Nella “Ducale” cornice del Castello di Vigevano, si è tenuta l’undicesima giornata padanista organizzata da La Libera Compagnia Padana: alla Cavallerizza, negli spazi che ospitano gli eventi a grande partecipazione, si sono ritrovati numerosi i soci della LLCP insieme a qualche presenza “esterna”: guidati dal timoniere Oneto hanno affrontato una impegnativa quanto interessante giornata di cultura identitaria che si rifaceva al tema “Dare il nome al territorio” e di cui mi auguro di poter leggere gli atti in uno dei prossimi Quaderni Padani, magari un numero speciale.
Dunque di ritorno dalla visita al museo archeologico del castello di Gambolò, la giornata è iniziata tra lo sventolio di inquartati insubri e canonici soli delle alpi, con il sostegno gastronomico dell’immancabile gruppo Ossola Libera (i cui prodotti a quanto pare sono andati a ruba, ma di questo altri forumisti potranno parlarvi con maggiore conoscenza dei fatti…)
L’unico punto dolente che mi sento di rilevare è proprio all’inizio del pomeriggio quando, dopo l’introduzione musicale e danzereccia dei Li Barmenk, Gilberto Oneto si è apprestato a dare il La ai lavori, introducendo alcuni personaggi che, come da programma avrebbero dovuto portare il saluto delle istituzioni: per una buona ora di “quasi fuori programma” intervengono dunque nell’ordine un rappresentante del consiglio regionale lombardo (uno di AN…un tal Prati…nomen omen?), l’assessore provinciale leghista pavese e poi il noto Albertoni, assessore regionale lombardo e membro CdA RAI. Ora, passi per gli interventi stile comizio (che facevano a cazzotti con lo stile culturale della giornata), passi per l’assessore provinciale (a tratti anche applaudito, giustamente quando ha fatto riferimento al problema della moschea a vigevano, un po’ pavlovianamente dalla platea, a mio avviso, quando incalzava con strali “anticomunisti”, ma quel tal Prati che è intervenuto per primo, oltre a dimostrare di non conoscere la Libera Compagnia (visto che ha liquidato l’iniziativa come “leghista” tout court), si lasciato andare a prolusioni itaglion-finiane sulla presunta inscindibilità di federalismo e presidenzialismo, decantando le lodi di quest’ultimo quando tutto il discorso era incentrato sulla nota posizione del suo partito sulle istanze di indipendenza…la cartina di tornasole poi quell’accenno alla “nazione che da cinquant’anni…” su cui non pochi hanno avuto qualche conato, mentre Oneto con grande sangue freddo resisteva impassibile.
Pagato dunque il dazio a promozioni e patrocini istituzionali (comunque importantissimi e auspicabili sempre per il futuro) la giornata entrava nel vivo con la relazione dell’archeologo Tomiato, membro dell’associazione che gestisce il museo archeologico di Gambolò, il quale ha delineato una cronologia delle antiche culture nella zona lomellinese, confortato dalle testimonianze dei ritrovamenti di reperti celtici (tra cui diverse famose fibule) tuttora custoditi nel citato Museo Archeologico.
E’ poi seguito il godibile intervento di Rolando di Bari, giornalista e scrittore presentato coem uno dei massimi esperti della storia e cultura della Lomellina, che dopo una introduzione di taglio storico ha focalizzato l’intervento sul problema delal toponomastica locale e sulla forzata romanizzazione perpetrata ai danni di toponimi che coi romani foresti nulla avevano a che vedere e che invece la cultura di regime e la propaganda unionista e romanofila hanno tentato, arrampicandosi sugli specchi, di far risalire al “nobile” genitore latino, spesso cercando interpretazioni oscure e fantasiose di nomi di luoghi e borghi che invece possono essere agevolmente fatti risalire alla toponomastica celtica… un esempio per tutti, Alagna Lomellina, nelle vicinanze del torrente Terdoppio, che deriverebbe agevolemte dall’unione dei celtici AL (vicino) e AN (acqua), indicando così la vicinanza del borgo a un corso d’acqua.
Dalla Lomellina all’Insubria tutta e di qui alla Padania è il raggio progressivo di interesse toponomastico espresso dall’intervento successivo del Minella (orfano questa volta del buon Mascetti), che a partire da una classificazione sistematica dei suffissi celtici (il classico e celeberrimo –ate, ade sempio) ha condotto gli astanti in un tour tra il significato dei nomi di luogo più o meno noti, da Mediolanum ad Ascona per intenderci.
Imperdibile come al solito l’intervento del toscano Sergio Salvi, fresco autore di un libro sulla nascita della Toscana e, per usare le parole di Oneto “pur non essendo Padano, più Padanista di tanti padani….”. Da sottolineare il suo invito alla riscoperta e alla analisi della storia lontano dalla prospettiva della cultura ufficiale e lo sprone al riappropriarsi dei nomi delle nostre cose e dei nostri posti, a cominciare dalle regioni, rinominate artificiosamente nella seconda metà del 1800 dai conquistatori sabaudi in totale spregio alla tradizione toponomastica locale e alla evidenza storica. Interessante la piccola digressione sull’estensione della copertura del nome “Lombardia” su cui si era discusso proprio qui nel forum: tale nome, oggigiorno ormai ritagliato solo su una regione amministrativa dello stato itaglione, era stato invece storicamente usato proprio per indicare (guardacaso) la Padania tutta, dal Piemonte al Veneto all’Emilia odierni, tutto era Lombardia, occidentale, orientale, meridionale: furono poi gli unificatori a identificare le regioni amministrative con nomi che non erano collegati alla storia del territorio, e la cosa grave è che molti, a seguito della faziosa istruzione itagliona, sono portati a pensare a queste entità meramente amministrative come a entità in toto storicamente giustificate. Nota a margine: dato ormai per introvabile il famoso “L’italia non esiste” di Salvi, lo stesso professore mi ha accennato ad un progetto di ristampa del volume a cura dell’encomiabile Leo Facco Editore. Non so se sia ancora solo un’idea o se Facco abbia intenzione di procedere alla ristampa…certo è che sarebbe davvero auspicabile che l’opera del Salvi tornasse a circolare! Quindi uno sprone alla LFE e un plauso nel caso l’iniziativa venga portata a compimento.
A chiosa della giornata l’intervento di Oneto che chiude il convegno agli antipodi di come il consigliere di AN l’aveva aperto. Nelle parole del paesaggista padano si tasta il polso del padanismo odierno: a partire da un incipit stile “mal tempora currunt”, pervaso di un rassegnato e lucido realismo, attraverso una rivisitazione tolkeniana della nostra situazione, con la speranza che proprio nel momento in cui il male pare trionfare il Bene rinasca a nuova vita e forza, fino al romantico sprone a tutti i padanisti a riappropriarsi di quello che ci hanno lasciato “i nostri vecchi”, un invito a rinfocolare l’orgoglio di abitare terre in cui ha abitato gente che ha costruito gioielli come appunto la Piazza Ducale di Vigevano. Non è mero “passatismo” ma è un invito a trovare al forza per continuare la lotta padanista nelle vestigia di quello che la Padania fu in passato, di quello che noi siamo stati, dell’identità di cui dobbiamo andare fieri e dell’identità con cui rivendicare la nostra peculiarità culturale, fondamento delle istanze indipendentiste e secessioniste dei padani e dei padanisti.
Durante il suo intervento Oneto ha citato una persona che nella prima aprte aveva “interrotto” il relatore con il grido “SECESSIONE” e che poi era andato da lui a scusarsi durante l’intervallo. Riporto testuali le parole di Oneto:
“Non è lui che dovrebbe scusarsi per aver detto SECESSIONE, ma a vergognarsi dovrebbero essere quelli che NON LO DICONO PIU’”.
Grazie ancora agli organizzatori locali e alla Libera Compagnia per l’ennesima occasione data per crescere sulla via del Padanismo.
![]()
![]()
![]()




Rispondi Citando