Venezuela, l'autogol americano
L'amministrazione Bush aveva approvato il golpe, nella speranza di allontanare Caracas dall'amicizia con Cuba e di puntare alle risorse petrolifere del Paese. Gaffe diplomatica col rtorno di Chavez.
SAN FRANCISCO – Più che una gaffe si può parlare di un vero e proprio incidente diplomatico. La posizione assunta dagli Stati Uniti nella crisi venezuelana sta mettendo in grave imbarazzo le istituzioni americane. L’amministrazione Bush aveva, infatti, appoggiato il golpe che qualche giorno fa ha rovesciato il presidente Hugo Chavez. Ma ora che il leader filo-castrista è tornato al potere gli Usa devono fare marcia indietro.
Subito dopo la notizia del golpe, il consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleeza Rice aveva tuonato: il presidente Chavez “deve riconoscere che si è mosso a lungo nella direzione sbagliata, raddrizzare la sua barca e restaurare elementi di democrazia essenziali”. La posizione Usa è però facilmente spiegabile: il Venezuela è un Paese fondamentale per l’approvvigionamento petrolifero degli Stati Uniti. Un governo vicino alla politica americana, ma soprattutto distante dal regime cubano di Fidel Castro, sarebbe per Washington più che ben accetto. La stampa americana ha già messo nero su bianco il sospetto che dietro al golpe ci possa essere addirittura la mano dei servizi segreti americani.
Ma la contromossa messa in atto a Caracas ha lasciato tutti a bocca aperta, Washington in testa. E ha segnato un vero autogol per Bush: se Chavez tornasse al suo antiamericanismo e all’amicizia con Castro, le dichiarate posizioni americane allontanerebbero gli Usa dal secondo Paese con i principali giacimenti petroliferi del mondo dopo l’Arabia Saudita.
(15 APRILE 2002, ORE 80)




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