Un colpo di stato militare depone il presidente Chavez e consegna il potere al capo degli industriali Carmona: con la regia occulta degli Stati Uniti
Venezuela le mani dei padroni
Angela Nocioni
Il quarto produttore mondiale di petrolio, il terzo fornitore di crudo degli Stati Uniti, non ha più alla sua presidenza il caudillo rosso che arringava il popolo delle baraccopoli con il sogno rivoluziario di Simon Bolivar, ma il capo degli industriali venezuelani. C'erano cinquecentomila persone a contestare il governo l'altro giorno sotto il palazzo di Miraflores, ma non è stata una rivolta di popolo a travolgere Hugo Chavez. Né sono state le sue dimissioni ad aprire una nuova era a Caracas.
E' stato un golpe. L'uomo che ha osato sfidare gli equilibri del petrolio in tempi di guerra globale è stato arrestato da presidente, gli attivisti del suo movimento prelevati da casa e portati in carcere, ministro degli Interni compreso. Lo hanno tradito i generali, quelli con cui sperava di aver blindato la revoluciòn de los pobres e che invece hanno ordinato ai suoi soldati di sparare sulla folla.
Al posto del basco rosso fotografato all'Avana e a Baghdad, c'è da ieri il sorriso tirato da executive caribeño di Pedro Carmona, presidente di Fedecamaras (la grande industria venezuelana) e degli affari Usa a Caracas, che promette elezioni a breve ma intanto ordina i rastrellamenti già decisi dai militari e come misura d'esordio sceglie di chiudere le forniture di petrolio a Cuba (un'operazione controrivoluzionaria riuscita, scriveva ieri Granma). «Quello che non è riuscito a fare il vecchio ambasciatore di Washington lo ha fatto Chapiro, il nuovo rappresentante Usa a casa nostra» sintetizza Maria Leon, chavista a piede libero a capo dell'Instituto Nacional de la Mujer, dove ieri il telefono squillava invano. C'era anche lei in piazza l'altro giorno, ma non con i cinquecentomila. Era tra quelli corsi davanti al palazzo di Miraflores in sostegno del presidente. Era tra la gente che ha visto prima le pistole impugnate tra la folla e poi gli undici cadaveri a terra. La sua versione dei fatti contrasta con la descrizione degli scontri diffusa dalle maggiori agenzie internazionali e riportata anche sulla stampa latinoamericana. «Francotiratori ci hanno sparato addosso. A noi, non agli antichavisti trascinati in piazza da un accordo tra grandi industriali e i vertici sindacali corrotti. La manifestazione contro Chavez non avrebbe dovuto arrivare fino a Miraflores, quando abbiamo visto che lì si è diretta abbiamo raccolto molta gente dei quartieri e l'abbiamo portati lì. C'erano i cecchini sui tetti. Hanno sparato addosso a noi e poi qualcuno ha cominciato a sparare dentro l'altro corteo. Guardate da che parte stanno i morti per capire la verità, i morti sono chavisti». Guardare da che parte stanno i morti non è opera semplice, ma di certo c'è che il capo della sicurezza del vicepresidente, un superchavista per mestiere, è tra i cadaveri. La presenza di militari in armati in piazza non le dà necessariamente torto. Chavez non era certo in grado di controllare gli ordini impartiti ai suoi uomini. Aveva però capito che non sarebbe stato presidente per molto se, qualche ora prima che si sparasse sui manifestanti, rispondeva così all'inviata della maessicana La Jornada: «E' in corso una cospirazione aperta e sfacciata. Da ventiquattr'ore si parla di un'imminente insurrezione civile e militare. Le catene televisive sono già pronte per gli speciali. Cose mai viste». «Stanno ingannando la gente dicendo che io sono stato arrestato e che hanno preso Miraflores. E' un'insurrezione mediatica. Ne tengano conto le democrazie». Chiude con un ringraziamento che suona come un disperato appello: «Devo ringraziare i lavoratori del settore petrolifero, dell'educazione, della salute, dei trasporti e i siderurgici che hanno continuato a lavorare resistendo a una campagna incredibile per potenza e vastità». Si riferisce allo sciopero dichiarato dalla confederazione sindacale su commissione della grande industria. Mobilitazione antigovernativa cui hanno aderito in molti, ma non tutti. Molte scuole, ci confermano testimoni a Caracas, sono rimaste aperte. Molti ospedali hanno continuato a funzionare. «E' il popolo che sta con il presidente, quello che vogliono tornare a zittire con un golpe fascista» grida al telefono Aurora, attivista del movimento chavista che denuncia arresti di massa e la scomparsa del sindaco di Caracas. «Questo governo ha ridotto i tassi di povertà, lo dice il Programma per lo sviluppo delle nazioni Unite. Rompete il silenzio. Denunciate che hanno travolto un presidente legittimo comprandosi i generali e i vertici del sindacato. Intervenga l'Europa». L'Europa se ne guarda bene e non va oltre una dichiarazioncina tiepida della presidenza di turno spagnola pronunciata dal ministro degli esteri di Aznar, Piquè, che si augura sia evitata «qualsiasi frattura dell'istituzionalità democratica». Peccato che il golpe ci sia già stato. Che il presidente schieratosi (nell'ordine) in difesa dell'eccezione cubana, contro il Plan Colombia, a favore di un taglio alla produzione petrolifera dell'Opec, a sostegno del Mercosur in funzione antiAlca (il mercato unico del Nord e Sud America voluto dagli Usa) sia agli arresti. E che Washington liquidi le ultime ventiquattr'ore di Caracas con la frase «Sono state le azioni del governo di Chavez a provocare la crisi».
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Chavez aveva intenzione di bloccare ogni tipo tentativo di privatizzazione
Golpe petrolifero
Sabina Morandi
Fonti: Il centro di documentazione del Transnational Resource & Action Center ...
Principale fornitore di petrolio degli Stati Uniti, il Venezuela è il paese cardine dell'integrazione del continente latino americano
Sarà un caso ma un golpe nel quinto produttore mondiale di petrolio proprio in mezzo alla crisi mediorientale dà da pensare. E di fatto, il petrolio venezuelano è sempre stato al centro degli interessi statunitensi. Nell'ultimo rapporto sulla Politica Energetica Nazionale della Casa Bianca si sottolinea la crescente integrazione dell'industria energetica del Venezuela con quella statunitense: "La crescita degli investimenti internazionali nel settore energetico del Venezuela, particolarmente nelle sue abbondanti risorse petrolifere, stanno aumentando la capacità del paese di andare incontro ai propri obiettivi di sviluppo e di tenere il passo con il mercato energetico mondiale. Il Venezuela" continua il documento "sta anche lavorando alla liberalizzazione del settore del gas naturale, a sua volta destinata ad aumentare gli investimenti stranieri per espandere la produzione venezuelana". Se questo era il programma dell'ammistrazione Bush alcune delle riforme proposte da Chavez, non potevano non dare fastidio al colosso americano e alla lobby del petrolio.
Il 13,4 in più
Sono passati i bei tempi in cui ci volevano le nazionalizzazioni per scatenare un golpe. Nell'era del mercato globale i margini sono molto più stretti. Sicuramente, a compattare l'eterogeneo fronte di industriali, commercianti e latifondisti che hanno affossato Chavez, è stato il pericolo costituito dall'entrata in vigore di molte delle 49 leggi proposte dal presidente, come quella volta a ridurre la concentrazione dell'80 per cento delle proprietà agrarie nelle mani di appena il 2 per cento della popolazione, che avrebbe duramente colpito i latifondisti.
Indubbiamente, però, era la "legge del petrolio", destinata a frustrare i desideri di privatizzazione tanto delle imprese petrolifere straniere quanto delle imprese neoliberiste locali, a infastidire maggiormente gli Usa. Secondo la nuova legge le imprese petrolifere avrebbero dovuto pagare delle royalties più elevate, passando da un ben misero 16,6 per cento al 30, e la presenza pubblica nel settore sarebbe diventata ingombrante con l'obbligo di assegnare allo Stato almeno il 51 per cento dei capitali di tali imprese.
Fino a oggi Washington, pur non nascondendo il suo fastidio per la presidenza di Hugo Chavez, non considerava il colpo di stato come uno strumento accettabile per la sua estromissione. Per gli analisti indipendenti non è però da escludere che la crisi in Medio Oriente, e soprattutto l'annuncio della sospensione di un mese delle forniture dall'Iraq, non abbia fatto rapidamente cambiare idea al potente amico amerikano. A questo bisogna aggiungere la disputa contrattuale con il Messico, e il conseguente blocco delle forniture.
L'integrazione del continente latino-americano, sempre più cortile di casa Usa, dal punto di vista energetico ha nel Venezuela un cardine importantissimo. Nel primo Summit dell'Americas Hemispheric Energy, che vede i due paesi co-coordinatori dell'iniziativa, i ministri dell'energia hanno lavorato all'integrazione del mercato energetico continentale. Lavoro proseguito a Quebec City dove, mentre fuori si scatenava la polizia canadese, dentro ai palazzi si andava a comporre un tassello importante dell'Accordo sul libero commercio delle Americhe, riguardante appunto le risorse petrolifere del Centro e del Sud America.
Gli esperti discutono - e litigano - sulla questione dell'esaurimento del petrolio almeno da ottant'anni. L'esaurimento delle scorte è stato annunciato per la prima volta negli anni '20 dal geologo George Otis Smith, che stimava appena altri vent'anni di autonomia per il pianeta. Come si è visto le cose non sono andate in questo modo: la scoperta di nuovi giacimenti, ma soprattutto gli enormi progressi tecnologici dell'industria estrattiva, hanno consentito di tenere il passo con una produzione che è praticamente raddoppiata ogni dieci anni. Ma, scienziati a parte, la questione delle riserve petrolifere è un'arma geo-politica fondamentale in mano ai politici. L'ha dimostrato Bush lanciando, nel maggio scorso, un messaggio forte e chiaro: "stiamo esaurendo l'energia in America". E lui di petrolio se ne intende.
Enrongolpe?
A proposito degli affari della famiglia Bush salta agli occhi il ruolo giocato dalla Enron negli affari interni del Venezuela. Nel 1993 la Export-Import Bank statunitense, insieme alla francese COFACE e all'italiana SACE finanziarono, con 290 milioni di dollari, gli impianti venezuelani per l'estrazione del gas naturale, la metà dei quali era saldamente in mano Enron. Gli impianti, al 50 per cento di proprietà della transnazionale, furono finanziati di nuovo nel 1998 con ben 400 milioni di dollari provenienti dalla Overseas Private Investment Corporation, altra banca d'investimento statunitense, e di nuovo nel 2000 con altri 65 milioni di dollari della Export-Import Bank.
Se il ruolo della Enron nell'ondata di privatizzazioni che ha investito l'America latina è cosa ben nota, gli scandali relativi alla pratica delle special purpose entities ideate per occultare perdite e pagare tangenti è finita in tribunale solo negli Stati Uniti. I casi scoppiati in Brasile, Bolivia, Venezuela Colombia e Argentina sono stati rapidamente insabbiati. In alcuni di questi scandali, come quello venuto fuori in Argentina nel '98, è emerso con chiarezza il patto di ferro fra la transnazionale e W. Bush, che non ha esitato a esercitare pressioni dirette sui rappresentanti del governo di allora per dare il via libera alla Enron, come è stato reso noto dal ministro ai Lavori pubblici di allora, Rodolfo Terragno.
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Corporation del petrolio
Centrali di potere
In principio fu la Standard Oil del vecchio Rockefeller. La fine di quest'ultima, nel 1911, portò all'affermarsi delle famose Sette Sorelle che dominarono il mondo incontrastate almeno fino a quando, negli anni '70, l'istituzione dell'Opec e la nazionalizzazione di gran parte dell'industria petrolifera indebolì le transnazionali. Oggi la maggior parte del petrolio del mondo, circa il 70%, è ancora controllato dalle compagnie nazionali dell'Arabia Saudita, dell'Iran, dell'Iraq, del Messico e del Venezuela, ma il vento della globalizzazione guidata dalle multinazionali sta decisamente cambiando la situazione.
I danni dell'industria petrolifera sono cosa nota. In Ecuador la Texaco ha avuto mano libera e circa 30 mila persone, fra indios e agricoltori, sono state avvelenate dall'inquinamento e hanno perso le loro terre. In Africa, il ruolo della Shell nel sostenere la dittatura militare in Nigeria è diventato noto a tutti dopo l'esecuzione dello scrittore ecologista Ken Saro-Wiwa e la violenta repressione del dissenso fra gli Ogoni, popolazione che ha cercato di impedire l'espropriazione e la distruzione delle proprie terre. Nel 1998 la Chervron si è sostituita alla Shell utilizzando la stessa strategia, fino a fornire i mezzi per il trasporto delle truppe che hanno schiacciato nel sangue la rivolta della popolazione locale. In Birmania la Unocals, corporation californiana, è la causa diretta della massiccia militarizzazione dell'aria, vista la sua abitudine a utilizzare il lavoro forzato e di chiudere un occhio sulle esecuzioni sommarie, da parte del regime militare, dei militanti ambientalisti.
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Dedicato a quelli del Csx e Cdx che amano i colpi di stato della Confindustria.




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