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Discussione: Appello per Israele

  1. #1
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    Predefinito Appello per Israele

    Invito tutti gli amici di Israele che frequentano questo forum, al di là delle differenti opinioni politiche, ad aderire, fisicamente o virtualmente con una lettera al Foglio, alla manifestazione a sostegno di Israele che si terrà a Roma lunedì prossimo.

    Saluti

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  2. #2
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    Ed io invito gli stessi a manifestare sempre e comunque la propria solidarietà anche al Popolo Palestinese, perchè credo che ambedue i popoli, quindi anche quello ebreo per essere chiaro, abbiano diritto a veder riconosciute le proprie ragioni.

    Ciao.
    Se vuoi amarmi, amami per null'altro che l'amore stesso.
    Non dire mai " io l'amo per il suo sorriso, il volto, il modo di parlare " perchè queste cose col tempo possono cambiare, o cambiare per te.

  3. #3
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    La pace impossibile
    Israele non trova più interlocutori nel mondo palestinese

    Ci ricordiamo di Simon Peres, quando, nel febbraio dell'89, venne ospite di un nostro Congresso nazionale per spiegarci che si poteva ancora raggiungere - e che comunque non bisognava mai lasciarla cadere - la prospettiva di una pace in Medioriente. Peres ne era convinto, e per questo scopo si era impegnato in tutta la sua azione politica, cercando di trovare una soluzione equa al conflitto fra israeliani e palestinesi. Un anno dopo era fuori dal governo e, salvo la grande illusione del 2001 con l'accordo di Camp David (che impegnò fra l'altro un premier laburista suo allievo, Ehud Barak), la situazione è precipitata costantemente, fino allo spettacolo drammatico che si svolge nella striscia di Gaza in queste ore.



    Ma oggi Peres, un vecchio amico del Partito repubblicano, è presidente dello Stato di Israele, ed è stato votato a grande maggioranza: la testimonianza che il cuore di Israele ha sempre battuto in sintonia con il suo pensiero, anche se non lo si riteneva perseguibile. Ed è un paradosso evidente che Israele abbia come presidente l'uomo del dialogo, proprio quando il dialogo appare impossibile, e non per mancanza di volontà politica, ma per mancanza degli interlocutori. E' chiaro infatti che con la resa dei conti aperta fra Hamas e Fatah, la pace non può fare progressi. Se i palestinesi, al dunque, si fanno a pezzi tra di loro, chissà quale sarebbe il garbo che potrebbero avere verso gli israeliani. E se mai Israele pensasse di andare in soccorso di Abu Mazen - che pure se lo meriterebbe - ciò non sarebbe davvero di aiuto al presidente dell'Autorità nazionale palestinese, che apparirebbe presso il suo popolo come un protetto del nemico israeliano.

    Se Abu Mazen regolasse i suoi rapporti con Hamas attraverso l'appoggio di Gerusalemme, ecco che la sua credibilità potrebbe precipitare completamente. Per cui crediamo che Israele qualcosa farà, ma sempre meno di quello che possono fare i paesi che vogliono aiutare Hamas, siano l'Iran o altri che si porranno il problema di come sostenere la componente politica integralista, quella che con lo Stato ebraico non tratta. Non vorremmo che finisse come in Spagna, con Hitler e Mussolini che sostenevano senza remore Franco, mentre i governi democratici, in punta dei piedi, soccorrevano la Repubblica agonizzante.

    E' vero che ancora non siamo alla guerra civile in Palestina, e che ci potrebbe essere anche una demarcazione territoriale netta dei poteri di Hamas rispetto a quelli di Fatah, tale da siglare una tregua, ma la nostra impressione è che, se Hamas potrà liberarsi completamente della struttura di Fatah, lo farà senza scrupoli. A quel punto i rapporti fra palestinesi ed israeliani saranno precipitati indietro di almeno sessant'anni.

    Troviamo piuttosto inutile, di fronte a un simile contesto, voler rintracciare eventuali responsabilità israeliane: quarant'anni di "occupazione", l'assedio ad Arafat, il ritiro unilaterale di Sharon, come qualche illustre esperto di questi problemi pontifica con articoli di giornale. Anche senza "l'occupazione", con Arafat leader amato dello Stato palestinese, con un ritiro solenne e concordato di Sharon, Hamas sarebbe esistita e avrebbe avuto le sue pretese. Perché, nonostante la cosiddetta occupazione israeliana e i conflitti fra Arafat e Sharon, c'era una leadership palestinese di-sposta al dialogo, forse perché anch'essa riteneva di doversi fare perdonare qualche errore commesso; una leadership capace non soltanto di dare addosso al suo avversario. Ed è questa disponibilità ad infastidire Hamas, che invece, di dialogo, non vuole sentire parlare. E ricordiamo, a chi non se lo ricorda, che Arafat era vicinissimo ad Hamas, l'accudiva e ne era blandito. Basti pensare ai rapporti fra Arafat e lo sceicco Passim. E' con la dirigenza post - Arafat di Fatah, che nascono i veri problemi con Hamas. Perché questa nuova dirigenza di Fatah, al contrario di Arafat, ha bandito il terrorismo. E Hamas, senza il terrorismo, non vive. Non vive in Palestina e non vive nemmeno in Libano, dove sono avvenuti scontri altrettanto gravi con le forze regolari del governo di Beirut.

    Vorremmo evitare di vedere che, all'indomani di una sciagurata vittoria di Hamas, qualche importante opinionista del nostro paese si alzasse per dire ad Israele: è colpa tua. Perché questo significherebbe dire ad Israele che la sua colpa è quella di esistere. Perché Hamas non nasce contro l'occupazione, contro la miseria del popolo palestinese, e nemmeno contro il ritiro unilaterale di Sharon. Hamas nasce solo contro Israele, proprio quando le ragioni laiche dell'odio di Fatah sembravano essersi finalmente temperate.

    Roma, 14 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #4
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    che qualche genio politicamente corretto riuscirà a dire che la guerra di mafia (chè questo e non altro è) tra Hamas e fatah è colpa di Israele lo dò per scontato....

  5. #5
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    Trappola libanese
    La missione Unifil rischia di trovarsi al centro di una escalation

    La nostra perplessità sulla missione Unifil in Libano era sostanzialmente legata alla mancata chiarezza sul mandato che vincolava i nostri soldati. Perché, se era netta ed apprezzabile la volontà dei paesi partecipanti di fungere da interposizione fra Hezbollah ed Israele - senza svolgere un'azione incisiva volta ad impedire il riarmo di Hezbollah - ritenevamo che ad un dato momento il contingente militare Unifil si sarebbe trovato di fronte alla necessità di contrastare una Hezbollah riarmata senza essere preparata, oppure - ipotesi altrettanto drammatica - si sarebbe trovato preso tra due fuochi.

    Per questo non abbiamo condiviso l'entusiasmo, tronfio e retorico, del governo italiano per l'invio dei nostri soldati. E da quando l'allora presidente Chirac confidò che Hezbollah si stava riarmando, ci si siamo sempre preparati al peggio.

    Non avevamo però considerato un'altra minaccia e cioè che anche al Qaeda giocasse nella regione, che vede in Libano tutti i nemici dell'organizzazione terroristica a ridosso l'uno dell'altro: i miliziani sciiti legati all'Iran, gli occidentali, gli israeliani e lo stesso governo moderato libanese.

    Evidentemente al Qaeda aspettava che questa congestione nel sud del libano finisse per provocare uno scontro, e ha pensato di innescare la miccia con l'attentato contro le truppe spagnole.

    Ora il contingente Unifil ha due possibilità. La prima, di trincerarsi sulle sue posizioni, evitando di esporsi all'esterno, con il risultato che Hezbollah avrà campo libero e potrà facilmente riprendere a bersagliare Israele. Oppure aumentare la sua proiezione esterna, cercando i terroristi e finendo per scontrarsi con Hezbollah in azioni di guerra. Come si capisce, in entrambi i casi si rischia moltissimo, il prestigio internazionale dei paesi impegnati, o le vite umane, o entrambe le cose. E' bene che il governo italiano inizi a ripensare l'intera missione e quale dimensione ritiene di doverle dare alla luce dell'attentato di domenica.

    Vi è poi da capire la ragione per la quale si è scelto di colpire il contingente spagnolo, piuttosto che un altro. Può essere che si tratti di una scelta casuale, dettata dalle convenienze, ma può anche essere una scelta mirata, perché gli spagnoli davano più fastidio di altri.

    In questo caso il contingente militare italiano, che ha anche il comando della missione, dovrà dare una reazione adeguata all'offesa, per non trovarsi in una situazione critica con la Spagna, simile a quella che ha avuto con l'Inghilterra in Afghanistan. Allora fu Blair a dire a Prodi che i soldati inglesi non erano carne da macello. Questa volta potrebbe essere Zapatero a sostituire il leader britannico.

    Roma, 26 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  6. #6
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    sì,anch'io son proprio curioso di vedere come il governo italiano conta di uscirne fuori. io scommetterei su una precipitosa fuga al primo colpo sparato verso uno dei nostri ragazzi......

  7. #7
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    Tempo fa ho firmato un'iniziativa dei radicali su Israele.

  8. #8

  9. #9
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    Herzl come Mazzini
    La nascita dell'Italia indipendente e quella dello Stato di Israele

    Una delegazione del Partito Repubblicano è in visita ufficiale in Israele dal 17 al 19 dicembre. Di seguito riproduciamo il discorso del segretario nazionale del Pri, Francesco Nucara, pronunziato al Municipio di Sderot (17 dicembre).

    All'origine dei nostri due Paesi ci sono due grandi figure profetiche: Mazzini e Herzl. In questo senso la storia della nascita dello Stato ebraico assomiglia molto a quella dell'Italia repubblicana.



    L'Italia di inizio ‘800 era formata da una miriade di ducati, granducati, Stati e staterelli, regni. L'Italia mancava finanche di un idioma comune.

    Noi e Voi dobbiamo la nascita di uno Stato indipendente a due uomini che si assomigliano moltissimo per formazione culturale, per lo spirito mai domo e con un'idea fissa: creare una patria per i rispettivi popoli. Mazzini partì con il movimento repubblicano un po' prima di quanto fece Herzl con il movimento sionista. Mazzini, così come Herzl, andava in giro per l'Europa a raccogliere fondi a sostegno della causa nazionale. Mazzini sognava l'unità d'Italia e la Repubblica.

    La prima la ottenne quando aveva compiuto 65 anni, la seconda un secolo dopo la meravigliosa esperienza della Repubblica Romana. Herzl, ungherese di famiglia ebrea formatosi a Parigi, abbracciò la causa del sionismo a 34 anni, nel 1894, a seguito dell'affare Dreyfus.

    Nel 1897 organizzò a Basilea il Primo congresso sionista, come Mazzini aveva fondato nel 1834 la Giovine Europa nella vicina Berna.

    Io non so se si tratta di coincidenze del tutto casuali oppure se un destino superiore accomunava popoli derelitti in battaglie comuni nello spirito e negli intenti. Amici e fratelli di Sderot, forse saranno questi prodromi che da sempre fanno sentire i repubblicani vicini al popolo ebraico. Forse ci accomuna una secolare sofferenza o, meglio ancora, l'anelito alla libertà.

    Molti popoli e molti politici italiani pensano al popolo d'Israele con un forte complesso di colpa. Ben venga il complesso di colpa se serve ad aiutare Israele, ma io credo, penso e mi batto perché la nazione di Israele sia difesa ad oltranza. Innanzitutto perché rappresenta una democrazia occidentale in una zona del mondo che di democratico non ha nulla, governata com'è da tiranni, sceicchi e monarchie assolutistiche. E questa democrazia, da sessanta anni, voi difendete con il sacrificio di voi stessi e dei vostri figli.

    Spesso sui giornali italiani troviamo foto di bambini palestinesi che muoiono durante i raid israeliani; raid che sono di interdizione alle rappresaglie arabe. Quasi mai troviamo foto di bambini ebrei maciullati dagli attacchi kamikaze, che hanno la stessa funzione dei razzi qassam che piovono su Sderot. Ancora l'altra mattina leggevo su un giornale italiano che Mushar Al-Masri sostiene: "Lo Stato ebraico subirebbe forti perdite se tentasse si fermare i lanci qassam".

    Credo che tutto il mondo occidentale debba rifiutare questa logica e, se la rifiuta veramente, reagisca per stabilire la pace, se necessario con la forza.

    Come recita l'inno di Imber: "Se vuoi ereditare la terra delle tue origini, / Allacciati la spada alla cinta e pendi l'arco, / E segui le orme dei tuoi padri, / Non sarà con i pianti e le lamentose suppliche che Sion verrà conquistata. / Sarà con la spada e con l'arco * ascoltate! * / Che Gerusalemme verrà ricostruita".

    Gli occidentali hanno il dovere di difendere Israele perché, come diceva lo scomparso leader repubblicano Ugo La Malfa, "la libertà dell'occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme".

    di Francesco Nucara
    Israele, 18 dicembre 2007

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4587

  10. #10
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    Il vero nemico di Israele
    Oggi è lo Stato ebraico a correre ogni rischio, domani sarà l'Europa

    La politica cambia velocemente in Israele. Perché qui il tempo non dà tregua. Gerusalemme, ad esempio, sembra avviata a ritrovare un antico splendore. La città si espande in ogni direzione, come si vede dalle gru che svettano sopra i nuovi edifici in costruzione. E il turismo è tornato ad avere cifre significative. E' la nuova linea difensiva, che è riuscita ad avere un'incidenza positiva sulla vita della città. E il fatto che prosperi Gerusalemme è una speranza per il futuro di Israele.



    E' lontana la guerra in Libano dell'estate scorsa; e, dopo l'azione dell'aeronautica israeliana sulla Striscia di Gaza, sembrano improvvisamente lontani anche i razzi che pure piovono su Sderot. Ciò significa che il governo Olmert ha ripreso una navigazione di nuovo salda, nonostante i malumori che serpeggiano in Kadima. Un segno di benessere, perché il partito creato da Sharon, capace di scuotere il Likud e mettere in crisi i laburisti, tanto da vincere subito le elezioni, appare in grado di esprimere comunque una leadership potenziale, tale da affermarsi di nuovo nella prossima competizione elettorale.

    Kadima sembra poter offrire una ricetta di stabilità allo Stato ebraico, consentendogli di concentrarsi sui principali problemi che lo affliggono, cioè le minacce all'esterno. Hamas ed Hezbollah, certamente, che però, per quanto possano, non rappresentano più una autentica minaccia. Hamas ha pur sempre spaccato in due il movimento palestinese, mentre Hezbollah continua a rimanere un elemento di destabilizzazione in Libano. Il vero cono d'ombra è oggi proiettato dall'Iran, dalle parole che provengono dal suo presidente e, più che dalle parole - in Israele c'è pur sempre libertà d'opinione - dall'ipotesi di un progetto a medio termine di arricchimento dell'uranio.

    Come si sa, qui non hanno preso in grande considerazione il rapporto della Cia sulle intenzioni dell'Iran: restano convinti che il paese dei Mullah possa davvero in futuro colpire. Per cui, come siamo già stati abituati a vedere negli anni, ecco che il giovane, giovanissimo israeliano, accanto alla Torah tiene ben carico il fucile.

    Purtroppo, in una ipotesi sciagurata come quella della bomba atomica iraniana, di un nuovo sterminio, il coraggio dei ragazzi di Tzahal non basta. Bisogna che l'America sia pronta, e con lei l'Europa. Non si può correre il rischio dell'equidistanza tra Israele e i suoi nemici.

    E' vero che, sotto questo fronte, forse oggi Israele ha nuovi amici: la Francia di Sarkozy e la Germania della Merkel sono molto diverse dai medesimi Paesi di Chirac e di Schroeder. E l'Italia non è stata capace di mantenere i medesimi rapporti con lo stato ebraico avuti durante il governo Berlusconi, ma non disperiamo.

    Il Pri si attiverà con tutte le sue forze per promuovere in Italia e nella Ue le istanze fondamentali per la difesa dello Stato di Israele: perché soltanto attraverso la difesa dell'unica democrazia del Medioriente possiamo essere sicuri di poter difendere domani anche l'Europa. Badate bene: la nostra autentica preoccupazione non è per Israele, che sa il fatto suo, lo ha dimostrato e continuerà a dimostrarlo. La nostra autentica preoccupazione, piuttosto, è per la capacità dell'Europa di fronteggiare la minaccia oggi rivolta ad Israele, domani al nostro continente.

    di Riccardo Bruno
    Israele, 19 dicembre 2007

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4588

 

 
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