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    Predefinito Addio a Giacomo Mancini, anima scomoda del socialismo



    di PAOLO FRANCHI

    Con Giacomo Mancini se ne va un altro pezzo, e che pezzo, della storia socialista, democratica e repubblicana di questo Paese. E forse non sta bene dirlo, ma molti di noi cronisti ormai di lungo corso, di quelli che hanno scarpinato per tanti anni alla ricerca di notizie, di indiscrezioni e anche di ragionamenti, sentono anche di aver perduto un vecchio amico. Non era davvero un personaggo facile, Mancini. Ed è giusto, e naturale, che fosse così. I pezzi di storia di un mondo in cui la politica non era patinata dovevano essere per definizione complessi e contraddittori in vita. Lo restano in morte.

    Fu socialista. Forse neanche per scelta o vocazione, ma perché non avrebbe potuto essere altro. Suo padre, Pietro, fondatore del partito, grande avvocato, era il socialismo a Cosenza e in Calabria. Il giovane avvocato Giacomo volle raccoglierne l’eredità. Ci è riuscito appieno, ha resistito anche alla tragedia che ha squassato il socialismo italiano, e poi per sette lunghissimi anni all’accusa infamante di aver concorso, dall’esterno, all’attività criminale delle più potenti cosche calabresi: l’ultima assoluzione, dopo che per testimoniare in suo favore era sceso in Calabria il fior fiore della sinistra italiana, è del novembre ’99, e lui se ne è andato a ottantasei anni come voleva andarsene, da sindaco della sua città.

    Fu socialista. Ma sarebbe più giusto essere precisi e dire che, almeno fino a quando si occupò in prima persona di politica e del partito, fu socialista autonomista, nenniano, come si diceva un tempo e come si poteva essere nenniani nel Mezzogiorno e in Calabria. Alla Camera entrò nel ’48, 26 mila voti di preferenza tra la sua gente, eletto nelle liste del Fronte Popolare: ci resterà per nove legislature. Giorgio Napolitano, che come Paolo Bufalini, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso, Rosario Villari lo conobbe negli anni delle lotte meridionaliste, ricorda Mancini come un autonomista sempre fiero delle proprie ragioni, e ostinato nel difenderle, che non fu mai, però, anticomunista. Si tratta, crediamo, di un giudizio onesto, per quel tempo e anche per le stagioni successive al 1956, quando, all’indomani della feroce repressione sovietica della rivoluzione ungherese le strade dei socialisti e dei comunisti si separarono, e Mancini fu chiamato da Nenni a occuparsi di un’organizzazione, quella del Psi, che non voleva essere più vassalla della ben più potente organizzazione di Botteghe Oscure.

    Fu socialista. Autonomista, nenniano, uomo di governo nel centro-sinistra, ministro nei governi Moro e nei governi Rumor. Da ministro della Sanità impose l’introduzione del vaccino antipolio Sabin, alla faccia delle resistenze burocratiche e degli interessi economici consolidati. Da ministro dei Lavori pubblici fu severo verso gli speculatori, come all’epoca proprio non usava, dopo la frana di Agrigento. Sbagliò anche, tantissimo, come testimonia il disastro del quinto centro siderurgico nella sua Calabria.

    Fu socialista. E quindi, ovviamente, antifascista: nel ’44, a Roma, era nell’organizzazione militare clandestina della Resistenza. Della destra missina fu uno dei bersagli prediletti. Quando il Candido di Giorgio Pisanò funse da capofila nella campagna sullo scandalo Anas. Ma anche, e molto più, una decina di anni dopo, quando Reggio Calabria quasi insorse con i «boia chi molla» di Ciccio Franco, contro Catanzaro diventata capoluogo regionale, contro Roma, contro Mancini e quello che già allora si chiamava il «mancinismo», un’idea e una pratica spregiudicate, cioè, della politica, nel tentativo di far fronte alla Dc sul suo stesso terreno. E anche in materie a dir poco delicate, come l’industria di Stato, e i servizi.

    Fu socialista. Autonomista, nenniano, riformista. Si battè per l’unificazione tra Psi e Psdi, ma quando questa rapidamente fallì non arrestò la sua corsa e, nel 1970, divenne segretario del partito. Durò solo un paio di anni, ma furono anni importanti. Qualcuno, più tardi, vi scorse anche una premessa, un’anticipazione della stagione di Craxi, una sorta di variante meridionale di quella politica di collaborazione sì, ma anche di competizione a muso duro con la Dc che Bettino avrebbe condotto in stile milanese. Di certo Mancini non apprezzò affatto la linea del suo successore, Francesco De Martino, di cui pure era personalmente amico: né la teoria degli «equilibri più avanzati» né, tanto meno, l’idea che il compito dei socialisti fosse essenzialmente quello di favorire l’imminente compimento dell’evoluzione del Pci. Altrettanto certamente fu lui, nel luglio del ’76, a pilotare il Comitato centrale del Midas, che dopo la sconfitta elettorale aveva defenestrato De Martino, verso l’elezione di Craxi: un po’ perché quel suo vicesegretario che conosceva così poco non gli dispiaceva, molto perché pensava che, debole come all’epoca Craxi era, sarebbe stato facile guidarlo da padre nobile. Un altro errore, in tutta evidenza. Scontato con una rapida emarginazione nel partito.

    Fu socialista. Autonomista, nenniano. E garantista, come a un socialista si conviene. Si battè sempre in primissima linea per i diritti civili: a cominciare dalla battaglia per il divorzio. Negli anni di piombo non si associò al fronte della fermezza contro il terrorismo, e gli furono rimproverate, in specie dai comunisti, debolezze e simpatie personali verso esponenti di primo piano dell’Autonomia. La sinistra extraparlamentare gli era lontana mille miglia: ma per libertarismo e anche per calcolo politico non le sbatté mai la porta in faccia.

    Fu socialista. E calabrese. E cosentino. Può darsi, come pensano in molti, che questo sia stato il suo limite più forte. Ma lui lo ha vissuto come un suo tratto distintivo, e un suo merito.


    Corriere della Sera

  2. #2
    hussita
    Ospite

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    Mancini, il socialista che giocava solo contro tutti
    Settant´anni di militanza politica, dalle occupazioni delle terre in Calabria al governo. Passando per l´«invenzione» di Craxi segretario del partito

    ROMA A spinte, a strattoni, a bastonate, all´arma bianca, a palle infuocate, a bocconcini avvelenati... Quando muore un vero leader politico, quale è stato certamente Giacomo Mancini, uno vorrebbe ricordarlo per le cose buone fatte. E ce ne sono senz´altro, e parecchie. Quando ad esempio, ministro della Sanità nella stagione del primo centrosinistra, s´impegnò allo spasimo contro corposi interessi farmaceutici e inaudite resistenze burocratiche per imporre nelle scuole la vaccinazione anti-polio gratuita; o quando, passato ai Lavori Pubblici, fece di tutto - ma di tutto sul serio, come si comprese in seguito - perché l´Italia non finisse più a Eboli; e la sua Calabria, allora uno schianto di miseria, fosse decentemente collegata con il resto del paese. L´autostrada Salerno-Reggio è oggi criticatissima. A Mancini, che pure non fu mai un umanista né un uomo politico particolarmente colto, la cultura democratica e riformista deve parecchio. Fu un buon ministro (per cinque volte); un accettabile segretario del Psi (dal 1970 al 1972, anni difficili, detronizzato al termine della «corrida» congressuale di Genova); un lucido e manovriero capocorrente (a «Presenza socialista» aderivano i manciniani che a un certo punto si fecero pure la carta intestata). Fu un notabile piuttosto insofferente durante il periodo craxiano; e infine fu un ottimo sindaco di Cosenza, città che cominciò a governare con qualche intermittenza e un intelligente pragmatismo dal 1985 fino a quando la morte non se l´è preso. Ecco: questo uno dovrebbe scrivere per celebrare la dignità e le virtù politiche di Giacomo Mancini. L´inventore dell´«intervento straordinario» nel Mezzogiorno, che oggi suona come una bestemmia, ma che quando venne lanciato più che utile era indispensabile, se non altro a ripagare al Sud torti secolari. «L´amico del popolo»: così l´accoglievano nei comizi calabresi; «Mancini non promette, realizza» recitavano i cartelli in platea. Intanto lui, sul palco, sfoggiava con eleganza quella inconfondibile oratoria tormentata e nasale. Il fazzoletto in mano, la testa reclinata, la cicatrice sulla mascella, l´impassibile monotonia con la quale di punto in bianco cominciava a dire cose terribili. Era un tipo di politico da collera fredda, sprezzante, temeraria. Non aveva paura di niente e di nessuno, anzi appena possibile aumentava il carico, rilanciava. E qui, in un giorno come questo, che è un giorno di perdita e anche di riflessione, ci si vorrebbe fermare. Ma è davvero impossibile, perché in nessuno più che in Giacomo Mancini la passione politica si è identificata nella lotta, nello scontro incessante, nel combattimento duro e il più delle volte in solitudine. Detto in altre parole: non c´è personaggio di rilievo, non c´è movimento sociale, non c´è partito democristiano o comunista o socialdemocratico, non c´è Quirinale (da Saragat a Leone), non c´è potentato economico, organizzazione criminale, «alte greche» o corpo separato dello Stato con cui, nel corso di settant´anni, Mancini non sia entrato in violentissimo conflitto. Era figlio di Pietro Mancini, il primo deputato socialista calabrese, e già nel 1921 venivano i fascisti a urlare nella piazzetta sotto casa sua, a Cosenza. Nel 1970, durante la rivolta di Reggio, i neo-fascisti di Ciccio Franco lo impiccarono e bruciarono in effigie. Giovanissimo, fazzoletto rosso al collo, aveva cominciato a occupare terre e dovette vedersela con gli agrari e con i carabinieri. Incarnava un socialismo rivoltoso, quasi anarcoide; anche allora diffidava delle divise e delle tonache; scriveva su un giornaletto della federazione firmandosi «Gino Verità». Deputato dal 1948, ebbe modo di scontrarsi con chiunque, da Scelba a Cefis, dal Sid di Miceli agli Affari Riservati di Federico Umberto D´Amato, da Luigi Preti a Moris Ergas, da Giorgio Pisanò ai comunisti giustizialisti, dal fronte della fermezza durante il caso Moro ai pentiti della `ndrangheta che per vendicarsi lo misero in mezzo, a più di ottant´anni, durante la tempesta di Tangentopoli. Fu assolto, anche quella volta. Ma di nuovo: nessun altro politico della Prima Repubblica ebbe, a memoria di giornalista, non solo tanti nemici, ma anche tante accuse così diverse tra loro. Scandali economici, insinuazioni pseudo mondane, sospetti di banda armata (proteggeva Potere Operaio, ebbe rapporti con il gruppo di Metropoli, piantò grane a ripetizione contro l´inchiesta del 7 aprile), oltre al lungo processo per concorso in associazione mafiosa. Lo diffamarono, lo intercettarono, gli perquisirono la casa, pedinarono i suoi figli, spaventarono gli amici, gli armarono i nemici, nel partito, a Roma, in Calabria, dappertutto. Testa politica sopraffina, di antica scuola. Fu lui a lanciare la candidatura di Sandro Pertini al Quirinale; e fu sempre lui a «inventarsi» al Midas la segreteria di Craxi, ma senza dubbio contribuì più di ogni altro socialista ad affossarla, 16 anni dopo, con una terribile testimonianza a Di Pietro. Non gli era piaciuto come a via del Corso avessero pensato di addossare tutte le responsabilità sullo scomparso tesoriere, Vincenzo Balzamo. Di suo paternalista, autoritario, prepotente. Nel 1992 arrivò a impedire che il figlio si candidasse alla Camera. Eppure era anche generoso, spiritoso, anticonformista, umano, pronto a battersi senza mai arretrare di un´unghia fossero i diritti di Sandra Milo o il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, gli esuli antifascisti della Grecia, i forestali del Monte Pollino, il boiardo della sua corrente o i radicali in sciopero della fame. Rimase vedovo relativamente giovane; risposatosi, adorava la sua seconda moglie, donna Vittoria, ed era adorato dai numerosi nipoti. Rispettava solo Pietro Nenni, ma faceva sempre di testa sua. Gli piacevano le corse e nei primi Anni Settanta comprò un cavallo in società con l´allora direttore del
    Secolo d´Italia Alberto Giovannini. Per qualche retaggio c´era ancora, specie in Calabria, chi lo chiamava «Giacomino». Il misterioso diminutivo suona oggi quasi tenero. Ma i veri combattenti, forse, non si finisce mai di conoscerli.

  3. #3
    SENATORE di POL
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  4. #4
    Le fondamenta di POL
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    La Repubblica ha pensato bene di ricordarlo con una bella vignetta.... : http://www.politicaonline.net/forum/...&threadid=5800
    Per fortuna c'è stato anche qualcuno di sinistra che si è indignato!

  5. #5
    SENATORE di POL
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    Già ...ma c'è chi gli ha dato del mafioso perchè siciliano.... e intellettualmente onesto, a differenza della media della sinistretta italica (e in parte di quella francese).


    Cordiali saluti.

  6. #6
    hussita
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    non era calabrese?

  7. #7
    Naufrago
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    Era cosentino, calabrese, socialista , pragmatico.
    Un grande uomo, nei suoi pregi e nei suoi difetti.
    Un grande concittadino, uno degli ultimi fuoriclasse di questa politica, ormai in mano alle terze linee, incapaci ed arroganti...

 

 

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