Perché andare oltre la sinistra.
Diciamolo per inciso. Quando si parla di sinistra, s'intende questa sinistra, quella che abbiamo visto dal '93 ad oggi e quel poco che ne resta in Parlamento.
Se purtroppo la sinistra italiana nasce col peccato originale dell'egemonia marxista, con tutte le conseguenze del caso (non ultimo il confinamento politico-culturale della matrice democratica nel terreno della moderazione, a suo giudizio inteso come "destra"), è nell'arco degli ultimi 15 anni che questa sinistra è stata un vero disastro.
Cioè da quando, dopo il terremoto di Tangentopoli, gli ex comunisti di fresco pelo si sono trovati addosso la responsabilità concreta di un’alternativa di governo.
Troppo presto, nel ’94, per maturare indirizzi solidi e credibili, come ha dimostrato il repentino cedimento della “gloriosa macchina da guerra” dei Progressisti occhettiani di fronte alla “novità” di un magnate sceso in campo a dispensare miracoli. Troppo presto, tanto che Occhetto e Segni (quello che all’epoca poteva ben rappresentare una sinistra liberale e moderna) lasciarono campo libero alla destra deteriore, che sdoganava i fascisti, imbarcava il populismo e la demagogia della secessione, e si consegnava ad un plutocrate che avrebbe compromesso la qualità della nostra democrazia, corrotta da conflitti di interessi, concentrazione di poteri economici e mediatici, imbarbarimento culturale e politico.
La sinistra risorge dalle proprie ceneri con l’Ulivo di Prodi. Trova cioè nel Professore un legante simbolico apartitico, quel concentrato disposto a tenere assieme l’anima democristiana, la falce e il martello.
Non un nome a caso. Prodi. L’unico a credere nell’impossibile, l’unico a teorizzare e magnificare testardamente ciò che sulla carta poteva apparire solo un azzardo, un guazzabuglio: far convivere tutta la sinistra con le sue diverse anime, e tutta insieme. Prodi, che da questa summa verrà ripetutamente sommerso e sconfitto.
Ad aiutare il Bolognese, due fattori. Uno tecnico, l’altro politico: da un lato il sistema maggioritario uninominale, alias bipolarismo coercitivo; dall’altro l’avversione per Berlusconi. Cemento di questa sinistra dunque non è stato un programma condiviso, un progetto di Paese, bensì un sistema elettorale costrittivo, sostanziato dal comune odio (giustificato) per la controparte.
I giochi di palazzo fanno cadere il Cavaliere, e nel ’98 Prodi vince grazie alla Lega, che fa mancare i suoi voti all’alleanza di centrodestra.
Il Professore governa nemmeno due anni, poi cade. Due anni di ragioneria, non di riforme. Per esempio se la scuola e l’università hanno perso terreno, le cause cominciano proprio sotto il famigerato ministero Berlinguer, che apre al caos e ai privati. Due anni però in cui la ragioneria serve come il pane, tanto da farci guadagnare l’Europa. Se c’è un merito di questa sinistra, non da poco, è tutto circoscritto in questo risultato: l’ingesso nell’Unione Europea. Tutto il resto sarà da dimenticare.
In cinque anni si succedono quattro governi, l’alleanza è rissosa, e non mette nemmeno mano alla cosa che le premeva di più: la soluzione del conflitto di interessi. Per contro, a torto e a ragione, il collateralismo del vecchio PCI con la magistratura scatena una tempesta giudiziaria contro Berlusconi, nel tentativo, poi fallito, di scoperchiare tutto il marcio che sorregge il suo impero e di farlo fuori.
Nel 2001 arriva la batosta. Prodi è a far danni in Europa (contagiando la neonata UE con le sue manie di allargamento, manco fosse un altro grande Ulivo) e a capo della coalizione viene catapultato in fretta Rutelli, che fa rima con “fratelli-coltelli”. Sul “piacione” non c’è concordia, e la sconfitta non lo risparmia.
L’Italia attraversa così un lungo inverno quinquennale, col Cavaliere che fa a pezzi la giustizia, arricchisce le proprie aziende, realizza quel sogno mancato di governare per sé e per i propri affari. Getta fumo negli occhi degli italiani, fingendo di tagliare tasse che deve colmare con la svendita di ingenti patrimoni statali. In più, in combutta con la peggiore amministrazione americana di tutti i tempi, ci porta in guerra.
La pessima legislatura berlusconiana non basta a garantire al redivivo centrosinistra una vittoria sul velluto. Dopo aver lavorato per cinque anni a ricostruire un’alleanza tra le forze arlecchine che lo compongono, mirando alla nascita di un Partito-macedonia, l’Unione vince per il rotto della cuffia, diciamo per un calcolo errato di Berlusconi, che si è regalato un sistema elettorale-boomerang, che porta nuovamente Prodi al governo, di un soffio.
Qui, nuova catastrofe. I numeri in parlamento sono labili. L’Italia stremata chiede riforme, la sinistra tutta chiede di risolvere l’annoso conflitto d’interessi. Prodi, impassibile, fa di nuovo la sola cosa di cui è capace: il ragioniere. Tolgo di qua e metto di là. Taglio un poco qui e cucio un po’ su. Uso la mia bilancina e risparmio qualcosa. Conflitto di interessi? Macché. Riforme? Neanche mezza. Solo controriforme sulle pensioni, sulla giustizia, sulla pubblica amministrazione. Dettate una volta da Bertinotti, un’altra da Mastella, un’altra da Diliberto. Con Pecoraro Scanio che si distingue per ostentare divieti, per bloccare sul nascere iniziative sul problema energetico, per cazzeggiare su rigassificatori, discariche e inceneritori. Il governo non riescie nemmeno a varare una leggina di adeguamento sulle coppie odierne, per i veti dei clericali, oggi in massa nel PD. Il governo è sepolto dalla spazzatura campana, cade dopo poco più di un anno.
Poco prima, però, avviene ‘sto benedetto parto. Il Partito-macedonia nasce, mentre a destra entra in crisi la leadership di Berlusconi, insidiato da Fini e Casini. Un Berlusconi suonato dopo la delusione del suo governo, sbiadito come figura di riferimento e politicamente fiaccato dalle ripetute spallate all’esecutivo di Prodi, sempre promesse vanamente, e senza il minimo senso dello Stato.
Nasce dunque il PD, faticosamente costrutito da Fassino e Rutelli (che mischiano ex comunisti con ex democristiani) e consegnato nelle mani di un Veltroni comodo spettatore.
Invece di dare il colpo di grazia al Cavaliere, escludendolo dalle ipotesi di riforma elettorale e scegliendo come interlocutori i suoi alleati (che non aspettavano altro), Veltroni resuscita Berlusconi, nell’ottica suicida del bipartitismo, che vuole due soli sodali, due soli protagonisti indiscussi, due soli partiti pigliatutto. E favorisce la caduta anticipata del Professore, per non logorare se stesso.
E il Cavaliere benedice Veltroni, ringrazia e si riorganizza, preparando la riscossa.
Ecco che così vince le elezioni a mani basse, mentre Veltroni, che vuole fare piazza pulita di tutti gli alleati tranne uno (quello che vivrebbe comunque di suo), riduce di un buon terzo la pattuglia parlamentare del centrosinistra, grazie alla presunzione di voler rappresentare tutta l’opposizione nel suo scialbo contenitore e alla miopia di non capire che nell’ottica bipolare-bipartitica l’Italia resterà sempre in mano alla destra.
Fin qui la cronaca nuda e cruda.
Resta una riflessione su tutto questo.
Come può oggi il PD gridare al regime e al conflitto di interessi, come può invocare la soluzione giudiziaria contro il governo, come può parlare di riforme, dopo tutto quello che Ds e Margherita (cioè lo stesso PD) hanno e non hanno fatto?
Quando ha governato, il centrosinistra ha governato male. Ha avuto due grandi occasioni e le ha sprecate entrambe, per incapacità strutturale, per machiavellismi sterili, per scarsa coscienza dei problemi veri del Paese.
La magistratura ha fatto la sua parte, scavando nel profondo dei misteri berlusconiani, ma ne è uscita suo malgrado con le ossa rotte, con un pugno di mosche, a prescindere dalla bontà delle inchieste. Ritentare oggi è accanimento terapeutico che ha solo un sapore disfattista e vendicativo: chi l'appoggia, si macchia oggi della duplice responsabilità di non aver saputo governare e di impedire agli altri di farlo.
Chiede riforme, questa sinistra, si definisce "riformista", eppure Ds e Margherita non solo non le hanno mai fatte, ‘ste benedette riforme, ma sono pure lontani dal condividerle. E Veltroni non si sa bene dove voglia andare a parare coi suoi equilibrismi maanchisti.
Parlano di regime, di notte della democrazia, ma devono stare attenti a chi li ascolta, perché la sinistra radicale (e non solo) grida vendetta allo stesso Veltroni, che ha voluto decimare a tavolino la rappresentanza delle forze politiche, anche quelle significative. Il buio della democrazia è percepito oggi proprio dall'ingombrante monopolio di due forze dominanti, che iglobano tutto e blindano se stesse, le classi dirigenti e i rappresentanti parlamentari.
A sinistra parlano di Berlusconi come del demonio, ma le sue anomalie si sono sempre ben guardati dal risolverle, e quando c’era da rivitalizzare il suo cadavere, Veltroni non ha perso tempo. Se lo merita Berlusconi, questa sinistra. L'ha fortissimamente voluto e tenuto in vita: oggi che va cercando ancora?
Dunque, che senso ha oggi stare con questa sinistra? Che senso ha anche solo starla ad ascoltare.... O è quella becera e conservatrice con la falce e martello, o è quella arrogante, incolore e incapace di natura cattosocialista.
Tanto più che a star dietro a questi qua, non si vede un futuro per il Paese. Come pensano di arrivarci, al governo? Convincendo quel 20% di italiani che ancora gli manca? Campa cavallo…. Se poi l’andazzo è questo….
Dunque amici, non resta che la dissociazione dall’esistente. Non resta che arare terreni nuovi, per dare prospettiva all’Italia. Anche a costo di una lunga apnea.
La sinistra democratica e di progresso, prima o poi, emergerà. A patto di farla nascere fuori da questo macello, non compromessa con questa gente e con questi progetti malsani. Lontana dalla destra, e lontana da questa pessima sinistra.




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