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    Predefinito I conservatori italiani e la lezione americana

    I conservatori italiani e la lezione americana

    Il neoconservatorismo tra universalismo e storia nazionale




    Mentre leggevo l'editoriale di Ferrara su Kristol mi tornava in mente la storia del neoconservatorismo, delle scuole straussiane e le polemiche sorte con i paleoconservatori e i tradizionalisti. Alla base di quelle polemiche stava la questione fondamentale di quali dovessero essere le basi per un conservatorismo genuinamente americano.
    Allo stesso tempo, mancando l’Italia di un movimento conservatore ed avendo in sua assenza modelli disparati di destre finora irriducibili ad un compromesso, mi è sembrato che il problema che i conservatori americani affrontarono negli anni ottanta del secolo scorso sia anche il nostro. E che la loro lezione potrebbe esserci d’aiuto, visto che altri esempi di conservatorismo, eccettuato il gretto pragmatismo governativo e il becero populismo antiimmigrazionista, l’Europa non ha finora proposto.



    In America i neoconservatori hanno posto all’attenzione delle destre tradizionali la consapevolezza che un autentico conservatorismo debba essere necessariamente espressione della storia nazionale. Questa considerazione, che a prima vista può sembrare ovvia, a ben vedere non lo è. Il conservatorismo americano, nella genealogia formulata da Kirk in “The Conservative Mind”, aveva sì dei riferimenti alla storia americana, ma essi sembravano coglierla piuttosto lateralmente, attraverso il pensiero di politici e letterati poco noti al grosso pubblico, accanto ad altre figure del torismo e del whiggismo d’oltremanica. Intenzionato a radicare il conservatorismo americano nel quadro generale della storia occidentale, Kirk prestò poca attenzione al Founding americano, sorvolando sui Padri della patria, i Washington, gli Hamilton, i Madison e i Jefferson, a quali preferì John Adams, figura di transizione tra il pensiero federalista e quello repubblicano. Nel Pantheon conservatore kirkiano non trovò posto neppure Abramo Lincoln, personaggio chiave della storia americana ed emblema, oltretutto, del Partito Repubblicano. Al suo posto figurò invece Oreste Brownson, un filosofo cattolico ancor oggi sconosciuto alla maggior parte degli americani.
    La ragione della volontà kirkiana di sorvolare su queste personalità significative era dovuta al suo timore riguardo ai risvolti liberali e radicali del loro pensiero. In questo si associava inconsciamente alla visione della sinistra e dei libertari (che nella maggior parte dei casi non sono dei conservatori culturali) nel considerare l’illuminismo lockiano alla base del Founding e nell’iscrivere le massime autorità nazionali nell’alveo del liberalismo.
    Anche per questa ragione filosofica negli anni cinquanta la considerazione degli accademici riguardo al conservatorismo americano fu che si trattasse nient’altro che di un’eccentricità e storici liberal quali Hofstadter, Hartz e Schlesinger concordarono nel richiamare l’intera storia americana al liberalismo.
    Contro queste letture della storia americana – tradizionalista e libertaria/di sinistra – mosse l’azione neoconservatrice che si avvalse dell’importante contributo accademico dei discepoli del filosofo conservatore Leo Strauss, le cosiddette scuole straussiane. E’ importante conoscere il contributo di queste scuole perché altrimenti non si comprende il vero motivo alla base dello scontro tra neocons e paleocons.

    Fino agli anni settanta i conservatori americani quando guardavano indietro al loro passato erano generalmente nostalgici della Confederazione sudista e consideravano Jefferson il fautore di quell’America agraria che venne spazzata via dopo la guerra civile dal “perverso” industrialismo del Nord. Neoconservatori e straussiani (o meglio, una parte di essi), si adoperarono, sulla base di Strauss, per eleggere il Founding americano a base di un rinnovato conservatorismo, accogliendo tra i propri testi sacri non solo la Costituzione “conservatrice”, ma anche la Dichiarazione d’Indipendenza “radicale”, portando all'attenzione della destra principi universali che prima di allora ogni vero conservatore considerava in quanto tali di sinistra (in primis la questione dell’uguaglianza). Facendosi quindi carico delle riflessioni di Tocqueville i neoconservatori sposarono il pensiero democratico con il conservatorismo ricongiungendo quest’ultimo con la modernità (“bestia nera” dei tradizionalisti) e soprattutto con la storia americana.
    Il secondo, ma contemporaneo passo, fu quello del recupero di Lincoln nel pantheon conservatore. A dire il vero la storiografia liberale aveva già conferito a Lincoln tratti conservatori (in virtù della sua volontà di salvare l’Unione dai ribelli secessionisti, piuttosto che dell’interesse a combattere ovunque la schiavitù) ma l’influsso degli agrari sudisti ne aveva fatto paradossalmente un radicale. Straussiani e neocons andarono addirittura oltre la vecchia visione del Lincoln unionista e perciò conservatore, e si batterono per considerare conservatrice la sua scelta di muovere guerra ai sudisti schiavisti in ossequio ai diritti di eguaglianza presenti nella Dichiarazione di Indipendenza. E’ questa novità “radicale” nell’ambito del conservatorismo intellettuale a segnare durante l’età Reaganiana la maggiore e più profonda spaccatura tra neos e paleos.

    Con Reagan il conservatorismo arrivò al potere mutando pelle. Sia dal punto di vista delle politiche governative, ma assai più per quanto riguarda la consapevolezza di se stesso. I conservatori non erano più una forza marginale e aspiravano ad essere espressione dell’intera vicenda americana. Altri strappi alla tradizione si ebbero con il recupero di Franklin Roosevelt e di una politica estera “jacksoniana” (ovvero di interventismo unilateralista) alla tradizione conservatrice. A favorire questo rinnovamento è la mutazione genetica dell'elettorato conservatore, che con Reagan si trovò ad accogliere nelle proprie fila molti democratici disillusi (tra cui gli stessi neocons) e soprattutto buona parte dell’elettorato sudista, che scelse di votare repubblicano in odio all’antiamericanismo della New Left montante nel partito democratico. Questi elettori del Sud appartenevano generalmente alle classi mediobasse e mantenevano riserve riguardo le economie liberiste dei Chicago Boys. E poiché questi ex democratici (come la maggioranza degli americani) avevano ancora un’alta considerazione per il New Deal, l’obiettivo critico dei (neo)conservatori si spostò sulla Great Society di Lyndon Johnson della quale si sottolinearono gli sprechi e le inefficienze.
    Così, paradossalmente, negli anni del reaganismo neoconservatore, ad essere considerate delle eccentricità finirono con l’essere i vecchi sessantottini, i professori hippies coi quali il Partito democratico si trovava suo malgrado a essere identificato.

    Indubbiamente l’operato dei neoconservatori e degli straussiani si rivelò benefico tanto per il conservatorismo americano quanto per il Partito repubblicano. Tuttavia questo conservatorismo “nuovo” continuava ad essere estraneo al Movimento Conservatore che in pratica andò in pezzi. Colpa dei neocons? Inadeguatezza dei tradizionalisti e dei libertari? Ci sono varie scuole di pensiero che al riguardo la pensano in maniera opposta. Queste, ad ogni modo, le questioni poste dalla prima generazione di neoconservatori.

    Negli anni ottanta il neoconservatorismo sposò la Reaganomics, tuttavia si tenne adeguatamente alla larga dall’anarchismo filosofico dei libertari. Per i neocons l’uomo democratico preferiva demandare tante decisioni allo Stato per potersi poi meglio dedicare a se stesso. Lo Stato quale organismo neutro e regolatore era funzionale alla vita democratica e per un Irving Kristol la pretesa che il New Deal portasse di fatto al totalitarismo (Hayek) era senza dubbio eccessiva. I neocons condividevano la preferenza degli americani per i Presidenti “forti” quali furono appunto Lincoln, Teddy Roosevelt e Franklin Roosevelt. La tradizione old conservative prediligeva invece i Presidenti “deboli” soggetti al potere decisionale del Congresso. Con Reagan, presidente conservatore ma allo stesso tempo decisionista, anche questa tradizione fu intaccata. Accanto al ruolo dello Stato e della Presidenza, il neoconservatorismo e gli straussiani posero anche la questione della preminenza della “Grande Politica” su quella piccola, delle decisioni di politica internazionale su quelle meramente locali. Riguardo a quest’ultimo aspetto i neocons mostravano una maggiore vicinanza ai conservatori europei (a Churchill, soprattutto), mentre l’isolazionismo della vecchia destra si sposava maggiormente col liberalismo. Ciò che li differenziava dalla tradizione conservatrice europea (Metternich) era il loro palese unilateralismo favorito ovviamente dalla straordinaria potenza militare americana e insieme dalla dottrina del Destino Manifesto quale lettura dell’esperienza americana (di segno liberale-puritano, opposta a quella dell’”esperimento”, di matrice più liberale illuminista).
    La Grande Politica neoconservatrice si volse inizialmente contro il comunismo russo e i suoi satelliti. Una volta caduto il nemico di sempre, i conservatori considerarono, sulla base della sociologia, l'inarrestabile successo della democrazia in tutto il mondo, si rallegrarono di ciò, e si preoccuparono di favorire questo processo a vantaggio della supremazia politica dell'America e dei suoi interessi economici.

    Come si è visto l’operato neoconservatore è stato quello di ricongiungere la tradizione conservatrice con la storia nazionale americana, sposando il realismo e l'antiutopismo della destra con il messianismo religioso di matrice protestante, senza del quale l’epica americana di fatto non esisterebbe.
    Se i libertari prediligono l’America antifederalista del Settecento e i tradizionalisti quella che si raccolse sotto la bandiera sudista, i neoconservatori al contrario amano l’intera storia americana. Almeno fino a quando la New Left, impregnata di filosofia europea e dunque antiamericana, non le si rivolse contro sposando la rivoluzione (afroamericana, femminista, irreligiosa).
    Pur essendo di formazione laica e generalmente ebrei i neocons hanno visto nel fenomeno della destra religiosa uno di quei ciclici risvegli del cristianesimo americano ed essendo questo il classico bersaglio dell’AntiAmerica ne sono stati supporters. Il risultato di questo “strano” connubio è che oggi il “popolo delle Chiese” costituisce la principale base elettorale del conservatorismo, mentre i neocons hanno occupato i posti chiave nei think tanks della destra relegando in second'ordine libertari, tradizionalisti e paleoconservatori.



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    Ultima modifica di Florian; 22-09-09 alle 17:50
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  2. #2
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    Predefinito Rif: I conservatori italiani e la lezione americana

    Fatta questa veloce analisi del neoconservatorismo quali valutazioni trarne?

    A mio avviso, il successo dei neoconservatori non è dovuto soltanto alla maggiore quantità di fondi e alle relazioni accademiche del movimento, come usano dire i loro avversari di destra. Al contrario, penso che la loro esigenza di “riportare i conservatori in America” fosse giusta e soprattutto fosse quella desiderata da gran parte dell’elettorato repubblicano. A volte i politici conservatori eccedono in atteggiamenti estremistici che gli stessi militanti di partito giudicano “masochistici”. Sparare a zero contro lo Stato e contro gli eroi nazionali non è accettabile per una forza di governo che pretende di essere, oltretutto, “conservatrice”. Dunque, a mio parere, il recupero dei Founding Fathers e di Lincoln nel pantheon conservatore è stato sicuramente opportuno. Così come opportuna si è rivelata l’attenzione dei neocons verso quella destra cristiana che fino a trent’anni fa votava in maggioranza democratico e che oggi, invece, è balzata in buona parte sul carro opposto. Anche il recupero di Roosevelt, quale eroe di una guerra mondiale vinta, con tutto ciò che ne è conseguito, mi pare da considerare positivo. Sarebbe necessario a questo riguardo separare le convinzioni personali di Franklin Delano, che fu un liberal piuttosto moderato, da quelle sicuramente più radicali della moglie Eleanor, sulle quali venne edificata gran parte della mitologia del New Deal. Se pensiamo che il riformismo americano fu di proporzioni inferiore a quello dei laburisti inglesi e che quest’ultimo venne ereditato senza eccessivi problemi dai loro avversari conservatori, non c’è motivo per un uomo di destra di strapparsi i capelli alla maniera di un Hayek. “E’ la democrazia… bellezza!”, verrebbe da dire, e avere il proprio Stato come nemico non è mai un gran vantaggio per una forza di conservazione.

    Ci sono dei punti invece in cui l’azione neoconservatrice mi trova poco d’accordo. Il primo di questi è il disinteresse per il Goldwaterismo. A volte si ha l’impressione che i neocons intendano proporsi come contromovimento piuttosto che trovare realisticamente un compromesso con le altre formazioni della destra (altre volte accade invece questo, con i vantaggi che ne conseguono per tutti). In secondo ordine i neocons sembrano inclinare talvolta verso il politicamente corretto nell’esaltare figure democratiche in patria e all’estero e nell’accusare di xenofobia o di antisemitismo chi condanna il loro incondizionato supporto ad Israele. Anche la fede neocon nella potenza militare americana risulta esagerata, come si è potuto ben vedere in Iraq.

    Tuttavia è a mio avviso indubbio che nel complesso il neoconservatorismo abbia dato alla destra americana una base più solida (“bassa, ma solida”, come diceva il loro Maestro Leo Strauss). Le resistenze che hanno incontrato anche da destra si comprendono non tanto per via del loro presunto moderatismo, quanto piuttosto per via dell’inveterato “radicalismo libertario” della Old Right. C’è sempre stata, in America, una tendenza, trasversale alla destra come alla sinistra, verso un individualismo esasperato che vorrebbe sfociare nell’autogoverno e nell’isolazionismo. Gli Stati Uniti sono invece una “iperpotenza” e in quanto tale devono assolvere a dei doveri internazionali. Si debbono giocoforza occupare del mondo per salvaguardare i loro stessi interessi. Come l’America abbia potuto cimentarsi nella sua storia in tante guerre è qualcosa che ha dell’incredibile se si considera l’ostilità congenita nell’americano medio all’irregimentazione, al militarismo, all’autoritarismo. Questa ostilità viene superata solo (non senza difficoltà) dall’altrettanto forte spinta idealistica nei confronti della libertà. Dire che gli americani accettino ogni coercizione fino alla guerra spinti da un desiderio di libertà (e di democrazia) non è ipocrisia né retorica, ma una considerazione che si basa su un aspetto reale del loro carattere, forgiato dalle fiamme del puritanesimo. Premillenaristi o postmillenaristi, gli americani hanno sempre aspirato a trascendere la mera esistenza e di guardare alla Nuova Gerusalemme o alla Gerusalemme celeste.

    Adattandosi sull’americanismo il neoconservatorismo ha finito con l’assumere i pregi e i difetti che si riconoscono agli americani: l’idealismo e il materialismo, la democrazia e l’imperialismo, il populismo e il settarismo, il pragmatismo e il messianismo. Separare gli uni dagli altri equivarrebbe a mio avviso a voler fare degli americani dei semplici europei. Cosa che non sarà mai possibile e forse, dopotutto, nemmeno augurabile.

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    Ultima modifica di Florian; 21-09-09 alle 19:24
    SADNESS IS REBELLION

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    Predefinito Rif: I conservatori italiani e la lezione americana

    Il conservatorismo italiano si trova oggi in condizioni non troppo diverse da quelle in cui albergava il conservatorismo americano nel secondo dopoguerra. A regnare è la divisione, la scarsità di mezzi e di prospettive. Come allora in USA, la destra italiana appare divisa sul piano delle idee ancor più che nelle politiche. Laddove tra i conservatori americani il polo della discordia era rappresentato dal lascito della Rivoluzione e dalla Guerra Civile, da noi è il Risorgimento e la breccia di Porta Pia a dividere gli animi e a fomentare le passioni. Da un lato il Nord contro il Sud, dall’altro i laici contro i cattolici. Poi c’è stato Mussolini a dividere gli italiani in fascisti ed antifascisti. Nello stato in cui siamo avremmo bisogno anche noi di un neoconservatorismo che si preoccupasse di rappresentare non solo porzioni della nostra storia o della nostra penisola, ma l’Italia nel suo complesso storico, geografico, culturale e politico.

    In questa azione di riassemblamento non possiamo non rifarci tutti, quali che siano le nostre sensibilità culturali e le ascendenze geografiche, al Rinascimento quale compimento dell’antico ideale unitario della nostra nazione. Ogni conservatorismo necessita di un’epica e il nostro non può non fondarsi sul processo unitario capitanato dalla monarchia sabauda, Cavour e la Destra storica. Quali che siano state le loro grandezze e le loro miserie, questi soggetti hanno comunque svolto il loro ruolo quali padri fondatori della nostra nazione e in quanto tali, soprattutto per una forza conservatrice, andrebbero onorati. Semmai accogliendo per l’occasione quella “nobile bugia”, di cui ha tanto parlato Strauss, che ci permette di stendere un velo pietoso sulle manchevolezze della esperienza umana.
    Per la stessa ragione, anche se con esiti opposti, un conservatore italiano dovrebbe disfarsi di quelle resistenze culturali, sociali e politiche che gli impediscono ancor oggi di vedere il fascismo in termini esclusivamente negativi. Se non si vuole farlo per convinzione, si faccia almeno per opportunità. C’è stato un tempo non lontano in cui le forze borghesi potevano sentire la necessità di un governo autoritario; oggi, però, che la democrazia si sta estendendo anche in paesi estranei all’Occidente e la libertà è sentita dall’individuo come la sua massima ragione terrena non c’è alcuna ragione per opporsi a questo movimento della storia, che con i suoi naturali difetti ha apportato altrettanti se non maggiori benefici.
    Alla base di questa considerazione il conservatore italiano dovrebbe avere avere considerazione per l’età giolittiana “dei notabili” e per quelle forze liberali e democratiche che nel dopoguerra in condizioni nient’affatto semplici impedirono l’avvento di un nuovo totalitarismo. Tasselli di una storia nazionale di cui il conservatore deve farsi partecipe se non vuole rimanere forza marginale e trascurabile.

    In tale ottica, come aveva segnalato il grande Vate del nostro conservatorismo, ovvero Giuseppe Prezzolini, i maggiori ostacoli per un neoconservatorismo italiano sono a mio avviso due ed entrambi purtroppo affliggono attualmente la nostra politica: il culto dell’uomo forte e il Vaticano.
    Il culto dell’uomo forte, una disgrazia nazionale palesatasi negli ultimi decenni con Craxi e poi sfociata nel Berlusconismo, dopo aver fatto i suoi danni come è ovvio che sia è destinato prima o poi ad esaurirsi lasciando il deserto attorno a sè.
    Riguardo invece al Vaticano, un conservatore dovrebbe riconoscere, senza per questo passare per “laicista”, che gli interessi di una Chiesa sovranazionale e cosmopolita si pongono necessariamente in contrasto con quelli di uno Stato nazionale intento a perseguire gli interessi del suo popolo piuttosto che del popolo di Dio. La Chiesa rappresenta un problema nella misura in cui i nostri conservatori si sentiranno in dovere di mediare le loro politiche con le alte gerarchie piuttosto che venire incontro alla religiosità popolare dei fedeli. In Italia infatti la Chiesa è forte ed autorevole tanto quanto il cattolicesimo è vissuto debolmente: una contraddizione di cui il conservatore dovrebbe occuparsi cercando di riequilibrare il peso delle parti, perché in definitiva sono le idee e i sentimenti a decretare le fortune della politica, assai raramente le persone.



    Florian


    3 - fine
    Ultima modifica di Florian; 21-09-09 alle 20:55
    SADNESS IS REBELLION

  4. #4
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    Predefinito Rif: I conservatori italiani e la lezione americana

    Ottimi post, Florian.

    I paralleli non sono mai semplici. Soprattutto, poi, se paragoniamo paesi diversi e distanti come USA e Italia.
    Eppure entrambi i paesi hanno vissuto un momento di formazione statuale, ed entrambi hanno subìto una guerra civile che li ha profondamente lacerati.

    Ma una differenza profonda mi pare di riscontrarla.
    E questa consiste nel fatto che in noi italiani è mancata la pietas, quel sentimento che in inglese viene chiamato allegiance ed in italiano potremmo rendere con lealtà.
    Mentre la fedeltà è frutto di adesione volitiva e l'obbedienza è frutto di rassegnazione, la lealtà nasce dal rispetto per la gerarchia.

    In questo il parallelo Italia USA si incrina.
    Nei Founding Fathers erano presenti in varia misura sentimenti liberali. Ma vi era anche un senso della comunità che portò a riconoscere nell'auctoritas di George Washington la migliore guida per la giovane nazione.
    Lo stesso Lincoln, che pure finì ammazzato, possedeva qualità che furono nel tempo apprezzate dal popolo americano.

    Lo stesso non può dirsi per Cavour, il quale fu un liberale costituzionale, ottimo amministratore degli affari di stato, ma nulla più. Non parliamo, poi, di Mazzini e Garibaldi, troppo adusi alla sovversione per assurgere alla statura di Padri.

    Il fascismo, nel bene e nel male, costituì una grande occasione per l'Italia. Fu soprattutto l'occasione per saldare i fragili legami che tenevano legata la nazione, secondo un'idea organica di stato. Ma l'errore fu quello di ampliare l'orizzonte dello stato (burocrazia, corporazioni) e blandire una massa amorfa con la retorica ruggente, anziché parlare alla profondità delle coscienze con l'esempio e la testimonianza. L'errore fu quello di trattare la Chiesa come interlocutrice esterna, anziché dire: "io servo la Verità."

    Il cancro dell'Italia è stato la resistenza. Se ci fosse stata solo la liberazione da parte degli anglo-americani, oggi saremmo un paese solo tradito e umiliato. Invece siamo anche un paese derubato dell'ordine antico, perché sul territorio d'Italia si agitarono quelle forze sovversive, giacobine e marxiste, che erano state tenute lontane durante l'epoca liberale elitista e durante l'epoca fascista.
    Inutile dire che i marxisti difettavano totalmente di lealtà, mentre la sinistra giacobina e non marxista poteva vantare solo un vago sentimento di patria.
    La DC, almeno aveva Dio e famiglia, ma era tiepidina sulla patria.

    Oggi il PDL può saldare finalmente il trinomio Dio Patria Famiglia.

    Ma dobbiamo chiederci se davvero la nostra società, con chi la guida, vuole vivere sotto quel firmamento, oppure vivacchiare sotto il chiacchiericcio scomposto di una sinistra per male (D'Alema) e di una sinistra per bene (Brunetta); perché, se così fosse, dovremmo accontentarci di un'idea leggera di destra (liberalismo moderato).
    D'altra parte, se è vero, come a me sembra vero, che la destra è destra perché vi è una sinistra che altera l'ordine, io dico: siamo e rimaniamo di destra, in attesa che altri fatti storici facciano risuonare più forte quelle tre parole... Dio Patria Famiglia.
    Ultima modifica di Sollus; 22-09-09 alle 22:25
    Maledetto è l'uomo che confida nell'uomo (Geremia 17 5)

  5. #5
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    Predefinito Rif: I conservatori italiani e la lezione americana

    Si è sempre rimproverato ai padri del neoconservatorismo una impostazione originale assai vicina alla sinistra e al progressismo, infarcita di elogi alla libertà e alla democrazia, intese in senso socialista. Ancora oggi l' "esportazione della democrazia" predicata dai "falchi-neocon" di più stretta osservanza - coloro che in sostanza vorrebbero il rovesciamento dei regimi tirannici e dittatoriali per instaurare con la forza regimi democratici affini all'America - ricorda alla lontana gli slanci del democratico Wilson ("rendere il mondo sicuro per la democrazia"), se non lo stesso intervento diretto degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale, pure giustificato da molte altre motivazioni.

    A ben vedere, la polemica contro l'autoritarismo e in generale l'imperialismo (compreso quello di potenze europee "amiche", come l'Inghilterra e la Francia) è comune ai Presidenti americani, repubblicani o democratici, che tendono a raccogliere i vessilli della libertà e a elogiare, talora con toni spiccatamente idealistici e moralistici, la funzione di tutela esercitata dagli Stati Uniti nei confronti della democrazia nel mondo. Il "democratic enlargement" di Clinton - poi rivelatosi assai più attento all'espansione delle democrazie di mercato che dei diritti umani (si pensi al mancato intervento in Ruanda, e al blando atteggiamento verso la Cina) - fu però aspramente criticato dai neoconservatori, per via della mancata affermazione della supremazia e degli interessi americani, che dovevano prevalere, ad esempio, nel teatro iracheno (ove Clinton si limitò a lanciare qualche missile nel 1998 in seguito all'espulsione degli ispettori ONU), e comunque a livello globale, con un esercizio della forza anche preventiva contro gli "Stati canaglia", i governi corrotti, compromessi con il terrorismo.

    I neoconservatori, dunque, non disgiungono la libertà e la democrazia con i precipui interessi statunitensi, i quali - nell'agenda presidenziale - dovrebbero essere sempre prevalenti, anche a costo di denunciare Trattati internazionali limitanti e condizionanti, tagliare le spese per l'ONU, inviare eserciti all'estero. Anzi, la libertà e la democrazia predicate dai neoconservatori sono concepite in senso americano, certo non immune da determinanti influenze religiose, e dall'intero retaggio storico-culturale degli Stati Uniti. I neoconservatori si differenziano notevolmente dai conservatori tradizionali o paleoconservatori imbevuti di eccezionalismo tradotto come coltivazione interna della virtù, tenuta distante e separata dalla corruzione e dal vizio esterno.

    I neoconservatori intendono "esportare" nel resto del mondo il modello americano in quanto incontrovertibilmente benefico e virtuoso; i "germi" originari di socialismo e progressismo sono convertiti come espansione rivoluzionaria, frantumazione radicale dello status quo, cambiamento strutturale del modo di pensare, di vivere e delle istituzioni, come "rivoluzione permanente" fino al definitivo trionfo della virtù, della democrazia e della libertà in stile americano. Il neoconservatorismo si differenzia dal conservatorismo libertario quando viene permeato dai valori della destra religiosa, che impongono una certa visione del mondo e dei temi etici.

    Per tutti questi motivi, i neoconservatori sono sostenitori di una linea che sintetizza e rielabora retaggi culturali e politici passati; ma in fin dei conti si tratta di una sintesi originale, che ha fatto i conti con le gli spunti progressisti e libertari quando all'interno del pensiero neoconservatore si è innestata la radice religiosa. Una radice imprescindibile per chi voglia sentirsi al riparo da deviazioni anarchiche e libertarie, per chi ha compreso che il virus progressista - mortifero portatore di caos, disordine e decadenza morale - non è la soluzione. La "libertà", parola spesso in bocca ai neoconservatori, al pari di "democrazia", è quindi temperata e non assoluta. Fede, regole di vita, intime convinzioni etiche, rappresentano una valida ancora di salvezza.
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 25-09-09 alle 13:13

 

 

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