Doveva essere una nuova marcia per la pace. A cambiare era solo lo scenario.
Tante belle intenzioni, tanti bei proclami, e tutti insieme allegramente, sull' onda lunga del 23 marzo. Un festival di colori, dal bianco e giallo di una margherita riforita al verde illuminato da un bel sole ridente, in mezzo il calore del rosso, sia quello stinto che quello acceso. Un unico obiettivo, importante quanto gravoso: una pace giusta in quel medioriente sempre più somigliante ad un thriller in bianco e nero.
"2 popoli, 2 stati", sacrosanto.
Poi succede che qualche giovane entusiasta si fa prendere la mano. Compaiono un manipolo di palestinesi che per solidarietà si agghindano a kamikaze. L' effetto è quello che avrebbero causato gli originali: inizia il fuggi fuggi, i sindacati sono i primi a ripiegare, la margherita non lascia neanche qualche petalo, seguono i ds. La manifestazione cambia registro. L' intifada subentra alla pace, concetto ormai dimenticato. Via lo striscione di apertura, meglio più eloquenti inviti alla resistenza, quella delle bombe. Applausi al gruppetto degli "ebrei contro l' occupazione", spaesati come chi crede di trovarsi a un pic-nic e si ritrova in mezzo alla trincea nemica. Il sole sul verde ora ride meno. Sembra imbarazzato. Il rosso invece è sempre più rosso e i no-global scandiscono come sanno. Il ritornello dice "intifada". Come dice "intifada" il monsignor Capucci, che dal palco traduce il guevaresco "Hasta la victoria siempre" con un improbabile saluto "ai figli dell' intifada, che andrà avanti fino alla vittoria".
Brutte parole. Il pacifismo a senso unico torna di casa. Si doveva parlare di pace, non lo si è fatto. A queste condizioni, il vero sballo era dire NO. Un plauso a sindacati, ds e margherita, che ne hanno avuto il coraggio. A tutti gli altri, una solenne tirata di orecchie (o un calcio in culo, se preferite). La pace è lontana e occultata da una coltre di morti. Se si sbaglia pure la strada per raggiungerla, l' impresa diventa impossibile.

Cordialmente.