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    Predefinito Nella stanza dei bottoni: Socialisti in America Latina e in Italia

    Sto lavorando a questa tesina per un esame universitario ... se vi va, possiamo utilizzarla come spunto per dibattere di politica economica

    Prima puntata, dedicata al Cile :

    • Il Cile: la lunga marcia verso la Moneda, il tragico epilogo.

    La situazione dei tre paesi nei tardi anni ’30-‘40, con riferimento anche allo “stato di salute” del movimento Socialista locale, si presentava radicalmente diversa: il Cile veniva da una travagliata situazione politica ed economica.
    La crisi del 1929 era già stata gestita da un regime militare “soft” guidato dal Generale Ibanez, e a cui era succeduta una effimera “Repubblica Socialista del Cile” guidata da militari progressisti e sopravissuta per meno di un anno prima del ritorno alle urne che aveva sancito l’avvio dell’ “Era Radicale” .
    Il Partito Socialista del Cile era nato nel 1933 dalla confluenza di diversi gruppi minori, diventando presto la formazione guida del “Frente Popular” alleato dei radicali di Aguirre al potere.

    L’alleanza, nata nel 1938 per evitare la vittoria del candidato di centrodestra Alessandri e in seguito rafforzatasi per contrastare un tentato colpo di Stato fascista, era sopravissuta fino al 1940 per poi ricostituirsi in seguito alla netta avanzata elettorale del partito. Questa linea ondivaga non aveva giovato al PSCh, che in capo a pochi anni era finito per disgregarsi in una miriade di gruppuscoli scissionisti a rimorchio ora dei democristiani ora dei radicali ora dei comunisti, con percentuali sempre più irrisorie.

    Il punto di svolta, nella travagliata storia dei Socialisti Cileni, fu rappresentato dalla legge 8987 del 1948, con cui il governo centrista dell’ex dittatore Ibanez aveva bandito il partito comunista: nonostante il parere favorevole di esponenti socialisti come Bernardo Ibáñez, Oscar Schnake, Juan Bautista Rosseti, le frazioni maggioritarie del vecchio partito si erano schierate risolutamente contro questo provvedimento, considerato un attentato alla democrazia. Mentre gli anticomunisti formavano il Partito Socialista dei Lavoratori, i dirigenti maggiori della vecchia formazione creavano il Partito Socialista Popolare, ancora alleato di Ibanez; il “marchio” del vecchio partito restava alla frazione sotto la guida di Salvador Allende, popolare ex ministro della Salute e senatore, avversario del vecchio generale.

    La situazione economica era largamente condizionata dall’andamento del mercato mondiale del rame, principale risorsa del Paese (al punto da rappresentare l’80% delle sue esportazioni): il crollo del 1929 colpì duramente anche la domanda di nitrati, e in breve il Paese perse il 14% del suo PIL, la quantità di minerale estratto del 27% e il volume delle esportazioni del 28%. Il Paese si riprese all’avvio degli anni ’40 con la creazione, da parte del governo radicalsocialista, della Corporación de Fomento de la Producción, CORFO, una azienda di Stato che finanziava tramite sussidi e partecipazioni le imprese nazionali, di concerto con la politica protezionistica della Presidenza Aguirre.

    Il crescente ruolo dello Stato in economia permise una crescita del 7% annuo, ma lasciò estremamente fragile l’intero sistema industriale cileno, troppo dipendente dai sussidi statali per modernizzarsi e investire sull’efficienza. L’economia cilena, alla fine degli anni ’40, era perciò basata pesantemente su una singola risorsa, il rame, gestita in monopolio da alcune potenti multinazionali americane dietro concessione (che fruttava allo Stato circa un quarto degli utili netti).

    Con la conferma al potere di Ibanez nel 1953, la situazione economica Cilena non accennava a migliorare: il PIL cresceva di circa l’1,6% all’anno, il risultato peggiore tra i paesi medio-grandi del Sud America. Le strategie economiche governative per mantenere florido il commercio di rame portavano a una forte sopravvalutazione della moneta, nociva per ogni tentativo di sviluppo che fosse indipendente dalla “monocultura mineraria”: di fronte alle resistenze alla riforma agraria, il governo conservatore dovette imporre un calmiere dei prezzi agricoli per proteggere le classi medie e basse dagli effetti dell’inflazione. Il tentativo di sostituire i prodotti importabili con produzioni nazionali raggiunse il massimo delle sue possibilità nei primi anni ’60, portando a un netto rallentamento anche del settore manifatturiero (che era stato favorito dalle politiche di sopravvalutazione monetaria) : la produzione industriale crebbe annualmente di circa il 3,5 %, la metà degli anni ’40.

    L’inflazione aveva sempre piagato l’economia cilena, almeno dagli anni ’80 dell’800, ma in questo periodo raggiunse punte mai viste prima: l’inflazione dei prezzi al consumo arrivò fino all’84% del 1955, per poi stabilizzarsi attorno a un aumento del 31-36% annuo.

    I governi di centro e di destra che si succedettero non affrontarono mai la vera fonte di crisi, la monetarizzazione del debito pubblico, agendo invece, con tre manovre di stabilizzazione successive, sui tassi di cambio e sui salari, con l’unico risultato di peggiorare le condizioni di vita dei ceti meno abbienti.Di fronte a questi gravi problemi economici e sociali, lo spazio per una affermazione delle sinistre era ampio: la scissione socialista, analoga per molti versi a quella italiana, si ricompose: infatti, anche il Partito Socialista Popolare abbandonava l’alleanza centrista di Ibanez, per unirsi con gli ex compagni allendisti e le disciolte formazioni comuniste nel “Frente de Accion Popular”. La nuova alleanza, varata nel 1956, ottenne da subito buoni risultati nelle elezioni municipali e partecipò alle legislative del 1957 con Allende come leader. Dati elettorali ulteriormente incoraggianti, che lasciavano ben presagire anche per le successive presidenziali, portarono al “congresso dell’Unità”, in cui i due partiti si riunificarono.

    Nonostante le elezioni del 1958 risultassero in una sconfitta, con la vittoria combattuta fino all’ultimo del conservatore Alessandri su Allende, il Cile si trovava in una situazione inedita per gran parte del continente americano. Infatti, un marxista di sinistra, appoggiato apertamente da comunisti, aveva la possibilità di arrivare al potere tramite elezioni in un paese del blocco occidentale considerato a democrazia stabile e avanzata: il governo Ibanez del 1927-1931 era stato più un governo di emergenza simile ai coevi “Governi del Presidente” della Germania di Weimar, che a una classica dittatura “sudamericana”; i militari golpisti di sinistra del 1932 avevano ceduto il potere in seguito a una deliberazione della Corte Costituzionale; nel 1938 e nel 1944, le Forze Armate avevano reagito con durezza ai tentativi del Partito Nazionalsocialista Cileno di instaurare un regime militare guidato da Ibanez, che peraltro per primo aveva denunciato il tentativo insurrezionale.

    Scaduto il mandato di Alessandri nel 1964, a succedergli fu il democristiano Eduardo Frei Montalva, che battè nuovamente Salvador Allende, stavolta con un netto margine. Il processo di industrializzazione nazionale, come si è visto, languiva, a causa delle mancanze strutturali e del lungo “sonno drogato” dalle tariffe protezionistiche della classe imprenditoriale cilena, e Frei tentò di risollevarlo incentivando il capitale straniero (particolarmente nordamericano) a investire nell’industria cilena. Tutta la politica economica del governo centrista era basata sull’assunto, ideato dall’economista Lipset in un suo saggio del 1959, che solo favorendo un forte processo di industrializzazione e crescita economica, si sarebbe ottenuti risultati sul fronte dell’urbanizzazione, dell’educazione, della stabilità istituzionale: le classi povere, di fronte alle accresciute possibilità di mobilità sociale, si sarebbero allontanate da sé dallo “spettro del comunismo” che, in una fase particolarmente dura della Guerra Fredda (non dimentichiamoci che il maccartismo era da poco dietro le spalle), sembrava pronto a impossessarsi di ogni Paese in cui la vigilanza sulla saldezza delle istituzioni democratico-liberali e dell’ordine economico capitalista si fosse rilassata. A dare attuazione a questo indirizzo politico-economico era stato il lancio dell’Allianza para el Progresso, lanciata dal Presidente americano Kennedy in Uruguay nel 1961. Nel tentativo di contenere il fascino della rivoluzione cubana, si concedevano crediti ai Paesi dell’America Latina crediti per promuovere riforme agrarie e fiscali, e supportare programmi di sostegno sociale e la riconversione industriale: Frei mutuò questa politica, cui diede il nome di “Revoluciòn en libertad”, promettendo di risolvere i problemi economici e sociali senza il ricorso “ineluttabile” a una dittatura comunista.


    Particolarmente spinoso era il tema della Riforma Agraria, su cui almeno inizialmente comunisti e socialisti appoggiarono l’azione del governo democristiano: il 98% della terra coltivata era di proprietà del 2% della popolazione, con effetti deteriori sull’efficienza della produzione : moltissimi campi restavano infatti inadeguatamente sfruttati, se non abbandonati, per contenere i costi della manodopera. Frei propose, con la Ley de Reforma Agraria del 1967, di limitare a 80 ettari di terra irrigata (di ottima qualità, o quantità equivalenti di terreni di qualità inferiore) la proprietà terriera. Si salvaguardava così l’esistenza di una classe di grandi proprietari terrieri, liberando nel contempo terra per i contadini. All’atto pratico, tuttavia, l’espropriazione avrebbe riguardato solo il 12% delle terre irrigate , dietro facoltà puramente discrezionale del governo di procedere e apposito indennizzo. L’obiettivo di creare 100 ‘ 000 nuovi proprietari fallì clamorosamente di ben 75'000 unità (su 400 ‘ 000 contadini non proprietari). Risultati egualmente sfortunati ebbero i tentativi di “cilenizzazione” del rame, con una “nazionalizzazione patteggiata” che avrebbe dovuto portare a uno scambio di quote tra aziende cilene e aziende straniere nella produzione del rame. Nel 1970, allo scadere del mandato di Frei, l’inflazione era al 31%, i salari erano stati tagliati ulteriormente del 23,3%, i timidi tentativi di riforma agraria erano all’impasse e i fondi dell’Alianza giacevano inutilizzati.

    Di fronte a questa drammatica situazione, le forze di sinistra, duramente demoralizzate dalla sconfitta del 1964, si trovavano gravemente disorganizzate: il PADENA ( Partito Nazionaldemocratico) aveva abbandonato la coalizione, e i Socialisti, influenzati dai proclami alla violenza rivoluzionaria di Castro, erano stati nuovamente colpiti da una scissione, guidata dal vecchio esponente dell’ala moderata Raul Ampuero, dalla quale era nata l’Unione Socialista Popolare ( USOPO). Alla guida del Partito veniva eletto il “massimalista” Carlos Altamirano Orrego, appoggiato dalla potente Confederazione dei Sindacati Rurali: il partito si dichiarava “marxista-leninista” e sdoganava l’uso della violenza come metodo risolutivo per la presa del potere e la trasformazione rivoluzionaria della società.

    Nonostante queste premesse, Allende, sostenitore di una “via cilena al Socialismo” da perseguire nella libertà e nella democrazia, riuscì a ottenere la nomination presidenziale col supporto di 13 delegati al Comitato Centrare su 27, e l’astensione dei 14 membri dell’ala estremista maggioritaria. Galvanizzata dal ritorno in campo di un leader così popolare, la sinistra cilena si riorganizzò in una coalizione molto più ampia della vecchia FRAPO per le imminenti elezioni del 1970: al Partito Socialista e al Partito Comunista si aggiungevano infatti formazioni politiche moderate come il Partito Socialdemocratico, il Partito Radicale, l’Azione Popolare Indipendente (gruppo centrista che rappresentava l’eredità del vecchio Presidente Ibanez) e il Movimento di Azione Popolare Unito (MAPU, una scissione da sinistra della Democrazia Cristiana)

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    La Sinistra cilena raggiunse lo storico obiettivo di arrivare alla conquista della Moneda con le elezioni del 4 settembre 1970: Allende arrivava primo, battendo di misura il candidato conservatore Alessandri e più nettamente il democristiano di sinistra Radomiro Tomic.

    Allende salutò le migliaia di suoi sostenitori giunti a Santiago dichiarando che il suo non sarebbe stato un governo comunista, o socialista, ma democratico e “nazionale”, incassando una prima apertura di credito da parte di una Democrazia Cristiana disposta a creare una coalizione di centrosinistra. Si aprì da subito un periodo di forti tensioni: la Costituzione Cilena prevedeva infatti che, qualora nessuno dei candidati alla Presidenza avesse raggiunto la maggioranza assoluta, sarebbe stato un voto del Congresso a nominare il nuovo Presidente della Repubblica: una tradizione istituzionale che durava fin dal 1829 aveva sempre portato a nominare il candidato più votato al primo turno nuovo presidente, a prescindere dalle divisioni; questa volta, la DC aveva in mano la chiave della situazione, essendo l’ago della bilancia. In una contrastata Junta Nacional, venne deciso l’appoggio ad Allende in cambio dell’introduzione, nella Costituzione, di uno “Statuto di Garanzie Democratiche” : la scelta fu dettata dall’esigenza di impedire, in un contesto latinoamericano incandescente, che le voci interne alla sinistra cilena sfiduciate dal confronto democratico potessero prendere la via delle armi. Già nel periodo tra l’elezione (4 settembre) e il voto congressuale (22 ottobre) la presidenza Nixon aveva intanto costituito delle task forces che lavorassero al rovesciamento del Governo allendista, dapprima con una manovra parlamentare (elezione di Alessandri da parte del Congresso, nuove elezioni a breve e presidenza a Frei).

    L’esponente democristiano accettò, e ricevette una sovvenzione di 250 000 dollari fornita dalla International Telegraph & Telephone Company. La Democrazia Cristiana di Tomic, come si è visto, preferì tuttavia sostenere Allende: fallito questo “Track I”, si passò a un “Track II” che prevedeva direttamente l’intervento militare; si aprirono canali con tre diversi gruppi eversivi di estrema destra, tutti concordi nell’indicare come prioritaria la neutralizzazione di Renè Schneider, comandante in capo delle FF. AA. Leale ad Allende : fu l’ITT a contattare il generale Roberto Viaux, offrendogli materiale bellico per guidare un golpe che avrebbe dovuto fermare il comunismo in Cile (molto disinvoltamente, la corporazione nord americana concludeva nello stesso periodo un contratto di fornitura milionario per la costruzione di alberghi e centrali telefoniche con l’URSS).

    Il piano Viaux venne però respinto dalla CIA, che decise comunque di far proseguire l’azione: il 22 ottobre Schneider venne rapito ma durante l’operazione venne gravemente ferito, morendo in ospedale il giorno dopo. La morte del generale, massimo teorico del non interventismo dei militari in politica tranne che in casi di governi che violassero la Costituzione, provocò una forte sensazione nel Paese: Allende lo ricordò come uomo leale alle istituzioni e alla democrazia, e nominò suo successore un amico del generale assassinato, Carlos Prats.

    La situazione economica che Allende si trovava davanti era molto pesante, sommandosi gli effetti di una crisi congiunturale e di una strutturale: circa 150 aziende, delle 30 500 registrate, controllavano il mercato nazionale in regimi di quasi monopolio, mentre gran parte delle terre coltivate era ancora in mano a latifondisti. Il 50% della popolazione disponeva di solo il 16,1% delle ricchezze nazionali, il 5% più ricco ne controllava il 30%. L’obiettivo primario era perciò rilanciare l’economia, e il governo di UP si mosse nella direzione di una “riappropriazione nazionale” delle risorse fondamentali del Paese, a partire dal cruciale rame, e un’opera di ridistribuzione del reddito e sradicamento delle strutture sociali monopolistiche e latifondistiche, come primi passi verso la società “libertaria, democratica, socialista” indicata dal programma di UP.

    Al ministro dell’economia Pedro Vuskovic spettò il compito di realizzare un organico pacchetto di riforme, il Plan 71, che avviasse queste riforme senza infrangere la “legalidad borguesa”: il Plan era articolato in 40 punti di azione a breve termine, tra i più rilevanti la costruzione di case popolari, l’espansione di sanità e salute pubblica, reti di protezione sociale, l’espropriazione di almeno 1000 latifondi, l’organizzazione in forma cooperativa delle terre demaniali come terre agricole, con il coinvolgimento diretto dei campesinos nella gestione dei fondi tramite i Centros de Reforma Agraria.

    Tra il ’70 e il ’71 si procedette all’esproprio di 1300 latifondi, circa il 30% della superficie agraria, con uno sforzo senza precedenti nell’intera America Latina. Nel 1971, i salari aumentarono al netto del 48%, la produzione manifatturiera del 10,6, le vendite del 12%: complessivamente, il PIL crebbe del 7,7% in un anno, mentre i redditi da lavoro arrivavano a rappresentarne il 61,7%, confermando l’obiettivo della redistribuzione delle ricchezze: i sindacati ebbero un balzo di 300 000 iscritti, dimostrando grande attivismo nella partecipazione diretta alla gestione dei terreni espropriati.

    I risultati politici non tardarono ad aggiungersi a quelli economici: alle elezioni municipali, UP balzò dal 36,2 delle presidenziali al 51,8 % , mentre la DC perdeva l’1% e i due partiti della coalizione conservatrice quasi il 15%. La Democrazia Cristiana sembrava inoltre sempre più intenzionata a spostarsi a sinistra, al punto che nel corso del Consiglio Nazionale del maggio ’71, questa veniva dichiarata “partito socialista, comunitario, pluralista e democratico”, plaudendo ad Allende per i suoi efficaci provvedimenti che permettevano di intravedere una prossima distruzione del capitalismo: il dialogo che sembrava nascere fu stroncato dall’omicidio di Edmundo Perez Zujovic (ex ministro dell’Interno di Frei, responsabile di un massacro operaio) da parte di un gruppo di militanti estremisti di sinistra graziati poco prima da Allende. Ciò portò all’avvicinarsi della DC al Partito Nacional di Alessandri, in una curiosa analogia con gli eventi del caso Moro italiano. I partiti dell’UP, concordi nel denunciare il tentativo di attuare una “strategia della tensione” in salsa cilena, organizzarono una grande manifestazione popolare a sostegno dell’Esecutivo, cui parteciparono 50 000 persone (presto giunse una contromanifestazione delle opposizioni ora unite), mentre Allende proponeva di dichiarare lo stato d’emergenza nella provincia di Santiago per procedere alla ricerca e cattura degli assassini.

    DC e PN si univano poi con un accordo formale per la tornata di elezioni regionali successiva, provocando la rottura da parte della federazione giovanile democristiana, egemonizzata dalla sinistra interna, che sotto la guida di Luis Badilla formò la Izquierda Cristiana, entrata nell’UP a dicembre. Identico fato subiva a luglio lo storico Partido Radical, passato all’opposizione e da cui si staccava il Partido de Izquierda Radical. Paradossalmente, la scissione non rafforzò affatto l’area progressista, lasciando da soli i democristiani progressisti come Tomic e accelerando una crescente e violenta polarizzazione della vita politica, lucidamente colta da Allende e dal segretario comunista Corvàlan.

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    Per il momento, tuttavia, il sistema politico diede una notevole prova di unità col voto unanime sul progetto di riforma costituzionale che avrebbe autorizzato il governo a nazionalizzare le due più grandi miniere di rame del Paese, Chuquicamata e El Teniente (15 luglio 1971).

    In seguito a una visita di Castro a fine anno, la destra organizzò, tramite l’associazione “Poder Feminino,” che raggruppava le donne dell’alta borghesia, una “marcia delle pentole”, che venne sciolta da reparti militari guidati da Augusto Pinochet. La situazione economica stava nel frattempo peggiorando : il deficit era balzato dal 2 all’11% del PIL, mentre le riserve di valuta internazionale venivano utilizzate per finanziare le politiche economiche espansive del governo. La domanda aggregata dei beni, a causa della netta crescita dei salari, era molto superiore all’offerta e, in breve, pesanti pressioni inflazionistiche cominciarono a montare nel Paese.


    L’Esecutivo procedette comunque all’espropriazione delle miniere: nel 1970, il ruolo del rame nell’economia cilena era più cruciale che mai, rappresentando l’81% delle esportazioni; la produzione era all’80% controllata da due imprese statunitesi, l’Anaconda e la Kennecott. La politica di nacionalizazion pactada freista aveva portato all’acquisto di parte dei giacimenti da parte dello Stato, creando un debito di circa 722 milioni di dollari che ebbe un ruolo decisivo nell’aggravare le già precarie condizioni economiche del Paese, preparando la crisi del ’71. Il Parlamento aveva autorizzato il governo a nazionalizzare le miniere adottando da quel momento in poi esclusivamente una politica di concessioni ad aziende straniere, con possibilità di modificare le condizioni concessionarie per il superiore interesse nazionale dietro adeguato indennizzo. Tuttavia, una clausola permetteva allo Stato di rifarsi dell’”arricchimento ingiusto”, defalcando dagli indennizzi quei profitti superiori alla media nazionale nello stesso ramo industriale (il 12%): il risultato fu che, rispetto ai 722 milioni dovuti alle compagnie, queste avrebbero dovuto versarne 774 al governo cileno, secondo valutazioni della Ragioneria di Stato, ridotti a 350 dopo le valutazioni aggiuntive sui libri contabili di una affermata società di consulenze minerarie francese.


    Per le grandi imprese, il governo si mosse invece su linee giuridiche diverse, dividendole in tre aree di proprietà: statale, mista e privata. Tutte le industrie che, per il 1969, avessero avuto un capitale sociale superiore a circa 1,5 milioni di dollari avrebbero potuto venire collocate nell’ “Area de Propriedad Social” : il provvedimento avrebbe riguardato circa 254 grandi imprese, ma si scontrò con la netta opposizione della Democrazia Cristiana, che propose di procedere secondo il principio “un’azienda da statizzare - una legge per autorizzarlo”. Allende fu molto scrupoloso nell’agire sempre secondo la legalità costituzionale, e fornendo apposite basi giuridiche ai suoi provvedimenti: la nazionalizzazione delle miniere di rame fu eseguita secondo i principi della risoluzione 1803 dell’ONU, che affermava il diritto dei popoli di disporre delle proprie risorse naturali; le espropriazioni erano autorizzate dalla Costituzione per cause di utilità pubblica o sociale autorizzate dal legislatore. L’autorizzazione venne rintracciata, nell’assenza di una maggioranza congressuale che potesse emanare norme a proposito, in un mai applicato decreto-legge della Junta de Gobierno del 1932, che assegnava al Presidente della Repubblica il potere di addurre una primera necessidad del Paese a giustificazione dell’espropriazione di fondi agricoli, imprese industriali, stabilimenti rivolti a produzione e distribuzione dei beni di prima necessità. Il governo preferì procedere sulla via della requisizione, anziché della negoziazione, sia per bypassare l’opposizione dei proprietaria, sia per evitare di pagare costosi indennizzi.


    La manifestazione del dicembre portò a una escalation dei rapporti conflittuali tra UP e DC, oramai organicamente alleata al PN: vennero presentate accuse costituzionali a Vuskovic e al ministro dell’Interno Tohà, poi “rimpastato” da Allende alla Difesa, mentre si inaugurava la tattica del “conflitto controllato” : scelti i campi su cui imbastire l’attacco all’UP, i media vicini all’opposizione lanciavano delle campagne di opinione che sfociavano infine in accuse costituzionali ai ministri per cui ci fosse già una maggioranza sicura. Giunti a questo livello di scontro elevatissimo, la DC si ritirava, rimanendo silente per settimane o mesi. Una tornata di elezioni suppletive determinò una discreta avanzata delle destre, PN-DC-PR- PDR, nei settori rurali; galvanizzate le opposizioni bloccarono i crediti per lo sviluppo delle aziende nazionalizzate mentre la situazione economica peggiorava esponenzialmente.


    Dopo un rallentamento dal 35 al 22% nel settembre 1971 dell’inflazione, un aumento di produzione della GMC e il dimezzamento della disoccupazione, il governo aveva dovuto fronteggiare episodi di aperto boicottaggio (25 tonnellate di rame erano state scaricate nel fiume El Teniente) e l’assalto diretto degli USA che, dopo la sospensione della convertibilità monetaria cilena, annunciarono il blocco totale dei prestiti, La Banca Mondiale tagliò i prestiti al Cile, e i paesi del Club di Parigi chiesero l’immediato rientro dei debiti accumulati dal governo Frei a copertura delle aziende americane che operavano nel settore del rame. Furono sospese anche le agevolazioni standard per l’acquisto di beni tecnologici che la Export-Import Bank concedeva normalmente agli Stati per le quali fungeva da intermediaria e garante. La chiusura di ogni linea di credito al Cile allendista costrinse il governo a comprare il necessario in contanti, annientando definitivamente le già provate riserve monetarie e costringendo il governo a sospendere le operazioni a breve termine con le banche europee, con una perdita di 20 milioni di dollari e la mancata concessione di prestiti per altri 200. Il governo americano arrivò a bloccare tutti i fondi cileni legati alle società del rame depositati negli Stati Uniti (la gran parte). Contemporaneamente, la ITT rifiutò l’offerta del governo di 92 milioni di dollari per il pacchetto societario da essa controllato in Cile, iniziando a dispiegare le sue forze per un colpo di Stato che affossasse definitivamente l’allendismo: consigliando al governo USA di proseguire su questa linea di embargo, la corporazione preparò un piano in 18 punti per cercare di far cadere il governo entro l’aprile del 1972. La disorganizzazione dell’economia cilena, e il suo “sonno drogato” dalle politiche protezionistiche che in passato gli avevano assicurato crediti anche in tempi di ristrettezze non permisero all’industria cilena di reggere il passo contemporaneamente dell’accresciuta domanda e dello strangolamento finanziario: le importazioni di beni di consumo calarono del 57,7, le esportazioni di beni agricoli del 46,3, e le obsolete fabbriche espropriate dal governo, nonostante le ingenti spese per rimetterle in produttività, non erano ancora in grado di colmare questo macroscopico buco di beni; il proseguire della guerra senza quartiere tra Esecutivo, Parlamento e Imprese sul Piano Vuskovic, e il crollo del prezzo del rame in seguito alla grave recessione europea del ‘71 fecero il resto: l’inflazione del 1972 schizzò rapidamente dal 22 al 50% mentre i salari crollavano del 25% e il mercato nero si espandeva sempre di più, iniziando un circolo vizioso per cui la scomparsa dell’imponibile provocava un aumento costante del deficit che a sua volta produceva sempre maggiore inflazione. Il Governo cercò di reagire varando un piano di stabilizzazione nel febbraio, con un calmiere dei prezzi: il risultato fu di accrescere ulteriormente l’inflazione fino al 70% nel secondo quarto, e di aumentare ulteriormente la quota di mercato nero.

    Nell’agosto si tentò un secondo piano di stabilizzazione, con la forte svalutazione dell’escudo e nell’autorizzazione alle aziende di Stato per aumentare i prezzi. La misura ebbe un temporaneo effetto benefico, riducendo l’inflazione al 22,7%. Per contenere gli effetti dell’inflazione sui salari, il governo introdusse la “scala mobile” per i salariati del settore pubblico. L’attacco al credito effettuato dagli USA proseguiva imperterrito, e ad esso si aggiunse, ad ottobre, uno sciopero ad oltranza dei camionisti privati, sotto il patrocinio dell’opposizione, per protestare contro la creazione di una impresa pubblica che assicurasse i collegamenti in una regione estremamente periferica del Paese: taxi, autotrasporti, autobus furono bloccati con effetti catastrofici per un Paese le cui ferrovie, utilizzate dal governo per garantire i servizi, non coprivano più del 15% del territorio. La risposta del governo fu lo stato d’emergenza a Santiago e l’imposizione di un unico notiziario radiofonico giornaliero all’estremamente libero e variegato panorama delle emittenti cilene, fatto rispettare anche con l’intervento dei militari negli studi di trasmissione. Si faceva strada nelle masse popolare la consapevolezza che non tutti i disastri economici erano responsabilità del governo, e i tentativi di estendere lo sciopero ai lavoratori dell’industria e ai campesinos non solo fallirono, ma provocarono per reazione la nascita di numerose cellule micropolitiche locali impegnate nel rifornimento, nella produzione e nella distribuzione dei beni, nel controllo dei prezzi e nella cooperazione tra imprese prese in mano dai lavoratori dopo le nazionalizzazioni per assicurare la copertura della domanda a livello locale. Questi cordones industriales, spesso egemonizzati dalle forze più radicali di UP, iniziarono ben presto a reclamare un riconoscimento formale del loro ruolo. Il Partido Nacional ebbe buon gioco a denunciare una presunta deriva totalitaria del governo, chiamando la popolazione alla mobilitazione generale e alla ribellione, chiedendo a gran voce un intervento delle Forze Armate.


    Il 2 novembre del 1972, Allende nominò 4 ministri appartenenti all’Esercito, tra cui Prats all’Interno, causando una rottura con IC : il governo aveva ora 52 voti nel Congresso, contro i 98 delle opposizioni, e 34 contro 16 nel Senato. La speranza di Allende era che l’ingresso delle Forze Armate (politicamente distanti dal Presidente, ma rispettose della legalità istituzionale) servisse da elemento unificatore di una nazione sempre più in preda all’odio di fazione. In effetti, Prats si mosse per cercare una conciliazione sulla spinosa questione della nazionalizzazione, proponendo che questa prendesse subito avvio per le 91 aziende già indicate come strategiche nel programma di UP, e per altre 32 che erano emerse tali durante lo sciopero di ottobre. Qualora il governo intendesse espropriare un’azienda, ma non vi fosse il nulla osta legislativo, in attesa di una conciliazione si sarebbe adottata la formula della co-gestione. Tuttavia, né le opposizioni né il MAPU e l’ala massimalista del PSCh seguirono Prats e Allende su questa strada, provocando un nuovo impasse.

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    La campagna elettorale per le elezioni parlamentari del 1973 fu violenta e si concluse con una vittoria della CODE, che tuttavia perse un notevole numero di consensi rispetto alle presidenziali: dal 63,8, le forze di destra scendevano fino al 54,7, davanti a un 43,3 dell’UP, i cui voti erano per due terzi concentrati nel PCCh e nel PSCh. La reazione dei ceti più poveri alla disastrosa crisi economica era stata ben sintetizzata da un cartello passato nell’immaginario : “Este es un gobierno de mierda, pèro es mi gobierno”. Il risultato fu un netto “Stop” sulla strada della creazione del partito del “poder popular” patrocinata da MAPU, MIR, IC e settori massimalisti del PSCh.

    Nei militari si faceva strada l’idea che la radicalizzazione dello scontro avrebbe presto portato al precipitare della situazione, e circa 11 su 25 generali delle Forze Armate erano, nell’immediato dopo voto, a favore di un pronunciamento. Il 27 marzo, Allende formò un nuovo governo senza pià i militari lealisti che ritenevano il loro compito esaurito con il regolare svolgimento delle elezioni. Lo scontro subì immediatamente un’escalation con il rigetto da parte del Congresso dei provvedimenti governativi sull’Educacion Nacional Unificada, nel nome della difesa dei “valori cattolici” messi in pericolo da un’istruzione laica, mentre un fronte più grave si apriva con la proposta del Governo di nazionalizzare 45 imprese, di cui 35 nella lista di quelle strategiche e le altre 10 occupate dai loro dipendenti dopo la serrata di ottobre.

    Il rigetto dei provvedimenti provocò una campagna dell’opposizione sfociata in uno sciopero a oltranza, durato tre mesi, dei minatori di El Teniente in difesa di privilegi di categoria nella determinazione dei coefficienti di rivalutazione contro il Governo, dal costo di 60 milioni di dollari in perdite. Gli scioperanti, aggregati a diversi gruppi di estremisti di destra, tentarono la marcia su Santiago, contrastati da una contromarcia dei partiti di sinistra sfociata in duri scontri, nonostante la polizia riuscisse a bloccare gran parte dei dimostranti fuori dalla città.

    Il 30 maggio si raggiunse il livello più alto dello scontro: Democristiani e Nazionalisti erano riusciti ad approvare un piano che limitava fortemente le possibilità per l’esecutivo di procedere nell’implementazione del Piano Vuskovic, e Allende si era rivolto al Tribunale Costituzionale. Questa si dichiarò non competente a decidere, e rimandò alla Contraloria, organo delle Camere cui spettava trovare forme conciliatorie in caso di contrasti tra Esecutivo e Legislativo. Questa dichiarò, bloccando i tentativi di mediazione di Allende, che l’unica alternativa era tra approvare il progetto o convocare un plebiscito.

    Nella violenta discussione, si “intromisero” gli ufficiali del Reggimento blindato 2 Tacna che il 29 giugno del 1973 guidarono un attacco con mezzi corazzati alla Moneda e al Ministero della Difesa, terminato in poche ore con l’intervento delle forze di Prats : sul campo rimanevano 22 morti, tra civili e militari. Alla richiesta di Allende di poteri speciali per affrontare la situazione, il nuovo leader della DC, il senatore della destra interna Aylwin rispose che non ci si poteva fidare dell’uso che ne avrebbe fatto il Governo, e non condannò apertamente il tentativo golpista. Alla fine di luglio, l’economia cadde nel caos più completo quando gli autotrasportatori pubblici si unirono a quelli privati in una replica del “paro”, a cui si aggiungevano gli ordini professionali e una serrata delle industrie. Nonostante i tentativi dei lavoratori sindacalizzati di mantenere il normale funzionamento delle imprese, in breve l’inflazione salì nuovamente al 120%, mentre la produzione industriale crollava del 6%. Allende cercò di disinnescare la bomba che aveva tra le mani seguendo un doppio binario: da un lato, dialogo con la Democrazia Cristiana, dall’altro l’indizione di un plebiscito.

    Il 25 luglio, il Governo presentò ad Aylwin un piano di accordo in 8 punti, che venne rigettato da Aylwin e Frei, nonostante il parere favorevole della sinistra DC, determinati a imporre una presenza militare nell’Esecutivo e a smantellare il piano Vuskovic. Il 7 agosto Cerda, segretario generale della DC, annunciò che non ci sarebbero stati altri colloqui col governo e che la DC dava il suo incondizionato appoggio agli scioperanti. Allende tentò un ultimo approccio tramite il cardinale Silva Henriquez, ma le pressioni statunitesi (che stanziarono un milione di dollari a sostegno della CODE) bloccarono ogni possibilità: Frei parlava oramai apertamente di una dittatura militare temporanea per ristabilire l’ordine.

    Il 22 Agosto, il Congresso accusò formalmente Allende di aver violato la Costituzione, senza però riuscire a raggiungere la maggioranza qualificata necessaria a destituirlo. Il giorno dopo, Prats, conscio di non avere più alcun controllo su Forze Armate schierate oramai nettamente per una soluzione autoritaria della crisi, si dimise da Ministro della Difesa e da Comandante dell’Esercito. Al suo posto, Allende nominò il generale Augusto Ugarte Pinochet, considerato un “costituzionale”. In un ultimo sfregio al moribondo governo di UP, la Corte Suprema liberò il generale Viaux, protagonista dell’assassinio di Schneider.

    In un estremo tentativo di conciliazione, Allende propose che un plebiscito decidesse sul decreto sulle nazionalizzazioni, come previsto dalla Costituzione, promettendo le sue dimissioni in caso di sconfitta e cercando di coinvolgere la DC al Governo con alcune concessioni che però il gabinetto politico dell’UP respinse all’unanimità. In un drammatico dialogo con Prats, questi svelò al Presidente che il golpe era questione di una diecina di giorni e che il plebiscito era del tutto illusorio, consigliandogli di lasciare il Paese, mentre il Comitato dell’UP non riusciva a raggiungere la maggioranza che consentisse di autorizzare il plebiscito. Allende cercò di studiare con Prats un piano che gli permettesse di resistere al golpe trincerandosi con le forze lealiste in alcune caserme.
    Davanti a un incredulo Pinochet, tuttavia, Allende, da sempre avverso all’idea della guerra civile, annunciò il 10 a radio e televisioni che il giorno dopo sarebbe stato indetto il plebiscito.
    La mattina dell’11 settembre 1973, le Forze Armate guidate da Pinochet prendevano il controllo del Paese, assediando la Moneda con l’ausilio di mezzi dell’aviazione. Dopo un ultimo, drammatico discorso dai microfoni di Radio Magallanes, Salvador Allende si univa alle truppe rimastegli fedeli nell’estrema difesa della Moneda, suicidandosi con il proprio fucile per non cadere prigioniero.

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    Ditemi che ne pensate, la prossima puntata sarà il Venezuela , con l'allegra politica economica "Let's use Public Administration as an unemployemnt wage" dell'Accion Democratica

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    • Il Venezuela: in bilico tra riforme e assistenzialismo, la lotta dei “Pardos”

    Il Venezuela, nella prima metà del XX secolo, usciva da una lunga serie di regimi autoritari, ultimo dei quali quello di Gomez, terminato nel 1935 e che aveva sanato il pesante debito estero lasciato dai suoi predecessori. Il regime di Gomez aveva inoltre riorganizzato le forze militari e le comunicazioni interne, ma soprattutto si era lanciato nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi che ancor’oggi sono la principale risorsa economica del Paese. Seguendo le prescrizioni del diritto coloniale spagnolo, che dava allo Stato la proprietà di qualunque bene si trovasse sotto terra a prescindere da chi possedesse il terreno soprastante, Gomez mise in piedi un sistema di concessioni spiccatamente nepotistico, ma che lentamente aprì comunque il Venezuela alle multinazionali straniere. Gomez, diffidente, impose però che le raffinerie fossero installate fuori dal territorio nazionale: ben presto, grazie al greggio venezuelano, la raffineria eretta nella piccola isola olandese di Aruba divenne la seconda al mondo dopo Abadan nell’Iran. Nel 1927, il Venezuela era il primo Paese per esportazioni petrolifere al mondo.

    La tassazione era piuttosto bassa, per effetto di un accordo con gli USA voluto dallo stesso Presidente (conscio che erano necessari incentivi corposi per convincere le multinazionali straniere a sfruttare pozzi spesso collocati nel profondo della giungla) e veniva utilizzata dal regime di Gomez in parte per arricchire i suoi supporters (e per finanziare l’allevamento di capi pregiati di bestiame, hobby del Presidente), in parte per modernizzare le infrastrutture. Alla morte di Gomez nel 1935, tuttavia, il Paese restava povero e in preda all’analfabetismo e alle malattie (la malaria era la prima causa di morte non naturale nel Venezuela anni ’30): il gap ricchi-poveri si era notevolmente accresciuto, e , nonostante l’80% della popolazione fosse “pardo” (indio o nero), il potere e la ricchezza restavano saldamente nelle mani dell’oligarchia bianca.

    I modesti progressi sociali (come l’80% di matrimoni celebrati con rito secolare, la nascita di due università, lo sviluppo di una piccola classe media, la presenza di stazioni radio in tutte le maggiori città) erano avvenuti nonostante il governo, grazie al traino del petrolio. A Gomez succedettero due militari, entrambi nominati dal voto di un Congresso ammaestrato : Eleazar Lopez Contreras (1935-1941) e Isaias Medina Mangarita (1941-1945). I due procedettero a una moderata democratizzazione del Paese, culminata nella liberalizzazione dei partiti politici e in elezioni municipali, attrezzandosi a sopravvivere in democrazia con la formazione di due partiti ad hoc ( le Crusadas Civicas Venezuelanas di Lopez Contreras, presto abbandonate per le suggestioni “clericali” che il nome suggeriva, e il Partido Democratico Venezuelano di Medina). Ci fu anche un deciso impegno nella lotta alla corruzione (con la confisca di molti beni della famiglia Gomez e dei suoi diretti sostenitori) e alla malaria (che venne debellata nel secondo mandato di Lopez Contreras con l’uso massiccio del DDT) e, nonostante le rivolte operaie guidate da militanti comunisti fossero soppresse con l’uso della forza militare, nel miglioramento delle condizioni contrattuali dei lavoratori.

    La situazione del Socialismo venezuelano era molto peculiare: il locale partito comunista era diviso e frammentato tra diverse linee, e non aveva presa sugli strati più poveri della popolazione. Nel 1941, Ròmulo Betancourt, ex dirigente comunista, fondò Accion Democratica, un partito di sinistra non marxista fortemente radicato nella oppressa maggioranza dei “pardos”. Conscio della forza del partito, Medina propose a Betancourt elezioni totalmente libere e democratiche in cambio del suo appoggio per il candidato “ufficiale”, l’ambasciatore presso gli USA Diogenenes Escalantes. La svolta avvenne con il collasso psicologico di Escalantes : Medina lo rimpiazzò con un altro candidato senza concordarlo preventivamente con Betancourt. Questi si rivolse allora a un piccolo ma intraprendente gruppo di ufficiali, nessuno dei quali dal grado più elevato di Maggiore, tra cui il Capitano Perez Jimenez ( ufficiale che aveva studiato presso la rinomata Accademia Militare peruviana) e Carlo Delgado Chalbaud (figlio di un avversario politico di Gomez, diplomato presso l’Accademia Militare di Saint Cyr in Francia, e capo del piccolo gruppo di cospiratori).


    Il gruppo organizzò un piccolo pronunciamento nell’ottobre del 1945, mentre Betancourt incitava la popolazione alla rivolta: per quanto l’Esercito fosse ancora massicciamente fedele a Medina, il Presidente decise di farsi da parte per evitare che si arrivasse alla guerra civile. Una giunta militare, guidata da Betancourt stesso e con Delgado come ministro della Difesa, prese il potere : nelle successive elezioni congressuali, Accion Democratica si impose come il partito largamente maggioritario, seguito dal COPEI (Comitato Elettorale Indipendente, clericale) di Rafael Caldera e dall’URD (Unione Repubblicana Democratica, liberale) di Jòvito Villalba.


    In soli 3 anni, il governo Betancourt si lanciò in un’energica opera di riforma: le scuole private cattoliche vennero temporaneamente chiuse e costrette ad adeguarsi a un programma nazionale di studi, venne lanciata una campagna di alfabetizzazione (dagli esiti parzialmente infruttuosi, visto lo scarsissimo numero di insegnanti qualificati disponibile), si iniziò un’opera di riforma agraria, le porte della burocrazia vennero aperte anche ai pardos (inaugurando una fase fortemente espansiva della pubblica amministrazione, in parte per le accresciute dimensioni dell’intervento statale in economia, in parte come “ammortizzatore sociale” e fonte di sicuri consensi) e si stabilì definitivamente il suffragio universale. Ma l’opera di riforma più radicale riguardo il settore petrolifero: il Venezuela era stato il principale fornitore degli Alleati durante la seconda guerra mondiale, senza che però gli affari d’oro delle compagnie occidentali avessero effetti particolarmente benefici per la società venezuelana. Per quanto l’obiettivo programmatico di AD fosse la nazionalizzazione delle fonti petrolifere, Betancourt capì che l’economia venezuelana era ancora troppo dipendente da un singolo bene per fronteggiare le manovre speculative di ritorsione che sarebbero seguite a un gesto del genere, e si accontentò di alzare la tassazione sugli utili al 50%, costringere le compagnie ad aprire raffinerie nel territorio nazionale e di eliminare il precedente sistema concessorio. Utilizzando la minaccia della nazionalizzazione, il Ministro dello Sviluppo Juan Pablo Perez Alfonso riuscì inoltre a migliorare nettamente le condizioni economiche dei lavoratori petroliferi, obbligando le compagnie a riconoscere e tutelare il diritto dei propri dipendenti di formare sindacati (solo nel 1946, ne nacquero 500 in tutto il Paese). Il Governo Betancourt si guadagnò poi la riconoscenza della comunità internazionale con un ambizioso piano di aiuti, elaborato dal Ministro dell’Agricoltura Eduardo Mendoza Goiticoa che permise a decine di migliaia di profughi di guerra europei di trovare rifugio, lavoro e sistemazione nel suo Paese come piccoli agricoltori.


    Alle elezioni presidenziali del 1947, il candidato appoggiato da Betancourt e dai sui “adecos”, lo scrittore Romulo Gallegos, si impose con un ampio margine contro Caldera, con i suoi 262 000 voti principale antagonista di AD. La forte opposizione dei ceti medio-alti all’Esecutivo sfociò, un anno dopo, in un golpe senza spargimenti di sangue organizzato da Delgado Chalbaud : Betancourt e gli altri dirigenti più importanti di AD furono espulsi, e il partito sciolto, mentre le altre formazioni politiche, pur tra molte limitazioni, potevano continuare le loro attività.
    Il presidente deposto era costretto a riparare negli Stati Uniti, iniziando una lunga e efficace campagna mediatica per preparare il suo ritorno. Chalbaud, intenzionato a restaurare in breve tempo le istituzioni democratiche, venne rapito nel novembre del 1950 e assassinato,verosimilmente su ordine del suo “collega” Pèrez Jimenez, ora colonnello. Dopo 2 anni di governo affidato a un burattino civile, Luis Germán Suárez Flamerich, lo stesso Jimenez (ora generale) assunse la Presidenza, col consenso del debole Llovera Paez, l’altro componente superstite della Giunta militare che aveva rovesciato Betancourt.

    Con l’ascesa al potere di Perez Jimenez, il Paese era nuovamente in mano a un dittatore, dalle spiccate tendenze megalomani, pur essendo tutto fuorché una personalità magnetica. Il governo militare assunse toni fascistici mentre in economia svoltava verso il liberismo, e Jimenez prometteva, prendendo a prestito la felice espressione del famoso scrittore venezuelano Arturo Pietri, di “seminare il petrolio” nel Paese, usando la ricchezza petrolifera per creare posti di lavoro e costruire infrastrutture che avrebbero reso il Venezuela il più ricco e sviluppato Paese sudamericano. Pur se in percentuali minori di Gomez, molti “semi petroliferi” finirono comunque ad uso personale del dittatore che però, più saggiamente del suo predecessore, li spostò in conti cifrati presso paradisi fiscali: parecchi finirono anche nei fondi che finanziavano l’efficientissima polizia segreta del regime che, pur non facendo pressoché mai uso della tortura, riuscì a sgominare pressoché ogni attività clandestina dell’AD. Il primo passo della “semina” di massa fu un piano di ingegneria sociale ispirato a Jimenez da un suo consigliere, figlio a sua volta di un consigliere di Gomez, Laureano Vallenilla Lanz: il Venezuela aveva solo 5 milioni di abitanti, perdipiù sotto – qualificati e scarsamente istruiti. Il Governo approvò un piano di “ricolonizzazione” destinato agli abitanti dei paesi “latini” (Spagna, Portogallo, Italia) : lo scopo era, allo stesso tempo, di aumentare la disponibilità di lavoratori venezuelani e sfruttare le maggiori conoscenze degli Europei per modernizzare il Paese e far uscire la popolazione dei pardos dal suo “naturale” sottosviluppo. I risultati furono largamente al di sotto delle aspettative: gli immigrati non solo non si mescolarono con la popolazione locale e non contribuirono a un boom demografico, ma una consistente parte dei ben 2 milioni di Europei tornò nelle rispettive madrepatrie una volta fatta fortuna (con un vero e proprio esodo negli anni ’80).

    La politica economica del governo, che aveva praticamente eliminato ogni controllo statale sulle attività commerciali, industriali e di fornitura dei servizi per favorire gli investimenti, fece il resto: le massicce infusioni di capitale straniero, al di là dei pozzi petroliferi, non portarono alla nascita di un forte settore privato nazionale, fuggendo in paesi più produttivi ai primi segni di rallentamento dell’economia.


    Il Governo Jimenez, sul fronte del consenso, perseguì una politica di “nazionalizzazione delle masse” tramite l’esaltazione dei “cacicchi” amerindi che avevano resistito all’invasione spagnola, e l’erezione di una statua alla dea animistica Maria Lionza nel centro di Caracas. Convinto di essere amato dalla popolazione, Jimenez indisse elezioni politiche nel 1952, permettendo al COPEI e all’URD di partecipare. Quando divenne chiaro che i quadri sopravvissuti di AD stavano orientando in maniera molto efficace il voto dei pardon verso l’URD, Jimenez fu costretto a sospendere le elezioni e pubblicare dei risultati “bulgari” del tutto inconsistenti. I 5 anni successivi furono un periodo di “spese folli”: il governo Jimenez costruì centrali elettriche, strade, rese coltivabili nuovi territori, edificò abitazioni per i poveri con i proventi del petrolio, tutto nello stile pacchianamente neoclassicista e gigantista preferito dal dittatore. Arrivati al 1957, Jimenez decise di convocare un plebiscito sul suo operato tra i dipendenti della Pubblica Amministrazione (di gran lunga il più consistente settore produttivo del Paese, dopo essere stato nuovamente utilizzato come strumento di “integrazione” sociale), anche questo pesantemente truccato.


    Nonostante Jimenez fosse un alleato fedele (e spesso servile) degli USA, al punto da supportare attivamente il golpe promosso dalla CIA contro il governo guatemalteco guidato dal socialista Arbenz, Betancourt aveva trovato rifugio proprio negli Stati Uniti, dove continuava a dirigere le attività clandestine di Accion Democratica e scriveva la “summa” del suo pensiero politico, “Venezuela: il petrolio e la politica”, in una casa di Porto Rico. Il libro, che tracciava una storia dell’uso del petrolio da parte dei vari dittatori venezuelani per finanziare i loro lussi, venne naturalmente proibito in patria.
    La fine del regime di Jimenez arrivò in maniera abbastanza grottesca verso la fine del 1957: un gruppo di ufficiali dell’aviazione e delle forze corazzate, determinati a rovesciare il tiranno, preparò un’azione coordinata per prendere il controllo della capitale Caracas. Evidentemente, però, la coordinazione non era un concetto a loro molto chiaro: gli aerei ribelli bombardarono gli obiettivi sbagliati, e ulteriori errori nella catena di comando fecero ritirare le unità corazzate. Galvanizzate dal maldestro tentativo, tuttavia, i militanti di Accion Democratica in clandestinità si sollevarono in tutta la Capitale, mentre la Marina proclamava la sua “neutralità”: come il suo predecessore Medina, Jimenez era restio a causare una guerra civile. Diversamente dal suo predecessore Medina, che si fece arrestare e giudicare dal governo Betancourt, Jimenez fuggì su un DC3 alla volta della Repubblica Dominicana con alcune valigette piene di dollari : lì, ospite dell’amico dittatore Rafael Trujillo, vivrà fino alla sua morte. Per aggiungere altri elementi “pittoreschi”, Jimenez partì senza dare ordini all’Esercito, che nonostante tutto gli era rimasto fedele: unito al fatto che tutti i leaders dell’opposizione erano o in prigione o all’estero, il Venezuela era un paese in preda alla completa anarchia. In tutto il Paese, gli ufficiali iniziarono ad agire di propria iniziativa: l’unica autorità centrale rimasta, dove con centrale si intende localizzata nella capitale, erano i dirigenti dell’Accademia Militare di Caracas. Tra essi, il più alto di grado, un pacifico ammiraglio di nome Wolfgang Larrazábal venne scelto come nuovo capo di una giunta militare-civile dai suoi colleghi ufficiali e da alcuni esponenti politici. Il Venezuela aveva un nuovo presidente-pro-tempore.


    Scontenti, i mal coordinati ufficiali che avevano lanciato il golpe iniziarono a cospirare contro il nuovo leader (uno di essi, riparato in Colombia, arrivò a “invadere” il Paese conquistando la capitale della provincia periferica del Tachirà): a puntellarlo fu il supporto della gran parte delle Forze Armate, che per inerzia lo riconoscevano come capo, e dei vari partiti politici ( inclusi i comunisti e Accion Democratica di Betancourt, nel frattempo rientrato nel Paese). Larrazàbal cercò inoltre di aumentare la sua popolarità, in vista delle elezioni presidenziali previste nel 1959 con una serie di misure economiche del tutto demagogiche, tra cui il riconoscimento dell’”autonomia” dell’Universidad Central del Venezuela (l’Università di Caracas, dove fu proibita l’entrata alle forze di polizia per qualsiasi motivo, col risultato di trasformarla rapidamente nella base intoccabile della guerriglia comunista pochi anni dopo) e il cosiddetto Piano di Emergenza, con cui chiunque si dichiarasse disoccupato avrebbe avuto diritto a una elargizione di denaro largamente superiore allo stipendio medio di un lavoratore venezuelano, con conseguenze facilmente immaginabili. Caracas si trasformò in un incontrollabile “nido” di masse malnutrite, ignoranti e portate naturalmente a vivere alla giornata, spesso vittima di esplosioni incontrollate di rabbia collettiva (come durante la visita del Vice Presidente Richard Nixon, quando agitatori comunisti portarono a una violenta rivolta durante la quale la macchina di Nixon venne presa a sassate, si ritrovò con i vetri frantumati e i coniugi Nixon vennero ricoperti di sputi: sportivamente, il vice presidente, pensando ai fatti del Guatemala, riconobbe che gli Stati Uniti avevano in un certo modo incentivato i venezuelani a non reagire amchevolmente).


    I partiti si accordarono sul non toccare in alcun modo l’Esercito, a prescindere da chi risultasse vincitore delle elezioni, e garantendosene così la neutralità: ai blocchi di partenza si schieravano Betancourt per l’Accion Democratica e Caldera per il COPEI . Villalba, conscio di non avere le minime possibilità di sconfiggere i suoi avversari, puntò tutte le sue carte sulle masse di Caracas, costituendo una bizzarra alleanza col Partito Comunista Venezuelano a sostegno del Presidente uscente Larrazàbal. Betancourt, pur elettoralmente indebolito dalla mossa di Villalba, riuscì comunque a spuntarla agevolmente sui suoi avversari, mentre l’URD si assicurava il secondo posto davanti a un Caldera comunque in crescita. La politica della nuova Amministrazione Betancourt si preannunciava moderata, ad eccezione di una idealistica politica estera incentrata sul rifiuto di riconoscere regimi dittatoriali di qualsiasi colore essi fossero e su una serie di rivendicazioni territoriali nei confronti della Guaina Britannica. Con una certa dose di miopia, il nuovo governo agì per cancellare ogni segno della presidenza di Jimenez smantellando una serie di progetti infrastrutturali di cui il Paese aveva drasticamente bisogno, come una nuova rete ferroviaria da affiancare alla rudimentale ma capillare rete stradale, anch’essa espansa e modernizzata dal vecchio dittatore, e una stabile fornitura di energia elettrica, per garantire la quale era stata costruita una diga sul fiume Carona che avrebbe anche potuto rilanciare il settore agricolo, tramutando l’area in una vasta piantagione di riso. Il governo degli “adecos” cancellò i piani sulle ferrovie, per potenziare ulteriormente la rete di autostrade, e si limitò a costruire una piccola diga nei pressi di Caracas che potesse garantire l’energia alla capitale, distruggendo totalmente il “progetto-riso” in favore di grossi allevamenti di bestiame.


    Il Governo Betancourt precedette il governo Frei nella politica di “sostituzione dell’importazione” con la produzione di beni direttamente sul territorio nazionale, cancellando le tasse sulle imprese estere che avessero costruito impianti di assemblaggio dei loro prodotti finiti direttamente in Venezuela. Il settore in cui più estensivamente furono applicate queste pratiche fu quello automobilistico e, per quanto le automobili nazionali costassero più di quelle d’importazione, vi furono effetti piuttosto benefici sull’occupazione generale.


    Il Governo adottò una linea pesantemente interventista, dietro suggerimento dell’ex comunista Antonio Mayobre, responsabile delle strategie economiche di AD : lo Stato controllava strettamente il settore privato, al punto da rendere impossibile aprire una azienda senza autorizzazione governativa, e successiva assegnazione di uno spazio per edificarla. La poco felice linea del governo sulle comunicazioni toccò il culmine con la costruzione di un’autostrada a sei corsie in una zona di terreno argilloso, con costosissimi lavori di messa in sicurezza durati decenni. Ancora una volta, la Pubblica Amministrazione fu utilizzata come ammortizzatore sociale, con i suoi effettivi che toccavano numeri mai visti prima.


    Betancourt colse comunque successi importanti, come l’abbattimento del debito con l’estero, una riforma agraria molto efficace che rese produttive gran parte delle terre coltivabili del Venezuela, e, tramite accorte manovre diplomatiche del suo ministro dell’Energia Juan Pablo Pérez Alfonso, la nascita dell’OPEC come risposta a una manovra americana che, nel 1960, aveva portato a tariffe preferenziali per il petrolio canadese e messicano (Alfonso creò anche la Corporación Venezolana de Petróleos — CVP, per gestire e coordinare sotto controllo statale l’industria petrolifera). L’avvento al potere di Kennedy, che stimava Betancourt e la sua politica estera senza compromessi, permise al governo venezuelano di cogliere alcuni importanti successi diplomatici e economici: l’isolamento di Trujillo, che si vendicò tentando di assassinare Betancourt un anno prima del suo stesso omicidio e la successiva estradizione dell’ex dittatore Jimenez (poi fuggito in Spagna); la nascita dell’Allianza para el Progresso.


    L’amministrazione kennediana scelse il Venezuela come laboratorio politico per sviluppare un nuovo rapporto tra le due Americhe, a partire dall’ “economia dello sviluppo” di W. Rostow: il modello veniva esemplificato con un aeroplano che, sospinto con sempre maggiore forza dai propri motori, si staccasse infine dal suolo. Fuor di metafora, una serie di aiuti economici avrebbero incentivato la corsa delle economie sudamericane fino al punto in cui le imprese latinoamericane avrebbero potuto “camminare sulle proprie gambe” e i benefici della crescita economica si fossero spalmati anche sugli strati più bassi della popolazione.


    Il Venezuela usò diverse quantità di denaro per finanziare il clientelismo di esponenti locali dell’Accion Democratica, ma la gran parte dei fondi venne saggiamente utilizzata in una massiccia opera di rilancio dell’Istruzione: furono costruite numerose Università e scuole tecniche e professionali. L’improvviso aumento del livello di benessere e di istruzione portò molti venezuelani ad abbandonare i lavori più umili, che vennero scaricati sulla grossa ondata migratoria che interessava il Paese. Nonostante questo mix tra politiche di sviluppo e assistenzialismo trovasse largo appoggio nella popolazione, l’insoddisfazione era forte in alcuni strati della società venezuelana: gli ex sostenitori di Perez Jimenez, gli ufficiali golpisti delle forze armate, i conservatori che consideravano Betancourt un pericoloso estremista di sinistra. Il Presidente sopravvisse all’attentato organizzato da Trujillo nel 1959, a un tentativo di colpo di Stato nel 1962 stroncato dalle Forze Armate e alla guerriglia- del tutto inefficace- della sinistra comunista.


    L’ascesa al potere di Fidel Castro all’Avana aveva fortemente influenzato settori rilevanti della sinistra latinoamericana, col suo rifiuto del compromesso e delle pratiche riformiste e col suo modello di socialismo che sembrava potersi adattare anche alle altre realtà del Sud America. Il necessario corollario furono i tentativi di esportare la Rivoluzione Cubana in tutto il continente, secondo i principi della lotta di guerriglia stilati dal comandante Che Guevara: 1) Le forze popolari possono vincere una guerra contro quelle regolari 2) non è sempre necessario aspettare che si diano tutte le condizioni per la Rivoluzione : il “foco” insurrezionale può crearle 3) Nell’America sottosviluppata il terreno di lotta devono essere le campagne. A distanza di tempo, è facile vedere come le potenzialità “dirompenti” della Rivoluzione Cubana fossero molto limitate: nell’epoca, tuttavia, il fascino dell’epopea dei “barbudos” restava molto forte, e portò a una serie di riduzioni schematiche e ideologizzate la più fortunata delle quali fu il “guevarismo” del francese Regis Debray (Revolucion en la revolucion” 1966), secondo il quale l’esperienza cubana dimostrava l’impraticabilità della via democratica per una forza rivoluzionaria, postulando l’ineluttabilità della lotta armata per l’edificazione del Socialismo. Debray non considerava il fatto che la dittatura di Batista fosse un regime screditato, indebitato fino al collo e responsabile di almeno 20'000 omicidi politici, rovesciato da un composito movimento di liberazione nazionale in cui solo più tardi i comunisti avevano preso il sopravvento, e sopravvalutava nettamente le possibilità che, in Paesi molto più grandi e con diversa composizione sociale rispetto a Cuba, un piccolo gruppo di rivoluzionari potesse scatenare con azioni simboliche ed esemplari la Rivoluzione. I numerosi gruppuscoli di ribelli comunisti che sorsero, accomunati da questa visione schematica e rigidamente ortodossa, in tutta l’America Latina furono schiacciati, inesorabilmente, l’uno dopo l’altro dalle forze regolari. L’onda lunga di questo ribellismo arrivò anche nel Venezuela, dopo che Betancourt, coerente col suo rifiuto di dialogare con qualsiasi dittatura, propose l’espulsione di Cuba dall’OEA: da Accion Democratica, si staccarono due piccoli gruppi di estrema sinistra, l’ARS e il più rilevante, per le future vicende del Paese, MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) . Nonostante gli sproloqui di Debray sul fatto che il Venezuela fosse l’unico Paese latinoamericano pronto a ospitare “fuochi” prodromo della Rivoluzione Socialista, le piccole iniziative insurrezionali sparse nelle varie province erano state facilmente schiacciate. Le forze dei ribelli comunisti vennero rimpinguate dai gruppi golpisti sopravvissuti alla repressione del 1962: la nascita del cosiddetto Fuerzas Armadas de la Revolucion Nacional (FALN) fu accompagnata da un invito a boicottare le elezioni, sotto lo slogan “Balas sì, votos no” (proiettili sì, voti no). La risposta dell’elettorato fu molto chiara: il 90% degli elettori si recò alle urne, e il candidato adeco Raul Leoni vinse a mani basse. I deputati comunisti erano stati arrestati per il loro supporto ai ribelli, costretti a ritirarsi nelle zone collinari. Tra i ranghi della sinistra militante venezuelana si aprì a quel punto una violenta discussione sulle cause della sconfitta, e sulle possibili vie d’uscita. Alcuni dirigenti del Partito Comunista Venezuelano, come Gustavo Machado, Pompeyo Marquez e Teodoro Petkoff iniziarono a tentare uno sdoganamento della linea “democratica” che nel 1965 portò alla netta divaricazione tra l’ala moderata e quella oltranzista (guidata dal Comandante della Guerriglia Douglas Bravo, autore del “Manifesto di Iracara”), spalleggiata da un Castro che accusava i suoi omologhi venezuelani di aver “ripiegato a destra”. Denunciando le pretese egemoniche castriste, Petkoff e Marquez abbandonarono il PCV fondando nel 1971 il Movimiento al Socialismo che tracciava l’obiettivo di una via venezuelana al Socialismo, condannando il percorso della lotta armata e l’autoritarismo sovietico che aveva trovato piena espressione cona la repressione di Praga del 1968. Salda, nonostante tutto, rimaneva l’egemonia dell’Accion Democratica sul panorama di una sinistra venezuelana frammentata.



    Tornando alle elezioni del 1963, il candidato di AD Raùl Leonini si impose nettamente su Caldera (nonostante quest’ultimo fosse riuscito nell’intento di conquistare Caracas), mentre Larrazàbal era politicamente tramontato e Villalba aveva ottenuto scarsi risultati. Il Governo Leoni fu piuttosto scevro da avvenimenti di rilievo, tranne che per gli ultimi colpi di coda della guerriglia di estrema sinistra: per quanto i guerriglieri fossero totalmente isolati e privi di cibo e risorse economiche, il governo usò tutta la forza e la crudeltà di cui fosse capace, dando ai militari carta bianca nella repressione.
    In vista delle elezioni del 1968, AD tenne delle consultazioni interne per la scelta del candidato presidente: con manovre poco chiare, venne indicato Ponzalo Barrios, bianco vicino al gruppo dirigente, nonostante tutto sembrasse indicare la vittoria del pardo Luis Beltran Prieto Figueroa Quest’ultimo lasciò il partito, presentandosi con una sua formazione politica personalistica e, con il suo “terzo posto”, risultò fondamentale per la vittoria di Caldera che, dopo tre tentativi andati a vuoto, si impose alla Presidenza per soli 30'000 voti. Sorprendentemente, un partito di nostalgici del regime di Perez Jimenez ottenne il 25% dei seggi congressuali, tra cui uno per l’ex dittatore stesso. Tuttavia, al suo ritorno, Jimenez venne malmenato appena disceso dall’aereo, per mano di militanti dell’Accion Democratica e, spaventato, tirnò in esilio volontario in Spagna per non rivedere mai più il Venezuela: un chiaro segno che, per quanto la democrazia dell’alternanza funzionasse, gli ingranaggi in certi casi si inceppavano vistosamente. La Presidenza Caldera non fu comunque particolarmente brillante dal punto di vista dei diritti civili: al di là della politica di conservatorismo sociale del Presidente democristiano, il settimanale “Reventon”, noto per attaccare il governo sul piano della satira, venne fatto ritirare dalle edicole con l’accusa di aver diffamato le Forze Armate affermando che alcuni loro membri potessero essere omosessuali.


    Per quanto il COPEI all’opposizione si fosse opposto alle politiche stataliste di Betancourt, giunto al potere Caldera cercò in ogni modo di incrementare il controllo pubblico, scontrandosi paradossalmente con un congresso in maggioranza controllato dall’AD che bloccò gran parte dei suoi tentativi dirigisti. Caldera riuscì però a collocare, verso la fine del suo mandato, un buon numero di suoi uomini in posizioni di spicco nella dirigenza della Pubblica Amministrazione, e legalizzò i numerosi partitini estremisti che Betancourt e Leoni avevano marginalizzato, nella speranza non troppo nascosta che potessero danneggiare a sufficienza gli “adecos”: per una sfortunata coincidenza temporale, il prezzo del petrolio schizzò alle stelle poco prima delle elezioni, impedendogli di adottare la classica tattica elettorale dei partiti venezuelani al potere.
    Accion Democratica si presentò alle urne candidando Carlos Andrès Pèrez: nonostante lo scetticismo sulla sua chiacchierata personalità, il candidato gradito a Betancourt si impose nettamente e trascinò con sé anche i risultati del suo partito, che conquistò una straripande maggioranza congressuale.


    I temi dell’economia, in piena stagnazione (più che altro a causa dell’indisponibilità dell’AD di far passare i provvedimenti del COPEI in Congresso) dominarono la campagna elettorale, e le tattiche meditniche di Diego Arria, consigliere del candidato di AD e poi , sindaco di Caracas “istigatore di boom edilizi” fecero il resto, azzoppando l’immagine di Caldera.


    Il Congresso diede a Pèrez l’autorizzazione a governare tramite decreti per 200 giorni, durante i quali il Presidente usò a fondo l’immensa fortuna arrivatagli tra le mani grazie alla crisi petrolifera : la burocrazia ebbe un processo di espansione immenso, paragonabile solo al passaggio ai piani quinquennali in URSS, e per eliminare la disoccupazione venne reso obbligatorio assumere personale di controllo per bagni pubblici e operatori manuali per ogni ascensore. Vennero comprate immense quantità di beni di consumo da distribuire agli strati più poveri della popolazione, e navi per supplire alla mancanza di mezzi di trasporto: il tutto, mentrela corruzione andava alle stelle. Il bolivar, la moneta locale, vittima di una sovravalutazione pazzesca, permetteva ai venezuelani della classe media di andare e tornare da Miami in giornata per fare spese.
    Ll’unico settore che non venne preso da questa frenesia consumistica fu quello televisivo: i distributori avevano ancora larghi stock di televisori in bianco e nero, e fino all’ultimo periodo del suo mandato, Caracas era l’unica area del Paese in cui fosse possibile vedere la tv a colori, bloccata nel resto del Paese (assieme alla metropolitana della capitale, progetto di Caldera che vide i fondi bloccati non appena l’AD tornò al potere).


    Il Paese era però piagato da ondate di crimini violenti (la repressione della guerriglia aveva lasciato in circolazione grossi quantitavi di armi) che Pèrez sostanzialmente preferì ignorare ( i crimini violenti e i rapimenti a scopo di estorsione sono tutt’oggi tra le prime voci delle statistiche sui reati venezuelani).


    Tra il 1975 e il 1976, Pèrez si accreditò come leader nazionalista, statalizzando sia la produzione di petrolio che quella del ferro: a gestire le nuove aziende di Stato furono chiamati manager piuttosto efficienti, ma il surplus derivante dalla gestione pubblica fu interamente utilizzato a garanzia di prestiti che potessero finanziare ulteriormente la folle espansione dell’economia venezuelana, oramai talmente controllata dallo Stato da portare alla nascita di “permessologi” che aiutavano gli imprenditori a destreggiarsi nella marea di permessi necessari per aprire, mantenere o chiudere un’attività. AD continuava a non avere rivali a sinistra, e a esercitare un controllo capillare sui ceti subalterni anche grazie al supporto convinto delle centrali sindacali.
    Pèrez introdusse una coraggiosa legislazione per la difesa ambientale, bloccando la distruzione delle foreste amazzoniche iniziata da Caldera.
    Tuttavia, il Paese che si apprestava a tornare alle urne subiva una fortissima sperequazione sociale e non era minimamente riuscito a creare una minima diversificazione industriale, per non parlare di una classe imprenditoriale del tutto non all’altezza delle sfide internazionali. Alle successive elezioni, la fortissima disillusione portò a un trionfo del COPEI: il danno, tuttavia, era oramai fatto e gli anni ’80 in Venezuela si concluderanno con il collasso totale dell’economia, spinte inflazionistiche pesantissime e l’uso dell’esercito per fermare le proteste contro i piani di austerità imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale per evitare la bancarotta.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Ditemi che ne pensate, la prossima puntata sarà il Venezuela , con l'allegra politica economica "Let's use Public Administration as an unemployemnt wage" dell'Accion Democratica
    intanto penso che 6 stato colto da crisi di grafomania,per cui t'invito ad andare di sintesi per il prosieguo.....

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio

    In seguito a una visita di Castro a fine anno, la destra organizzò, tramite l’associazione “Poder Feminino,” che raggruppava le donne dell’alta borghesia, una “marcia delle pentole”, che venne sciolta da reparti militari guidati da Augusto Pinochet. La situazione economica stava nel frattempo peggiorando : il deficit era balzato dal 2 all’11% del PIL, mentre le riserve di valuta internazionale venivano utilizzate per finanziare le politiche economiche espansive del governo. La domanda aggregata dei beni, a causa della netta crescita dei salari, era molto superiore all’offerta e, in breve, pesanti pressioni inflazionistiche cominciarono a montare nel Paese.

    Questo è il simbolo delle politiche socialiste: hanno drogato l'economia con un iniziale successo, per poi rovinarsi quando si sono accorti che l'economia Cilena si basava sul nulla.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da (Controcorrente Visualizza Messaggio
    Questo è il simbolo delle politiche socialiste: hanno drogato l'economia con un iniziale successo, per poi rovinarsi quando si sono accorti che l'economia Cilena si basava sul nulla.
    Considera però che l'economia partiva già drogata dalle politiche dei governi democristiani e conservatori precedenti, e che a loro differenza i socialisti non avevano veri economisti a consigliarli. Il governo Frei aveva ben chiaro che l'economia stava collassando, ma se lo tenne per sè consegnando all'UP la situazione che era.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Considera però che l'economia partiva già drogata dalle politiche dei governi democristiani e conservatori precedenti, e che a loro differenza i socialisti non avevano veri economisti a consigliarli. Il governo Frei aveva ben chiaro che l'economia stava collassando, ma se lo tenne per sè consegnando all'UP la situazione che era.
    Del resto i democristiani e i conservatori non mi sembravano certamente dei liberisti.

 

 
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