Notiziario del Campo Antimperialista .... 9 aprile 2002

http://www.antiimperialista.org





...... PALESTINA DEMOCRATICA ......
Organo in lingua italiana del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina
Purtroppo le 500 copie stampate sono andate esaurite nel giro di tre settimane e non possiamo quindi esaudire le richieste di nuovi invii. Entro gli inizi di maggio sara' pronto il n.2
Per contatti: palestinademocratica@libero.it.



...... INCONTRO NAZIONALE ...........

Sabato 27 aprile a Firenze avra' luogo il previsto incontro nazionale per discutere e decidere
come dare continuita' al movimento di solidarieta' con l'Intifada.
Ricordiamo che l'incontro e' stato deciso unitariamente da tutte le forze
che hanno promosso la grande manifestazione del 9 marzo scorso a Roma.






1. NON SIAMO TUTTI EBREI

Dichiarazione sulle polemiche dopo la manifestazione di Roma


2. DUE POPOLI, UNO STATO

Solo la vittoria dell'Intifada e la sconfitta del sionismo possono portare ad una pace giusta e duratura.






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1. NON SIAMO TUTTI EBREI

Dichiarazione sulle polemiche dopo la manifestazione di Roma

La partecipazione al corteo di Roma del 6 aprile di un gruppo di compagni vestiti da Shahid e la presenza di uno striscione che equiparava Israele al nazismo, sono serviti come pretesto per scatenare una campagna diffamatoria contro tutto il movimento di solidarieta' con l'Intifada. Per la verita' cio' che i filo-sionisti non hanno digerito e' che la manifestazione del 6 ha avuto un carattere decisamente antimperialista e pro-Intifada. Questo nonostante nelle riunioni preparatorie (ma la stessa cosa e' stata tentata in tutta italia, spesso senza successo) CGIL,CISl,UIL, PdCI, Verdi e DS (sostenuti purtroppo da PRC, Disobbedienti e Social Forum) abbiano fatto surrettiziamente inserire nella piattaforma ufficiale della manifestazione la "condanna degli atti terroristici" palestinesi.
L'accusa che viene rivolta e' quella che saremmo tutti degli antisemiti, ergo dei fascisti. Si e' quindi scatenata una canea allo scopo di chiedere al movimento di condannare il "terrorismo palestinese", che sarebbe la causa delle rappresaglie israeliane.
Lo scopo recondito e' di spaccare il movimento, di spingerlo indietro, alla posizione del <ne' ne'>, all'equidistanza tra il carnefice e la vittima. Per l'ennesima volta lo schieramento guarrafondaio (lo stesso dell'aggressione alla Jugoslavia, lo stesso della guerra in Afganistan) si e' ricomposto. Da Alleanza Nazionale ai D.S. assistiamo ad una gara indecente di solidarieta' con Isarele. Il solito provocatore Ferrara non si e' lasciato sfuggire l'occasione, e ha indetto, dopo quella vergognosa e stelle e strisce di novembre, una manifestazione imperialista "Per la vita dello Stato ebraico". Tra i promotori Furio Colombo, direttore del giornale dei D.S., dietro al quale stanno Fassino, Veltroni, D'Alema, nonché Cofferati.
Il movimento di solidarieta' col popolo palestinese non deve farsi addomesticare, deve tenere ferma la posizione di completo appoggio all'Intifada, cioe' all'insurrezione di un popolo che cerca di liberarsi dall'oppressione sionista.
Come antimperialisti, in quanto primo bersaglio di questa campagna diffamatoria, ribadiamo:

1. Non saremo noi a condannare le forme, anche ove non le condividessimo, con le quali si esprime la lotta di liberazione nazionale palestinese. L'imperialismo non ha titolo per esecrare l'uccisione di "civili inermi". Gli USA e la NATO non hanno fatto differenza tra militari e civili, nei Balcani, in Iraq, in Afganistan. Con i bombardamenti e l'uso di armi di distruzione di massa hanno anzi massacrato in primo luogo civili, donne e bambini.

2. Ogni lotta di liberazione nazionale, quando affronta un nemico cento volte piu' potente, e' ricorsa alla tattica dei commandos suicidi. E' successo in Algeria, in Viet Nam, in Libano, nella stessa resistenza antinazista e antifascista in Italia. Per di piu' i palestinesi, questo puo' piacere o meno, non sono soltanto sotto il tallone di un esercito di occupazione coloniale. Essi considerano il popolo ebraico come popolo occupante che ha sequestrato con la forza le terre, le case, i villaggi. Un palestinese che fa la fame con un reddito medio di 800 dollari l'anno, non puo' considerare "innocente" un israeliano che con un reddito medio di 15mila dollari l'anno, gli ruba l'acqua, vive sulla sua terra, forse addirittura nella stessa casa sottratta ai suoi nonni con la forza e il terrore nelle varie guerre sioniste.

3. Noi abbiamo pieno rispetto per gli isrealiani pacifisti. Ma il palestinese, dai tuguri di Hebron o di Ramallah, sotto il fuoco infernale dell'esercito di occupazione, vede che dall'altra parte la stragrande maggioranza degli israeliani non e' solo ebraica, e' sionista, vota e sostiene consapevolmente un governo di guerra e di unita' nazionale con dentro ministri fascisti nel pieno senso della parola. Vede infine la cosiddetta "comunita' internazionale" guidata dagli USA che non muove un dito affinche' siano rispettate le stesse risoluzioni dell'ONU. Nessuno ha il diritto di chiedere alla resistenza palestinese, che combatte in condizioni disperate, di non colpire i civili israeliani, mentre in due anni di Intifada l'esercito sionista ha massacrato migliaia di civili inermi. Che i macellai oppressori Sharon e Peres la facciano finita col genocidio indiscriminato, solo dopo avra' un senso chiedere altrettanto alla resistenza armata del popolo oppresso.

4. Signori che avete tanto a cuore l'esistenza di Israele! fatela finita con l'ipocrisia. Voi sapete bene quanto noi che c'e' un modo semplicissimo di porre fine a questo bagno di sangue: il ritiro dell'esercito d'occupazione dai territori occupati nel 1967, lo smantellamento delle colonie ebraiche, il diritto al rientro dei profughi, la fondazione di uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme Est come Capitale. Questo dicono le risoluzione ONU, quella stessa "comunita internazionale" che usate come un grimaldello quando dovete sterminare gli jugoslavi, gli iracheni o gli afgani, ma che calpestate bellamente per proteggere lo stato piu' fuorilegge che la storia abbia mai conosciuto: quello ebraico appunto.

5. Fino a quando le cose staranno in questo modo noi sosterremo con tutte le nostre forze il popolo palestinese, appoggeremo l'intifada fino alla vittoria finale e completa. E considereremo tutte le formazioni palestinesi come FPLP, Hamas, Tanzim, Al Fatah, Brigate Al Aqsa, Jihad Islamica, non come dei terroristi fuorilegge ma come legittime formazioni combattenti per la liberta' del loro popolo (l'ONU del resto ha riconosciuto anche questo, in barba alla Lista Nera di Bush), e andiamo fieri di essere dalla loro parte.





Moreno P.
Portavoce del Campo Antimperialista
8 aprile 2002









2. DUE POPOLI, UNO STATO

Solo la vittoria dell'Intifada e la sconfitta del sionismo possono portare ad una pace giusta e duratura.

1. Il 28 settembre 1995, alla Casa Bianca, Rabin e Arafat sottoscrivevano, dopo anni di trattative, uno "storico" Accordo di Pace tra Israele e l'OLP in base al quale, in virtù di un lento e progressivo ritiro delle truppe israeliane d'occupazione, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, sarebbe sorto uno Stato palestinese indipendente. Il cardine di questi accordi, dopo che l'O.L.P. aveva abbandonato il legittimo obbiettivo della liberazione di tutta la Palestina, era il principio "Due popoli, due Stati". La sinistra palestinese, il nazionalismo arabo antimperialista, assieme ad alcuni movimenti islamisti, condannarono quegli Accordi come un cedimento, affermando che non ci sarebbe mai stata vera pace fino a quando sarebbe esistito uno stato sionista artificiale conficcato nella nazione araba, come testa di ponte dell'imperialismo internazionale.
Il 5 ottobre Rabin presentava alla Knesset questi Accordi, ma essi passarono per il rotto della cuffia, grazie a due soli due voti (61 a favore e 59 contro). Un mese dopo, il 3 novembre 1995, Rabin venne assassinato da un attentatore ebreo, che inspiegabilmente bucò la scorta e le guardie del corpo del Presidente. Non c'è dubbio alcuno che l'assassino non agì da solo, che i suoi mandanti erano pezzi da novanta dell'establishment israeliano.

2. L'eliminazione di Rabin fu l'inizio della fine del "Processo di Pace". Segnava la sconfitta di quella frazione della borghesia sionista che puntava all'egemonia e all'espansione in Medio Oriente, con l'appoggio di Arafat, messo a capo di una Palestina satellitata e a sovranità limitata.
In Israele presero il sopravvento le forze più intransigenti dello schieramento sionista. Prima Nethaniau, poi Barak e infine Sharon, si dedicarono al sabotaggio sistematico degli Accordi. Non ritirarono le truppe come previsto e invece di smantellare gli insediamenti coloniali li aumentarono e li rafforzarono. In numerose interviste i dirigenti ebraico-sionisti dichiararono che non avrebbero mai accettato la nascita di uno Stato palestinese sovrano, che non avrebbero abbandonato Gerusalemme Est, né il controllo della valle del Giordano, e nemmeno le Alture del Golan. Con la loro proverbiale arroganza ribadirono che la gran parte degli insediamenti nella Cisgiordania erano avamposti strategici indispensabili alla "difesa di Israele". Il piano sionista era alquanto semplice: concedere ai palestinesi, dopo averli battuti, solo una serie di piccoli Bantustan (sul modello dell'apartheid sudafricano) privi di continuità territoriale e tutti sotto il tiro dei loro cannoni.

3. Lo scoppio della Seconda intifada, nel settembre 2000, non era quindi la causa del fallimento dei negoziati, ma la diretta conseguenza. La gran parte del popolo palestinese, aveva creduto nella pace, alla speranza di porre fine al conflitto. Aveva infatti votato in massa Arafat nonostante i suoi tentennamenti e la sua politica paternalistica e filo-israeliana. Il bersaglio dell'insurrezione (di cui gli strati più poveri erano e sono la forza motrice) non era solo Israele, la sua politica vessatoria e sfruttatrice, ma pure l'Autorità Nazionale Palestinese, considerata remissiva verso i sionisti e collusa col capitalismo israeliano, di cui sembrava una longa manus.
Invece di riprendere veri negoziati di pace, i governi Israeliani risponderanno alla Seconda Intifada con il pugno di ferro, con una repressione sanguinaria senza precedenti. Il tutto con l'appoggio degli USA e tra l'indifferenza dei traballanti e corrotti regimi arabi, la cui principale preoccupazione è quella di impedire ogni vero cambiamento nella regione.

4. Con la recente offensiva militare israeliana, l'assedio ad Arafat, la rioccupazione delle città palestinesi controllate dall' A.N.P., Sharon, con in testa la "Grande Israele" vuole:
a. mettere una pietra tombale sugli Accordi di pace del 1995;
b. decapitare e mettere in ginocchio la resistenza palestinese, rompendo l'alleanza tra Al Fatah, Hamas, Jihad, FPLP e gli altri movimenti di liberazione;
c. far emergere una leadership palestinese collaborazionista che accetti la soluzione di uno Stato palestinese fantoccio;
d. derubricare per sempre la questione cruciale del rientro dei profughi palestinesi;
e. guadagnare il massimo terreno sul piano militare per porre la cosiddetta Comunità internazionale davanti al fatto compiuto;
f. tenere alta la tensione in tutta la regione per consentire ai "falchi" nordamericani si scatenare contestualmente l'annunciata offensiva sui larga scala contro l'Iraq.

5. In queste condizioni parlare di "pace" significa discutere di aria fritta. Affinché riparta un vero negoziato di pace Israele dovrebbe tenere fede agli impegni solennemente assunti nel 1995: ritirare le sue truppe entro i confini del 1967 (Golan e l'ultimo lmebo del Libano meridiale compresi), smantellare le colonie in Cisgiordania e a Gaza, accettare il principio del rientro dei profughi palestinesi, consegnare Gerusalemme Est all'ANP, consentendo la fondazione immediata di uno Stato palestinese sovrano nei territori occupati nel 1967.
Solo in questo quadro avrebbe infine senso inviare osservatori ONU, allo scopo di verificare il pieno ritiro israeliano e vigilare le frontiere tra i due Stati (nonché quelle con la Siria e con il Libano).
E' chiaro a chiunque che una simile prospettiva implica un radicale mutamento della politica israeliana, vale a dire la caduta di Sharon. Invece Sharon è più forte che mai. Oltre ad avere Whashington alle sue spalle, gode del sostegno dell'Esercito e dell'establishment israeliani, e il suo consenso tra i suoi sudditi è più forte che mai. La cosiddetta "democrazia" isrealiana, è infatti un regime razzista fondato sull'esclusione colonialista: gli ebrei sono la casta dominante e godono solo essi di diritti e i privilegi, gli arabi palestinesi schiavizzati nessuno.

6. Piaccia o meno in Palestina e Medio Oriente abbiamo uno stato di guerra permanente a bassa intensità che può in ogni momento degenerare in un conflitto generale, ancor più probabile visto che con il pretesto della crociata antiterrorista Bush ha minacciato non solo l'Iraq, ma pure la Siria e l'Iran. La vera causa di questo marasma è la politica imperialistica che non vuole perdere a nessun costo il controllo dei pozzi e delle rotte petrolifere. L'esistenza stessa di Israele, in quanto testa di ponte e enclave dell'imperialismo nordamericano, era, è e resterà la principale causa di questo conflitto infinito.
Chi abbia a cuore gli interessi della pace mondiale e le sorti dell'umanità deve avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: il sionismo (cioè la dottrina razzista di uno Stato ebraico espansionistico etnicamente e confessionalmente omogeneo) è irriducibile ad una soluzione equa e rispettosa fondata sul criterio "Due popoli due stati". La fondazione di uno Stato palestinese nei Territori Occupati da Israele con la guerra del 1967, sarà solo una tappa verso la liberazione totale della Palestina, nella prospettiva della sconfitta finale del sionismo.
Chi abbia a cuore la giustizia e la libertà di tutti i popoli, alla fine dovrà convenire su due punti essenziali: che il sionismo dovrà essere estirpato dal Medio Oriente, che i nordamericani debbono ritirare le loro flotte e chiudere le loro basi dalla regione. Ciò non significa affatto cacciare gli ebrei dalla Palestina, né teorizzare uno "stato arabo etnicamente pulito". Il tempo mostrerà che la soluzione giusta e' quella di una Palestina araba e democratica, magari federativa, uno Stato unitario in cui ebrei e arabi convivano e abbiano pari diritti, in cui siano rispettate tutte le confessioni religiose.
Il rovesciamento del sionismo (genderame dell'ordine imperialistico in Medio Oriente) è la condizione preliminare, non solo per strappare la liberazione nazionale del popolo palestinese, ma pure per la liberazione sociale delle masse arabe vittime di regimi dispotici collusi e servi di Israele.

Campo Antimperialista
5 aprile 2002