Fenomenologia del trentenne. Adesso che ne ho quasi quaranta, di anni, mi sento finalmente nella condizione di indossare la mia barba finta, e dire apoditticamente la mia sulla generazione che mi segue a ruota. Perché abbiamo di sicuro trasalito tutti, quarantenni e non, alla notizia della sentenza della Cassazione, secondo la quale un padre separato era tenuto a versare l’assegno di mantenimento al pargolo trentaduenne, appunto, laureato, avvocato civilista, a quanto risulta, nonché, a detta del padre medesimo, intestatario di casa e di società finanziaria. Il poveretto – psicologicamente, s’intende, perché economicamente invece se la cava eccome – ha fatto presto sapere di non aver bisogno di quel denaro, di non averlo chiesto e di non volerlo neppure tenere, ma ciò non è bastato a ripulirgli l’immagine, compromessa, a causa di questa singolare vicenda, da un crudele alone di pigrizia ed opportunismo.
Si potrebbe anzi dire che, se per caso suo padre avesse avuto motivi di risentimento, ora potrà considerare l’importo dell’assegno un efficace investimento a danno del prestigio professionale del figlio. Detto ciò, la partita sarebbe chiusa, se non fosse che l’Italia, ma anche la Francia, a quanto pare, ed altri paesi dell’Europa mediterranea (dati Eurstat), pullulano di trentenni, con un lavoro, una fidanzata, o fidanzato, anche decennale, relazioni sociali, hobbies, eccetera da adulto, che tuttavia vivono con i genitori, in uno stato adolescenziale indefinitamente prolungato. Ed è questo che disorienta: la generalizzazione del fenomeno, che sostanzialmente prescinde da eventuali costrizioni economiche, ma anche da altri elementi caratterizzanti il nucleo familiare, come la condizione dei genitori, coniugati, separati, o conviventi, rivelandosi così scelta culturale di fondo, opzione di valore, orizzonte vitale stabile.
E’ quello che il Rapporto Italia di Eurispes definiva, già dall’anno scorso, “aspirazione ad essere figli”, e cioè l’aspirazione dell’individuo, indipendentemente dalla sua età o ruolo all’interno del nucleo familiare, ad essere scopo ultimo della famiglia stessa, destinatario naturale dei vantaggi che da essa derivano, come appunto “il bambino, che giustamente esige le cure parentali”. Con ciò incarnando il contrario esatto della cultura familiare tradizionale, per la quale ogni membro della famiglia investe le proprie migliori risorse a sostegno di essa, e ne fa il proprio primo “fine sociale ed orizzonte etico”. L’attaccamento alla famiglia di questi post-giovanotti, insomma, in quanto fondamentalmente egoistico, sarebbe il segno più rilevante del processo degenerativo al quale la famiglia tradizionale rischia di soccombere. Se così stanno le cose, diventa necessario rivedere lo schema classico secondo il quale si articola di solito ogni analisi sulla famiglia oggi. Gli indicatori di crisi che vengono più spesso presi in considerazione, infatti, sono di solito il numero delle separazioni e dei divorzi, nonché il numero delle convivenze, in rapporto ai matrimoni celebrati, quindi, con riguardo alla dimensione intergenerazionale, il numero dei figli per coppia ed il numero dei componenti il nucleo familiare (inclusi i nonni ed altri parenti anziani).
Di fronte all’allarmante fragilità di ciascuno di questi legami, la prolungata permanenza dei figli entro le mura domestiche è allora considerata quasi un sintomo di ritrovato benessere, un indicatore di speranza nella ripresa della famiglia stessa. Nulla di più ingannevole: nel momento in cui i familiari, e cioè le persone conviventi, qualunque sia il loro grado di parentela reciproca, non sono il fine delle azioni del singolo, ma un mezzo per l’appagamento delle sue necessità, la famiglia ha perso la sua lunga battaglia contro l’individualismo. E, di ciò, il rapace trentenne porta tutta la gloria.




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