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Discussione: Il thread dei tributi

  1. #1
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    Exclamation Il thread dei tributi

    Ho notato che a volte a qualcuno salta il buzzo di fare un tributo a qualche artista, può essere però che solo in pochi lo conoscano bene e contribuiscano. Apro dunque questo thread, e lo metto in rilievo, per raccogliere tutti i post d'omaggio a personaggi del mondo della musica defunti/spariti/impazziti/ritiratisi o quant'altro, postate pure anche i commenti se volete, non deve essere necessariamente una vetrina di biografie (anche se io l'ho cominciata in questo modo).
    Innanzitutto metto le biografie di 3 giganti della musica moderna, tutti e 3 della fine degli anni '60 (i miei preferiti se non si era capito): J.Hendrix, J.Joplin e J.Morrison (per quest'ultimo ho attinto da Clarence, e ho aggiunto il commento crudo sul film di O.Stone sui 'The Doors', da leggere per chi conosce un minimo la persona di cui si parla).

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  2. #2
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    <center>Jimi Hendrix</center>

    <center></center>

    James Marshall Hendrix nasce a Seattle, Washington State, USA, il 27 novembre 1942. La famiglia è molto povera, il padre di colore e la madre di origine cherokee. Di quest'ultima Jimi sarà orfano in giovane età. Allevato dal babbo Al, egli si lega morbosamente alla chitarra avuta in dono da ragazzino. Del tutto autodidatta, forma il suo primo gruppo al principio degli anni '60, i Casuals, dove troviamo il suo futuro compagno di avventure Billy Cox. Del suo ancora acerbo quanto precoce talento si accorgono diversi grandi artisti dell'epoca, i quali ricorrono ai suoi servigi. Fra gli altri, quel matto di Little Richard, Ike Turner, Albert King e soprattutto gli Isley Brothers. Hendrix ricorderà questo lungo periodo come molto frustrante e noioso, anche se preziosissimo per le future esperienze on stage. Alla fine del '64 si unisce agli Squires di Curtis Knight, con il quale si manterrà in contatto per lunghi anni, registrando molto materiale live ed in studio. Dopo un altro trasferimento, questa volta verso New York, egli adotta il nomignolo di Jimmy James ed attraverso una serie incandescente di esibizioni (in particolare al Cafe A Go-Go) viene notato dal bassista degli Animals, Chas Chandler. Impressionato dallo stile di Jimi, Chas deve solo riuscire a portarlo con lui a Londra: pare che non sia stato difficile. Nella scena già di per sé stimolante della Swinging London, Hendrix irrompe come un uragano. Affiancato da due eccellenti musicisti come Noel Redding (basso) e Mitch Mitchell (batteria), l'uomo di Seattle crea sensazione nei club britannici. La Track Records ed in particolare Kit Lambert, già manager degli Who, offrono finalmente la grande occasione, pubblicando in rapida successione due 45 giri, "Hey Joe" e "Purple haze"!! Presto diviene chiaro che Jimi è anche un animale da studio, dove le sue affinità con le nuove sofisticate tecniche di registrazione e di overdubbing sono già palesi nell'album di debutto "Are you experienced?". Il grande successo ottenuto nella non tanto perfida (per lui) Albione fa da trampolino di lancio per la sua personale riconquista dell'America. Al Festival di Monterey, nel giugno '67, il sublime chitarrista accetta di comparire dopo il fiammeggiante set degli Who: lui, per non essere da meno di quei geniali matti londinesi, le fiamme le crea davvero, dando fuoco in scena alla sua chitarra…Da quel giorno la sua notorietà sarà universale, alimentata da estenuanti tournée in tutto il mondo (eh sì, venne anche nel nostro Bel Paese, e fortunato chi l'ha visto) e da altri due capolavori di blues rock inacidito, "Axis: bold as love" e il doppio "Electric ladyland". Quest'ultimo, realizzato nell'ottobre del 1968, rappresenta un ulteriore progresso nella tecnica e nella innovazione, pur vedendo l'Experience ormai slegata da liti interne. Redding, sentendosi un grande chitarrista frustrato (lo capiamo), abbandona per fondare un suo gruppo chiamato Fat Mattress, il quale spunterà un contratto favoloso senza avere il benché minimo successo (furbi però!). Chiamato il vecchio amico Billy Cox a rimpiazzare Redding, Jimi affronta il megaraduno di Woodstock con una band allargata a percussioni, tastiere ed una seconda chitarra. "The star spangled banner", l'inno americano stravolto dal feedback, rappresenta per molti il picco del nostro artista. Allontanato anche Mitchell (Buddy Miles al suo posto), Jimi fonda The Band Of Gypsies, con la quale registra nell'aprile '70 l'album omonimo, complesso ed introspettivo. Frustrato, coinvolto sempre più nel suo rapporto devastante con le droghe, in grande attrito col manager Michael Jeffrey, Hendrix coinvolge le sue forze verso l'apertura di un proprio studio di registrazione a New York, l'Electric Lady Studio. Qui egli passerà ore ed ore, registrando chilometri di nastro e facendone un po’ la sua unica casa. Ritornato in Europa per l'ennesimo tour, si ferma alcuni giorni a Londra, dove intende riallacciare i rapporti col vecchio manager Chas Chandler. Il 18 settembre 1970, attorno alle 7 del mattino, viene rinvenuto cadavere in un albergo della capitale britannica. Dopo avere ingoiato parecchie pastiglie di barbiturici non si è più risvegliato, anche se la causa più probabile di morte è quella di soffocamento dovuto al vomito nel sonno. La sua ragazza, pur accorgendosi di tutto ciò, non chiama subito i soccorsi, spaventata dall'eventuale insorgere di problemi giudiziari a causa della marijuana nell'appartamento. Così muore, quasi ventottenne, un artista nel pieno delle sue capacità comunicative, un musicista e compositore straordinario, in possesso di una tecnica paragonabile solo a certi giganti del blues, con una dinamica ed una melodica R&B e jazz. Infatti, i suoi ammiratori non sono solo tra i contemporanei rock, ma anche in quelli jazz, folk, soul e blues. Are you experienced with Jimi? If not, it's time to be it. (Da Kalporz)

    <center></center>
    <center>Da notare che pure essendo mancino ha una Fender normale tenuta rovescia, il che rende più difficile l'accesso agli ultimi tasti... ma per uno come lui che la sa suonare velocissimo anche coi denti... (nel senso letterale eh!)

  3. #3
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    Ok mi hai stuzzicato;ripropongo
    IAN STUART:THE FLAME THAT NEVER DIES!!!






  4. #4
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  5. #5
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    <center>Janis Joplin</center>

    <center></center>

    Il mondo del rock era ancora sotto shock per la morte di Jimi Hendrix, quel 4 ottobre del 1970, quando arrivò la notizia che al Landmark Motor Hotel di Hollywood, California, era stato trovato il corpo senza vita di Janis Joplin. Quindici giorni dopo la scomparsa del grande chitarrista, si spegneva anche la voce femminile più “blues” della storia del rock. Il referto del dottor Noguchi, capo coroner della contea di Los Angeles, non lasciò spazio a dubbi: la cantante americana era morta il giorno prima, stroncata da un’overdose di eroina. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri disperse nell’Oceano, lungo la costa di Maryn County, in faccia all’Oceano.
    Finiva così, a soli 27 anni, l’esistenza inquieta di Janis Joplin. Una vita vissuta pericolosamente, tra droghe e alcol, da quando, appena ventenne, era fuggita dalla sua “prigione natale”, come chiamava Porth Arthur (Texas), la città dove era nata il 19 gennaio 1943. Il padre lavorava in una fabbrica di lattine, la madre era impiegata in un college. Sovrappeso e con la pelle rovinata dall’acne, Janis era una ragazzina piena di complessi, che cercava rifugio nella musica. Così, a 17 anni, mollò il college e fuggì di casa. Per seguire le orme delle sue cantanti preferite: Odetta, Leadbelly e Bessie Smith.
    Cominciò esibendosi nei club country&western di Houston e di altre città del Texas. Appena ebbe abbastanza denaro, prese un bus per la California. Era l'era hippy, e Janis entrò a far parte di diverse comuni, stabilendosi a San Francisco per alcuni anni. Per un caso, tornò in Texas all'inizio del 1966, poco prima che un suo amico, Chet Helms, diventasse il manager di un nuovo gruppo rock, "Big Brother and the Holding Company". La band aveva bisogno di una vocalist femminile e Helm pensò a Janis. La contattò e la convinse a tornare a San Francisco. La fusione tra la voce abrasiva di Joplin e il ruvido acid-blues della band si rivelò un successo. Il gruppo divenne subito popolare in tutta l'area di San Francisco e fu chiamato a partecipare al rock festival di Monterey nel 1967. Una performance trionfale, bissata due anni dopo da Janis Joplin, questa volta come solista, a Woodstock.
    Arrivò così il loro album d’esordio, intitolato semplicemente con il loro nome, Big Brother and the Holding Company. Seguì una serie di concerti in tutti gli Stati Uniti. L'esibizione di Janis Joplin a New York, in particolare, entusiasmò la critica. Il successo la convinse così a lasciare la band, per intraprendere la carriera solista, nel 1968, subito dopo la pubblicazione del secondo album, Cheap Thrills, impreziosito da una cover "acida" di “Summertime” di George Gershwin, resa memorabile dall’interpretazione straziante di Joplin.
    Nel frattempo, la cantante texana era diventata uno dei simboli del rock al femminile, e, a dispetto di un fisico non proprio da top-model, perfino un sex-symbol. La sua sensualità selvaggia la rendeva infatti l'alter ego femminile di ciò che erano, in quegli anni, Jim Morrison o Mick Jagger. Lo confermava un articolo apparso su "The Village Voice": "Pur non essendo bella secondo il senso comune, si può affermare che Janis è un sex symbol in una brutta confezione".
    Il gruppo di musicisti con cui Janis intraprese la carriera di solista si chiamava "Kozmic Blues Band". Con questa band realizzò il suo primo album per la Columbia: I Got Dem Ol' Kozmic Blues Again Mama. La sua vita era a una svolta. Stanca di storie sentimentali senza futuro, aveva trovato un uomo che finalmente amava. E dopo le critiche alle sue ultime performance, sembrava aver deciso di dare un taglio agli eccessi di un’esistenza inebriante ma illusoria. All'inizio del 1970, così, formò un nuovo gruppo, la "Full-Tilt Boogie Band", con cui diede vita a un album-prodigio come Pearl (il soprannome con cui la chiamavano gli amici). Oltre a una versione di "Me and Bobby McGee" di Kris Kristofferson, il disco includeva hit come la trascinante "Get it while you can", la struggente "Cry baby" e l’umoristica “Mercedes Benz”, composta da lei stessa.
    Ma prima che l’album fosse pubblicato, arrivò la tragica notte di Hollywood. Forse quel “buco” doveva essere l’ultimo. Forse anche con l’eroina aveva deciso di farla finita. Ma quella notte spense per sempre la sua voce. Una voce appassionata e straziante, che era insieme ruggine e miele, furore e tenerezza, malinconia blues e fuoco psichedelico. Un canto unico e inimitabile in tutta la storia del rock. “Era una musa inquietante - scrive il critico rock Riccardo Bertoncelli - una strega capace di incantare il pubblico, la sacerdotessa di un rock estremo senza distinzione tra fantasia scenica e realtà”. Uno stile che diventerà un riferimento preciso per intere generazioni di vocalist, da Patti Smith a PJ Harvey, da Annie Lennox degli Eurythmics a Skin degli Skunk Anansie.
    Janis Joplin, alla cui vita sarà dedicato l’imminente film “Piece of my heart”, con Brittany Murphy, ha vinto tre dischi d'oro: il primo con la "Big Brother and the Holding Company" per l'album "Cheap Thrills", il secondo come solista per "I Got Dem Ol' Kozmic Blues Again Mama" e il terzo, postumo, con "Pearl". Grazie al pezzo di Kris Kristofferson, "Me and Bobby McGee" riuscì anche, dopo la morte, a scalare quella classifica dei singoli, nella quale in vita non era mai riuscita ad entrare. La critica, oggi, la considera all’unanimità una delle migliori interpreti bianche di blues di tutti i tempi. Alcune settimane prima di morire, aveva acquistato la lapide della tomba di Bessie Smith, la sua grande musa ispiratrice. E il destino ha voluto che anche il suo ultimo brano si rivelasse una macabra profezia: “Buried alive in the blues”, sepolta viva nel blues. (Da OndaRock)

    <center></center>
    <center>Brutta lo era sicuramente, ma qualcuno la definì "un sex simbol in un brutto involucro"... tutto sommato non male per una che a scuola aveva vinto il titolo di ragazzo più brutto dell'istituto.</center>

  6. #6
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  7. #7
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    AH!AH!AH! che bordello!!

  8. #8
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    <center>Jim Morrison</center>

    <center></center>

    Il 3 luglio del 1971 Jim Morrison veniva trovato morto nella sua casa di rue Beautrellis a Parigi. Il 3 luglio del 2001 cinquantamila persone si ri ritroveranno al cimitero di Pére Lachaise, sempre a Parigi, per commemorare il trentennale della sua morte. In tutto questo tempo la popolarità di Morrison non ha mai conosciuto flessioni e il suo mito si tramanda di generazione in generazione. E' difficile cercare di immaginare come sarebbe oggi alla soglia della terza età. Anche lui forse non sarebbe stato immune dal processo di "perbenizzazione" che hanno subito tutti i reduci di quegli anni. Morrison in quegli anni rappresentava un corpo estraneo in un America che stava imparando a sopportare le ribellioni studentesche, ma non quelle assolutamente slegate da ogni ideologia. In Italia invece a quei tempi il massimo della trasgressione era rappresentato dalle frange del giubbotto di Little Tony e la morte di Morrison passò praticamente inosservata esattamente come la sua vita. La generazione successiva fortunatamente ha scoperto la figura di uno dei personaggi più controversi del rock e l'ha amata molto più di quanto abbiano fatto i suoi contemporanei. Cosa avevano di così speciale i Doors e Jim Morrison? Immaginatevi una generazione abituata a sentire versi tipo "tutti noi viviamo in un sottomarino giallo..." oppure "lei ti ama si, si, si". Adesso leggete un testo di Morrison e capirete il motivo della dirompenza dei Doors. ("Padre, voglio ucciderti, madre, voglio violentarti tutta la notte" n.d.H. ) Un gruppo rock che citava e prendeva ispirazione da Willim Blake, Aldous Huxley e dai poeti maledetti francesi era qualcosa che andava ben al di là della semplice canzonetta d'amore. Il 70 e il 71 hanno portato via alla musica tre dei suoi intrepreti più grandi, qualche mese prima di Morrison infatti, morirono Jimi Hendrix e Janis Joplin. Le tre "J" come qualcuno le definì qualche tempo più tardi. Sono stati sicuramente gli anni più belli per la musica, ma anche i più deleteri per chi la faceva. Non si trattava soltanto di vendere dischi mostrando le tette (ogni riferimento al 2001 è puramente casuale), si trattava di comunicare e nessuno lo faceva meglio di Morrison. Chi c'era racconta di folle letteralmente rapite dalla sue parole e dalla musica, ipnotica come nessun altra, dei Doors. Morrison era il re della provocazione, ma mai fine a se stessa. Fu il primo a portare la poesia e il teatro a un concerto rock. Ovviamente non si trattava di teatro convenzionale, ma di quello ispirato al Living Teathre e a "Il teatro e il suo doppio" di Antonin Artaud. Negli ultimi anni Morrison arrivò al punto di odiare la vita da rockstar e la popolarità che ne conseguiva. Dopo il celebre processo di Miami, in cui fu accusato di essersi masturbato sul palcoscenico, rimase digustato tanto dal perbenismo quanto dalla voglia di casino a tutti i costi dei fans dei Doors. La forza dirompente del gruppo probabilmente stava scemando lentamente e lui non lo accettava. Voleva allontanarsi dall'immagine che gli avevano dipinto addosso e voleva dedicarsi soltanto alla poesia. Partì per Parigi, città che aveva sempre amato, dove era sicuro di non essere preceduto dalla sua popolarità, e insieme a Pamela Courson, la sua "compagna cosmica", visse per qualche mese fino alla morte. E' bello sapere che sia sepolto a Parigi nel cimiteo di Père Lachaise, a pochi metri dalle tombe di Oscar Wilde, Chopin, Molière, Apollinaire e Proust. Sebbene molti storcano il naso a vedere il suo nome accostato a personaggi storici della musica e della letteratura, nessun posto al mondo è indicato come Père Lachaise per ospitare il ricordo di Jim Morrison. E' anche bello sapere che la sua tomba è il quarto monumento più visitato di Parigi, anche se gran parte dei visitatori dimostra di avere un cervello molto più affine a quello di Marilyn Manson piuttosto che allo spirito di Morrison. Dieci anni fa, in occasione del ventennale dalla morte, il cimitero si trasformò in un campo di battaglia tra due schieramenti di coglioni. Da una parte una folla che lanciava bottiglie e dall'altra dei cerebrolesi in uniforme che sparavano lacrimogeni. Che bel modo di onorare la memoria di un personaggio che dalla violenza è sempre stato lontano! Oltre che essere un cimitero Père Lachaise è un luogo d'arte deturpato troppo spesso da alcuni che non riescono a trattenere la loro vena poetica nella punta larga del loro UniPosca e da altri che pensano che sia il luogo ideale per rendere partecipi contemporanei e posteri del proprio amore per la Claudia o l'Anna di turno. Il fatto che la maggior parte di questi graffiti siano in lingua italiana ci lascia sicuramente amareggiati, ma per nulla stupiti. Come se non bastasse, qualche anno fa degli idioti un po' più idioti degli altri hanno pensato bene di organizzare una bella seduta spiritica nei pressi della tomba di Morrison. Risultato di tutto ciò: due telecamere costantemente puntate sulla tomba e continuo via vai di gendarmi che ti guardano come se avessero visto Osama Bin Laden in persona. Domani a Parigi ci saranno diverse commemorazioni a cui parteciperà anche Ray Manzarek (tastierista dei Doors) e Père Lachaise sarà meta di cinquantamila persone tutte alla ricerca di una piccola tomba con su scritto "Kata ton daimona eau tou" (Fedele al suo spirito). Lì è sepolto Jim Morrison, splendido interprete del suo tempo e protagonista di una musica che mai nessuno aveva suonato e mai nessun altro suonerà. Qualcuno alla fine degli anni Sessanta diceva: "I Beatles e i Rolling Stones ti servono per andare fuori di testa, i Doors ti servono dopo". Ecco, questa in due parole, era la musica del Re Lucertola. (Da: Clarence)

    Nota: Le sottolineature le ho aggiunte io, scusate, ma ero troppo d'accordo con quei passaggi per resistere alla tentazione di enfatizzarli.

    <center></center>
    <center>The Doors: da sinistra a destra: John Densmore (batteria), Robby Krieger (chitarra), Ray Manzarek (tastiere, basso), Jim Morrison (voce)</center>

  9. #9
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    Thumbs down A proposito dei Doors e Morrison...

    <center>...e il film di Oliver Stone? Spazzatura!</center>

    I giovani degli anni Novanta hanno conosciuto Morrison e i Doors grazie a un film di Oliver Stone. Per il titolo la fantasia del regista americano non è andata oltre un originalissimo "The Doors". Senza voler offendere gli operatori ecologici di tutto il mondo, diciamo pure che il film in questione è pura e semplice spazzatura. Quando abbiamo saputo che Stone aveva intenzione di girare un film sulla vita di Morrison siamo letteralmente schizzati fuori dalla pelle: da uno come Stone non potevamo che aspettarci un capolavoro. Una volta visto quello che Stone chiamava film, ci siamo convinti che neanche i fratelli Vanzina avrebbero saputo fare peggio. Val Kilmer nei panni di Jim Morrison... E allora perché non girare un film sulla vita di Hendrix e affidare il ruolo di protagonista a Eddie Murphy? Non ci sentiamo neanche di poter dare la colpa al povero Kilmer che con la sua unica espressione facciale ha provato a spacciarsi per attore. Siamo stati tutto il film a chiederci: "Ma quando arriva l'F14 Tomcat di Maverick/Tom Cruise?"
    Come si può riassumere la trama per chi ha avuto la fortuna di non vedere il film? Jim Morrison è un tossico che come unica aspirazione nella vita ha quella di scopare a più non posso, ma non sempre ci riesce. Detto questo potete anche evitare di guardare "The Doors": è tutto qui! Forse Stone avrebbe fatto meglio a spacciarlo per documentario e chiamarlo: "Gli effetti dell'LSD su un regista stanco", oppure "Sesso e droga - il rock'n roll nel prossimo film". Senza ombra di dubbio avrebbe fatto un figura più dignitosa. (Sempre da Clarence)

  10. #10
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    OUR PRIDE IS OUR LOYALTY

    This is our land, the European man
    So where are you, a land so fair and true

    I guess we didn't know
    Who was up there running the show
    But I can tell you it ain't you or me

    A weak land, is an also ran
    Yeah we must be strong, and have a common bond

    chorus :
    Our pride is our loyalty
    Our pride is our loyalty
    Our pride is our loyalty to our land

    For the blood and soil, of the lands they toiled
    And kept the banners high, and fought the alien lies

 

 
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