Le discutibili scelte di Arafat
di Emanuele Ottolenghi*
La condanna internazionale poteva aiutare Arafat
Il ritiro dal Libano è stato visto erroneamente
L'escalation della violenza non porta a nulla
Così l'ambiguità regna sovrana
OXFORD - L’estate del 2000 è una memoria lontana per il Medio Oriente, eppure val la pena ricordarne tre aspetti salienti:
1. - Il vertice di Camp David poteva portare alla pace tra Israele e palestinesi, ma fallì per il rifiuto di Arafat
2. - Arafat perse di conseguenza il tradizionale sostegno diplomatico europeo e arabo
3. - Israele e l’allora primo ministro Barak godevano di rinnovato prestigio e simpatie per la coraggiosa offerta fatta.
Tre settimane di Intifadah al-Aqsa (la seconda intifada scoppiata dopo la visita di Ariel Sharon, alla spianata delle Moschee) a fine settembre cambiarono le carte in tavola, ristabilendo il sostegno e la simpatia internazionali per il leader palestinese.
L’unanime condanna internazionale delle reazioni militari israeliane alla rivolta avrebbe potuto fruttare ad Arafat molti punti, e spinto Israele a maggiori concessioni.
In due occasioni, a Parigi l’8 ottobre e a Sharm el-Sheik il 17, Arafat ebbe l’occasione di riportare Israele al tavolo negoziale grazie al mutato clima diplomatico, capitalizzando sul prezzo di sangue pagato nelle prime settimane di scontri, in cambio di un risoluto intervento per arrestare la violenza in corso nei territori. Invece, Arafat scelse di non fermare la rivolta.
Oggi ci si dimentica di quelle prime e cruciali tre settimane di rivolta e scontri. Ma alla luce degli avvenimenti odierni, dell’isolamento di Arafat nel suo bunker, dell’imminente mediazione di Powell, occorre tornare a quei giorni e porsi tre cruciali questioni, per capire il comportamento di Arafat e della dinamica da lui conseguentemente imposta alla rivolta.
Perchè Arafat rifiutò l’offerta di Camp David? Perchè rifiutò le proposte americane e internazionali a Parigi e Sharm el-Sheik? Perchè da allora, pur perdendo terreno, potere e prestigio, Arafat non ha arrestato la rivolta? Alla luce dell’immenso costo pagato dai palestinesi, e degli scarsi risultati politici per ora ottenuti, stupisce che Arafat non abbia mai cambiato rotta e si possono dare tre spiegazioni:
Il ritiro israeliano dal Libano è stato visto dai palestinesi, erroneamente, come un modello da imitare: solo sotto la pressione della violenza e delle perdite umane Israele avrebbe concesso quanto non era disposto a offrire in un negoziato. Tale lettura della situazione scoraggia un’interruzione delle ostilità che preceda il ritiro israeliano dai territori occupati.
Arafat a Camp David non godeva della necessaria legittimità per concludere un accordo con Israele. Essa poteva essere riguadagnata con un alto prezzo di sangue sul campo che creasse il mito di una guerra di indipendenza vinta contro un nemico superiore, al posto di uno stato ottenuto per grazia ricevuta da un nemico vittorioso alle condizioni da esso imposte. Per poterne essere leader, Arafat doveva essere visto come colui che capeggia la rivolta, o almeno doveva evitare di ostacolarla.
La continuazione della violenza con il rischio di escalation avrebbe potuto condurre alla regionalizzazione del conflitto (con intervento arabo a sostegno palestinese) o alla sua internazionalizzazione, con intervento esterno europeo ed americano e soluzione imposta con la forza di osservatori e sanzioni a Israele; tale soluzione sarebbe stata più favorevole alla posizione palestinese che non a quella israeliana.
Convinto che la continuazione del conflitto avrebbe ottenuto ulteriori concessioni israeliane, un possibile coinvolgimento internazionale a favore dei palestinesi, un eventuale intervento diretto del mondo arabo, e una riaffermazione di dignità palestinese, Arafat preferì probabilmente temporeggiare e attendere l’ottenimento di tangibili risultati prima di intervenire a interrompere la rivolta. La visita di Powell e l’atmosfera solidale creatasi in Europa gliene offre ora l’ultima occasione. Ma a quale prezzo?
Per permettere all’Intifadah di raggiungere gli obbiettivi prefissi, senza che Arafat venisse accusato dalla comunità internazionale di essere responsabile della situazione, Arafat decise, in quelle prime e fatali tre settimane, di rinunciare al monopolio della forza nelle aree sotto il suo controllo e giurisdizione.
Nel fare ciò ha delegato a forze come Hamas e la Jihad el-Islami, e alle milizie paramilitari a lui vicine (al-Fatah e Tanzim) la funzione di combattenti. Questa decisione ha aperto un vaso di pandora che difficilmente può essere ora richiuso. Tali organizzazioni infatti hanno acquistato sempre maggior autonomia operativa e decisionale, mentre i loro leaders hanno visto la propria legittimità politica e il proprio seguito accrescere. Quindi la loro disponibilità ad accettare direttive e limitazioni imposte da Arafat si è man mano ridotta. Il risultato è stato un’erosione dell’autorità di Arafat e del suo stato in fieri, dell’apparizione di nuovi leaders la cui legittimità e credibilità sono state conquistate sul campo e che mette in discussione, e limita fortemente, l’autorità di Arafat di interrompere la rivolta e ritornare al negoziato. Ed è per questo che Arafat resta un mistero, ancora una volta così vicino alla realizzazione del sogno di una Palestina indipendente, e tuttavia incapace di coglier l’occasione. E questo perchè da quarant’anni Arafat sopravvive grazie alla sua proverbiale ambiguità.
Tale ambiguità è stata la fonte della sua sopravvivenza, quando Re Hussein lo cacciò dalla Giordania nel 1970 dopo aver massacrato 20.000 palestinesi, quando Sharon mancò per un soffio di fargli la pelle grazie al salvataggio americano nel 1982 a Beirut, quando con grande disinvoltura voltò le spalle a Saddam Hussein dopo la guerra del Golfo, e passò dall’abbraccio mortale col satrapo di Baghdad alla stretta di mano amichevole con Rabin sul prato della Casa Bianca. Ecco dunque l’enigma Arafat. Nel suo storico discorso alle Nazioni Unite nel 1974, brandendo una pistola e un ramoscello d’ulivo, catturò l’immaginazione dell’Assemblea mostrando i due simboli come alternative. In realtà quei simboli sono sempre stati due faccie della stessa medaglia, due politiche che Arafat ha sempre saputo far convivere senza mai mostrarne o vederne la contraddizione e l’incompatibilità. Ma se questo è Arafat, il futuro non promette nulla di buono, nè per lui nè per il Medioriente: poichè se un guerrigliero può permettersi l’ambiguità, la regione oggi necessita più che mai di scelte chiare, univoche e coraggiose. È tempo insomma di fare chiarezza, e quella è un’arte che il Rais non ha mai saputo imparare.
(*) docente di politica israeliana e storia del conflitto mediorientale all’Università di Oxford, St. Antony’s College
( 12 APRILE 2002)




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