Segnalo questo interessante articolo del Corriere-
DAL NOSTRO INVIATO
HUSAN (Cisgiordania) - La stanza del figlio dice più di quel che papà Nemer saprebbe raccontare: il poster di una Palestina legata dal filo spinato, il cerchione di un camion appeso sul letto e ornato di bossoli dell’intifada, la foto-altarino di Fati Shikaki e di tutti i martiri della Jihad. «Qui dormiva Mahmud, un ragazzo che difendeva la sua terra. Un figlio che avrei ucciso io con le mie mani, se avessi scoperto che tradiva davvero». Quando Mahmud è stato ammazzato, il 14 marzo, le immagini del suo corpo scannato e trascinato sulla piazza della Mangiatoia di Betlemme hanno girato per le tv di tutto il mondo: «Linciati dai palestinesi due presunti informatori», diceva il titolo della Cnn . Un mese dopo, Nemer Sabatin non ha paura di rompere il silenzio e di dirlo chiaro, alle spalle un intero paese che gli fa coraggio:figlio non è morto perché passava notizie agli israeliani Quella è una scusa che hanno usato per coprire altro. Mahmud è stato ucciso da quattro uomini dell’intelligence palestinese perché sapeva troppe cose sul loro capo, Tirawi « Vuol dire Tawfik Tirawi, l’uomo che protegge Yasser Arafat nell’assedio di Ramallah? «Sì, lui».
C’è del giallo in Palestina. La famiglia poverissima di «Mahmud l’infame» abita a Husan, un pollaio alle porte di Betlemme. Fra i seimila abitanti del villaggio, e questa è la prima stranezza, la famiglia Sabatin può andare a testa alta: di solito, se si è parenti di un «collaborazionista», le regole d’acciaio dell’intifada dicono che è meglio non andare alla moschea e non frequentare nessuno e tenere i figli in casa e insomma stare al bando, ringraziando di respirare ancora. I Sabatin, no.
Loro sopravvivono come prima, aiutati addirittura dai vicini. Caso raro, «Mahmud l’infame» è stato sepolto nel cimitero del paese. Caso unico, tutta Husan s’è rivoltata contro gli uomini di Arafat e ora chiede a Freih Abu Haddin, il ministro della Giustizia palestinese, un’inchiesta ufficiale su questa morte. In tre fogli protocollo, i compaesani hanno raccolto 300 firme, ciascuna accompagnata da numero di telefono e della carta d’identità: «Vogliamo la verità», hanno scritto in cima alla lista. E’ una verità che le parole di papà Nemer, 55 anni e decine di rughe sotto la kefiah rossa, descrivono così. Ad agosto, Mahmud fu avvicinato da Jahmad, l’autista di Atef Abayat (uno dei capi Tanzim di Betlemme, cugino di un combattente che oggi è asserragliato nella Basilica della Natività), perché procurasse una buona macchina: «Mio figlio aveva solo 23 anni, ma era della Jihad, in carcere già tre volte: gli uomini di Abayat si fidavano di lui». Mahmud trovò una jeep Nissan verde, «comprata da un certo Itzik, un israeliano che fa spesso affari con l’Autorità palestinese», e la diede a Jahmad. «Qualche tempo dopo, il 18 ottobre, l’autista di Abayat si rifece vivo al cellulare e disse che la Nissan non andava più bene. Allora organizzarono di vedersi tutti quanti, mio figlio, Jahmad e Itzik, in una zona qui vicino. Itzik arrivò con quindici minuti di ritardo, aveva un Mitsubishi Pajero. Duemila dollari, affare fatto. Itzik consegnò le chiavi a Jahmad e lì si separarono». Poche ore dopo, il Pajero saltò in aria. E sopra vi morirono in tre, Abayat compreso.
Mahmud ci mise poco a capire che l’avrebbero accusato, per quella macchina forse «trappolata» dagli israeliani (hanno sempre detto i palestinesi), forse saltata in aria mentre trasportava esplosivo per un attentato (sostengono gli israeliani). Mahmud però non scappò: «Era molto nervoso, andò di corsa all’Hussein Hospital di Betlemme, dov’erano le salme. Si comporta così un collaborazionista? Spiegò che lui non c’entrava con l’esplosione. Non fu creduto. L’arrestarono. Fu messo nel carcere di Beit Jala, per cinque mesi. E non ne abbiamo saputo più nulla, fino al giorno della morte». Dov’è il mistero? La stessa famiglia Abayat prese subito le difese di Mahmud, spiega papà Nemer, dicendo che gli israeliani non c’entravano nella morte del loro parente:«Tutti sanno che l’uccisione di Abayat è servita a cambiare i capi dell’intelligence di Arafat. In quattro giorni, Tawfik Tirawi ha preso il controllo di tutto. E l’uccisione di mio figlio è servita a coprire una lotta di potere Difficile verificare le accuse di papà Nemer, in giorni di coprifuoco.
Di sicuro, Mahmud è stato a lungo torturato nella prigione palestinese , come confermano fonti della Croce Rossa che poté visitarlo e un medico di Betlemme, chiamato un giorno a dargli 42 punti di sutura in varie parti del corpo. Di sicuro, un giorno chiese di parlare con un giudice, ma gli fu impedito. Di sicuro, riuscì a far avere dieci pagine di memoriale scritte a mano a un avvocato arabo di Gerusalemme, Ali Ghuzlan, che adesso (non era mai accaduto) ha fatto causa all’Autorità palestinese. Di sicuro, Mahmud è stato rilasciato una settimana prima della morte e ammazzato in un luogo diverso dalla piazza della Mangiatoia: il «linciaggio» pubblico, dicono molti testimoni, fu una messinscena. Di sicuro, il primo aprile, anche le organizzazioni Fatah e Hamas hanno affisso un volantino, per le strade di Husan, accusando Tirawi d’aver ammazzato Mahmud Sabatin perché «sapeva qualcosa degli sporchi affari del capo dell’intelligence palestinese».
Nei Territori, è già accaduto che strane morti venissero fatte passare per «esecuzioni di traditori». Grottesco il caso di un marito tradito di Brukin, gennaio 2001, che con questa scusa eliminò il rivale in amore, un ufficiale dell’ intelligence . Sono almeno 21 le uccisioni sospette nelle carceri di Arafat, sostiene una organizzazione non governativa di Gerusalemme, il «Palestinian monitoring group for human rights». I compaesani di Mahmud Sabatin hanno scritto anche una lettera, con l’elenco di tutti i dubbi e i sospetti. L’hanno spedita a Tirawi. Ma l’uomo di Arafat, prima di finire assediato col suo capo, non ha mai risposto.
Francesco Battistini




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