle opinioni dei singoli tendenzialmente uniformi e comunque irrilevanti. Quello che conta è l’agenda degli eventi che contano, la drammatizzazione dei significati e dei contesti .
Interessante è il riferimento ai consulenti militari i così detti “think tank” che si muovono nei corridoi dei ministeri della guerra come i gesuiti nelle regge della controriforma!
Le nuove macchine informatiche (la telematica ) si insinuano sempre più nei meccanismi della sensibilità , del gesto e dell’intelligenza, scrive Felix Guattari.
Uno sguardo sul passato e sul futuro
Una tale sconvolgente quantità di informazioni prodotte annualmente genera un paradosso, che è anche una minaccia già operante. L'epoca che produce più informazione rischia di essere quella che meno ne lascia dietro di sé, scrive Franco Carlini sul Manifesto del 10 marzo scorso, perché non riesce ad attrezzarsi adeguatamente per classificarla (e quindi renderla davvero disponibile) e perché non sa conservarla. In particolare non sa cosa conservare né come farlo, poiché i materiali digitali sono facilmente reperibili, ma anche altrettanto facilmente deperibili, attrezziamoci a salvare e schedare (magari con qualche approssimazione) il più possibile, e poi si vedrà quale teoria della conservazione digitale sarà più solida.
Si tratta da un lato di contrastare il disegno dei grandi gruppi di rendere eterni copyright e brevetti, e dall'altro, al contrario,di proporre nuove regolazioni leggere e minime per la proprietà intellettuale le quali usino il meglio delle nuove tecnologie per favorire la diffusione delle idee e dell'innovazione.
La seconda riguarda il ruolo decisivo dei cosiddetti "Buoni Maestri" nel compito sempre più cruciale di intermediari tra i cittadini e l'informazione.Caduta l'illusione che con la rete si potesse fare tutto da soli, rinunciando alla mediazione, il ruolo delle agenzie e delle persone esperte torna a essere decisivo. Con un'avvertenza tuttavia: il ruolo resta, ma le modalità della mediazione e le capacità professionali richieste cambiano vistosamente e vengono messe in discussione dalla semplice esistenza della rete.
Un condizionamento nuovo del mezzo televisivo o un circolo virtuoso per uscire storicamente da una dipendenza soffocante?
Rino Vaccaro




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