Conseguenze di una fermata generale
UNO SCIOPERO TUTTO POLITICO
di ANGELO PANEBIANCO
Domani, 16 aprile, sciopero generale. Lo sciopero generale è un'arma politica, uno strumento di lotta contro i governi. Non ha nulla a che vedere con le normali lotte sindacali. La scelta di ricorrervi segnala la circostanza che, per effetto del risultato elettorale, dopo molti anni, il governo è in mano a forze politiche che non devono la loro vittoria al sostegno sindacale. Anche i governi di centrosinistra, nella passata legislatura, quando proposero di innovare su pensioni o mercato del lavoro, incorsero nelle ire dei sindacati. Ma le tensioni, allora, non raggiunsero mai il punto di rottura: i governi di centrosinistra ogni volta chinarono la testa, abbandonarono le loro velleità di riforma. Lo sciopero di domani è ufficialmente indetto contro la volontà manifestata dal governo di modificare parzialmente la disciplina dei licenziamenti (la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In realtà, le motivazioni politiche che hanno indotto la Cgil a volere lo sciopero, e gli altri sindacati ad accodarsi, sono molte. Per i sindacati nel loro insieme si tratta di difendere la posizione di forza conquistata nel corso di decenni entro il sistema politico italiano. Significa chiamare alla mobilitazione i propri iscritti per difendersi da un (per ora, solo ipotetico) «effetto Thatcher»: impedire che un governo conservatore ridimensioni il peso politico dei sindacati. La difesa dell'articolo 18 è diventata così, per le confederazioni, una sorta di Linea Maginot.
Poi ci sono le motivazioni della Cgil e di Sergio Cofferati. Questi è ormai considerato da tutti il nuovo leader della sinistra, l'unico che potrà forse rianimarla, farla uscire dalla condizione agonizzante in cui l'ha gettata la sconfitta elettorale. Dopo il successo della manifestazione del 23 marzo a Roma, lo sciopero generale è allora anche un altro momento della mobilitazione politica contro il governo voluta da Cofferati. Il fine è chiamare a raccolta sotto le proprie bandiere quella parte di Italia che si oppone al governo Berlusconi. Nello sciopero generale di domani confluiscono anche le frustrazioni e le doglianze (conflitto di interessi, scuola, giustizia, Rai, eccetera) dell'Italia all'opposizione nei confronti del governo.
Ne discendono due conseguenze. La prima è che, in uno scontro che è tutto politico, rischia di venire rimosso il problema principale: quello di un Paese che è agli ultimi posti in Europa per livello di competitività, capacità di attrarre investimenti, occupazione. Esistono cause oggettive, facilmente identificabili, che spiegano il nanismo di tante imprese, e la fatica che fa il sistema industriale nell'assorbire nuova occupazione. Si può discutere se sia stata saggia la scelta del governo di partire dall’articolo 18, ma è comunque certo che una riforma del mercato del lavoro sia necessaria. Diagnosi e terapie stanno, in gran parte, in quel Libro bianco la cui stesura è costata la vita al professor Marco Biagi.
La seconda conseguenza è che se anche il governo, magari facendo meno errori, anche di comunicazione, di quelli fatti in precedenza, riuscirà ad offrire ai sindacati (per esempio, sulla questione degli ammortizzatori sociali) adeguate contropartite, ciò servirà forse a portare al tavolo delle trattative la Cisl, e magari anche la Uil, ma di sicuro non la Cgil. Proprio per il carattere interamente politico dell'azione della Cgil in questa fase.
Che la sinistra italiana riesca prima o poi ad avviare un processo di rinnovamento dietro a una nuova leadership è di sicuro un bene. Effettivamente, dopo il tramonto della leadership di Massimo D'Alema, non si vede chi altri, se non Cofferati, potrebbe credibilmente aspirare a quel ruolo. Non è un bene, invece, che questo necessario rinnovamento della sinistra avvenga all’insegna della conservazione sociale, del rifiuto di ogni necessaria innovazione. A conferma del fatto che in questo Paese siamo (quasi) tutti europeisti, ma solo a patto che nessuno pretenda di introdurre regole un po' più europee in questo o quell'aspetto del nostro modo di vivere.
corriere della sera
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