Sto lavorando a questa tesina per un esame universitario ... se vi va, possiamo utilizzarla come spunto per dibattere di politica economica
Prima puntata, dedicata al Cile :
• Il Cile: la lunga marcia verso la Moneda, il tragico epilogo.
La situazione dei tre paesi nei tardi anni ’30-‘40, con riferimento anche allo “stato di salute” del movimento Socialista locale, si presentava radicalmente diversa: il Cile veniva da una travagliata situazione politica ed economica.
La crisi del 1929 era già stata gestita da un regime militare “soft” guidato dal Generale Ibanez, e a cui era succeduta una effimera “Repubblica Socialista del Cile” guidata da militari progressisti e sopravissuta per meno di un anno prima del ritorno alle urne che aveva sancito l’avvio dell’ “Era Radicale” .
Il Partito Socialista del Cile era nato nel 1933 dalla confluenza di diversi gruppi minori, diventando presto la formazione guida del “Frente Popular” alleato dei radicali di Aguirre al potere.
L’alleanza, nata nel 1938 per evitare la vittoria del candidato di centrodestra Alessandri e in seguito rafforzatasi per contrastare un tentato colpo di Stato fascista, era sopravissuta fino al 1940 per poi ricostituirsi in seguito alla netta avanzata elettorale del partito. Questa linea ondivaga non aveva giovato al PSCh, che in capo a pochi anni era finito per disgregarsi in una miriade di gruppuscoli scissionisti a rimorchio ora dei democristiani ora dei radicali ora dei comunisti, con percentuali sempre più irrisorie.
Il punto di svolta, nella travagliata storia dei Socialisti Cileni, fu rappresentato dalla legge 8987 del 1948, con cui il governo centrista dell’ex dittatore Ibanez aveva bandito il partito comunista: nonostante il parere favorevole di esponenti socialisti come Bernardo Ibáñez, Oscar Schnake, Juan Bautista Rosseti, le frazioni maggioritarie del vecchio partito si erano schierate risolutamente contro questo provvedimento, considerato un attentato alla democrazia. Mentre gli anticomunisti formavano il Partito Socialista dei Lavoratori, i dirigenti maggiori della vecchia formazione creavano il Partito Socialista Popolare, ancora alleato di Ibanez; il “marchio” del vecchio partito restava alla frazione sotto la guida di Salvador Allende, popolare ex ministro della Salute e senatore, avversario del vecchio generale.
La situazione economica era largamente condizionata dall’andamento del mercato mondiale del rame, principale risorsa del Paese (al punto da rappresentare l’80% delle sue esportazioni): il crollo del 1929 colpì duramente anche la domanda di nitrati, e in breve il Paese perse il 14% del suo PIL, la quantità di minerale estratto del 27% e il volume delle esportazioni del 28%. Il Paese si riprese all’avvio degli anni ’40 con la creazione, da parte del governo radicalsocialista, della Corporación de Fomento de la Producción, CORFO, una azienda di Stato che finanziava tramite sussidi e partecipazioni le imprese nazionali, di concerto con la politica protezionistica della Presidenza Aguirre.
Il crescente ruolo dello Stato in economia permise una crescita del 7% annuo, ma lasciò estremamente fragile l’intero sistema industriale cileno, troppo dipendente dai sussidi statali per modernizzarsi e investire sull’efficienza. L’economia cilena, alla fine degli anni ’40, era perciò basata pesantemente su una singola risorsa, il rame, gestita in monopolio da alcune potenti multinazionali americane dietro concessione (che fruttava allo Stato circa un quarto degli utili netti).
Con la conferma al potere di Ibanez nel 1953, la situazione economica Cilena non accennava a migliorare: il PIL cresceva di circa l’1,6% all’anno, il risultato peggiore tra i paesi medio-grandi del Sud America. Le strategie economiche governative per mantenere florido il commercio di rame portavano a una forte sopravvalutazione della moneta, nociva per ogni tentativo di sviluppo che fosse indipendente dalla “monocultura mineraria”: di fronte alle resistenze alla riforma agraria, il governo conservatore dovette imporre un calmiere dei prezzi agricoli per proteggere le classi medie e basse dagli effetti dell’inflazione. Il tentativo di sostituire i prodotti importabili con produzioni nazionali raggiunse il massimo delle sue possibilità nei primi anni ’60, portando a un netto rallentamento anche del settore manifatturiero (che era stato favorito dalle politiche di sopravvalutazione monetaria) : la produzione industriale crebbe annualmente di circa il 3,5 %, la metà degli anni ’40.
L’inflazione aveva sempre piagato l’economia cilena, almeno dagli anni ’80 dell’800, ma in questo periodo raggiunse punte mai viste prima: l’inflazione dei prezzi al consumo arrivò fino all’84% del 1955, per poi stabilizzarsi attorno a un aumento del 31-36% annuo.
I governi di centro e di destra che si succedettero non affrontarono mai la vera fonte di crisi, la monetarizzazione del debito pubblico, agendo invece, con tre manovre di stabilizzazione successive, sui tassi di cambio e sui salari, con l’unico risultato di peggiorare le condizioni di vita dei ceti meno abbienti.Di fronte a questi gravi problemi economici e sociali, lo spazio per una affermazione delle sinistre era ampio: la scissione socialista, analoga per molti versi a quella italiana, si ricompose: infatti, anche il Partito Socialista Popolare abbandonava l’alleanza centrista di Ibanez, per unirsi con gli ex compagni allendisti e le disciolte formazioni comuniste nel “Frente de Accion Popular”. La nuova alleanza, varata nel 1956, ottenne da subito buoni risultati nelle elezioni municipali e partecipò alle legislative del 1957 con Allende come leader. Dati elettorali ulteriormente incoraggianti, che lasciavano ben presagire anche per le successive presidenziali, portarono al “congresso dell’Unità”, in cui i due partiti si riunificarono.
Nonostante le elezioni del 1958 risultassero in una sconfitta, con la vittoria combattuta fino all’ultimo del conservatore Alessandri su Allende, il Cile si trovava in una situazione inedita per gran parte del continente americano. Infatti, un marxista di sinistra, appoggiato apertamente da comunisti, aveva la possibilità di arrivare al potere tramite elezioni in un paese del blocco occidentale considerato a democrazia stabile e avanzata: il governo Ibanez del 1927-1931 era stato più un governo di emergenza simile ai coevi “Governi del Presidente” della Germania di Weimar, che a una classica dittatura “sudamericana”; i militari golpisti di sinistra del 1932 avevano ceduto il potere in seguito a una deliberazione della Corte Costituzionale; nel 1938 e nel 1944, le Forze Armate avevano reagito con durezza ai tentativi del Partito Nazionalsocialista Cileno di instaurare un regime militare guidato da Ibanez, che peraltro per primo aveva denunciato il tentativo insurrezionale.
Scaduto il mandato di Alessandri nel 1964, a succedergli fu il democristiano Eduardo Frei Montalva, che battè nuovamente Salvador Allende, stavolta con un netto margine. Il processo di industrializzazione nazionale, come si è visto, languiva, a causa delle mancanze strutturali e del lungo “sonno drogato” dalle tariffe protezionistiche della classe imprenditoriale cilena, e Frei tentò di risollevarlo incentivando il capitale straniero (particolarmente nordamericano) a investire nell’industria cilena. Tutta la politica economica del governo centrista era basata sull’assunto, ideato dall’economista Lipset in un suo saggio del 1959, che solo favorendo un forte processo di industrializzazione e crescita economica, si sarebbe ottenuti risultati sul fronte dell’urbanizzazione, dell’educazione, della stabilità istituzionale: le classi povere, di fronte alle accresciute possibilità di mobilità sociale, si sarebbero allontanate da sé dallo “spettro del comunismo” che, in una fase particolarmente dura della Guerra Fredda (non dimentichiamoci che il maccartismo era da poco dietro le spalle), sembrava pronto a impossessarsi di ogni Paese in cui la vigilanza sulla saldezza delle istituzioni democratico-liberali e dell’ordine economico capitalista si fosse rilassata. A dare attuazione a questo indirizzo politico-economico era stato il lancio dell’Allianza para el Progresso, lanciata dal Presidente americano Kennedy in Uruguay nel 1961. Nel tentativo di contenere il fascino della rivoluzione cubana, si concedevano crediti ai Paesi dell’America Latina crediti per promuovere riforme agrarie e fiscali, e supportare programmi di sostegno sociale e la riconversione industriale: Frei mutuò questa politica, cui diede il nome di “Revoluciòn en libertad”, promettendo di risolvere i problemi economici e sociali senza il ricorso “ineluttabile” a una dittatura comunista.
Particolarmente spinoso era il tema della Riforma Agraria, su cui almeno inizialmente comunisti e socialisti appoggiarono l’azione del governo democristiano: il 98% della terra coltivata era di proprietà del 2% della popolazione, con effetti deteriori sull’efficienza della produzione : moltissimi campi restavano infatti inadeguatamente sfruttati, se non abbandonati, per contenere i costi della manodopera. Frei propose, con la Ley de Reforma Agraria del 1967, di limitare a 80 ettari di terra irrigata (di ottima qualità, o quantità equivalenti di terreni di qualità inferiore) la proprietà terriera. Si salvaguardava così l’esistenza di una classe di grandi proprietari terrieri, liberando nel contempo terra per i contadini. All’atto pratico, tuttavia, l’espropriazione avrebbe riguardato solo il 12% delle terre irrigate , dietro facoltà puramente discrezionale del governo di procedere e apposito indennizzo. L’obiettivo di creare 100 ‘ 000 nuovi proprietari fallì clamorosamente di ben 75'000 unità (su 400 ‘ 000 contadini non proprietari). Risultati egualmente sfortunati ebbero i tentativi di “cilenizzazione” del rame, con una “nazionalizzazione patteggiata” che avrebbe dovuto portare a uno scambio di quote tra aziende cilene e aziende straniere nella produzione del rame. Nel 1970, allo scadere del mandato di Frei, l’inflazione era al 31%, i salari erano stati tagliati ulteriormente del 23,3%, i timidi tentativi di riforma agraria erano all’impasse e i fondi dell’Alianza giacevano inutilizzati.
Di fronte a questa drammatica situazione, le forze di sinistra, duramente demoralizzate dalla sconfitta del 1964, si trovavano gravemente disorganizzate: il PADENA ( Partito Nazionaldemocratico) aveva abbandonato la coalizione, e i Socialisti, influenzati dai proclami alla violenza rivoluzionaria di Castro, erano stati nuovamente colpiti da una scissione, guidata dal vecchio esponente dell’ala moderata Raul Ampuero, dalla quale era nata l’Unione Socialista Popolare ( USOPO). Alla guida del Partito veniva eletto il “massimalista” Carlos Altamirano Orrego, appoggiato dalla potente Confederazione dei Sindacati Rurali: il partito si dichiarava “marxista-leninista” e sdoganava l’uso della violenza come metodo risolutivo per la presa del potere e la trasformazione rivoluzionaria della società.
Nonostante queste premesse, Allende, sostenitore di una “via cilena al Socialismo” da perseguire nella libertà e nella democrazia, riuscì a ottenere la nomination presidenziale col supporto di 13 delegati al Comitato Centrare su 27, e l’astensione dei 14 membri dell’ala estremista maggioritaria. Galvanizzata dal ritorno in campo di un leader così popolare, la sinistra cilena si riorganizzò in una coalizione molto più ampia della vecchia FRAPO per le imminenti elezioni del 1970: al Partito Socialista e al Partito Comunista si aggiungevano infatti formazioni politiche moderate come il Partito Socialdemocratico, il Partito Radicale, l’Azione Popolare Indipendente (gruppo centrista che rappresentava l’eredità del vecchio Presidente Ibanez) e il Movimento di Azione Popolare Unito (MAPU, una scissione da sinistra della Democrazia Cristiana)





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