Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    Free
    Ospite

    Predefinito Qui si può licenziare ma tutti assumono

    Una regione dove la maggioranza delle imprese ha meno di 15 dipendenti: quindi non esistono le tutele dello Statuto dei lavoratori. Eppure, le aziende crescono e cercano disperatamente forza lavoro. Gli imprenditori spiegano perché.


    di
    STEFANO LORENZETTO 5/4/2002



    Agli imprenditori del Nord-Est la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fa un baffo. Immaginate il loro trauma nel constatare che in nome dell'articolo 18 c'è chi uccide. Non che siano indifferenti a liberarsi da quelli che l'allora presidente di Confindustria, Guido Carli, già un quarto di secolo fa definiva «lacci e lacciuoli». Anzi. Il fatto è che da queste parti è difficile assumerli, i lavoratori, non licenziarli. Quanto al tetto dei 15 dipendenti, oltre il quale sussiste l'obbligo di reintegro nel posto di lavoro qualora il licenziato senza giusta causa si rivolga al giudice, non gliene potrebbe importare di meno. Il perché è presto detto.
    Il Veneto conta poco meno di 4 milioni e mezzo di abitanti e ben 447.626 imprese attive. Quindi, un'azienda ogni 10 abitanti, compresi neonati, studenti, pensionati, preti, suore e invalidi. Una ogni nove in provincia di Padova. Addirittura una ogni sette a Rossano (Vicenza). Ciò significa che la stragrande maggioranza delle ditte si mantiene sotto la soglia delle 15 unità per avere mano libera nei licenziamenti e per non dover fare i conti con rappresentanze sindacali, assemblee, cassa integrazione e altri impicci burocratici.

    «Devo incollare gli avvisi di richiesta di manodopera sui pali della luce e farli leggere al parroco durante la messa festiva, nonostante abbia costruito per i miei operai villette unifamiliari, asilo nido e scuola materna aziendali» allarga le braccia Gianfranco Barizza, fondatore del gruppo Forall di Quinto Vicentino che produce abbigliamento maschile con la griffe Pal Zileri.
    Tanto per capirci: l'ultima volta che il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, ha visitato il Nord-Est, è stato di venerdì, due mesi fa, e gli industriali gli hanno fatto giurare che il lunedì successivo, appena tornato a Roma, avrebbe firmato un decreto sui flussi stagionali, in modo da far arrivare nel Veneto 6 mila lavoratori extracomunitari senza attendere la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
    Racconta Mario Carraro, presidente dell'omonimo gruppo di Campodarsego (Padova) quotato in borsa, 1.400 addetti: «I licenziamenti senza giusta causa erano importanti ai tempi dei pretori d'assalto, quando il fornaio rincasava all'improvviso e trovava la moglie a letto col suo garzone. Ma oggi? Non ho capito perché dovrebbero favorire l'occupazione. Non ho capito nemmeno perché Confindustria e sindacati ci abbiano imbastito sopra una sanguinosa diatriba. Mentre mi pare d'aver capito che i casi controversi in materia sarebbero 93 in tutta Italia. Dico: 93!». Però Carraro ammette che nell'operoso Nord-Est «sono moltissimi gli imprenditori che spezzettano la loro attività in una miriade di piccole ditte con meno di 15 dipendenti per non dover fare i conti con l'articolo 18».
    L'imprenditrice di spiccate simpatie uliviste Marina Salamon, a capo della holding trevigiana Alchimia (200 dipendenti) che spazia dall'abbigliamento ai surgelati, scioglie un inaspettato inno al governo Berlusconi: «Mi fa piacere che la Cgil venga massacrata. Quel sindacato è portatore di una cultura vecchia e stupida. Non potendo licenziare, è chiaro che gli industriali preferiscano far ricorso ai contratti a termine, perché sono terrorizzati dall'idea di mettersi in casa per sempre qualche lavativo. Così i giovani sono condannati al precariato, non possono contare su uno stipendio sicuro, non possono sposarsi, non possono accendere il mutuo per la casa».

    Salamon dice d'essere stata «protagonista con un anno d'anticipo di uno scandalo a sostegno della riforma dell'articolo 18». Un caso di mobbing alla rovescia: «Una mia dirigente era perseguitata da un'impiegata isterica, per la quale non avrei accettato il reintegro neanche se me l'avesse ordinato il giudice». Casus belli fu un'email spedita dal computer aziendale in cui la piantagrane annunciava che «la capa sta sclerando...». Ricorda l'imprenditrice: «Tentai un chiarimento, un gesto pulito, senza accordarmi sotto banco, ma nel frattempo la dirigente fu massacrata: insulti verbali pronunciati in assenza di testimoni, veleni sparsi fra le colleghe. Fui ricattata dai sindacati, che convocarono i giornalisti per aizzarmi contro l'opinione pubblica e poi alla prima telefonata mi chiesero 50 milioni di lire. Mi pare che la transazione fu a 48, cioè 25 mensilità nette, non so se mi spiego»

    http://www.mondadori.com/panorama/ar...ea_2_10191.htm

  2. #2
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    Predefinito

    Free adesso "l'intellighenzia" di sinistra ti contesta la fonte.


    Cominciano a dirti che l'articolo è stato scritto da un dipendente del Presidente del Consiglio . Stai attento prima di postare certi articoli.
    Se fossi intelligente capirei che i comunisti sono brave persone... Per fortuna sono una testa di cazzo e me ne vanto!

  3. #3
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    Predefinito Re: Qui si può licenziare ma tutti assumono

    Originally posted by Free
    Una regione dove la maggioranza delle imprese ha meno di 15 dipendenti: quindi non esistono le tutele dello Statuto dei lavoratori. Eppure, le aziende crescono e cercano disperatamente forza lavoro. Gli imprenditori spiegano perché.


    di
    STEFANO LORENZETTO 5/4/2002



    Agli imprenditori del Nord-Est la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fa un baffo. Immaginate il loro trauma nel constatare che in nome dell'articolo 18 c'è chi uccide. Non che siano indifferenti a liberarsi da quelli che l'allora presidente di Confindustria, Guido Carli, già un quarto di secolo fa definiva «lacci e lacciuoli». Anzi. Il fatto è che da queste parti è difficile assumerli, i lavoratori, non licenziarli. Quanto al tetto dei 15 dipendenti, oltre il quale sussiste l'obbligo di reintegro nel posto di lavoro qualora il licenziato senza giusta causa si rivolga al giudice, non gliene potrebbe importare di meno. Il perché è presto detto.
    Il Veneto conta poco meno di 4 milioni e mezzo di abitanti e ben 447.626 imprese attive. Quindi, un'azienda ogni 10 abitanti, compresi neonati, studenti, pensionati, preti, suore e invalidi. Una ogni nove in provincia di Padova. Addirittura una ogni sette a Rossano (Vicenza). Ciò significa che la stragrande maggioranza delle ditte si mantiene sotto la soglia delle 15 unità per avere mano libera nei licenziamenti e per non dover fare i conti con rappresentanze sindacali, assemblee, cassa integrazione e altri impicci burocratici.

    «Devo incollare gli avvisi di richiesta di manodopera sui pali della luce e farli leggere al parroco durante la messa festiva, nonostante abbia costruito per i miei operai villette unifamiliari, asilo nido e scuola materna aziendali» allarga le braccia Gianfranco Barizza, fondatore del gruppo Forall di Quinto Vicentino che produce abbigliamento maschile con la griffe Pal Zileri.
    Tanto per capirci: l'ultima volta che il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, ha visitato il Nord-Est, è stato di venerdì, due mesi fa, e gli industriali gli hanno fatto giurare che il lunedì successivo, appena tornato a Roma, avrebbe firmato un decreto sui flussi stagionali, in modo da far arrivare nel Veneto 6 mila lavoratori extracomunitari senza attendere la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
    Racconta Mario Carraro, presidente dell'omonimo gruppo di Campodarsego (Padova) quotato in borsa, 1.400 addetti: «I licenziamenti senza giusta causa erano importanti ai tempi dei pretori d'assalto, quando il fornaio rincasava all'improvviso e trovava la moglie a letto col suo garzone. Ma oggi? Non ho capito perché dovrebbero favorire l'occupazione. Non ho capito nemmeno perché Confindustria e sindacati ci abbiano imbastito sopra una sanguinosa diatriba. Mentre mi pare d'aver capito che i casi controversi in materia sarebbero 93 in tutta Italia. Dico: 93!». Però Carraro ammette che nell'operoso Nord-Est «sono moltissimi gli imprenditori che spezzettano la loro attività in una miriade di piccole ditte con meno di 15 dipendenti per non dover fare i conti con l'articolo 18».
    L'imprenditrice di spiccate simpatie uliviste Marina Salamon, a capo della holding trevigiana Alchimia (200 dipendenti) che spazia dall'abbigliamento ai surgelati, scioglie un inaspettato inno al governo Berlusconi: «Mi fa piacere che la Cgil venga massacrata.

    Poveretta. Ha le idee confuse.

    Quel sindacato è portatore di una cultura vecchia e stupida. Non potendo licenziare, è chiaro che gli industriali preferiscano far ricorso ai contratti a termine, perché sono terrorizzati dall'idea di mettersi in casa per sempre qualche lavativo. Così i giovani sono condannati al precariato, non possono contare su uno stipendio sicuro, non possono sposarsi, non possono accendere il mutuo per la casa».

    Salamon dice d'essere stata «protagonista con un anno d'anticipo di uno scandalo a sostegno della riforma dell'articolo 18». Un caso di mobbing alla rovescia: «Una mia dirigente era perseguitata da un'impiegata isterica, per la quale non avrei accettato il reintegro neanche se me l'avesse ordinato il giudice». Casus belli fu un'email spedita dal computer aziendale in cui la piantagrane annunciava che «la capa sta sclerando...». Ricorda l'imprenditrice: «Tentai un chiarimento, un gesto pulito, senza accordarmi sotto banco, ma nel frattempo la dirigente fu massacrata: insulti verbali pronunciati in assenza di testimoni Se non c'erano testimoni, che cazz* dice??? , veleni sparsi fra le colleghe. Fui ricattata dai sindacati, che convocarono i giornalisti per aizzarmi contro l'opinione pubblica e poi alla prima telefonata mi chiesero 50 milioni di lire. Mi pare che la transazione fu a 48, cioè 25 mensilità nette, non so se mi spiego»
    Evidentemente aveva torto. E non ha neppure buoni avvocati.
    http://www.mondadori.com/panorama/ar...ea_2_10191.htm

  4. #4
    Free
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    «Mi fa piacere che la Cgil venga massacrata. Quel sindacato è portatore di una cultura vecchia e stupida. Non potendo licenziare, è chiaro che gli industriali preferiscano far ricorso ai contratti a termine, perché sono terrorizzati dall'idea di mettersi in casa per sempre qualche lavativo. Così i giovani sono condannati al precariato, non possono contare su uno stipendio sicuro, non possono sposarsi, non possono accendere il mutuo per la casa».

  5. #5
    fui lsu
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    Originally posted by Free
    «Mi fa piacere che la Cgil venga massacrata. Quel sindacato è portatore di una cultura vecchia e stupida. Non potendo licenziare, è chiaro che gli industriali preferiscano far ricorso ai contratti a termine, perché sono terrorizzati dall'idea di mettersi in casa per sempre qualche lavativo. Così i giovani sono condannati al precariato, non possono contare su uno stipendio sicuro, non possono sposarsi, non possono accendere il mutuo per la casa».
    Certo che sentenziare CON LA PANCIA PIENA E' FACILE...
    Se fosse precaria anche lei, appoggerebbe quelle posizioni. Ma è più facile fare una sparatina (di cazzate).

  6. #6
    give peace a chance
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    credo sia molto difficile che accada ciò da te riportato....

    molto difficile....

    la maggior parte dei lavoratori, al momento anche le altre sigle, sono con la cgil....

 

 

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