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  1. #1
    Virtus Fortunae Victrix
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    Predefinito Solidarietà dal PRI della Valle del Serchio

    Castelnuovo di Garfagnana, 19 marzo 2003


    Il Comitato Direttivo della Sezione “Guglielmo Oberdan” della Valle del Serchio del Partito Repubblicano Italiano esprime la propria solidarietà agli iscritti e ai simpatizzanti di Alleanza Nazionale per i vili attentati di cui sono state vittime due sezione del Partito dell’On. Gianfranco Fini della Val d’Era e di quella di Massa.
    Simili atteggiamenti sono contro ogni visione democratica della società e non possono essere giustificate dal alcuna visione politica o convinzione personale. Il Partito Repubblicano Italiano della Valle del Serchio ritiene che simili atteggiamenti possano solo essere opera di balordi.



    dal sito www.goberdanpri.it

  2. #2
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    Predefinito caro Oberdan...

    ....... come al solito a quest'ora in rete ci sono solo io , e perciò mi sento in dovere di ringraziarti:

    il tuo è un gesto intelletualmente onesto e veramente democratico.
    Io come iscritta ad Alleanza Nazionale ti sono personalmente grata e ti ringrazio.
    Vale

  3. #3
    Virtus Fortunae Victrix
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    Predefinito Mi sembra il minimo.

    Ne ho parlato con i membri del Direttivo della Sezione e ci siamo trovati tutti con la stessa convinzione: certi gesti sono una vergogna.

  4. #4
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    Predefinito

    mi accodo ai ringraziamenti...e come vedi il 3d è presente !!!!!
    saluti

  5. #5
    Virtus Fortunae Victrix
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    Predefinito come non detto

    mi deve essre sfuggito.

  6. #6
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    Predefinito GRAZIE!

    Come iscritto di AN e come cittadino esprimo un vivo ringraziamento agli amici del PRI della Valle del Serchio.
    Saluti ..... repubblicani!

  7. #7
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    Predefinito caro amico G: Oberdan

    hai scelto un bel nome risorgimentale:

    vorresti darci qualche notizia di questo eroico repubblicano?
    Ciao

  8. #8
    Virtus Fortunae Victrix
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    Predefinito Cari Amici,

    Vi allego un libro (corto, non abbiate paura, ma molto bello) so Oberdan.
    Oberdan per me significa amor di Patria semplice e puro. Senza nazionalismi o imperialismi di sorta.
    Soprattutto perchè rivolto a terre italianissime che adesso italiane non sono: Istria e Dalmazia.
    Infatti, proprio per questa battaglia che forse ormai sento solo io ho messo nel sito un'altra mpagina intitolata ""Il sogno di Oberdan!"
    Voi siete l'unico partito, insieme a noi, anon aver dimenticato Fiume, Zara, Spalato, Ragusa, Pola, Capodistria etc. etc.

    dal sito www.goberdanpri.it





    UN GRANDE ASSASSINATO
    XX DICEMBRE 1882


    Guglielmo Oberdan
    morto santamente per l'Italia
    terrore, ammonimento, rimprovero
    ai tiranni di fuori
    ai vigliacchi di dentro.
    G. CARDUCCI


    PISTOIA
    STABILIMENTO GRAFICO NICCOLAI
    1923

    PROPRIETÀ LETTERARIA


    NEL NOVERO DEI MARTIRI
    CHE
    DA MICHELE MORELLI E GIUSEPPE SILVATI
    A GUGLIELMO OBERDAN
    E CESARE BATTISTI
    RIDETTERO L'ITALIA AGLI ITALIANI
    FULGIDAMENTE SPLENDE
    IL NOME
    DEL TENENTE DOTTORE ANTONIO NIERI
    VOLONTARIO DI GUERRA
    DUE VOLTE FERITO
    POI MORTO
    PER LA CAUSA SANTA
    DELLA REDENZIONE NAZIONALE
    A LOQUIZZA IL I NOVEMBRE 1916

    —————

    ALLA INVITTA SUA CONSORTE
    NOBIL DONNA GIULIA CECCHI-NIERI
    L'AUTORE
    QUESTE COMMOSSE PAGINE
    DEDICA

    Pescia Marzo 1923.

    Infelice chi non sente la sacra
    fiamma d'amor di Patria,
    ardergli il cuore.


    Un po' di storia.

    Tutti coloro che durante un lungo periodo procelloso di vita, furono apostoli di fede, ch'ebbero virtù e potenza per iniziare un'epoca o per conchiuderla, che col palpito del loro animo suscitarono vita, o all'ombra del loro intelletto accesero fiaccola di pensiero, hanno rari confronti; Guglielmo Oberdan è meglio paragonato a sé stesso.
    Quale data può consacrarlo alla storia?
    Quale regione della Patria può essere orgogliosa di avere un figlio simile?
    Volgiamo il pensiero nostro ad una bella città d'Italia sull'Adriatico, alla redenta Trieste, luogo natìo del grande martire.
    Guglielmo Oberdan, colui che perdè la vita fra i tormenti, piuttosto che rinnegare la propria fede, tocca oggi quel periodo della sua vita mortale, in cui la personalità storica si confonde col mito; in cui si mescolano insieme le speranze e le immaginazioni di ieri con la realtà conquistata di oggi.
    Il suo martirio; ha in sé come una singolare perfezione di doloroso estetismo. A rievocare in queste pagine, dopo otto lustri, con pia riverenza, tutta la gloria di un biondo capo e tutta la passione di un ostinato animo italico, si direbbe che sino dal suo primo passo, avesse ideata già in ogni linea, vedesse già nell'immaginazione, compiuta la sua gesta mirabile.
    È quasi alla conoscenza di tutti come Giuseppe Garibaldi, il Cavaliere dell'Umanità, il maggiore eroe della Rivoluzione Italiana, il valoroso come Baiardo, lasciasse nel 1866 il già conquistato Trentino, la Venezia Giulia, l'Istria, la Dalmazia, sotto la dominazione Austriaca, e le colpe dei governanti Italiani congiunte all'imperizia militare di capitani, ribadissero, - come aveva profetizzato il Mazzini, - le catene del servaggio straniero su popolazioni Italiane anelanti il ricongiungimento alla madre Patria.
    Gli atti successivi della diplomazia europea riflettenti la questione di Oriente, non fecero che rafforzare la posizione, già scossa, dell'impero Austro-Ungarico, e nel 1878 si iniziava in Europa il Congresso di Berlino, per decidere su questioni di diritto, e di fatto, circa i rapporti internazionali, ed era ormai opinione fatta di desideri e di speranze che colà l'Italia avrebbe saputo con energica maestria risollevare la questione delle sue terre irredente; che l'Austria in compenso dei nuovi guadagni in Oriente, le avrebbe cedute, o che l'Europa, ne avrebbe imposto la cessione, ed invece il Congresso coronava l'opera iniziata col dare all'Austria il diritto di occupare militarmente i paesi bosniaci, difesi strenuamente dai loro fieri abitatori, e approvando le turpi e scellerate stragi della Bosnia e dell'Erzegovina.
    In Italia si era allora all'alba di un nuovo regno, quello di Umberto I, di quel Re Buono che aiutò sempre ogni iniziativa intellettuale, che dell'Italia condivise gioie e dolori, e la democrazia riteneva giunta l'ora di forti prove.
    Dopo la caduta del ministero Depretis, successe alla presidenza del consiglio, Benedetto Cairoli, il cui nome è simbolo di sacrificio, uomo di gran cuore, pieno di buona fede, onesto fino allo scrupolo, fervente patriota del Risorgimento, che dopo Garibaldi, fu l'espressione più gagliarda e gentile degli ideali che infiammarono i cuori della nuova generazione Italiana, ultimo di una stirpe di eroi, il quale a una deputazione di Triestini, dichiarava di non avere bisogno di memoriali e di illustrazioni delle loro domande e tanto meno di sollecitazioni; giacché quando fosse giunto il momento opportuno, egli non avrebbe esitato ad abbandonare il suo seggio di ministro, per impugnare come in tempi più giovani il fucile, e correre in aiuto dei fratelli oppressi.
    In ogni parte d'Italia, sono vivissime le agitazioni in pro delle terre irredente, e le manifestazioni che si lasciavano svolgere, si succedevano alle manifestazioni. Matteo Renato Imbriani, veemente oratore persuasivo, esempio di coraggio e di virtù civile, anch'egli apostolo di libertà, insieme al Poerio, anima candida e fiera, aveva preparata la gioventù a tenersi pronta a nuove battaglie, ed al movimento davano ausilio preclari intelletti e nobili cuori, quali Aurelio Saffi e Giovanni Bovio.
    Ritornando al Congresso di Berlino, giova osservare che l'Italia ne usciva forse con le mani nette, certo con le mani vuote, umiliata come l'ultimo dei popoli d'Europa, mentre, dal giorno nefasto della battaglia di Novara, non aveva subito maggiore sventura di quella.
    Al primo Luglio del 1878, la duplice monarchia annunziava ufficialmente ai suoi sudditi che il Congresso di Berlino le aveva affidato l'alto incarico di occupare Bosnia ed Erzegovina per sedarvi le agitazioni interne, e dieci giorni dopo, erano già resi di pubblica ragione i primi decreti di mobilitazione parziale dell'esercito ai confini della Dalmazia e della Transilvania. Trieste fu una delle città più colpite dall'ordine di mobilitazione e la gioventù irredenta dopo avere lungamente sperato di ricongiungersi alla Patria Italiana, o alla peggio, di prodigare il suo sangue per qualche moto insurrezionale che affrettasse il grande momento, veniva invitata a cooperare alla causa più illiberale e antinazionale: l'asservimento di fratelli infelici al suo proprio odiato signore.
    L'Eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, da l'isola di Caprera invitava i Triestini, i Trentini, i Goriziani, gl'Istriani, a disertare, a preferire il bosco e la montagna, al mestiere infame di asservire degli oppressi. Ed a frotte i giovani Italiani disertavano, e pochissimi fra loro potevano essere fermati alla frontiera, perché le diserzioni erano favorite dai nostri valorosi marinai romagnoli, e dai patrioti friulani e anche perché le file dell'organizzazione erano tenute di qua dalle Alpi, e di qua dal Quarnaro.
    Nella seconda decade di quel Luglio, sopra un trabaccolo romagnolo, col favore della notte; insieme con due compagni, cantando la popolare canzone del ‘48 «Addio, mia bella, addio» Oberdan, appena ventenne, lasciava la Patria e, dopo tre notti di viaggio, approdava finalmente in un angolo della costa Italiana tra Fano e Sinigaglia.



    Guglielmo Oberdan.

    Guglielmo Oberdan, deve tutto a sé stesso. Un tragico destino pesò su lui fin dalla culla. Nacque a Trieste il 2 febbraio 1858 e non conobbe mai il padre che lo aveva abbandonato ancora in fascie, ed il cognome del giovane corrisponde solo a quello della madre sua Giuseppina Oberdan, goriziana, oriunda slava, la quale era una povera donna che amò sempre e teneramente il figlio, ma non poté mai ispirargli né la nobiltà del sentire, né lo spirito di sacrificio, né la sensibilità squisita, né l'ingegno acuto e straordinariamente precoce.
    Il patrigno, un capofacchino al molo, non volle riconoscerlo, perché lo considerava figlio della colpa, e lo trattava anche poco amorevolmente, tanto che questi a sette anni tentò una fuga dalla casa paterna. Cresceva magro e gracile, così che a prima vista pareva incapace di un qualsiasi esercizio fisico, e volle divenire forte, frequentando con pazienza e tenacia incrollabile la palestra ginnastica.
    Studioso quanto mai, fino dalla prima giovinezza, ebbe familiari gli scritti del Mazzini, del Foscolo, del Byron, del Guerrazzi, del Berchet, e del Carducci, dai quali attinse sentimenti di libertà. Non è quindi da meravigliarsi se giovinetto ancora, godeva una stima grandissima fra i condiscepoli, così da divenirne un capo, ricevendo perfino da essi un compenso, che allievava alquanto le miserie e i dolori della madre sua adorata.
    In seguito poi il Comune Triestino gli assegnava la borsa di studio di 300 lire annue, perché al politecnico di Vienna si laureasse in ingegneria, mentre grandissima era fin d'allora quella sua inclinazione per le matematiche, che della sua vita avrebbe fatto come un sillogismo perfetto.
    Per completare gli studi, studiava con fervore straordinario, e cercava di apprendere tutto nella consapevolezza quasi istintiva e nella eventualità di un destino inesorabile e prossimo.
    Per la sua ricchezza d'ingegno, per la sua serietà e per la modestia encomiabile, in brevissimo tempo, anche a Vienna si era guadagnata la stima e l'affetto dei suoi compagni, che unanimemente lo nominarono segretario dell'associazione degli studenti italiani.
    Egli si trovava da un anno appena nella capitale dell'Impero d'Austria, allorché quel governo lo chiamava soldato nel 22° reggimento Weber che doveva in quell'anno 1878 reprimere i moti dei fieri montanari bosniaci che tra le natie rupi difendevano a oltranza il loro sacrosanto diritto all'indipendenza.
    Dovette presentarsi e vestire l'odiata divisa, che, senza quella contingenza, nella sua qualità di studente universitario, avrebbe dovuto indossare solo nel 1883; ma ben altra uniforme assai più vicina al suo cuore egli aveva bramato! Non resse che soli otto giorni, e la sera dell'ottavo giorno andò a trovare il suo amico Delfino, e gli disse:
    – Sai, che il mio battaglione parte? –
    – Quando? –
    – Posdomani. –
    – Che pensi di fare? –
    – Disertare! –
    – Rifletti bene a quello che fai..., bada la cosa è seria. –
    – Al mio posto che faresti tu? –
    – Non so... diserterei..., ma per me gli è un altro paio di maniche; pensa alla tua posizione... –
    – Ho già pensato, ed ho deciso: Parto! Diserto! –
    E Guglielmo, anima fiera, ardente di libertà, si fece disertore, e partì difatti, dopo aver baciato freneticamente, più a lungo del solito la povera madre sua, inconsapevole, e rimandato al suo colonnello divisa e baionetta, con le parole:
    Il mio sangue non è per voi!





    L'Italia in quel tempo.

    Ma quali erano la Roma e l'Italia, che l'esule pieno di speranze ritrovava?
    Mentre uno scarso numero di uomini e pochi gruppi di sognatori del passato e di un migliore avvenire nazionale, scrivevano, lavoravano, erano impazienti per la patria non ancora redenta, il grosso del paese e l'Italia ufficiale, si sviavano per quella china che l'uno e l'altra avrebbe condotti mani e piedi, alla triplice alleanza.
    L'Italia adagiandosi in un certo miglioramento economico, decadeva ed andava sempre più decadendo da ogni idealità politica. I partiti si disfacevano in dispute continue ed in ignobili trasformazioni. Il suffragio allargato, creava l'un parlamento peggio dell'altro, e tutti inferiori ai parlamenti usciti dal suffragio ristretto, e tante altre simili mollezze ci rappresentarono l'Italia d'allora che usciva soddisfatta e pigra dallo sforzo prodigioso del risorgimento; l'Italia in cui si spegneva la gloriosa generazione garibaldina e che si avviava a stringere le catene della triplice alleanza; l'Italia ove tra non guari il capo supremo del governo avrebbe affermato che l'unità della Patria era compiuta; ed in cui alle grida di dolore che chiamavano dal Quarnaro, i sedicenti rivoluzionari politici rispondevano di non volere altro certame che quello contro la monarchia, o di serbare le carabine per le barricate.
    Era questa l'Italia ove taluno stampava che Venezia, la Patria dei Dandolo, degli Zeno, dei Pisani, dei Morosini, era ormai paga di null'altro possedere sull'Adriatico che i bagni del Lido; in cui la classe operaia incominciava a negare Patria e Nazione, e a rispondere che per essa Italia e Austria sono tutt'uno; suo grande compito invece, essere la guerra alla borghesia.
    Questa era l'Italia che Oberdan doveva conoscere; questa l'Italia contro la cui spessa crosta di gelo e di scetticismo dovevano in quegli anni andare a rompersi uno per uno tutti i tentativi di agitazione e di propaganda patriottica; questa l'Italia che del ribelle Triestino, doveva fare un martire per lunghi anni invendicato.


    Il piano insurrezionale.

    Dal 1879 al 1882, la santa causa dell'irredentismo doveva attraversare giorno per giorno un nuovo lutto ed una nuova amarezza. Sulla fine del 1879 si spegneva l'anima del partito con la morte del generale Avezzana; ed ai primi del 1881, falliva un nuovo disegno di sconfinamento in territorio austriaco a cui dovevano partecipare Ricciotti e Menotti Garibaldi e al quale si sussurrava prestasse il proprio consenso lo stesso Giuseppe Garibaldi. L'idea pareva dovesse riprendersi nell'occasione della imminente esposizione di Trieste che era destinata a celebrare il quinto centenario della protezione accordata nel Medioevo dai duchi d'Austria alla città; e a questi solenni festeggiamenti, intervenne ufficialmente l'Imperatore Austriaco, ma la cittadinanza in generale si mostrò fredda, di una freddezza glaciale che sapeva di ostilità alle comandate gazzarre. Allora elementi ufficiosi ed ufficiali, facendo tesoro di una ciurmaglia briaca e pagata, cercarono dimostrazioni in favore dell'Impero.
    Ritornando a parlare di Garibaldi, dunque, egli infatti si recò nel Marzo a Napoli e di là lanciava con la sua firma e con le sue istruzioni numerosi proclami per un prossimo movimento, dicendo che nell'ultima guerra che sarebbe stata combattuta contro l'Austriaco avrebbe preso parte anche lui con qualunque mezzo.
    Ma il 20 Maggio ogni speranza in un consenso della Nazione ad una qualsiasi riscossa contro l'Austria, falliva. In quel giorno l'Italia firmava il primo trattato della Triplice Alleanza.
    Tredici giorni dopo questo avvenimento, Giuseppe Garibaldi, il creatore di Eroi, l'immortale vincitore di cento battaglie, la grande gloria d'Italia, si spegneva nella sua romita e prediletta isola di Caprera, e la fulminea morte di lui, suscitò anche nelle anime più giovani tutto il fascino e la santa poesia dell'entusiasmo per l'epopea garibaldina.
    La scomparsa di Giuseppe Garibaldi, non solo doveva segnare la fine di ogni tentativo irredentista a mano armata, ma altresì il principio di una nuova era di persecuzioni per gl'Italiani soggetti disgraziatamente all'Austria.
    A Roma, l'11 Giugno furono celebrati solenni funerali, e l'onore di portare la bandiera di Trieste, toccò all'Oberdan, e quando il corteo passò davanti a piazza Colonna, egli alzò il capo. Sui balconi del Palazzo Fiano erano l'ambasciatore Austriaco ed il personale dell'Ambasciata. Guglielmo emise un grido, che nel silenzio parve un ruggito, e levando in alto la bandiera, la scosse vigorosamente come per una sfida ed una minaccia.
    I balconi dell'Ambasciata, in un batter d'occhio rimasero deserti.


    La via al sacrificio.

    Guglielmo Oberdan ed i suoi amici vivevano ancora in quella calda atmosfera Mazziniana, dove si pensava che solo un richiamo, un grido, un esempio, potessero bastare a suscitare milioni di petti; là dove si era indubitatamente certi che il sangue versato dovesse necessariamente fruttificare nel presente o nell'avvenire.
    Non vi era dunque bisogno di un piano positivo e determinato; l'importante era: incominciare ad agire!
    L'Oberdan infatti, si era in quelle ultime settimane affaccendato ad accordarsi cogli amici repubblicani e irredentisti d'Italia; aveva corrisposto cogli amici di Trieste per una insurrezione popolare, ma partiva senza nulla avere definito nel suo pensiero, salvo questo: di agire, anzi di reagire; il come e il quando, sarebbero dipesi dalle circostanze.
    D'accordo con Donato Ragosa e con altri, pensò a promuovere un moto insurrezionale nelle terre irredente, ed infatti partirono; prima però scrissero il loro bellissimo testamento politico, che affidarono ad Ettore Vollo, il quale a sua volta lo consegnò nelle mani di Felice Albani, col mandato di darlo ad Antonio Fratti, da loro considerato come esecutore testamentario, in caso di catastrofe.
    L'amico e fratello di fede di Guglielmo, Ludovico Marini, dette una certa somma di danaro ai partenti, ed essi che avevano dai Triestini la promessa di una insurrezione, di un vespro tergestino, per il quale si dicevano apprestati i mezzi, lasciarono Roma, avviandosi l'Oberdan per Pisa, Genova, Alessandria, Milano, Verona, ed il Ragosa per Orto, Firenze, Bologna, verso la méta loro. Giunsero ad Udine il 15 di settembre quasi contemporaneamente, e quivi noleggiata una vettura condotta da un certo Sabbadini, un suddito italiano, che in seguito espiò con 20 anni di carcere duro la colpa di avere condotti i due giovani sconosciuti, si diressero al confine.
    A Buttrio si rivolsero al farmacista Antonio Giordani, fido patriota, richiedendolo di una guida esperta e fidata che li conducesse sicuramente oltre il confine, e fu trovato un certo Angelo Tavagnacco, noto contrabbandiere; ma il tempo troppo orribile, non permise loro di continuare il viaggio.
    Fu necessario che si formassero nella farmacia, e per i due giovani valorosi fu una notte insonne, tanto la febbre dell'anima li agitava.
    Sul far del giorno si prepararono di nuovo a partire, ma prima si giurarono reciprocamente, se venivano sorpresi, di morire da forti, senza domandare grazia a nessuno, senza piegare a nessun affetto, a nessuna paura.
    La carrozza li accompagnò poco fuori di Manzano, poi dato al vetturino appuntamento a Versa, i due giovani e la guida si avviarono a piedi.
    Giunsero a Versa alle sette e mezzo, pagarono la guida, e con la vettura proseguirono il viaggio fino a Ronchi, ove arrivarono alle dieci e tre quarti, discendendo all'osteria di Giovanni Berini.
    Dei due, Oberdan, chiese una stanza per riposare; il Ragosa, un'altra vettura per essere condotto subito a Trieste.
    La vettura giunse dopo circa un'ora ed il Ragosa partì, mentre l'Oberdan si recò nella sua cameretta.





    La spiata e l'arresto.

    Il Tavagnacco tornando da Versa si incontrò per la strada con un tale che investigò chi fossero i due da lui condotti, ed espose il dubbio che si trattasse di liberali male intenzionati verso l'imperatore; e un certo Antonio De Marco, agente di campagna di Monsignore Agricola, volle anch'esso interrogare il Tavagnacco, indi al potestà di Visconte, Ludovico Serravalle, espresse il pensiero che i due dovevano certo andare a Trieste ad uccidere Francesco Giuseppe.
    Come lo zelantissimo agente, desumesse ciò, è un mistero impenetrabile; il fatto sta che poco dopo la polizia Austriaca stava ansiosamente ricercando i due giovani.
    E la notizia precisa di loro, non giunse che verso sera, sul tardi.
    Fu allora che il capo posto dei gendarmi di Versa si recò a Ronchi nell'osteria del Berini, e guidato dall'oste, bussò alla camera dell'Oberdan, ove questi fu arrestato dopo non poche difficoltà, per la sua tenace resistenza. Venne perquisito scrupolosamente, e la perquisizione non fu infruttuosa, poiché disgraziatamente gli furono trovate le due bombe all'Orsini, ch'egli aveva portato con sé, appunto col fermo proposito di attentare alla vita dell'imperatore, allorché questi doveva recarsi a Trieste ad inaugurare un'esposizione nazionale Austriaca, sulla spiaggia di Sant'Andrea.


    Il processo.
    La condanna capitale.

    Due giorni dopo il suo arresto, egli fu tradotto a Trieste, dove giungeva nello stesso giorno in cui tutta la famiglia imperiale, scortata da nugoli di agenti e di compagni, faceva il suo ingresso nella città, mentre la popolazione inscenava dimostrazioni così dignitosamente ostili, che una volta sola e all'improvviso, a un'ora insolita, e tra grande apparato di truppe e di sbirri, l'imperatore poté attraversare Trieste in carrozza a gran velocità.
    L'Oberdan che fu chiuso nelle segrete del forte di San Giusto, in attesa di giudizio, aggravò vieppiù la sua situazione, con le proprie deposizioni.
    Tre interminabili mesi durò la sua prigionia; tre mesi di strazi e di ansie dovette vivere, ora per ora, nel fondo d un carcere. Rinchiuso nella sua segreta, fu morto per il mondo; non vide più nessuno, ed in tutto quel periodo ebbe la saldezza sublime del martire.
    Il processo fu molto semplice e presto concluso:
    Guglielmo Oberdan, quale disertore, e reo di avere voluto attentare alla vita dell'Imperatore e alla compagine dell'Impero, perché trovato in possesso. di due bombe, viene condannato alla morte mediante capestro.
    Alla lettura della sentenza egli sorrise, e fissando sui giudici i suoi occhi azzurri e sereni, con ferma e squillante voce, gridò loro in faccia: Grazie!
    Il governo austriaco, proibì rigorosamente di scrivere una sola parola del dibattito processuale, e mantenne lo stesso ferreo divieto dopo eseguita la ferale sentenza. Questo processo, svoltosi abbastanza misteriosamente, ci ìncita a scagliarci ancora una volta contro l'Austria, che se aveva un dovere civile questo era di dargli la massima pubblicità; in faccia al mondo civile, Guglielmo Oberdan fu assassinato, non giustiziato!
    La madre disperata, impetrò a Vienna, ma invano, la grazia sovrana; e la invocarono pure: il nostro massimo poeta, il Carducci; il luminare del foro italico, il Carrara, che a nome della gioventù Italiana fece appello all'imperatore; e tante altre personalità politiche e letterarie, ma tutto fu indarno.
    Il poeta dell'umanità Victor Hugo, cosi telegrafava all'imperatore:
    «La pena di morte è abolita per ogni uomo incivilito. La pena di morte sarà cancellata dai codici del ventesimo secolo. Sarebbe bello praticare fin d'ora una legge dell'avvenire.»
    Ma nemmeno il grande e nobile vegliardo francese, doveva essere ascoltato, e l'imperatore degl'impiccati, l'alleato d'Italia, rispose col «20 Dicembre».
    Alla madre desolata, che da quattro anni non aveva veduto il figlio, fu concesso in via eccezionale di visitarlo, a patto che lo inducesse ad invocare la grazia sovrana.
    Tentò la desolata madre, ma egli mantenendo il suo giuramento, da uomo forte, simile al Poma e allo Speri, sdegnosamente respinse la carta che gli si offriva; non un atto benché minimo di debolezza.
    Quale istante terribile per il suo cuore fu quello, povero, santo martire immacolato, quando dovette respingere la mano materna; quando dovette trafiggere a morte, lui, con la sua mano, il cuore di sua madre che idolatrava!
    – Madre! – disse – sii tranquilla, io saprò essere ognora degno di te. –
    Da allora, alla infelice madre, non fu più permesso di rivedere il frutto delle viscere sue.

    Il martirio.

    Il 19 Dicembre, il Tribunale Militare di Vienna, confermò la sentenza. L'impiccagione fu fissata per la dimane all'alba, nel cortile piccolo della caserma grande di Trieste e la sera stessa giunse da Vienna il carnefice Willembacker con i suoi due assistenti. Il boia volle andare a vedere il condannato Oberdan, dalla spia della cella, ed agli ufficiali che gli stavano intorno, disse:
    – Ah! Ah! Egli sta ora impavido, ma lo vedrete al momento solenne! sono proprio questi che tremano di più e s'impauriscono: e questo dovrò trascinarlo sul palco. –
    Era l'alba del mercoledì 20 dicembre 1882.
    Il contegno del martire durante la notte e durante i lugubri preparativi, apparve di una tranquillità stoica.
    Nel silenzio tragico il condannato con la sua voce giovanile e serena, cantava patriottiche canzoni, mentre la soldatesca croata, sghignazzando lo insultava.
    Gli ufficiali del reggimento Arciduca Alberto, che doveva presenziare l'esecuzione, chiesero telegraficamente all'imperatore la grazia. Non ebbero alcuna risposta, e alle 6 si fece vestire a Guglielmo, l'assisa del reggimento Weber; venne visitato dal medico militare e dal cappellano, ma avendogli mandato i suoi carnefici un prete slavo, e non un italiano, egli, contro la sua volontà, rifiutò i sacramenti.
    Alle 6,45 il boia giudicò di essere in grado di compiere il tremendo ufficio, e Oberdan fu fatto incamminare verso il luogo del supplizio.
    Nel cortilaccio umido e nero, regnavano ancora le tenebre, lugubremente rischiarate qua e là dalla rossa luce fumosa delle lanterne dei carcerieri: nell'oscurità brillavano le punte delle baionette e si profilava sinistramente il braccio della forca.
    Guglielmo, vi fissò lo sguardo e mosse a quella volta con passo sicuro. Appiè del patibolo, toltasi rapidamente la tunica militare, la gettò in terra, e ponendovi sopra i piedi con disdegno, salì sul palco, esclamando con voce ferma:
    – Muoio contento, perché spero che la mia morte, gioverà a riunire la mia cara Trieste alla madre patria.–
    L'auditore militare, gl'impose di tacere, ordinò ai tamburi di coprirne col rullo la voce, e ingiunse al carnefice di sbrigarsi.
    Guglielmo era a capo scoperto, con il petto mezzo ignudo; senza opporre alcuna resistenza, porse egli stesso le mani incrociate per farsele legare con uno spago, e col capestro intorno al collo, volle ancora gridare per l'ultima volta:
    Viva Trieste libera! Viva l'Italia! Viva l'It...
    Quel grido, convulsamente lacerato dalla stretta implacabile, doveva poi ripercuotersi nell'anima e sulle labbra di tutto un popolo.
    Alle 7 in punto il laccio omicida, spense la voce e la vita.
    La tragedia infame era compiuta!
    Guglielmo Oberdan fu assassinato!


    L'apoteosi.

    O Guglielmo Oberdan, la tua spoglia mortale fu calata nella fredda fossa, allorché l'amar la patria fu sacrilegio degno di carcere e di forca.
    O glorioso martire, la tua odiata salma, la fossa inonorata e senza croce fu calpestata dagli Austriaci, che come iene e sciacalli su di essa gavazzarono, e non fu visitata da persona amica, perché proibito era il venerarla, l'onorarla.
    Il tuo culto, o Guglielmo Oberdan, nei tempi passati doveva essere serbato con geloso amore, cautamente, tacitamente, affinché l'aquila grifagna che con potenti rostri dominava e con occhi di lince e d'Argo sorvegliava, non mietesse nuove vittime.
    Che rimase a noi, evocando dalla tua tomba o Guglielmo Oberdan, amico del cuore, fratello in Italia, maestro d'indomita virtù, contro lo straniero servaggio?
    Che rimase? Rimase in noi ancor più saldo e più forte il grande sentimento patrio, quel sentimento che con la saggezza e il sacrificio ci ha portato finalmente alla nostra completa redenzione.
    Che rimase? Oh! non in tutto moristi, se i tuoi avanzi immortali di vita incontaminata e sublime, parlarono da quel dì nel loro silenzio, il linguaggio potentissimo dell'esempio e della vendetta.
    Non in tutto moristi se il ricordo delle tue torture sarà legge ai superstiti, che, come la religione cessò di avere i suoi martiri, debba così la politica rinunciare ovunque alle sue vittime.
    Assai, finalmente, ne rimase di te, se la prece della suprema tua agonia, franto il duro giudizio di Lassù, fu auspicio di un'era novella a Italia; sicché, se l'antica Roma onnipotè nel nome del dio Marte, splenda questa seconda imperitura sotto l'ali della dea Concordia.
    Tu, o Guglielmo Oberdan, che ruzzolasti esanime dal palco del boia, giganteggi fra tutti i martiri, tu che hai sperato, che hai creduto, che volesti la tua sorte fosse di incitamento alla guerra liberatrice, fosti inteso ed esaudito.
    Dopo il tuo martirio, la forca austriaca ha proseguito nell'ufficio nefando, mentre l'Italia tutta ha affermato la sua volontà, la sua forza; tutta Italia, senza distinzione di parti e di fedi, ha bagnato di lacrime e inghirlandato di fiori l'ara del martirio, e se la poesia individuale, la poesia della parola, tacque sopraffatta dalla solennità degli eventi, il nostro popolo, divenuto esercito, intuonò al rombo delle artiglierie, un poema epico, i canti del quale furono intitolati: Trento e Trieste.
    Cinquecentomila giovani fecero della loro vita, olocausto alla Patria; cinquecentomila giovani, gettarono la vita nell'apoteosi della gloria o nel silenzio del sacrificio ignorato, per unire alla Patria la tua Trieste, ed il 4 Novembre 1918, l'Italia nostra coronava con la pace la sua più grande impresa che la storia ricordi, e che, costituisce certo una delle pietre miliari, verso quella suprema mèta gloriosa a cui i Fati la chiamarono.
    O Guglielmo Oberdan! La tua vita è una storia, i tuoi giorni di carcere sono l'epopea più gloriosa che l'Italia grande e forte, innalzata al grado delle maggiori potenze del mondo, potrà cantare. Dalla tua sacra tomba, emanerà una luce gloriosa, la luce del sacrificio e del martirio, e per noi sarai un monito continuo col tuo eloquente silenzio.
    O Guglielmo Oberdan; i nostri santi, ritti sull'Alpe, additano sul mare i termini sacri alla Patria che avevi profetizzato.
    In nome di tutti gli eroi caduti sulle Alpi, o che le onde ricoprono, o che ancora portano impressi nelle loro membra i segni del proprio valore; in nome di tutte le anime che hanno sofferto e pianto, o Guglielmo Oberdan, sorgi a benedire il sacrificio immane della madre tua e di tutte le madri santificate dal più alto martirio!


    Testamento politico di
    Guglielmo Oberdan.

    Ai fratelli italiani,

    Vado a compiere un atto solenne e importante.
    Solenne, perché mi dispongo al sacrificio; importante, perché darà i suoi frutti.
    È necessario che atti simili scuotano dal vergognoso torpore l'animo dei giovani – liberi e non liberi –.
    Già da troppo tempo tacciano i sentimenti generosi, già da troppo tempo si china vilmente la fronte ad ogni specie d'insulto straniero. I figli dimenticano i padri il nome italiano minaccia di diventar sinonimo di vile o d'indifferente.
    No, non possono morire così gl'istinti generosi!
    Sono assopiti, e si ridesteranno.
    Al primo allarme correranno i giovani d'Italia – correranno coi nomi dei nostri Grandi sul labbro – a cacciare per sempre da Trieste e da Trento l'odiato straniero che da tanto tempo ci minaccia e ci opprime. Oh, potesse questo mio atto condurre l'Italia a guerra contro il nemico! Alla guerra, sola salvezza, solo argine che possa arrestare il disfacimento morale, sempre crescente della gioventù nostra.
    Alla guerra, giovani, finché siamo ancora in tempo di cancellare la vergogna della presente generazione, combattendo da leoni.
    Fuori lo straniero: E vincitori e forti ancora del grande amore della patria vera, ci accingeremo a combattere altre battaglie, a vincere per la vera idea, per quella che ha spinto mai sempre gli animi forti alle cruenti iniziative, per l'idea repubblicana.
    Prima indipendenti, poi liberi.
    Fratelli d'Italia! Vendicate Trieste e vendicatevi!
    Settembre 1882.
    GUGLIELMO OBERDAN.

    Ecco la cinica orribile sentenza di morte che disonorava per sempre la brutale Austria:

    «L'I. R. Tribunale militare supremo, in seguito alla revisione praticata d'ufficio degli atti inquisizionali costrutti dal Tribunale di guarnigione in Trieste contro il soldato di infanteria sotto indicato, ha trovato di giudicare Guglielmo Oberdan nativo di Trieste nel Litorale, anni 24, cattolico, celibe, soldato di infanteria, che prestò giuramento in base agli articoli di guerra e appartiene al reggimento di infanteria barone Weber n. 22, in seguito alla sua confessione è stato comprovato dalla risultanza dei fatti che egli nel 16 luglio 1882, avendo lasciato tutti gli effetti appartenenti all'Erario, fuggì infrangendo il prestato giuramento, dalla stazione di Trieste: che egli nel 16 Settembre 1882 oltrepassò il confine Austro-Italiano per recarsi a Trieste onde obbedire ad un incarico avuto dal Comitato della gioventù di Trieste libera: attentare nel 17 settembre 1882 in quella città alla vita di S. M. i. r. Apostolica mediante esplosione di due bombe, e con ciò aprire la strada affinché Trieste venisse staccata dal vincolo unitario dello Stato: che egli però nel 16 settembre, venne arrestato coll'aiuto di tre civili ed un gendarme al quale egli si oppose con un'arma omicida e ferì mediante un colpo di revolver, e venne trovato in possesso di un revolver e di due proiettili che dovevansi considerare come armi proibite.»
    «Esso quindi per il delitto di lesa Maestà, di opposizione contro una guardia militare, nonché pel crimine di diserzione in tempo di pace e per la contravvenzione alla patente di porto d'arme, in conformità a paragrafo 335, lettera B 97 e 45 lettera A, del Codice penale militare unitamente alla espulsione della i. r. armata, deve venire condannato alla morte mediante capestro, ai sensi dei paragrafi 208 lettera D, del Codice penale militare, paragrafo 36 della patente porto d'armi 24 Ottobre 1852, con la perdita delle armi, viene obbligato al pagamento delle taglie di fiorini 24 spettanti in parti uguali alle cinque persone che lo arrestarono.»
    «Dall'i. r. Tribunale militare supremo, Vienna, 4 Novembre 1882»
    f. KNEBEL m. p. luogotenente
    feld maresciallo

    Protocollo di Sepoltura dei Defunti appartenenti al Corpo militare.




    «No. Guglielmo Oberdan non è un condannato.
    Egli è un confessore ed un martire della Religione della Patria.»
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    «A giorni migliori – e verranno, e la bandiera d'Italia sarà piantata su 'l grande arsenale e su i colli di San Giusto –, a giorni migliori, l'apoteosi.
    Ora silenzio.»
    GIOSUÈ CARDUCCI.

  9. #9
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    grazie caro amico Oberdan

    Ho fato un copia incolla e lo leggerò con calma, l'ho salvato come documento storico da leggere in classe.....mi sarà utile.
    Ciao

    scusami , sono passate da poco le 24 ed è già sabato, ma non ho resistito a leggere il tuo libercolo..........molto bello!
    Ho voluto editare per dirtelo....grazie ancora, l'edizione non sarebe stata di facile reperibilità nelle librerie.
    Buona notte Oberdan e viva l'Italia!

  10. #10
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    Buona notte a te cara Penelope.

    Il libro io l'ho trovato su internet ed anzi in libreria, su Oberdan, ho trovato ben poco!

    Debbo dire che Trieste sta riscoprendo negli ultimi anni questo nostro eroe.

    w l'Italia

 

 
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