Vi racconto chi è il vero Arafat
Il curriculum del leader palestinese secondo un ex superagente della Cia.
di
ROBERT BAER
Pochi giorni dopo l'invasione del quartier generale di Yasser Arafat a Ramallah, alla fine di marzo, l'intelligence israeliana ha dichiarato di aver trovato documenti che collegano inequivocabilmente il leader palestinese a diversi attentati di kamikaze commessi in Israele. Ma sinora non è stata comprovata la fondatezza della notizia. E per un buon motivo. Attenti osservatori del Medio Oriente sospettano che i documenti siano contraffazioni israeliane. Essi sanno che è altamente improbabile che Arafat scriva il proprio nome su un pezzo di carta, mettendosi in relazione diretta con un atto terroristico.
Indipendentemente dal fatto che i documenti siano falsi o autentici, ci si dovrebbe comunque chiedere quale sia stato il coinvolgimento di Arafat negli attentati suicidi. Arafat è stato a lungo associato a gruppi fondamentalisti islamici. Quando, studente universitario al Cairo, entrò in politica nei primi anni 50, si unì immediatamente alla Fratellanza musulmana egiziana, un'organizzazione impegnata ad abbattere i governi non islamici in Medio Oriente. Il ramo egiziano tentò persino di assassinare il presidente Abdul Nasser. Sebbene Arafat non sia mai risultato implicato nel tentato omicidio, i suoi legami con la Fratellanza lo resero sempre sospetto agli occhi dei governi arabi. Infine, l'Egitto lo espulse per la sua politica islamica. In seguito, Arafat si trasferì in Kuwait, una nazione in cui il fondamentalismo islamico viene maggiormente tollerato, e vi istituì il Fatah, prevalentemente con Fratelli musulmani palestinesi.
Benché successivamente abbia preso le distanze dalla Fratellanza musulmana, Arafat non ha mai tagliato completamente i propri rapporti con essa. Il leader palestinese comprendeva che l'Islam era una forza potente in Medio Oriente e, un giorno, avrebbe potuto rivelarsi cruciale per la liberazione della Palestina. Nel 1977 il panorama politico cambiò e Arafat decise che i tempi erano maturi per rinnovare i propri legami con l'Islam radicale. Sotto le sue direttive, Abu Jihad, il suo delegato principale, fondò quello che divenne noto come il Comitato del '77, responsabile del reclutamento di giovani adepti per il Fatah. Sotto la tutela di un cristiano divenuto musulmano, il Comitato del '77 formò quadri militari per la liberazione di Gerusalemme nel nome di Allah.
All'incirca nello stesso periodo, Arafat diede il proprio supporto alla Fratellanza musulmana siriana, un'organizzazione che tentava di spodestare il presidente siriano Hafiz Al-Assad. Agli inizi del 1982, la Fratellanza musulmana siriana provocò un'insurrezione ad Hama, una delle maggiori città della Siria. Assad bombardò la città per cinque giorni, costringendola alla resa. L'intelligence siriana trovò tra le rovine la prova, a suo parere inconfutabile, che un'ala del Fatah di Arafat aveva rifornito i Fratelli musulmani siriani di armi e munizioni. Per rappresaglia, Assad ruppe i rapporti con Arafat e tentò inoltre di destituire il leader palestinese, appoggiando una rivolta interna al Fatah. La rivolta fallì, ma Assad non perse mai la speranza, cercando di rimpiazzare Arafat, poiché sapeva che la propensione del capo palestinese per i fondamentalisti islamici rimaneva una seria minaccia per il suo regime.
Arafat non si limitò a intrattenere rapporti con i fondamentalisti sunniti. Intorno alla metà degli anni 70, aiutò varie fazioni sciite iraniane radicali che, in quel periodo, stavano per destituire lo scià. Rese accessibili i propri campi in Libano a qualsiasi radicale iraniano disposto a contrastare il governo di Teheran. Persino il figlio di Ruhollah Khomeini, Ahmad Khomeini, è stato addestrato in uno dei campi del Fatah. Dopo la destituzione dello scià, Arafat offrì l'appoggio delle proprie reti estere al nuovo governo iraniano. Un agente del Fatah, Anis Naqqash, cercò di assassinare l'ex primo ministro iraniano Shahpur Bakhtiar a Parigi. L'attentatore mancò il bersaglio, ma uccise un poliziotto e una vecchia signora.
In modo ancor più sinistro, dopo l'invasione israeliana del Libano nel giugno 1982, Arafat passò molte delle sue reti clandestine in Libano alle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (Irgc). La sua intenzione era che l'Iran le impiegasse per combattere Israele, ma le Irgc le sfruttarono immediatamente per rapire degli stranieri. La prima operazione ebbe luogo quando una rete di Al Fatah sequestrò per le Irgc il presidente ad interim dell'università americana di Beirut, David Dodge. Le Irgc lo portarono di nascosto a Teheran in aereo. Un ex membro di Al Fatah, Imad Mughniyah, forse il terrorista più famoso al mondo dopo Osama Bin Laden, fece esplodere due ambasciate americane a Beirut e le caserme dei marines. Per inciso, in tutte quelle operazioni, Mughniyah e il suo gruppo utilizzarono attentatori kamikaze, creando un precedente per l'attuale ondata di attacchi suicidi di Hamas.
Per tutti gli anni 80 Arafat si tenne in costante contatto con Mughniyah, offrendogli denaro e altre forme di aiuto. Arafat contribuì alla riuscita di almeno un dirottamento (Ku-422) promosso da Mughniyah. Allo stesso modo, Mughniyah aiutò Arafat in Libano e in altre parti del mondo. Gli Stati Uniti si sono spesso chiesti quale fosse il ruolo di Arafat nelle operazioni di Mughniyah, ma non fu mai trovata una prova evidente. Tuttavia, il sospetto perdurò.
Durante gli anni 80, e almeno fino all'accordo di Oslo, Arafat mantenne legami anche con molti gruppi terroristici secolari, da un gruppo specializzato nel collocare bombe sugli aerei (Quindici maggio) a fazioni di movimenti terribilmente scissionisti, come il Fronte popolare per la liberazione della Palestina-Commando speciale. Vi furono prove consistenti anche su un'eventuale collaborazione di Arafat con un'organizzazione secolare con sede in Libano, il Partito nazionale socialista siriano, per assassinare il presidente libanese Bashir Jumayyil. Ma, ancora una volta, non fu mai rinvenuta una prova schiacciante che confermasse l'effettivo coinvolgimento di Arafat.
Oggi, il primo ministro israeliano Ariel Sharon è proprio alla ricerca di quella prova schiacciante che legherebbe Arafat al terrorismo, soprattutto agli attentati kamikaze di Hamas e Al-Aqsa. Ariel Sharon ne ha bisogno per completare la propria campagna finalizzata all'annientamento di Arafat e della leadership palestinese che lo appoggia. Altrimenti, la pressione a cui è soggetto potrebbe divenire insostenibile per lui, costringendolo a lasciare la Cisgiordania e Gaza senza portare a termine l'operazione militare intrapresa.
È fuori discussione che Arafat sia stato colluso per anni con fondamentalisti islamici e terroristi, ma alla fine sarà improbabile che Sharon riesca a trovare quella prova schiacciante. Se davvero Arafat è legato agli attentati suicidi, è comunque troppo intelligente per aver lasciato tracce.
Quello che invece dovremmo chiederci è se Arafat sia oggi in grado di sfruttare la sua lunga associazione con i fondamentalisti islamici per conseguire una tregua tra palestinesi e israeliani. È una domanda alla quale, al momento, non è possibile rispondere. L'unica cosa certa è che il protrarsi della campagna di Sharon ridurrà progressivamente l'influenza di Arafat sui fondamentalisti.
(traduzione di Annita Brindani)
http://www.mondadori.com/panorama/ar...ea_2_10207.htm


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