Quando il procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro chiese notizie al Viminale sulla microspia scoperta il 21 gennaio del '96 al bar Tombini (vicino al tribunale di Roma), Gianni De Gennaro garantì al procuratore la liceità di quella iniziativa. La "pulce" era stata posta lì da due uomini del Servizio centrale operativo (che per l'occasione si erano travestiti da invalidi, uno portava un grosso collare di plastica, l'altro si reggeva su due stampelle) su richiesta di una autorità giudiziaria, che De Gennaro non volle indicare ma che si seppe, successivamente, essere la procura della Repubblica di Milano (uno dei piemme era Ilda Boccassini). Si era trattato di una delle tante operazioni segretissime in corso a Roma e coordinate personalmente da De Gennaro, su delega dei piemme milanesi che avevano già ricevuto le confessioni di Stefania Ariosto sui rapporti di Cesare Previti con alcuni magistrati romani. Il 2 marzo dello stesso anno Stefano Ragone e Dario Bardua, agenti di polizia in servizio allo Sco, cercarono di intercettare e registrare al bar Mandara quanto si dicevano il capo dei giudici per le indagini preliminari Renato Squillante e il sostituto procuratore della Repubblica Francesco Misiani (uno dei leader di Magistratura democratica, già destinato al posto di aggiunto alla procura milanese: sarebbe diventato il diretto superiore della Boccassini...). La microspia non funzionò, ma i due agenti consegnarono ugualmente il risultato di quella che la magistratura milanese presentò alla stampa e ai giudici come la trascrizione della registrazione. La procura di Milano, anche in virtù di quella prova, arrestò Squillante e incriminò l'amico e collega Misiani. Quest'ultimo perché gli aveva rivelato l'esistenza di indagini milanesi sul suo conto.
Misiani ha sempre respinto l'accusa, sostenendo che delle iniziative dei magistrati di Milano se ne parlava già da qualche giorno prima delle "intercettazioni" al bar Mandara: tant'è che il quotidiano romano Il Tempo accennava alla fine di febbraio a "un'inquirente milanese" interessata alla vicenda del bar Mandara. Soltanto successivamente le perizie stabilirono che nessuna registrazione poteva esserci stata (l'unica frase che si sente perfettamente è pronunciata da uno degli agenti, che dice "...qui perdiamo centinaia e centinaia di milioni"). I due sfortunati agenti avevano così "ricostruito" a memoria quanto sarebbero riusciti ad ascoltare con le proprie orecchie. Non avendo carta per prendere appunti, scrissero alcune frasi a penna su un giornale (vecchio di anno) e su tovagliolini di carta.




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