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    Identità europee e questione religiosa

    Di Stefano Vaj - Altri Testi - 26/05/2009

    «Un alpinista decide di affrontare in solitario una difficile scalata. Nel corso dell'ascensione, mette un piede in fallo e cade, restando sospeso alla fune di sicurezza su un precipizio. Troppo stanco per tentare di issarsi sino ad un punto di appoggio, comincia a gridare "Ehi, non c'è nessuno che possa aiutarmi?". Dopo qualche ora di simili invocazioni, le nubi improvvisamente si aprono, appare una colomba, e una voce rimbombante dal cielo annuncia: "Abbandona ogni paura, figlio mio. Prendi il tuo coltello, taglia la corda, ed io ti aiuterò". L'alpinista prende il coltello, sta per tagliare la corda, poi si arresta, ci pensa un attimo e comincia a gridare "Ehi, non c'è nessun altro che possa aiutarmi?"»

    [Tradizionale storiella alpina]


    La questione religiosa nasce per i movimenti identitari in Insubria ed altre regioni europee dalla tentazione di giocare sulle rivalità del campo monoteista per tentare di rafforzare l'opposizione ai fenomeni di deculturazione ed invasione in atto, in particolare di matrice islamica.

    Esiste beninteso anche una componente di tali movimenti più legata in buona fede all'immaginario cristiano, sulla base di un istintivo rispetto, tutto sommato sano, per ciò che pensavano (o credevano di pensare) i nostri nonni e bisnonni. Tale atteggiamento, per quanto comprensibile e in generale positivo, non è però in questo campo seriamente giustificabile se non su un piano meramente psicologico. Una volta ammesso che vada benissimo una religiosità di importazione, di origine medio-orientale, affermatasi nelle nostre terre tramite l'imposizione centralista, l'intrigo, la repressione, la propaganda, la colonizzazione culturale, la conversione forzata, quali ragioni restano esattamente per opporsi alla islamizzazione oggi paventata? Le stesse motivazioni che inducono oggi taluni a identificarsi con la "tradizione cristiana" minacciata dall'Islam potrebbero facilmente giustificare in meno di un secolo una difesa della "antica tradizione musulmana dell'Insubria", eventualmente divenuta nel frattempo dominante, dal "pernicioso influsso", che so, del buddhismo praticato da immigrati asiatici. Anzi, dato che chi si rinchiude in una prospettiva cristiana addirittura è probabile guardi retrospettivamente con favore ai maneggi ambrosiani o all'Editto di Teodosio a danno dei nostri culti autoctoni, non esistono ragioni evidenti per cui la conversione all'Islam non possa addirittura rappresentare una scelta immediata, senza alcun bisogno di attendere che l'immigrazione, le conversioni e/o il declino demografico delle popolazioni insubri lo rendano socialmente dominante.

    Ciò detto, resta però ancora da vedere se, ed in che misura, una battaglia identitaria possa oggi giovarsi da un punto di vista pratico di richiamì cristiani o giudeocristiani, in funzione appunto anti-islamica, e più in generale ai fini del proprio successo. La risposta è semplice: non può.

    Il primo limite di un siffatto richiamo è il suo aspetto apertamente strumentale - simile a quello dell'estrema destra francese dalla Vandea alla Restaurazione sino agli anni trenta - fondato sull'idea di un "cristianesimo sociologico" alla Charles Maurras che sarebbe veicolo di un rifiuto tradizionalista dell'alienazione moderna, in vista di una conservazione dei costumi e delle mentalità che si presumevano radicate nelle campagne. Ora, qualsiasi cosa si possa pensare della validità per l'epoca di tali teorie, nel frattempo lo scenario è cambiato, e la secolarizzazione di cui l'Occidente cristiano è stato oggetto - attraverso uno sviluppo consequenziale e del tutto autonomo dei suoi principi, indipendentemente dalla (inesistente) concorrenza di altre religioni - ha semplicemente spazzato via tutto ciò; al punto che il cristianesimo religioso si è ridato una identità di minoranza militante ed ha cessato del tutto di essere un substrato implicito della cultura dominante (tale funzione è oggi adempiuta dalla religione dei diritti dell'uomo e della political correctness, di cui il cristianesimo religioso appare solo una variante più o meno arretrata e folcloristica). Ciò ha reso il tentativo di cavalcare la "appartenenza cristiana" da parte identitaria da un lato inutile (perché questa è divenuta solo una tra le tante tendenze della cultura dominante, non particolarmente strategica né nel bene né nel male), dall'altro impossibile, perché il cristianesimo organizzato, cessando di essere "scontato", ha ripreso piena coscienza di sé ed a sua volta non si identifica più affatto – se mai lo ha fatto - con il destino o la cultura di alcuni popoli, ma unicamente con i suoi propri progetti ed interessi storici. Le forme che prendono oggi gli stessi effimeri e superficiali successi della religiosità spettacolarizzata dei "Papa-boys" ben mostrano come in particolare il cattolicesimo abbia cessato di rappresentare il background implicito attorno cui ruotava la vita delle nostre comunità, e si sia trasformato in una grossa setta che si rivolge prioritariamente ad ambienti e settori precisi della società – del resto senza poter rimediare in alcun modo ai suoi seminari deserti, se non appunto ricorrendo a "risorse umane" immigrate.

    Ciò porta ad introdurre un altro aspetto. Il luteranesimo, l'ortodossia e l'Islam stesso sono certamente confessioni e religioni universaliste, che si ritengono portatrici di una Verità unica ed assoluta e che rifiutano in linea di principio l'ammissibilità e la stessa esistenza di alternative etnicamente e culturalmente fondate. Ciò è altrettanto vero per l'ebraismo. D'altronde, tutte queste forme religiose hanno potuto funzionare anche come religioni identitarie, sia pure a fini limitati e a prezzo di un'incoerenza teologica di fondo. L'Islam, fondamentalmente, è una religione araba, fondata da un profeta arabo, i cui destini si sono in larga parte identificati storicamente con quelli della nazione araba (anche se turchi o iraniani finiranno per assumerne in alcune fasi la leadership, ed anche se l'Indonesia conta oggi più musulmani dell'intero medio-oriente). La sua espansione è stata storicamente affidata alle conquiste militari, o almeno all'espansione politica e demografica dei popoli già credenti: l'idea di missionari musulmani inviati a convertire i singoli individui in paesi infedeli resta sostanzialmente inconcepibile. Le sue scritture sacre sono in arabo, e l'arabo rappresenta la lingua in cui Dio le ha dettate parola per parola, al punto che non ne è realmente accettabile la traduzione in alcuna altra lingua. Si confronti tutto ciò con il latino, lingua veicolare assunta casualmente dai cristiani ed altrettanto casualmente abbandonata senza problemi in meno di una generazione, a favore delle lingue degli Stati-nazione ed oggi progressivamente dell'inglese!

    Rispetto a tutto ciò, giova notare che dell'unica forma di cristianesimo che conosce una presenza socialmente significativa nel nostro paese, che è poi quello amministrato e proclamato dalla Chiesa romana, la cattolicità costituisce al contrario la caratteristica qualificante stessa, cosa di cui la medesima chiesa non fa alcun mistero. In effetti, se il cosmopolitismo ebraico del periodo dopo la dispersione è temperato dal noto e peculiare particolarismo etno-religioso che separa il Popolo Eletto dal resto degli uomini sino alla Venuta, è facile comprendere la differenza che ha fatto la riforma paolina quando tira le conseguenze dell'idea che la Venuta abbia già avuto luogo; e sotto questo profilo i cattolici sembrano i più conseguenti tra le confessioni cristiane. La Chiesa può benissimo occasionalmente concludere patti costantiniani, carolingi, borbonici od occidentalisti (ad esempio durante la prima e seconda guerra mondiale o la guerra fredda), ma in ultima analisi la sua vera missione sulla terra è l'affermazione di un concetto unitario ed individualista di umanità che costituisce ormai un unico popolo, il "popolo di Dio", ed esorcizzi per sempre la tentazione stessa delle comunità storiche di erigersi quale sovrane dei propri destini e misura dei cittadini che ne fanno parte.

    Del resto, nell'equazione "date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio", resta perfettamente chiaro che ciò che è di Cesare, del Kaiser o dello Zar non è altro che una funzione subordinata e puramente amministrativa, finalizzata alla gestione di una "zona" tenuta a restare all'interno di un sistema unico di valori che trascende del tutto il Volkgeist, la volontà, lo spirito e la natura delle popolazioni che in essa più o meno casualmente si trovano a risiedere. Anzi, la funzione specifica della "cristianissima maestà" incarnata nel sovrano politico, autocratico o democratico poco importa, è esattamente quella di assimilare e reprimere le possibili tendenze centrifughe, autonomiste, identitarie in senso forte che nella sua zona di competenza possano manifestarsi. Non a caso, da Richelieu alla Conferenza Episcopale Italiana dell'epoca contemporanea, la chiesa non ha mai mancato di offrire a tal fine i propri servigi in vista del costante rafforzamento del governo burocratico-centralista contro le autonomie regionali e cittadine, in attesa ed in vista del loro riassorbimento nel sistema di potere globale prefigurato dalla Chiesa medesima, e oggi dalle organizzazioni internazionali ufficiali ed ufficiose che ne hanno alla fine laicizzato gli ideali. Così come la Chiesa non ha mai mancato per tutta la sua storia, da Giuliano al nostro secolo, di opporsi a qualsiasi velleità "ghibellina" capace di sfociare nell'affermazione etnocentrica di appartenenze locali e/o imperiali in senso proprio; cosa che rappresenta la vera minaccia non solo, come è ovvio, per il potere clericale; ma più radicalmente per gli stessi ideali ultimi di cui il cattolicesimo è giunto a riconoscere pienamente come i suoi: l'egualitarismo, la fine della storia, l'individualismo, il mondialismo, l'interpretazione del multiculturalismo come una punizione divina secondo quanto rappresentato dal mito della Torre di Babele.

    La verità però è che il Dio cristiano, secondo il monito di Nietzsche, è morto e stramorto, anche se qualcuno non se ne è accorto. Nella sua foga di scacciare il sacro dal mondo, Jahvé - per coerenza, o per paura di diventare davvero un dio in senso europeo - si è alla fine suicidato. Resta al più la sensazione di un "supplemento d'anima" che qualche cristiano ricava da un sentimentalismo generico, che non ha nulla a che fare con una genuina solidarietà comunitaria, e che giova al più per titillare di quando in quando la sua sensibilità decadente sulla sorte dei bambini del Biafra o del Bangladesh anziché sui quella dei cuccioli di foca in Groenlandia; ma questa è in fondo moneta corrente anche nell'umanismo "laico". Certo, non è che in astratto non sia possibile "ritornare indietro", oppure fare finta di niente, e comunque il cristianesimo religioso resterà una forza attiva ed organizzata ancora per decenni e forse secoli. La questione è che ormai "sappiamo come va a finire": il nichilismo è scritto nei suoi geni, e il suo sbocco finale, se anche fosse possibile ritornare all'anno mille, resterebbe sempre la secolarizzazione, il materialismo, il cosmopolitismo, l'universalismo pratico che inevitabilmente discende dal suo universalismo teorico. Agitare il cadavere del "dio" giudeocristiano n processione, quando è il suo fantasma - interiorizzato nelle ideologie secolari e nella loro sintesi finale del "sistema per uccidere i popoli" che oggi domina il pianeta - la fonte dei nostri problemi, non può così certo rappresentarne la soluzione.

    Tutto ciò, come già notato, ha però un interesse essenzialmente storico. Se in un certo senso, la mentalità ed i valori giudeocristiani raggiungono proprio nel nostro tempo la loro massima egemonia ed interiorizzazione, ciò corrisponde d'altronde ad una acquisita irrilevanza del cristianesimo religioso, che continua ad animare importanti centri di potere ed a pesare attraverso le sue strutture organizzative e propagandistiche sulla vita sociale e politica dei paesi europei, ma che non è più essenziale, è divenuto una componente come le altre, e non è più neppure seriamente combattuto da nessuna delle ideologie politiche cui la sua secolarizzazione ha dato vita. Questa fa tutta la differenza con quello che l'Islam malgrado tutto rappresenta ancora per chi si muove nella relativa sfera, e spiega come almeno in Europa l'idea oggi di un rinnovato "fondamentalismo cristiano" finisca per apparire una forzatura, una scimmiottatura, e qualcosa di in fin dei conti ridicolo. Quanti tra gli identitari che gridano per il mantenimento del crocefisso nelle aule scolastiche sono seriamente influenzati nei loro costumi sessuali dalla dottrina della Chiesa o pronti a porgere l'altra guancia a chi li invade? Crediamo davvero pochini (e per fortuna, aggiungeremmo). Eppure sesso e "violenza", temi cari alla morale borghese prima ancora che a quella cristiana, paiono ormai rappresentare gli unici temi residui su cui definire una "appartenenza" cattolica – in modo abbastanza curioso per ciò che riguarda il secondo, stante la ricca eredità di roghi, etnocidi e "guerre giuste" di cui questa è titolare. A maggior ragione, chi ha anche solo considerato per un attimo l'idea, per meglio combattere l'Islam con la testimonianza personale, di adottare i consigli evangelici di "povertà, castità, obbedienza", o di partire ad evangelizzare nuove terre?

    In ogni modo, come è sempre Nietzsche ad insegnarci, l'«avvenire appartiene a chi saprà avere la memoria più lunga». Nel momento in cui anche attraverso lo sradicamento etnoculturale e la colonizzazione di ripopolamento l'attacco alla nostra identità - ed alla nostra stessa sopravvivenza come popoli - si fa più grave e radicale, tanto più profonde devono essere le consapevolezze, e le radici da cui trarre risorse per una possibile difesa – per definire le ragioni stesse di tale difesa. E qui bisogna essere estremamente chiari. L'immigrato musulmano non cessa di essere un problema nel momento in cui si converte – conversione che è del resto infinitamente più probabile si verifichi a favore del fiacco agnosticismo realmente praticato dalla maggioranza europea che a qualche improbabile forma di "tradizionalismo cattolico". La badante filippina o il vucumprà senegalese o lo spacciatore peruviano non giocano un ruolo davvero diverso per il fatto di essere "cristiani". Come capita poi che sono i campioni a stelle e striscie del preteso "scontro di civiltà" tra l'Islam e l'Occidente cristiano – e i loro tirapiedi dalle nostre parti – proprio quelli che sono prima intervenuti in Bosnia e poi hanno seppellito di bombe la Serbia occupando il Kosovo per consentire la creazione di una dorsale islamica in Europa, sino a promuovere oggi l'entrata della Turchia nell'Unione Europea?

    La domanda che va eternamente riproposta è invece questa: cos'è che rende tale un insubre o un padano (o un qualsiasi altro appartenente ad una comunità storica dotata di un destino)? Non il fatto di essere un vertebrato, caratteristica condivisa con conigli e coccodrilli. Non il fatto di aver subito qualche secolo di cristianesimo religioso, sorte comune agli etiopi ed agli uruguayani, e prima ancora ai... calabresi o ai ciociari. Ma il fatto di rivendicare, promuovere, sviluppare una diversità che non può essere definita altrimenti che mediante il richiamo ad una specificità fondante del loro essere, ad esempio, "insubri" o "padani", ovvero progenie di una particolare ed irripetibile famiglia indoeuropea i cui ingredienti genetici e culturali fondamentali sono da ricercare nell'eredità celtica, germanica e classica, e non altrove.

    Le conclusioni "religiose" di tutto ciò sono abbondantemente evidenti, e convergono con il crescente ampliamento e approfondimento delle conoscenze sul nostro passato più antico; e con l'emancipazione, che la modernità ha innegabilmente comportato, da un mito cristiano che nel suo secolarizzarsi non pare comunque più in grado, nel bene e nel male, di monopolizzare le coscienze. Di questo non è il caso di dolersi eccessivamente. I preti hanno dovuto attendere che gli ultimi elfi se ne andassero dalle nostre foreste per innalzarvi le loro croci (e poi le loro pire, per le "streghe" che ne perpetuassero sia pure distortamente il ricordo). Oggi, è proprio e solo l'esaurimento della "religiosità popolare" in un modo o nell'altro marcata dal giudeocristianesimo – benché spesso intrisa, almeno parzialmente, di tutt'altri e più positivi valori – che può aprire la strada, non solo al cattolicesimo neosettario, o al fascino che i musulmani possono comunque esercitare come persone che credono ancora al loro Dio e non sono pronti a rinnegarlo sull'altare dei diritti dell'uomo e del Moloch mercantilista, ma a richiami molto più solidamente fondati in chiave identitaria di quello cristiano. Richiami rispetto cui in fondo possono giocare un ruolo anche fenomeni pure ambigui e talora tra loro contraddittori come l'ecologia del profondo e il diverso senso "cosmico" dell'abitare il territorio di cui questa è portatrice, la valorizzazione delle valenze faustiane della tecnica moderna già annunciate da quel movimento squisitamente milanese che è stato il futurismo, la rinascita dell'interesse per i miti ancestrali e le sapienze locali mediata anche dalle correnti postmoderne piuttosto che New Age o no-global, la riscoperta e valorizzazione del folclore tradizionale, etc.

    In ogni modo, non si tratta certo di rimuovere il passato. Ora, il cristianesimo del nostro passato innegabilmente fa parte - così come il feudalesimo, l'assolutismo, le crociate, il rinascimento, la riforma, la controriforma, il romanticismo,il risorgimento, il fascismo, la resistenza, i cinquant'anni ed oltre di potere democristiano-americano che si prolungano ancora nell'attualità. Chi tenta di rimuovere il proprio passato, come diceva Santayana, è condannato a riviverlo (come puntualmente è successo ai cristiani con l'eterno ritorno del paganesimo europeo lungo tutta la loro storia). Si tratta piuttosto – una volta accettato che tutto ciò che si trova alle nostre spalle ha contribuito a farci essere ciò che siamo, e non altro, e che perciò almeno a tale limitato titolo della nostra identità fa innegabilmente parte - della prospettiva in cui tale passato debba essere visto. La Madonnina è destinata a continuare a rappresentare Milano anche nel cuore di quei milanesi che giungano a compiere una revisione critica e una selezione della complessa eredità anche religiosa di cui sono portatori, in un senso ben diverso da quello scontato sino a qualche secolo fa.

    Così, per gli identitari non si tratta certo di essere pre-cristiani, cosa oggi ovviamente tanto impossibile quanto ottenere un'iniziazione druidica o prendere ripetizioni di filosofia da Eraclito, ma post-cristiani; culturalmente "neopagani", se piace la parola, ma nella consapevolezza che il punto non è ovviamente quello di giocare a loro volta alla setta, ricercare conversioni, interferire con le personalissime credenze e retaggi di ognuno di noi e distribuire patenti di ortodossia, finendo così per scimmiottare le religioni monoteiste proprio là dove le si vuole combattere.

    In effetti, la vera differenza tra le religioni etniche e le religioni abramitiche, nota Daniel C. Dennet in Breaking the spell (2005), è che nel caso delle prime – almeno sino a che non si sono trovate confrontate con le seconde – i relativi fedeli non sanno neppure di praticare una religione, la vivono e basta. E in realtà il significato originario del termine "re-ligio" - che infatti non sino all'epoca constantiniana non era utilizzato per la "superstitio nova ac malefica" rappresentata dal cristianesimo - non ha nulla a che vedere con le discriminanti metafisico-fideistiche introdotte dal monoteismo, ed è semplicemente quello di "ciò che lega insieme" (i membri di una comunità politica ed etnoculturale), che ciò sia tra i Celti come nella polis greca o nello Shinto – rispetto a ciò che invece pretenderebbe di "scioglierli" per meglio riservare la loro fedeltà ad entità ed appartenenze di tipo universale ed astratto.

    In questo senso, il vero Kulturkampf – presupposto e culmine di qualsiasi battaglia politica – per la difesa e sviluppo della nostra identità rispetto alle alienazioni di oggi (e di ieri) passa essenzialmente non dalla promozione di una "dottrina religiosa" di qualsiasi tipo in senso moderno, ma dalla capacità di chi per essa lotta di sapersi porre sul piano, religioso in senso etimologico, del mito e del rito. Il mito, nel senso che a questo termine dà Giorgio Locchi, ovvero la rappresentazione che scegliamo di darci del nostro passato in funzione dell'avvenire che vogliamo crearci. Il rito, come evocazione e celebrazione di un'appartenenza che provochi una mobilitazione degli spiriti, e possa progressivamente cementare quella "nazionalizzazione delle masse" che rappresenta il presupposto necessario perché alle nazioni padane ed europee sia dato un nuovo destino all'altezza di ciò che sono state e che ancora potrebbero essere.

    Questa è la vera "questione religiosa" su cui merita di accentrarsi la nostra attenzione.


    Stefano Vaj


    http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=432
    Ultima modifica di L'Europeo; 12-09-09 alle 01:58

  2. #2
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    Predefinito Rif: Identità europee e questione religiosa

    Non ho mai apprezzato Vaj, ma alcuni suoi testi reperibili su "L'Uomo Libero" sono molto interessanti. E questo testo è uno di quelli.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Identità europee e questione religiosa

    Citazione Originariamente Scritto da L'Europeo Visualizza Messaggio
    Identità europee e questione religiosa

    Di Stefano Vaj - Altri Testi - 26/05/2009

    «Un alpinista decide di affrontare in solitario una difficile scalata. Nel corso dell'ascensione, mette un piede in fallo e cade, restando sospeso alla fune di sicurezza su un precipizio. Troppo stanco per tentare di issarsi sino ad un punto di appoggio, comincia a gridare "Ehi, non c'è nessuno che possa aiutarmi?". Dopo qualche ora di simili invocazioni, le nubi improvvisamente si aprono, appare una colomba, e una voce rimbombante dal cielo annuncia: "Abbandona ogni paura, figlio mio. Prendi il tuo coltello, taglia la corda, ed io ti aiuterò". L'alpinista prende il coltello, sta per tagliare la corda, poi si arresta, ci pensa un attimo e comincia a gridare "Ehi, non c'è nessun altro che possa aiutarmi?"»

    [Tradizionale storiella alpina]


    La questione religiosa nasce per i movimenti identitari in Insubria ed altre regioni europee dalla tentazione di giocare sulle rivalità del campo monoteista per tentare di rafforzare l'opposizione ai fenomeni di deculturazione ed invasione in atto, in particolare di matrice islamica.

    Esiste beninteso anche una componente di tali movimenti più legata in buona fede all'immaginario cristiano, sulla base di un istintivo rispetto, tutto sommato sano, per ciò che pensavano (o credevano di pensare) i nostri nonni e bisnonni. Tale atteggiamento, per quanto comprensibile e in generale positivo, non è però in questo campo seriamente giustificabile se non su un piano meramente psicologico. Una volta ammesso che vada benissimo una religiosità di importazione, di origine medio-orientale, affermatasi nelle nostre terre tramite l'imposizione centralista, l'intrigo, la repressione, la propaganda, la colonizzazione culturale, la conversione forzata, quali ragioni restano esattamente per opporsi alla islamizzazione oggi paventata? Le stesse motivazioni che inducono oggi taluni a identificarsi con la "tradizione cristiana" minacciata dall'Islam potrebbero facilmente giustificare in meno di un secolo una difesa della "antica tradizione musulmana dell'Insubria", eventualmente divenuta nel frattempo dominante, dal "pernicioso influsso", che so, del buddhismo praticato da immigrati asiatici. Anzi, dato che chi si rinchiude in una prospettiva cristiana addirittura è probabile guardi retrospettivamente con favore ai maneggi ambrosiani o all'Editto di Teodosio a danno dei nostri culti autoctoni, non esistono ragioni evidenti per cui la conversione all'Islam non possa addirittura rappresentare una scelta immediata, senza alcun bisogno di attendere che l'immigrazione, le conversioni e/o il declino demografico delle popolazioni insubri lo rendano socialmente dominante.

    Ciò detto, resta però ancora da vedere se, ed in che misura, una battaglia identitaria possa oggi giovarsi da un punto di vista pratico di richiamì cristiani o giudeocristiani, in funzione appunto anti-islamica, e più in generale ai fini del proprio successo. La risposta è semplice: non può.

    Il primo limite di un siffatto richiamo è il suo aspetto apertamente strumentale - simile a quello dell'estrema destra francese dalla Vandea alla Restaurazione sino agli anni trenta - fondato sull'idea di un "cristianesimo sociologico" alla Charles Maurras che sarebbe veicolo di un rifiuto tradizionalista dell'alienazione moderna, in vista di una conservazione dei costumi e delle mentalità che si presumevano radicate nelle campagne. Ora, qualsiasi cosa si possa pensare della validità per l'epoca di tali teorie, nel frattempo lo scenario è cambiato, e la secolarizzazione di cui l'Occidente cristiano è stato oggetto - attraverso uno sviluppo consequenziale e del tutto autonomo dei suoi principi, indipendentemente dalla (inesistente) concorrenza di altre religioni - ha semplicemente spazzato via tutto ciò; al punto che il cristianesimo religioso si è ridato una identità di minoranza militante ed ha cessato del tutto di essere un substrato implicito della cultura dominante (tale funzione è oggi adempiuta dalla religione dei diritti dell'uomo e della political correctness, di cui il cristianesimo religioso appare solo una variante più o meno arretrata e folcloristica). Ciò ha reso il tentativo di cavalcare la "appartenenza cristiana" da parte identitaria da un lato inutile (perché questa è divenuta solo una tra le tante tendenze della cultura dominante, non particolarmente strategica né nel bene né nel male), dall'altro impossibile, perché il cristianesimo organizzato, cessando di essere "scontato", ha ripreso piena coscienza di sé ed a sua volta non si identifica più affatto – se mai lo ha fatto - con il destino o la cultura di alcuni popoli, ma unicamente con i suoi propri progetti ed interessi storici. Le forme che prendono oggi gli stessi effimeri e superficiali successi della religiosità spettacolarizzata dei "Papa-boys" ben mostrano come in particolare il cattolicesimo abbia cessato di rappresentare il background implicito attorno cui ruotava la vita delle nostre comunità, e si sia trasformato in una grossa setta che si rivolge prioritariamente ad ambienti e settori precisi della società – del resto senza poter rimediare in alcun modo ai suoi seminari deserti, se non appunto ricorrendo a "risorse umane" immigrate.

    Ciò porta ad introdurre un altro aspetto. Il luteranesimo, l'ortodossia e l'Islam stesso sono certamente confessioni e religioni universaliste, che si ritengono portatrici di una Verità unica ed assoluta e che rifiutano in linea di principio l'ammissibilità e la stessa esistenza di alternative etnicamente e culturalmente fondate. Ciò è altrettanto vero per l'ebraismo. D'altronde, tutte queste forme religiose hanno potuto funzionare anche come religioni identitarie, sia pure a fini limitati e a prezzo di un'incoerenza teologica di fondo. L'Islam, fondamentalmente, è una religione araba, fondata da un profeta arabo, i cui destini si sono in larga parte identificati storicamente con quelli della nazione araba (anche se turchi o iraniani finiranno per assumerne in alcune fasi la leadership, ed anche se l'Indonesia conta oggi più musulmani dell'intero medio-oriente). La sua espansione è stata storicamente affidata alle conquiste militari, o almeno all'espansione politica e demografica dei popoli già credenti: l'idea di missionari musulmani inviati a convertire i singoli individui in paesi infedeli resta sostanzialmente inconcepibile. Le sue scritture sacre sono in arabo, e l'arabo rappresenta la lingua in cui Dio le ha dettate parola per parola, al punto che non ne è realmente accettabile la traduzione in alcuna altra lingua. Si confronti tutto ciò con il latino, lingua veicolare assunta casualmente dai cristiani ed altrettanto casualmente abbandonata senza problemi in meno di una generazione, a favore delle lingue degli Stati-nazione ed oggi progressivamente dell'inglese!

    Rispetto a tutto ciò, giova notare che dell'unica forma di cristianesimo che conosce una presenza socialmente significativa nel nostro paese, che è poi quello amministrato e proclamato dalla Chiesa romana, la cattolicità costituisce al contrario la caratteristica qualificante stessa, cosa di cui la medesima chiesa non fa alcun mistero. In effetti, se il cosmopolitismo ebraico del periodo dopo la dispersione è temperato dal noto e peculiare particolarismo etno-religioso che separa il Popolo Eletto dal resto degli uomini sino alla Venuta, è facile comprendere la differenza che ha fatto la riforma paolina quando tira le conseguenze dell'idea che la Venuta abbia già avuto luogo; e sotto questo profilo i cattolici sembrano i più conseguenti tra le confessioni cristiane. La Chiesa può benissimo occasionalmente concludere patti costantiniani, carolingi, borbonici od occidentalisti (ad esempio durante la prima e seconda guerra mondiale o la guerra fredda), ma in ultima analisi la sua vera missione sulla terra è l'affermazione di un concetto unitario ed individualista di umanità che costituisce ormai un unico popolo, il "popolo di Dio", ed esorcizzi per sempre la tentazione stessa delle comunità storiche di erigersi quale sovrane dei propri destini e misura dei cittadini che ne fanno parte.

    Del resto, nell'equazione "date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio", resta perfettamente chiaro che ciò che è di Cesare, del Kaiser o dello Zar non è altro che una funzione subordinata e puramente amministrativa, finalizzata alla gestione di una "zona" tenuta a restare all'interno di un sistema unico di valori che trascende del tutto il Volkgeist, la volontà, lo spirito e la natura delle popolazioni che in essa più o meno casualmente si trovano a risiedere. Anzi, la funzione specifica della "cristianissima maestà" incarnata nel sovrano politico, autocratico o democratico poco importa, è esattamente quella di assimilare e reprimere le possibili tendenze centrifughe, autonomiste, identitarie in senso forte che nella sua zona di competenza possano manifestarsi. Non a caso, da Richelieu alla Conferenza Episcopale Italiana dell'epoca contemporanea, la chiesa non ha mai mancato di offrire a tal fine i propri servigi in vista del costante rafforzamento del governo burocratico-centralista contro le autonomie regionali e cittadine, in attesa ed in vista del loro riassorbimento nel sistema di potere globale prefigurato dalla Chiesa medesima, e oggi dalle organizzazioni internazionali ufficiali ed ufficiose che ne hanno alla fine laicizzato gli ideali. Così come la Chiesa non ha mai mancato per tutta la sua storia, da Giuliano al nostro secolo, di opporsi a qualsiasi velleità "ghibellina" capace di sfociare nell'affermazione etnocentrica di appartenenze locali e/o imperiali in senso proprio; cosa che rappresenta la vera minaccia non solo, come è ovvio, per il potere clericale; ma più radicalmente per gli stessi ideali ultimi di cui il cattolicesimo è giunto a riconoscere pienamente come i suoi: l'egualitarismo, la fine della storia, l'individualismo, il mondialismo, l'interpretazione del multiculturalismo come una punizione divina secondo quanto rappresentato dal mito della Torre di Babele.

    La verità però è che il Dio cristiano, secondo il monito di Nietzsche, è morto e stramorto, anche se qualcuno non se ne è accorto. Nella sua foga di scacciare il sacro dal mondo, Jahvé - per coerenza, o per paura di diventare davvero un dio in senso europeo - si è alla fine suicidato. Resta al più la sensazione di un "supplemento d'anima" che qualche cristiano ricava da un sentimentalismo generico, che non ha nulla a che fare con una genuina solidarietà comunitaria, e che giova al più per titillare di quando in quando la sua sensibilità decadente sulla sorte dei bambini del Biafra o del Bangladesh anziché sui quella dei cuccioli di foca in Groenlandia; ma questa è in fondo moneta corrente anche nell'umanismo "laico". Certo, non è che in astratto non sia possibile "ritornare indietro", oppure fare finta di niente, e comunque il cristianesimo religioso resterà una forza attiva ed organizzata ancora per decenni e forse secoli. La questione è che ormai "sappiamo come va a finire": il nichilismo è scritto nei suoi geni, e il suo sbocco finale, se anche fosse possibile ritornare all'anno mille, resterebbe sempre la secolarizzazione, il materialismo, il cosmopolitismo, l'universalismo pratico che inevitabilmente discende dal suo universalismo teorico. Agitare il cadavere del "dio" giudeocristiano n processione, quando è il suo fantasma - interiorizzato nelle ideologie secolari e nella loro sintesi finale del "sistema per uccidere i popoli" che oggi domina il pianeta - la fonte dei nostri problemi, non può così certo rappresentarne la soluzione.

    Tutto ciò, come già notato, ha però un interesse essenzialmente storico. Se in un certo senso, la mentalità ed i valori giudeocristiani raggiungono proprio nel nostro tempo la loro massima egemonia ed interiorizzazione, ciò corrisponde d'altronde ad una acquisita irrilevanza del cristianesimo religioso, che continua ad animare importanti centri di potere ed a pesare attraverso le sue strutture organizzative e propagandistiche sulla vita sociale e politica dei paesi europei, ma che non è più essenziale, è divenuto una componente come le altre, e non è più neppure seriamente combattuto da nessuna delle ideologie politiche cui la sua secolarizzazione ha dato vita. Questa fa tutta la differenza con quello che l'Islam malgrado tutto rappresenta ancora per chi si muove nella relativa sfera, e spiega come almeno in Europa l'idea oggi di un rinnovato "fondamentalismo cristiano" finisca per apparire una forzatura, una scimmiottatura, e qualcosa di in fin dei conti ridicolo. Quanti tra gli identitari che gridano per il mantenimento del crocefisso nelle aule scolastiche sono seriamente influenzati nei loro costumi sessuali dalla dottrina della Chiesa o pronti a porgere l'altra guancia a chi li invade? Crediamo davvero pochini (e per fortuna, aggiungeremmo). Eppure sesso e "violenza", temi cari alla morale borghese prima ancora che a quella cristiana, paiono ormai rappresentare gli unici temi residui su cui definire una "appartenenza" cattolica – in modo abbastanza curioso per ciò che riguarda il secondo, stante la ricca eredità di roghi, etnocidi e "guerre giuste" di cui questa è titolare. A maggior ragione, chi ha anche solo considerato per un attimo l'idea, per meglio combattere l'Islam con la testimonianza personale, di adottare i consigli evangelici di "povertà, castità, obbedienza", o di partire ad evangelizzare nuove terre?

    In ogni modo, come è sempre Nietzsche ad insegnarci, l'«avvenire appartiene a chi saprà avere la memoria più lunga». Nel momento in cui anche attraverso lo sradicamento etnoculturale e la colonizzazione di ripopolamento l'attacco alla nostra identità - ed alla nostra stessa sopravvivenza come popoli - si fa più grave e radicale, tanto più profonde devono essere le consapevolezze, e le radici da cui trarre risorse per una possibile difesa – per definire le ragioni stesse di tale difesa. E qui bisogna essere estremamente chiari. L'immigrato musulmano non cessa di essere un problema nel momento in cui si converte – conversione che è del resto infinitamente più probabile si verifichi a favore del fiacco agnosticismo realmente praticato dalla maggioranza europea che a qualche improbabile forma di "tradizionalismo cattolico". La badante filippina o il vucumprà senegalese o lo spacciatore peruviano non giocano un ruolo davvero diverso per il fatto di essere "cristiani". Come capita poi che sono i campioni a stelle e striscie del preteso "scontro di civiltà" tra l'Islam e l'Occidente cristiano – e i loro tirapiedi dalle nostre parti – proprio quelli che sono prima intervenuti in Bosnia e poi hanno seppellito di bombe la Serbia occupando il Kosovo per consentire la creazione di una dorsale islamica in Europa, sino a promuovere oggi l'entrata della Turchia nell'Unione Europea?

    La domanda che va eternamente riproposta è invece questa: cos'è che rende tale un insubre o un padano (o un qualsiasi altro appartenente ad una comunità storica dotata di un destino)? Non il fatto di essere un vertebrato, caratteristica condivisa con conigli e coccodrilli. Non il fatto di aver subito qualche secolo di cristianesimo religioso, sorte comune agli etiopi ed agli uruguayani, e prima ancora ai... calabresi o ai ciociari. Ma il fatto di rivendicare, promuovere, sviluppare una diversità che non può essere definita altrimenti che mediante il richiamo ad una specificità fondante del loro essere, ad esempio, "insubri" o "padani", ovvero progenie di una particolare ed irripetibile famiglia indoeuropea i cui ingredienti genetici e culturali fondamentali sono da ricercare nell'eredità celtica, germanica e classica, e non altrove.

    Le conclusioni "religiose" di tutto ciò sono abbondantemente evidenti, e convergono con il crescente ampliamento e approfondimento delle conoscenze sul nostro passato più antico; e con l'emancipazione, che la modernità ha innegabilmente comportato, da un mito cristiano che nel suo secolarizzarsi non pare comunque più in grado, nel bene e nel male, di monopolizzare le coscienze. Di questo non è il caso di dolersi eccessivamente. I preti hanno dovuto attendere che gli ultimi elfi se ne andassero dalle nostre foreste per innalzarvi le loro croci (e poi le loro pire, per le "streghe" che ne perpetuassero sia pure distortamente il ricordo). Oggi, è proprio e solo l'esaurimento della "religiosità popolare" in un modo o nell'altro marcata dal giudeocristianesimo – benché spesso intrisa, almeno parzialmente, di tutt'altri e più positivi valori – che può aprire la strada, non solo al cattolicesimo neosettario, o al fascino che i musulmani possono comunque esercitare come persone che credono ancora al loro Dio e non sono pronti a rinnegarlo sull'altare dei diritti dell'uomo e del Moloch mercantilista, ma a richiami molto più solidamente fondati in chiave identitaria di quello cristiano. Richiami rispetto cui in fondo possono giocare un ruolo anche fenomeni pure ambigui e talora tra loro contraddittori come l'ecologia del profondo e il diverso senso "cosmico" dell'abitare il territorio di cui questa è portatrice, la valorizzazione delle valenze faustiane della tecnica moderna già annunciate da quel movimento squisitamente milanese che è stato il futurismo, la rinascita dell'interesse per i miti ancestrali e le sapienze locali mediata anche dalle correnti postmoderne piuttosto che New Age o no-global, la riscoperta e valorizzazione del folclore tradizionale, etc.

    In ogni modo, non si tratta certo di rimuovere il passato. Ora, il cristianesimo del nostro passato innegabilmente fa parte - così come il feudalesimo, l'assolutismo, le crociate, il rinascimento, la riforma, la controriforma, il romanticismo,il risorgimento, il fascismo, la resistenza, i cinquant'anni ed oltre di potere democristiano-americano che si prolungano ancora nell'attualità. Chi tenta di rimuovere il proprio passato, come diceva Santayana, è condannato a riviverlo (come puntualmente è successo ai cristiani con l'eterno ritorno del paganesimo europeo lungo tutta la loro storia). Si tratta piuttosto – una volta accettato che tutto ciò che si trova alle nostre spalle ha contribuito a farci essere ciò che siamo, e non altro, e che perciò almeno a tale limitato titolo della nostra identità fa innegabilmente parte - della prospettiva in cui tale passato debba essere visto. La Madonnina è destinata a continuare a rappresentare Milano anche nel cuore di quei milanesi che giungano a compiere una revisione critica e una selezione della complessa eredità anche religiosa di cui sono portatori, in un senso ben diverso da quello scontato sino a qualche secolo fa.

    Così, per gli identitari non si tratta certo di essere pre-cristiani, cosa oggi ovviamente tanto impossibile quanto ottenere un'iniziazione druidica o prendere ripetizioni di filosofia da Eraclito, ma post-cristiani; culturalmente "neopagani", se piace la parola, ma nella consapevolezza che il punto non è ovviamente quello di giocare a loro volta alla setta, ricercare conversioni, interferire con le personalissime credenze e retaggi di ognuno di noi e distribuire patenti di ortodossia, finendo così per scimmiottare le religioni monoteiste proprio là dove le si vuole combattere.

    In effetti, la vera differenza tra le religioni etniche e le religioni abramitiche, nota Daniel C. Dennet in Breaking the spell (2005), è che nel caso delle prime – almeno sino a che non si sono trovate confrontate con le seconde – i relativi fedeli non sanno neppure di praticare una religione, la vivono e basta. E in realtà il significato originario del termine "re-ligio" - che infatti non sino all'epoca constantiniana non era utilizzato per la "superstitio nova ac malefica" rappresentata dal cristianesimo - non ha nulla a che vedere con le discriminanti metafisico-fideistiche introdotte dal monoteismo, ed è semplicemente quello di "ciò che lega insieme" (i membri di una comunità politica ed etnoculturale), che ciò sia tra i Celti come nella polis greca o nello Shinto – rispetto a ciò che invece pretenderebbe di "scioglierli" per meglio riservare la loro fedeltà ad entità ed appartenenze di tipo universale ed astratto.

    In questo senso, il vero Kulturkampf – presupposto e culmine di qualsiasi battaglia politica – per la difesa e sviluppo della nostra identità rispetto alle alienazioni di oggi (e di ieri) passa essenzialmente non dalla promozione di una "dottrina religiosa" di qualsiasi tipo in senso moderno, ma dalla capacità di chi per essa lotta di sapersi porre sul piano, religioso in senso etimologico, del mito e del rito. Il mito, nel senso che a questo termine dà Giorgio Locchi, ovvero la rappresentazione che scegliamo di darci del nostro passato in funzione dell'avvenire che vogliamo crearci. Il rito, come evocazione e celebrazione di un'appartenenza che provochi una mobilitazione degli spiriti, e possa progressivamente cementare quella "nazionalizzazione delle masse" che rappresenta il presupposto necessario perché alle nazioni padane ed europee sia dato un nuovo destino all'altezza di ciò che sono state e che ancora potrebbero essere.

    Questa è la vera "questione religiosa" su cui merita di accentrarsi la nostra attenzione.


    Stefano Vaj


    Uomo Libero - Identità europee e questione religiosa



    Da leggere tutto con molta attenzione,, diamine.......

  4. #4
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    Predefinito Rif: Identità europee e questione religiosa

    Chiedere ad Akatsuki no tera per sapere il mio giudizio su Vaj rego:rego:rego:
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

  5. #5
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    Europeo,ti ringrazio per questo articolo,inutile dire che è perfettamente fayano,quindi archeofuturista,mi ci ritrovo in pieno. Grazie Ingegnere

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    Citazione Originariamente Scritto da Arthur Machen Visualizza Messaggio
    Europeo,ti ringrazio per questo articolo,inutile dire che è perfettamente fayano,quindi archeofuturista,mi ci ritrovo in pieno. Grazie Ingegnere
    Di nulla avvocà!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Arthur Machen Visualizza Messaggio
    Europeo,ti ringrazio per questo articolo,inutile dire che è perfettamente fayano,quindi archeofuturista,mi ci ritrovo in pieno. Grazie Ingegnere
    Vaj archeofuturista? :mmm:
    direi più transumanista hefico:
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Stella Maris Visualizza Messaggio
    Vaj archeofuturista? :mmm:
    direi più transumanista hefico:
    Vaj transumanista? :mmm:
    Direi più stammmminchia delle etichette da figaccioni che si danno nella dr hefico:
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    Vaj transumanista? :mmm:
    Direi più stammmminchia delle etichette da figaccioni che si danno nella dr hefico:
    Davvero..........

  10. #10
    Caucus of Mind
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    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    Vaj transumanista? :mmm:
    Direi più stammmminchia delle etichette da figaccioni che si danno nella dr hefico:
    si, transumanista
    AIT - Associazione Italiana Transumanisti
    Ultima modifica di Stella Maris; 12-09-09 alle 15:43
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

 

 
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