Citazione:
Originally posted by giovanna
Non amo il copia incolla, ma questo Merlo voglio riportarlo.
Pannella,
di FRANCESCO MERLO
Accovacciato su una seggiola bianca davanti a Montecitorio, il gran corpo estenuato, Marco Pannella, che non mangia da una settimana e non beve da tre giorni, riesce tuttavia a godersi l’aria primaverile, quel non so che della natura che oggi gli sembra persino commovente. Lo sciopero della sete, che fu coraggiosa tecnica di lotta e di comunicazione radicali, poco più di un cartellone pubblicitario o un tazebao o un megafono, poco più di un girotondo, questa volta per lui è immediatamente un pericolo mortale, al punto che l’illustre clinico, il professor Santini, lo definisce «una follia», dice che «il rischio di vita è subito molto alto», e insomma spiega che Pannella sta navigando attorno al punto di non ritorno, sta sfidando la comare secca, come conferma lo stesso Pannella che ammette di percepire «la sismicità costante» del proprio cervello, quando anche i pensieri diventano «campi flegrei». Davvero, dunque, sembra letteratura questo Pannella, che sfrutta tutta la vitalità che gli è concessa dal digiuno di cibo e di acqua, che assapora il sole pomeridiano di Roma mentre rischia la vita per la Corte Costituzionale, la stessa Corte che pure da anni egli chiama «la somma cupola della partitocrazia». Davvero questo Pannella è come un personaggio di Pirandello o forse di Camus, così assurdo e al tempo stesso così straniero all’assurdo italiano, un settantaduenne alla frontiera di se stesso, un leader che non ha mai creduto al sacrificio, che anzi da sempre ripete che «lo spirito di sacrificio, l’etica e l’etichetta del sacrificio non sono per me», ma che tuttavia ora davvero sembra destinato al sacrificio, perché ogni suo sciopero della fame e della sete troppo sinistramente ormai somiglia allo sciopero della vita, all’autoesilio dalla vita, e Pannella, stanco e malato, è reso a se stesso ma fuori da se stesso.
Tanto più dunque sembra inventata da un autore diabolico, da uno scrittore sulfureo questa Italia che, nell’indifferenza generale, fa tranquillamente a meno della Corte costituzionale, perché il Parlamento, dal novembre del duemila, non trova l’accordo sui due giudici da eleggere, due nomi, dicasi due: uno per parte, come impone la partitocrazia del Cencelli. Con l’inutile votazione di ieri sera, sono ben dieci le sedute congiunte di Camera e Senato che sono andate a vuoto, e in un anno e mezzo nessuno ha convinto o costretto il Parlamento a riunirsi a oltranza, neppure l’autorità morale del presidente Ciampi, neppure la decenza. E neppure Marco Pannella c’è sinora riuscito, nonostante il presidente della Camera Pierferdinando Casini gli abbia promesso, ancora ieri pomeriggio, di convocare una seduta fiume, di condannare la politica ai lavori forzati, di costringere i parlamentari a eleggere, magari per sfinimento, i due giudici costituzionali.
Forse una legge, in simili casi di emergenza istituzionale, dovrebbe rendere automatiche le sedute a oltranza del Parlamento. Ma forse un’altra legge di questa repubblica, magari non scritta, magari una legge etica, magari una legge di pragmatica furbizia, dovrebbe proteggere come un bene pubblico l’ormai fragile corpo di Pannella, quel corpo radicale che tutti i presidenti della Corte costituzionale, da Bonifacio all’attuale Ruperto, da Casavola a Baldassarre, hanno pubblicamente ringraziato, e proprio in nome di un altro vecchio principio tipicamente pannelliano: «Ci sono troppe splendide cose che potremmo fare con il nemico per pensare di eliminarlo». E’ necessario insomma impedire a Pannella di mettere a rischio la propria vita, e affidarlo magari a una commissione, a una qualche speciale Authority che gli impedisca di fare come quei cinesi che, secondo Hegel, usavano il suicidio come un omicidio autoinflitto ma imputabile ai vicini di casa, alla società, al potere.
Ma come tenere a bada le ragioni di Pannella, la sua tenacia radicale? Basterebbe, ci pare, riconoscergli, prima del digiuno o dello sciopero della sete, quel ruolo e quei diritti, quel credito e quell’autorevolezza che merita ma che regolarmente ottiene solo dopo un digiuno, solo grazie a uno sciopero della sete.
Proprio perché la minaccia, il ricatto di Pannella hanno sempre un evidente e robusto fondamento democratico e stanno, anche questa volta, nonostante tutto funzionando; proprio perché il presidente della Camera Casini ha promesso ma non ha mantenuto quella seduta fiume che Pannella pretende per tutti noi, per lo spirito democratico, per il buon senso e per il rispetto dovuto alle istituzioni; proprio quest’estremo, sciopero della sete dimostra insomma che Pannella, il quale ormai vive blindato nella solitudine radicale, è di nuovo lo scandalo italiano; al contrario della parabola evangelica, Pannella è il sacerdote delle istituzioni che i mercanti hanno cacciato dal tempio; è la prova vivente che, tra i tanti rischi di degenerazione della democrazia italiana, la partitocrazia è ancora il più pericoloso, perché è il meno visibile e il più ricco di giustificazioni. E’ la trappola mortale per un uomo solo, al sole distratto di Roma.
Corriere della Sera 18/04/2002
P.S. Mariarita, in neretto non trovi esattamente i punti di cui discutevamo?
Il resto dell'articolo per me è pura poesia, ma magari (o magari no) sono affetta da una sorta di miopia affettiva che credo mi perdonerete.
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