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    il pleure dans mon coeur
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    Red face Lettura: cibo per la mente...e non solo

    Indice
    I brani citati sono tratti da:

    -Addio alle armi, di Ernest Hemingway, p.1
    -Astrid e Veronica, di Linda Olsson, p.2
    -Baldus, di Teofilo Folengo, p.5
    -De Babilonia, di Giacomino da Verona, p.2
    -"Dice Dante che là da Tagliacozzo ...", di Gabriele D'Annunzio, p.1
    -Dona Flor e i suoi due mariti, di Jorge Amato, p.1
    -Fiore di poesie, di Alda Merini, p.2
    -Gli arancini di Montalbano, di Andrea Camilleri, p.2
    -Gli indifferenti, di Alberto Moravia, p.5
    -Hansel e Gretel, dei Fratelli Grimm, p.3
    -Hedypàtheia, di Archèstrato di Gela, p.5
    -Il Decamerone, Federico degli Alberighi, di Giovanni Boccaccio, p.2
    -Il Gattopardo, di Tomasi di Lampedusa, p.6
    -Il libro segreto, di Gabriele D'Annunzio, p.2
    -Il Manifesto della cucina futurista, di Filippo Tommaso Marinetti, p.2
    -Il pranzo di Babette, di Karen Blixen, p.1
    -Il tutore, (Atto I scena XII), di Carlo Goldoni, p.3
    -Inferno XXXIII (il conte Ugolino), di Dante Alighieri, p.3
    -I promessi sposi, di Alessandro Manzoni, p.1, p.3
    -Il giornalino di Gian Burrasca, di Vamba, p.4
    -L'animale d'allevamento, di Kenzaburo Oe, p.1
    -La Bibbia, Ezechiele cap.III, p.3
    -La donna di garbo, di Carlo Goldoni, p.5
    -La malora, di Beppe Fenoglio, p.1
    -Le meraviglie d'Italia, di Carlo E.Gadda, p.3
    -La mia vita segreta, di Salvador Dalì, p.4
    -La vita moderna, di Susan Vreeland, p.4
    -Maccheroni & C., di Giuseppe Prezzolini, p.4
    -Mappa del nuovo mondo, di Derek Walcott, p.4
    -Moby Dick, di Herman Melville, p.6
    -Montale e la Volpe, di Maria Luisa Spaziani, p.2
    -Ode al vino e altre odi elementari, Ode al carciofo, di Pablo Neruda, p.3
    -Odore di chiuso, di Marco Malvaldi, p.4
    -Paradiso, XVII, vv.55-60, di Dante Alighieri, p.4
    -Poesie, "A morte la minestra", di Giacomo Leopardi, p.3
    -Poesie, "Grazie, grazie o Reverendo", di Carlo Porta, p.2
    -Poesie, "La prima colazione", di Jacques Prévert, p.4
    -Poesie, "Le golose", di Guido Gozzano, p.1
    -Poesie, Pasta alla capricciosella, dai sonetti di Aldo Fabrizi, p.5
    -Rime edite e inedite, di Antonio Cammelli il Pistoia, p.6
    -Sabato, domenica e lunedì, di Edoardo De Filippo, p.1
    -San Colombano, la leggenda del banchetto di Teodolinda, p.4
    -Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi, p.3
    -Una confidenza di Maigret, di Georges Simenon, p.4
    -Un aneddoto su Dante (l'uovo e il sale), p.2



    Su suggerimento di un amico, con il quale condivido il piacere della lettura e prendendo spunto da una rubrica del Sole 24 ore della domenica, vorrei riportare in questo 3d brani di libri dove si parla di cibo e in "osteria" la relativa ricetta o una sua libera interpretazione
    Mi piace iniziare proprio dal brano pubblicato sul Sole 24 ore anche perché di un autore che amo molto.

    da "Addio alle armi" di Ernest Hemingway

    (...)Mi avvicinai e sedetti sul letto accanto a lei e la baciai.
    "Sei la mia brava ragazza."
    "Sono certamente tua" disse.
    Dopo mangiato ci sentivamo bene, e poi eravamo molto felici e presto la stanza ci parve la nostra casa.
    La mia stanza all'ospedale era stata la nostra casa e anche questa stanza era la nostra casa allo stesso modo.
    Catherine tenne la mia giubba sulle spalle mentre mangiavamo. Avevamo una gran fame e il pranzo era buono e
    bevemmo una bottiglia di Capri e una bottiglia di St Estephe. Lo bevvi quasi tutto io, ma anche Catherine ne bevve
    un po' e la fece sentire così bene. per cena mangiammo la beccaccia con soufflé di patate e purè di castagne e insalata
    e uno zabaglione per dessert.
    "E' una bella stanza" disse Catherine. "E' una stanza carina. Avremmo dovuto star qui tutto il
    tempo che siamo stati a Milano."

    (...)


    http://politicainrete.it/forum/fun-p...-non-solo.html
    Ultima modifica di vanni fucci; 26-05-12 alle 14:08

  2. #2
    il pleure dans mon coeur
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo

    da "L'animale d'allevamento" racconto di Kenzaburo Oe

    (...)
    All'improvviso la cesta del cibo che si trovava sotto
    gli occhi del soldato negro cominciò a interessarmi.La
    guardavo attraverso gli occhi affamati del soldato negro:
    polpette di riso in quantità, pesce secco arrostito senza
    grassi, verdure bollite e latte di capra che riempiva una
    bottiglia sfaccettata dalla grossa imboccatura. Il soldato
    negro fissò a lungo il cestino, rimanendo nella stessa
    posizione nella quale si trovava quando ero entrato, finché
    io cominciai quasi a sentire i crampi della fame.
    .....
    Il soldato negro rimise rumorosamentw la bottiglia nel
    cestino. Ormai, dai suoi movimenti era scomparsa la
    primitiva esitazione. Le polpette di riso sembravano
    piccoli dolci nelle sue mani enormi; il pesce secco fu
    polverizzato, con tutta la testa e le lische, tra i suoi
    denti brillanti.
    ......
    il povero pasto contenuto nel cestino si trasformò in
    un banchetto fragrante, succulento, esotico.
    ...
    http://politicainrete.it/forum/fun-p...-non-solo.html
    Ultima modifica di tricatel; 10-03-12 alle 00:50

  3. #3
    .
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo

    Bellissima idea!

  4. #4
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo

    Scuola di culinaria sapore e arte

    Ricetta di dona Flor: Moqueca di granchi molli

    Lezione teorica: Ingredienti (per otto persone): 1 tazza di latte di cocco intero, 1 tazza d'olio di dendê, kg 1 di granchi molli. Per il sugo: 3 spicchi d'aglio, sale a piacere, il succo d'un limone, coriandolo, prezzemolo, cipollina, 2 cipolle, 1/2 tazza d'olio d'oliva o di semi, 1 peperone, 1/2 kg di pomodori. Per dopo: 4 pomodori, 1 cipolla, 1 peperone.

    Lezione pratica: Grattate due cipolle, schiacciate l'aglio nel pestello. Cipolla e aglio non appestano, nossignore, son frutti della terra, profumati. Fate un battuto di prezzemolo, coriandolo, qualche pomodoro, la cipollina, un peperone. Mischiate tutto con l'olio d'oliva e mettete di lato questa succulenta salsa aromatica.
    (Queste sciocche trovano puzzolente la cipolla: che ne sanno loro di aromi puri? A Vadinho piaceva mangiare la cipolla cruda, e il suo bacio sapeva di fuoco).
    Lavate i granchi interi in acqua e limone, lavateli bene per togliere la sabbia senza però levare l'odor di mare. Ed ora per condirli, uno a uno tuffarli nella salsa, e poi in padella uno a uno, ogni granchio col suo sugo. Versate il resto della salsa sui granchi pian piano, perchè il piatto è delicato (ahi, era il piatto preferito di Vadinho!).
    Prendete quattro pomodori scelti, un peperone, una cipolla, affettateli e metteteli sui granchi per dar un tocco di bellezza. Lasciateli due ore coperti a insaporirsi. Mettete quindi al fuoco la padella. (Lui stesso andava a comprare i granchi molli da un vecchio fornitore giù al Mercato...).
    Quando i granchi saranno quasi cotti e solo allora aggiungerete il latte di cocco ed alla fine l'olio di dendê, poco prima di toglierli dal fuoco. (Veniva ad assaggiare il sugo ogni momento, palato più fino del suo non esisteva).

    Ecco qui un piatto fine, ricercato, degno della miglior cucina. chi lo farà, potrà con ragione vantarsi d'essere veramente una cuoca sopraffina. Ma non avendo abilità, meglio non mettercisi: non tutti nascono artisti dei fornelli. (Era il piatto prediletto di Vadinho mai più lo servirò sulla mia mensa. I suoi denti mordevano il granchio molle, le sue labbra colorite di dendê. Ahi mai più la sua bocca, le sue labbra, la sua lingua, mai più la bocca ardente di cipolla cruda!)

    Teniamoci stretti, che c'è vento forte.

    Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.

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  5. #5
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo

    Il generale Loewenhielm, che sospettava un poco di quel vino, ne bevve
    un sorsetto, sussultò, sollevò il bicchiere prima all'altezza del naso e poi
    degli occhi, e lo posò poi, sbalordito. "Che strano!" pensò. "Amontillado!
    E del miglior Amontillado che mai abbia assaggiato." Dopo un attimo, per
    mettere alla prova le reazioni del suo gusto, prese una mezza cucchiaiata di
    minestra, poi una cucchiaiata piena, e posò il cucchiaio. "È veramente
    strano!" disse a se stesso, "perché sto certamente bevendo brodo di
    tartaruga... e che brodo di tartaruga!" Fu preso da uno strano panico e si
    vuotò il bicchiere.
    Il generale Loewenhielm, che doveva dominare la conversazione alla
    mensa, riferì che la raccolta dei sermoni del decano era il libro prediletto
    della regina. Ma quando fu servita una nuova pietanza rimase in silenzio.
    "Inaudito!" disse a se stesso, "questo è Blinis Demidoff!" Si guardò
    attorno, osservò i suoi compagni di tavola. Mangiavano tutti calmi calmi il
    loro Blinis Demidoff, senza dar mai segno di stupore o di approvazione,
    come se lo avessero mangiato ogni giorno per trent'anni di fila.
    Il ragazzo colmò di nuovo i bicchieri. Questa volta i Fratelli e le Sorelle
    capirono che quanto era loro dato da bere non era vino, perché
    spumeggiava. Doveva essere una specie di limonata. La limonata
    conveniva al loro stato d'animo esaltato e sembrava sollevarli da terra fino
    a una sfera più alta e più pura.
    Il generale Loewenhielm posò di nuovo il bicchiere, si rivolse al suo
    vicino di destra e gli disse: "Ma questo è certamente un Veuve Cliquot
    1860!" Il vicino lo guardò cortesemente, gli sorrise e fece un'osservazione
    sul tempo.
    Il ragazzo di Babette aveva ricevuto istruzioni precise, riempiva il
    bicchiere dei confratelli una sola volta, ma riempiva quello del generale
    appena era vuoto. Il generale lo vuotava in fretta, ogni volta. Come deve
    infatti condursi un uomo assennato quando teme di essere fuori senno?
    Meglio ubriaco che matto.
    Il generale Loewenhielm smise di mangiare e si fece immobile. Era
    nuovamente riportato indietro nel tempo, al pranzo di Parigi che gli era
    ritornato alla memoria sulla slitta. Un piatto incredibilmente ricercato e
    gustoso era stato servito quella sera, egli ne aveva chiesto il nome al suo
    vicino, il colonnello Galliffet, e il colonnello gli aveva detto, sorridendo,
    che si chiamava Cailles en sarcophage. Gli aveva, poi, spiegato che quel
    piatto era stato inventato dal cuoco dello stesso café in cui stavano
    pranzando, persona nota in tutta Parigi come il più grande genio culinario
    dell'epoca, e – tanto più sorprendente – quel cuoco era una donna!
    "Infatti," diceva il colonnello Galliffet, "questa donna sta ora trasformando
    un pranzo al Café Anglais in una specie di avventura amorosa – una di
    quelle avventure amorose nobili e romantiche in cui non si distingue più
    tra la fame, o la sazietà, del corpo e quella dello spirito! M'è già capitato di
    battermi in duello per amore d'una dama bionda. Ma per nessuna donna a
    Parigi, mio giovane amico, verserei più volentieri il mio sangue!" Il
    generale Loewenhielm si voltò verso il vicino di sinistra e gli disse: "Ma
    questo è Cailles en sarcophage!" Il vicino, che aveva appena ascoltato la
    descrizione d'un miracolo, lo guardò distrattamente, poi assenti e rispose:
    "Sì, sì, certo. Che altro potrebbe essere?"

    Il generale Loewenhielm non si stupì più di nulla. Quando, pochi minuti
    dopo, si vide davanti uva, pesche e fichi freschi, rise guardando il
    commensale che gli stava di fronte e osservò: "Che splendida uva!" Il
    vicino rispose: "E scesero fino al ruscello di Escol e staccarono un ramo
    con un grappolo d'uva. E lo portarono in due infilato su un palo."

  6. #6
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo


    Quasi tre anni sono restato al Pavaglione, e adesso ci manco da cinque mesi, ma mi sembra ieri sera che ci arrivai la prima volta, e al bordello del cane Tobia mi si fece incontro sull'aia e nel salutarmi mi tastava spalle e braccia per sentire se in quella settimana i miei non m'avevano lasciato deperire apposta.
    Di chi proprio non posso lamentarmi è la donna di Tobia. Alla prima vista troavo che avevo l'aria brava e mi prese in stima e a benvolere. Mai una volta che abbia scorciato i capelli ai suoi figli senza farmi poi passar anche me sotto le forbici e la scodella, e tante sere d'inverno, dopo d'aver richiamato alla catena il cane alla larga nel bosco, entrava col lume nella stalla a vedere se ero ben coperto. E m'accudì anche meglio quando seppe che avevo un fratello che studiava da prete. Io che Tobia lo chiamavo per nome, a lei diedi sempre della padrona.
    Lei e Tobia hanno tre figli. La prima si chiamava Ginotta, io non l'ho conosciuta tanto perché andò via sposa che io ero a casa sua da solo sei mesi: quando ci arrivai, già due sensali salivano per lei al Pavaglione. Non ho potuto conoscerla tanto Ginotta, ma è stato vivendo quel poco accanto a lei che mi son fatto un'idea di quel che avrebbe potuto valere in famiglia quella nostra sorella se la sua vita fosse durata, e mi sono persuaso che non sarebbe cambiato niente.
    I due maschi, uno è un po' più vecchio di me e l'altro un po' più giovane. Con loro ci facevo quattro parole a testa al giorno, ma nessuno dei due m'ha mai trattato con prepotenza, forse perché sapevano bene che bastava una tempesta un po' arrabbiata e un piccolo conto nella testa di loro padre per spedirli tutt'e due a far la mia medesima fine lontano da casa. Tant'è vero che delle volte Tobia gli comandava qualche lavoro mentre c'ero io lì magari con le mani in mano e loro se lo facevano senza neanche sognarsi di passarlo a me.
    Per venire a Tobia, lui m'ha sempre trattato alla pari dei suoi figli: mi faceva lavorare altrettanto e mi dava tanto da mangiare. A lavorare sotto a Tobia c'era da lasciarci non solo la prima pelle ma anche un po' più sotto , bisognava stare al passo di loro tre e quelli tiravano come tre manzi sotto un solo giogo. Almeno dopo tutta quella fatica si fosse mangiato in proporzione, ma da Tobia si mangia va di regola come a casa mia nelle giornate più nere. A mezzogiorno come a cena passavano quasi sempre polenta, da insaporire strofinandola a turno contro un'acciuga che pendeva per un filo dalla travata; l'acciuga non aveva già più nessuna figura d'acciuga e noi andavamo avanti a strofinare ancora qualche giorno, e chi strofinava più dell'onesto, fosse ben stata Ginotta che doveva sposarsi tra poco, Tobia lo picchiava attraverso la tavola, picchiava con una mano mentre con l'altra fermava l'acciuga che ballava al filo.
    Dopo queste cene, Tobia pretendeva che dopo si cantasse; soffiava sul lume e diceva ai figli di cantare. Loro cantavano, e anche allo scuro s'indovinava che Tobia sorrideva come se gli si lisciasse il pelo. lo non potevo aggiungermi perché non sapevo nessuna delle loro canzoni, ma poi le imparai tutte perché così volle Tobia, me lo disse come il comando d'un lavoro sulla terra.
    Tante di quelle volte, nella stalla, sul mio paglione, aspettando che mi si addormentasse la pancia perché potesse addormentarsi anche la testa, mi sono domandato se alla fine della mia annata non c'era pericolo di non toccar quei sette marenghi. E pensavo anche a come faceva Gínotta, che pativa la nostra stessa fame, ad avere quell'aspetto, che sembrava già una sposa del primo anno.
    Venni presto in chiaro del perché lavoravano così da demoni e tiravano tanto la cinghia, da un discorso d'interesse che si fecero dietro la casa Tobia e suo figlio più vecchio.
    lo ero lì per mio conto, che guardavo il rittano di Sant'Elena e aspettavo che da dentro mi chiamassero a mangiare, quando girano la casa Tobia e suo figlio Jano. Si sedettero sui talloni, il vecchio sputò in terra, il figlio sputò sul bagnato del padre, di nuovo sputò Tobia e di nuovo Jano.
    Poi Tobia disse: " Siamo a una buona mira, Jano ".
    " Ma se lo dicevi già quando m'hai messo al mondo! "
    " Ti dico che adesso siamo a una buona mira. "
    " E per quando sarebbe? "
    " Tu adesso dovresti avere quasi diciannove anni. Be', per quel giorno glorioso non sarai ancora un uomo. "
    " Ma io sono un uomo già adesso! "
    Tobia si mise a ridere: " Sì che sei già un uomo. Tu non sei mio figlio, sei il mio avvocato. Senti qui cosa ho io nella mia mente ". Ma proprio allora la padrona mise le mani all'inferriata della cucina e ci gridò d'entrare a mangiare. Tobia le urlò: " Aspetta, bagascia. Stiamo parlando tra noi uomini ". E poi disse a Jano : " Ho in mente una dozzina di giornate, non di più, ma tutte a solatio, a tenere mezze a grano e mezze a viti. Con una riva da legna e un pratolino da metterci due pecore e una mula. Per concimarlo basterà la cenere del forno ".
    Ultima modifica di vanni fucci; 10-03-12 alle 17:44

  7. #7
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo




    O 'rraù

    da "Sabato, domenica e lunedì"
    di Edoardo de Filippo



    'O rraù ca me piace a me
    m' 'o ffaceva sulo mammà.
    A che m'aggio spusato a te,
    ne parlammo pè ne parlà.
    io nun songo difficultuso;
    ma luvàmmel' 'a miezo st'uso

    Sì,va buonoumme vuò tu.
    Mò ce avéssem' appiccecà?
    Tu che dice?Chest' 'è rraù?
    E io m' 'o mmagno pè m' 'o mangià...
    M' ' a faja dicere na parola?...
    Chesta è carne c' ' a pummarola
    Ultima modifica di vanni fucci; 10-03-12 alle 18:01

  8. #8
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo



    Da "I promessi sposi" cap.VII
    di Alessandro Manzoni

    Quando Renzo e i due compagni giunsero all’osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiata con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una parte e dall’altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch’era innanzi agli altri, fu lì per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come suole [p. 133]ognuno che abbia un’impresa scabrosa alle mani, non fece vista d’accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l’altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l’apertura lasciata da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de’ quali avevan già sentita la voce, cioè que’ due bravacci, che seduti a un canto della tavola, giocavano alla mora, gridando tutt’e due insieme (lì, è il giuoco che lo richiede), e mescendosi or l’uno or l’altro da bere, con un gran fiasco ch’era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova compagnia; e un de’ due specialmente, tenendo una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un gran " sei " che n’era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da capo a piedi; poi diede d’occhio al compagno, poi a quel dell’uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne’ loro aspetti un’interpretazione di tutti que’ segni: ma i loro aspetti non indicavano altro che un buon appetito. L’oste guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sé in una stanza vicina, e ordinò la cena.
    - Chi sono que’ forestieri? - gli domandò poi a voce bassa, quando quello tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in mano.
    - Non li conosco, - rispose l’oste, spiegando la tovaglia.
    - Come? né anche uno?
    - Sapete bene, - rispose ancora colui, stirando, con tutt’e due le mani, la tovaglia sulla tavola, - che la prima regola del nostro mestiere, è di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene: è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le avete mai mangiate.
    - Come potete sapere...? - ripigliava Renzo; ma l’oste, già avviato alla cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle polpette summentovate, gli s’accostò pian piano quel bravaccio che aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: - Chi sono que’ galantuomini? [p. 134]
    - Buona gente qui del paese, - rispose l’oste, scodellando le polpette nel piatto.
    - Va bene; ma come si chiamano? chi sono? - insistette colui, con voce alquanto sgarbata.
    - Uno si chiama Renzo, - rispose l’oste, pur sottovoce: - un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L’altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n’abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L’altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con permesso.
    E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l’interrogante; e ando a portare il piatto a chi si doveva. - Come potete sapere, - riattaccò Renzo, quando lo vide ricomparire, - che siano galantuomini, se non li conoscete?
    - Le azioni, caro mio: l’uomo si conosce all’azioni. Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano dall’osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i galantuomini. [p. 135]Però, se si può conoscer la gente bene, come ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt’altro in testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto? - Così dicendo, se ne tornò in cucina.



    Fratelli di teglia
    da "La Stampa" del 16/12/2010
    Manzoni, giallo all'osteria
    tra polpette e mondeghilj


    Come spiegavano i libri di scuola ben prima che arrivasse la tv furono i Promessi sposi di Alessandro Manzoni a unificare la lingua degli italiani. Mentre li scriveva Don Lisander era anche andato a Firenze per «sciacquare i panni in Arno», ossia per liberarsi da inflessioni dialettali. Da questo risciacquo però non si sa se si siano salvate le polpette.
    Contrariamente al resto d’Italia nell’800 a Milano per polpette, o meglio polpett, non si intendevano palline fatte con carne o verdura trita, ma degli involtini. Quelle che noi chiamiamo polpette i milanesi le chiamavano (e qualcuno ancora le chiama) mondeghilj, un termine che viene dall’arabo attraverso la dominazione spagnola.
    Così quando Manzoni, nel capitolo VII del suo romanzo, fa mangiare all’osteria un piatto di polpette a Renzo, Tonio e Gervaso, intende polpett o mondeghilj? «Mai mangià i mondeghilj all’osteria» suggeriva Angelo Dubini, medico milanese e autore nel 1842 di un celebre libro di ricette, ma i Promessi Sposi erano già stati pubblicati da un anno. Se non sappiamo cosa faccia davvero mangiare Manzoni a Renzo, sappiamo in compenso perché lo fa. A chiederglielo fu infatti sua madre Giulia Beccaria. E lui rispose: «Cara mamma, mi avete fatto mangiare fin da bambino tante di quelle polpette, che ho ritenuto giusto farle assaggiare anche ai personaggi del mio romanzo». Don Lisander sarebbe probabilmente comprensivo nei confronti dei liceali italiani che, costretti a studiarlo, hanno sempre considerato il suo romanzo un polpettone.
    Rocco Moliterni
    Manzoni, giallo all'osteria tra polpette e mondeghilj- LASTAMPA.it

  9. #9
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo




    Le Golose
    di Guido Gozzano


    Io sono innamorato di tutte le signore
    che mangiano le paste nelle confetterie.

    Signore e signorine -
    le dita senza guanto -
    scelgon la pasta. Quanto
    ritornano bambine!

    Perché nïun le veda,
    volgon le spalle, in fretta,
    sollevan la veletta,
    divorano la preda.

    C'è quella che s'informa
    pensosa della scelta;
    quella che toglie svelta,
    né cura tinta e forma.

    L'una, pur mentre inghiotte,
    già pensa al dopo, al poi;
    e domina i vassoi
    con le pupille ghiotte.

    un'altra - il dolce crebbe -
    muove le disperate
    bianchissime al giulebbe
    dita confetturate!

    Un'altra, con bell'arte,
    sugge la punta estrema:
    invano! ché la crema
    esce dall'altra parte!

    L'una, senz'abbadare
    a giovine che adocchi,
    divora in pace. Gli occhi
    altra solleva, e pare

    sugga, in supremo annunzio,
    non crema e cioccolatte,
    ma superliquefatte
    parole del D'Annunzio.

    Fra questi aromi acuti,
    strani, commisti troppo
    di cedro, di sciroppo,
    di creme, di velluti,

    di essenze parigine,
    di mammole, di chiome:
    oh! le signore come
    ritornano bambine!

    Perché non m'è concesso -
    o legge inopportuna! -
    il farmivi da presso,
    baciarvi ad una ad una,

    o belle bocche intatte
    di giovani signore,
    baciarvi nel sapore
    di crema e cioccolatte?

    Io sono innamorato di tutte le signore
    che mangiano le paste nelle confetterie.

  10. #10
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    Predefinito Re: Lettura: cibo per la mente...e non solo

    Dante, Inferno XXVIII, vv.16-18

    « ...a Ceperan, là dove fu bugiardo
    ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
    ove sanz’arme vinse il vecchio Alardo... »





    "Dice Dante che là da Tagliacozzo,
    ove senz’arme visse il vecchio Alardo,
    Curradino avrie vinto quel leccardo
    se abbuto avesse usbergo di Parrozzo."

    Gabriele D’Annunzio,
    al dolce dell'amico pasticciere Luigi D’Amico


    D’Annunzio e Luigi D’Amico

    Durante gli anni trascorsi al Vittoriale, Gabriele d’Annunzio aveva intrattenuto frequenti rapporti epistolari con il pasticciere pescarese Luigi D’Amico (1885-1954) il quale, nel 1926 e 1927, aveva creato due dolci, il “Parrozzo” e il “Sensa nome”. Dolci che, inviati a Gardone Riviera, avevano trovato ampio consenso da parte del poeta il quale, dopo aver assaggiato il Parrozzo, scrisse addirittura a D’Amico un sonetto dialettale che terminava con i versi: Benedette D’Amiche e San Ciatté / O Ddie, quanne m’attacche a lu parròzze, / ogne matine, pe’ lu cannaròzze / passe la sise de l’Abbruzze me’.
    A queste due gustose creazioni, d’Annunzio non rinunciò mai: «Ti sono tanto riconoscente della tua costante e vigilante amicizia ma alla riconoscenza si mescola il rancore per la tua continua sopraffazione di donatore».
    Oggi, la ricca documentazione appartiene a Pierluigi Francini, attuale titolare dell’azienda e nipote di Luigi D’Amico, grazie al quale è stato possibile realizzare questa mostra fotografica.
    Le immagini esposte a Garrufo (una parte della collezione) raccontano, infatti, la storia dell’industria dolciaria abruzzese, ripercorrendone i rapporti che il fondatore ebbe sia con d’Annunzio (del quale, quest’anno, ricorre il settantesimo anniversario della morte), sia con personaggi dello spettacolo, dello sport, della politica e della cultura italiana, tra la prima e la seconda guerra mondiale.
    Tra i vólti noti, vi sono quelli di Erminio Macario, Totò, Nino Taranto, Titina De Filippo, ma anche di Benito Mussolini, Vittorio Emanuele III, Tazio Nuvolari, Enzo Ferrari. Ognuno porta una dedica al “Cav. Luigi D’Amico”. Tra le più simpatiche, vi sono sicuramente quella di Macario il quale, parafrasando una sua celebre esclamazione, scrive con tono di bonario rimprovero: «Lo vedi come sei!?! Mi mandi il famoso “Parrozzo” fenomeno dei dolci e me ne mandi solo l’assaggio. Lo vedi come sei D’Amico?»; e quello della De Filippo che, con saggezza tutta napoletana, ricorda che il «Parrozzo aggiunge un filo alla trama della vita!!!».

    http://www.enricodicarlo.it/PAGINE/LuigiDamico.htm

    Pescara – (di Enrico Di Carlo) – Non fu Gabriele d’Annunzio a dare il nome al dolce Parrozzo, come comunemente si crede, bensì il pasticciere pescarese Luigi D’Amico che lo aveva creato nel settembre del 1926. Nella lettera che lo stesso D’Amico aveva inviato al poeta, a Gardone, il 27 settembre, è scritto: “Illustre Maestro. Questo Parrozzo – il Pan rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza”.
    Per la realizzazione del Parrozzo, D’Amico si era ispirato al pane rozzo dei contadini abruzzesi fatto con il granturco, di forma semisferica e cotto nel forno a legna. Facendo rimanere la forma inalterata, aveva riprodotto il giallo del granturco con quello delle uova e aveva adoperato una copertura di finissimo cioccolato per imitare lo scuro delle bruciacchiature caratteristiche della cottura nel forno a legna.
    Il 9 novembre, su carta intestata “Io ho quel che ho donato”, il Comandante rispose con un celebre sonetto dialettale che termina con i versi: “Benedette D’Amiche e San Ciatté! / O Ddie, quanne m’attacche a lu parròzze, / ogne matine, pe’ lu cannaròzze / passa la sise de l’Abruzzo me’”.
    Qualche tempo dopo, Luigi D’Amico mise in commercio un altro dolce con il nome di “Cassata Aterno”: nome che, a suo dire, era poco promozionale. Pensò, così, di rivolgersi allo scrittore, mandandogli a fine novembre il prodotto, perché lo assaggiasse e, soprattutto, gli attribuisse una più confacente denominazione.
    Il 2 dicembre, su carta intestata “Ardisco non Ordisco”, d’Annunzio ringraziò per avergli fatto giungere i dolci «’n che lu nome (cioè il Parrozzo) e senza nome». Ma poiché il pacco era arrivato al Vittoriale durante uno dei suoi soliti lunghi digiuni, egli promise a D’Amico che, non appena avesse ripreso a mangiare, avrebbe provato il nuovo dolce e gli avrebbe attribuito il nome.
    Così fu. Il Principe di Montenevoso compose, per l’occasione, una spiritosa quartina dialettale per la quale, molto probabilmente, aveva trovato ispirazione dal miele, tra i principali ingredienti della specialità: “Ca tu le vuo’ chiamà la Melitusse / ca tu le vuo’ chiamà lu Melicrò / a vocca piena e senz’alzà lu musse / “Chiamale” – i’ diche – “coma cazze vuo’!”
    Questi versi, il cui originale è conservato negli archivi della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, a Pescara non arrivarono mai.
    Il dolce, dunque, era ancora senza nome. Ma ciò si rivelò tutt’altro che dannoso per la sua fortuna. Infatti, l’espressione usata dallo scrittore, “senza nome”, divenne ben presto la nuova denominazione.

    D’Amico, d’Annunzio e il Parrozzo | InAbruzzo.com

 

 
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