I conservatori italiani e la lezione americana
Il neoconservatorismo tra universalismo e storia nazionale
Mentre leggevo l'editoriale di Ferrara su Kristol mi tornava in mente la storia del neoconservatorismo, delle scuole straussiane e le polemiche sorte con i paleoconservatori e i tradizionalisti. Alla base di quelle polemiche stava la questione fondamentale di quali dovessero essere le basi per un conservatorismo genuinamente americano.
Allo stesso tempo, mancando l’Italia di un movimento conservatore ed avendo in sua assenza modelli disparati di destre finora irriducibili ad un compromesso, mi è sembrato che il problema che i conservatori americani affrontarono negli anni ottanta del secolo scorso sia anche il nostro. E che la loro lezione potrebbe esserci d’aiuto, visto che altri esempi di conservatorismo, eccettuato il gretto pragmatismo governativo e il becero populismo antiimmigrazionista, l’Europa non ha finora proposto.
In America i neoconservatori hanno posto all’attenzione delle destre tradizionali la consapevolezza che un autentico conservatorismo debba essere necessariamente espressione della storia nazionale. Questa considerazione, che a prima vista può sembrare ovvia, a ben vedere non lo è. Il conservatorismo americano, nella genealogia formulata da Kirk in “The Conservative Mind”, aveva sì dei riferimenti alla storia americana, ma essi sembravano coglierla piuttosto lateralmente, attraverso il pensiero di politici e letterati poco noti al grosso pubblico, accanto ad altre figure del torismo e del whiggismo d’oltremanica. Intenzionato a radicare il conservatorismo americano nel quadro generale della storia occidentale, Kirk prestò poca attenzione al Founding americano, sorvolando sui Padri della patria, i Washington, gli Hamilton, i Madison e i Jefferson, a quali preferì John Adams, figura di transizione tra il pensiero federalista e quello repubblicano. Nel Pantheon conservatore kirkiano non trovò posto neppure Abramo Lincoln, personaggio chiave della storia americana ed emblema, oltretutto, del Partito Repubblicano. Al suo posto figurò invece Oreste Brownson, un filosofo cattolico ancor oggi sconosciuto alla maggior parte degli americani.
La ragione della volontà kirkiana di sorvolare su queste personalità significative era dovuta al suo timore riguardo ai risvolti liberali e radicali del loro pensiero. In questo si associava inconsciamente alla visione della sinistra e dei libertari (che nella maggior parte dei casi non sono dei conservatori culturali) nel considerare l’illuminismo lockiano alla base del Founding e nell’iscrivere le massime autorità nazionali nell’alveo del liberalismo.
Anche per questa ragione filosofica negli anni cinquanta la considerazione degli accademici riguardo al conservatorismo americano fu che si trattasse nient’altro che di un’eccentricità e storici liberal quali Hofstadter, Hartz e Schlesinger concordarono nel richiamare l’intera storia americana al liberalismo.
Contro queste letture della storia americana – tradizionalista e libertaria/di sinistra – mosse l’azione neoconservatrice che si avvalse dell’importante contributo accademico dei discepoli del filosofo conservatore Leo Strauss, le cosiddette scuole straussiane. E’ importante conoscere il contributo di queste scuole perché altrimenti non si comprende il vero motivo alla base dello scontro tra neocons e paleocons.
Fino agli anni settanta i conservatori americani quando guardavano indietro al loro passato erano generalmente nostalgici della Confederazione sudista e consideravano Jefferson il fautore di quell’America agraria che venne spazzata via dopo la guerra civile dal “perverso” industrialismo del Nord. Neoconservatori e straussiani (o meglio, una parte di essi), si adoperarono, sulla base di Strauss, per eleggere il Founding americano a base di un rinnovato conservatorismo, accogliendo tra i propri testi sacri non solo la Costituzione “conservatrice”, ma anche la Dichiarazione d’Indipendenza “radicale”, portando all'attenzione della destra principi universali che prima di allora ogni vero conservatore considerava in quanto tali di sinistra (in primis la questione dell’uguaglianza). Facendosi quindi carico delle riflessioni di Tocqueville i neoconservatori sposarono il pensiero democratico con il conservatorismo ricongiungendo quest’ultimo con la modernità (“bestia nera” dei tradizionalisti) e soprattutto con la storia americana.
Il secondo, ma contemporaneo passo, fu quello del recupero di Lincoln nel pantheon conservatore. A dire il vero la storiografia liberale aveva già conferito a Lincoln tratti conservatori (in virtù della sua volontà di salvare l’Unione dai ribelli secessionisti, piuttosto che dell’interesse a combattere ovunque la schiavitù) ma l’influsso degli agrari sudisti ne aveva fatto paradossalmente un radicale. Straussiani e neocons andarono addirittura oltre la vecchia visione del Lincoln unionista e perciò conservatore, e si batterono per considerare conservatrice la sua scelta di muovere guerra ai sudisti schiavisti in ossequio ai diritti di eguaglianza presenti nella Dichiarazione di Indipendenza. E’ questa novità “radicale” nell’ambito del conservatorismo intellettuale a segnare durante l’età Reaganiana la maggiore e più profonda spaccatura tra neos e paleos.
Con Reagan il conservatorismo arrivò al potere mutando pelle. Sia dal punto di vista delle politiche governative, ma assai più per quanto riguarda la consapevolezza di se stesso. I conservatori non erano più una forza marginale e aspiravano ad essere espressione dell’intera vicenda americana. Altri strappi alla tradizione si ebbero con il recupero di Franklin Roosevelt e di una politica estera “jacksoniana” (ovvero di interventismo unilateralista) alla tradizione conservatrice. A favorire questo rinnovamento è la mutazione genetica dell'elettorato conservatore, che con Reagan si trovò ad accogliere nelle proprie fila molti democratici disillusi (tra cui gli stessi neocons) e soprattutto buona parte dell’elettorato sudista, che scelse di votare repubblicano in odio all’antiamericanismo della New Left montante nel partito democratico. Questi elettori del Sud appartenevano generalmente alle classi mediobasse e mantenevano riserve riguardo le economie liberiste dei Chicago Boys. E poiché questi ex democratici (come la maggioranza degli americani) avevano ancora un’alta considerazione per il New Deal, l’obiettivo critico dei (neo)conservatori si spostò sulla Great Society di Lyndon Johnson della quale si sottolinearono gli sprechi e le inefficienze.
Così, paradossalmente, negli anni del reaganismo neoconservatore, ad essere considerate delle eccentricità finirono con l’essere i vecchi sessantottini, i professori hippies coi quali il Partito democratico si trovava suo malgrado a essere identificato.
Indubbiamente l’operato dei neoconservatori e degli straussiani si rivelò benefico tanto per il conservatorismo americano quanto per il Partito repubblicano. Tuttavia questo conservatorismo “nuovo” continuava ad essere estraneo al Movimento Conservatore che in pratica andò in pezzi. Colpa dei neocons? Inadeguatezza dei tradizionalisti e dei libertari? Ci sono varie scuole di pensiero che al riguardo la pensano in maniera opposta. Queste, ad ogni modo, le questioni poste dalla prima generazione di neoconservatori.
Negli anni ottanta il neoconservatorismo sposò la Reaganomics, tuttavia si tenne adeguatamente alla larga dall’anarchismo filosofico dei libertari. Per i neocons l’uomo democratico preferiva demandare tante decisioni allo Stato per potersi poi meglio dedicare a se stesso. Lo Stato quale organismo neutro e regolatore era funzionale alla vita democratica e per un Irving Kristol la pretesa che il New Deal portasse di fatto al totalitarismo (Hayek) era senza dubbio eccessiva. I neocons condividevano la preferenza degli americani per i Presidenti “forti” quali furono appunto Lincoln, Teddy Roosevelt e Franklin Roosevelt. La tradizione old conservative prediligeva invece i Presidenti “deboli” soggetti al potere decisionale del Congresso. Con Reagan, presidente conservatore ma allo stesso tempo decisionista, anche questa tradizione fu intaccata. Accanto al ruolo dello Stato e della Presidenza, il neoconservatorismo e gli straussiani posero anche la questione della preminenza della “Grande Politica” su quella piccola, delle decisioni di politica internazionale su quelle meramente locali. Riguardo a quest’ultimo aspetto i neocons mostravano una maggiore vicinanza ai conservatori europei (a Churchill, soprattutto), mentre l’isolazionismo della vecchia destra si sposava maggiormente col liberalismo. Ciò che li differenziava dalla tradizione conservatrice europea (Metternich) era il loro palese unilateralismo favorito ovviamente dalla straordinaria potenza militare americana e insieme dalla dottrina del Destino Manifesto quale lettura dell’esperienza americana (di segno liberale-puritano, opposta a quella dell’”esperimento”, di matrice più liberale illuminista).
La Grande Politica neoconservatrice si volse inizialmente contro il comunismo russo e i suoi satelliti. Una volta caduto il nemico di sempre, i conservatori considerarono, sulla base della sociologia, l'inarrestabile successo della democrazia in tutto il mondo, si rallegrarono di ciò, e si preoccuparono di favorire questo processo a vantaggio della supremazia politica dell'America e dei suoi interessi economici.
Come si è visto l’operato neoconservatore è stato quello di ricongiungere la tradizione conservatrice con la storia nazionale americana, sposando il realismo e l'antiutopismo della destra con il messianismo religioso di matrice protestante, senza del quale l’epica americana di fatto non esisterebbe.
Se i libertari prediligono l’America antifederalista del Settecento e i tradizionalisti quella che si raccolse sotto la bandiera sudista, i neoconservatori al contrario amano l’intera storia americana. Almeno fino a quando la New Left, impregnata di filosofia europea e dunque antiamericana, non le si rivolse contro sposando la rivoluzione (afroamericana, femminista, irreligiosa).
Pur essendo di formazione laica e generalmente ebrei i neocons hanno visto nel fenomeno della destra religiosa uno di quei ciclici risvegli del cristianesimo americano ed essendo questo il classico bersaglio dell’AntiAmerica ne sono stati supporters. Il risultato di questo “strano” connubio è che oggi il “popolo delle Chiese” costituisce la principale base elettorale del conservatorismo, mentre i neocons hanno occupato i posti chiave nei think tanks della destra relegando in second'ordine libertari, tradizionalisti e paleoconservatori.
1 - continua




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