Credere, obbedire, occupare
di Antonio Padellaro
Non siamo d’accordo con chi sostiene essere Umberto Bossi il maggior beneficiario delle nomine Rai mentre Fini sarebbe il grande sconfitto nella grande spartizione della destra. Attraverso il suo uomo di fiducia, Marano, il capo leghista potrà anche infliggere robuste dosi di federalismo padano e polenta ai disgraziati utenti della seconda rete che, tuttavia, hanno sempre il telecomando per sfuggire a un incubo del genere. Non ci appassiona neppure il caso Magliaro, dal nome dell’ex portavoce di Almirante trombato all’ultimo momento, uno che almeno l’ha sempre pensata allo stesso modo. Vorrà dire che i gerarchi di Fini avranno mano libera sulla radiofonia, dove già si preannuncia la distruzione di quel piccolo gioiello che è Radio Tre. Come sempre è avvenuto nella storia delle poltrone Rai, alcuni dei direttori prescelti dal Cda sono dei buoni professionisti, e in altri casi si tratta di modesti riciclati dalla politica. Tra i promossi c’è anche la sorella di un segretario di partito, ma la difesa della famiglia, si sa, è un punto decisivo del programma di governo.
Non perdiamoci dietro ai piccoli, servili traffici di potere e alla comprensibile baldoria dei nuovi padroncini del vapore «Bossi, Tremonti, Maroni, Brancher che al ristorante romano “Due Ladroni” festeggiano il nuovo direttore di Rai Due» («La Stampa»). No, la vera novità mondiale è che da ieri il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi controlla il 90 per cento dell’informazione televisiva con 5 reti su 6. Davanti a un’anomalia senza precedenti nella storia delle democrazie e della decenza, il leader dell’opposizione Rutelli ha annunciato iniziative in Europa e il coinvolgimento del presidente Ciampi.
Ma la Rai di Berlusconi è ormai una munita fortezza edificata attorno a robuste colonne portanti. Lui ha il presidente Baldassarre, il giurista di fiducia che aveva già scelto a dicembre. Ha il direttore generale Saccà, che alla vigilia della nomina ha dovuto umiliarsi e baciare la sacra pantofola dichiarandosi fedele elettore di Forza Italia, insieme con i congiunti. Ha il direttore del Tg1 Mimun, che non ha mai nascosto le sue preferenze politiche. Ha il capo di Rai Uno, Del Noce, che ha un fresco passato parlamentare nel partito del cavaliere. Suo, sull’altro lato della strada, è il palazzo Mediaset i cui direttori devono aver capito l’aria che tira visto che, all’unisono, si sono dissociati dallo sciopero generale e dai loro colleghi. Contro una così formidabile struttura, cosa potrà fare l’Europa se non prendere atto che l’Italia va ormai assimilata a quei simpatici villaggi equatoriali dove il capotribù è anche stregone e proprietario del negozio di alimentari, oltre che presidente della locale squadra di calcio?
Dopo l’avvenuto sequestro del servizio pubblico, scordiamoci Biagi in prima serata e prepariamoci all’esodo dei vari Santoro e Fazio verso la derelitta Rai Tre, una rete priva di risorse economiche e che perciò è stata regalata all’opposizione. Quanto all’Ulivo, continua a pagare con interessi stratosferici l’imperdonabile errore del non aver risolto, quando era al governo, il conflitto d’interessi di Berlusconi. Paga anche le sue divisioni, le sue incertezze, e le sue ingenuità. Fu la Rai dell’Ulivo, non dimentichiamolo, a coccolare le ambizioni di Saccà e a regalare a Vespa tutto lo spazio che voleva. In quello spazio si è creata la cultura della nuova Rai.




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