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  1. #21
    memoria storica di PoL
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    Predefinito a qualcuno proprio non va giù...

    A Trieste ed anche a Roma, a più di uno il boccone ancora non va giù... se mi è permesso un consiglio... provino l'Alka Seltzer!...

    Da Il Piccolo:



    Quante sono le anime di Alleanza nazionale? Violante critica il presidente del partito che si sarebbe fatto sfuggire di mano il suo leader locale sul 25 Aprile
    ‘Fini non è riuscito a gestire il caso Trieste’
    ‘Mi sembra ci sia una scissione...’. Alessia Rosolen: ‘Ma se Menia è stato appena nominato ai vertici nazionali’



    Una An, due anime? Il dibattito è aperto. Già il segretario Ds Bruno Zvech palesava il sospetto di una Destra che con le proprie ‘scelte lepeniste’ metterebbe in imbarazzo Fini. Tesi, questa, subito screditata dai diretti interessati. Il capogruppo di An in consiglio comunale Alessia Rosolen rivolge un invito agli avversari politici: ‘Loro analizzano sempre gli altri additando gli esponenti di An come eredi di Mussolini, indegni di esistere sulla faccia della Terra. Ecco, anche loro dovrebbero tenere presente da dove arrivano, e chiedersi se l’intero loro partito sia sulla stessa linea...’.
    Rosolen dà per scontato che ogni partito abbia più anime, ma rifiuta la tesi della An moderata opposta a quella oltranzista. Parliamo di Roberto Menia, additato dal Centrosinistra come colui che superando a destra Fini ha imposto l’ideologia cui la giunta comunale ispira il proprio operato? ‘Credo che nessuno di noi sia fuori dalla linea del presidente. E poi via, Menia è stato appena nominato tra i 25 dirigenti che guideranno il partito con Fini sino al prossimo congresso...’, sbuffa la Rosolen.
    A esplicitare ulteriormente è Sergio Giacomelli, figura ‘storica’ del panorama triestino fin dai tempi del Msi. ‘Chi vuole vedere in pericolo la democrazia oggi lo fa in modo strumentale. La verità è che a Fiuggi non è successo proprio nulla di nuovo. Si è ripetuto per l’ennesima volta il concetto del ‘non rinnegare, non restaurare’. Solo che in quella occasione tutti ci hanno creduto: Berlusconi perché voleva portare Fini al governo, Violante perché il Muro di Berlino era crollato e ci voleva un patto di non aggressione’. Giacomelli la mette così: ‘Un discorso riguarda la valutazione di un periodo che si è chiuso 50 anni fa e per il quale non ci può essere nostalgia - quella che la sinistra tenta di accreditare - per il semplice fatto che non c’è più quasi nessuno che lo abbia vissuto. La gente ha dimenticato; semmai affascina, interessa la figura di Mussolini, personaggio comunque gigantesco. Altro discorso è quello della politica attuale, con una An che ha pienamente accettato il metodo democratico. Il tutto senza dimenticare che il partito affonda le radici in quel Msi fondato dai reduci di Salò...’.
    Pronta la replica del senatore Ds Milos Budin: ‘Giacomelli dimostra una volta di più di non volere rompere con il passato, confermando tutte le nostre preoccupazioni. Il problema non è la quantità di anime di An; la democrazia bisogna viverla, costruirla, riempirla di contenuti’.
    Convinto dell’univocità di An, da un opposto punto di vista, si dice Igor Canciani di Rifondazione Comunista: ‘Che ci sia un gioco delle parti è evidente, così come è evidente che la An più retriva alberga a Trieste. Ma i commenti di Fini e di Gasparri dimostrano che tra capitale e periferia la sintonia è perfetta. Violante - così Canciani - si ostina a vedere cose che non ci sono. Del resto siamo sempre stati critici anche sul famoso confronto che si tenne qui nel 1998 tra Violante e Fini. Si è visto poi quello che è successo...’.


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    Nobis ardua

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  2. #22
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    Predefinito Caro Presidente, le Foibe sono state la manifestazione del 'terrore comunista'...

    Convincente smentita alle 'tesi' del nostro beneamato Presidente della Repubblica quella di Sardos Albertini, comoparsa oggi su Il Piccolo...

    L’eccidio di Basovizza
    nato dall’ideologia


    Ha ragione Paolo Segatti quando, su Il Piccolo del 5 maggio, mette in guardia contro una lettura della vicenda delle Foibe esclusivamente in termini di ‘pulizia etnica’, quale poteva emergere dalle parole del Presidente Ciampi. In realtà la tragedia delle Foibe, unitamente a quella dell’esodo, va letta in chiave di ideologia, piuttosto che di nazionalismo-etnico. Il tutto va infatti inserito nel processo di formazione del nuovo Stato comunista della Jugoslavia e della conseguente necessità che il formarsi della nuova realtà statale [così come teorizzato da Lenin] venisse accompagnato da un’adeguata dose di ‘terrore’, capace di fruttare nei decenni futuri. Il terrore andava attivato utilizzando conflitti preesistenti, senza bisogno di crearne di nuovi: così come in Emilia Romagna furono gli anticlericali e i braccianti ad avere mano libera contro preti e proprietari terrieri; nel triangolo industriale furono i dirigenti delle industrie a finire nei forni a opera degli operai; nella Venezia Giulia [come in tanta parte d’Europa] fu il preesistente conflitto etnico italo-slavo a offrire materia per l’attivazione del ‘meccanismo terrore’ al fine di cementare il neonato Stato comunista di Tito. Conflitto etnico che molto ben si prestava, anche perché le molteplici etnie che andavano a costituire la nuova Jugoslavia potevano di certo trovare un valido motivo collante nella caccia all’italiano; tacciato di ‘fascista e borghese’, ma soprattutto etnicamente nemico. Le Foibe e l’Esodo, dunque, come fenomeno in primo luogo ideologico-politico, da ascriversi alla regia del comunismo di Tito [al di là della consapevolezza dei singoli operatori]. Regia lucida e consapevole, se è vero [e gli studi di Roberto Spazzali lo confermano] che nell’individuare le persone da infoibare, da deportare, da far sparire vi fu certo una qualche percentuale di casualità [il terrore deve avere anche questa caratteristica], vi fu anche una componente di vendette personali, ma vi fu soprattutto una prevalenza di chiara logica politica: eliminare in primo luogo coloro che più potevano infastidire l’istituendo Stato comunista. La riprova id tale analisi sta in una duplice considerazione, incontestabile. Il primo aspetto riguarda gli infoibati: certamente in prevalenza di etnia italiana, ma accanto a essi vi furono anche [e non poche] le vittime di etnia slava [specie sloveni]; tra gli infoibati vi furono certamente ex militanti della Rsi, ma i più non avevano caratterizzazione partitica e, soprattutto, negli elenchi delle persone da eliminare, un luogo di assoluta preminenza venne dato ai dirigenti dell’antifascismo non comunista. Una cosa è certa e incontestabile: sicuramente tra coloro che finirono nelle Foibe non vi furono comunisti di alcun genere.
    La seconda considerazione è speculare e riguarda gli infoibatori: in prevalenza slavi, ma con presenze non proprio marginali anche di italiani; sicuramente tutti comunisti, slavi o italiani che fossero.
    Le Foibe e l’Esodo come tragedie ascrivibili al comunismo spiegano, infine, anche l’ostinato silenzio su tali drammi, almeno fino al 1989, fino a quando cioè il comunismo internazionale controllava ancora mezzo mondo. Oggi, concluso nel fallimento totale il modello marxista-leninista, si può finalmente fare luce anche su questi crimini, ascrivibili a quel secolo delle ideologie di cui ci siamo finalmente liberati.

    Paolo Sardos Albertini


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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  3. #23
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    Predefinito Re: Re: perchè per pura decenza non rammenta di essere il Presidente degli Italiani?...

    Originally posted by F.B.
    .... Mi chiedo io: quando si festeggia allora, e a livello nazionale, il ricordo di quelli che furono vittime dell'altro "ismo"? Non lo si vuol fare nella stesa data del 25 Aprile perché "sono due cose storicamente distinte". Ok. Ma allora le altre vittime quando le ricordiamo a livello nazionale?
    Provate nel giorno in cui festeggiate la marcia su Roma.

  4. #24
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    Predefinito Una piccola postilla

    Il "revisionismo" si applica ai trattati, alle idee, alle considerazioni di qualsiasi tipo, anche politico, al CAMBIARE DEI FATTI che le hanno generate.

    Cercare di 'revisionare' I FATTI signifiva FALSIFICARE la verità storica, cioè i fatti stessi.

    Non so se è chiaro. Se io sono comunista stalinista, e poi vengo a sapere che Stalin è un criminale, despota e assassino, io revisiono (rivedo) il mio essere comunista stalinista, non revisiono le stragi e gli assassini, dicendo che sono propaganda di destra.

    Non so se si nota la differenza!! Si vede il marsupio??

  5. #25
    memoria storica di PoL
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    Predefinito una domanda che ancora oggi attende risposta...terrogativo

    Perchè nel maggio del '45 le truppe alleate non occuparono Trieste prima dei titini, salvando così le vite di migliaia di Italiani finiti nelle foibe?...
    Questa è una domanda angosciosa che ancora oggi richiede risposta, una risposta che gli apologeti del 25 aprile non hanno mai voluto dare... e che non daranno mai!...

    Segue un bell'articolo, tratto dal Il Piccolo di oggi...



    ‘Così entrai per primo a Trieste’
    Il racconto del comandante neozelandese che giunse in città il 2 maggio ’45


    ’Questo è l’edificio che abbiamo occupato quando siamo arrivati a Trieste, per primi, precedendo gli jugoslavi, ai quali invece la storia assegna ingiustamente un primato sulla città’. Dicendo questo, Francis Harvey, ottantenne neozelandese, comandante del primo carro armato del 19.o Reggimento corazzato che entrò a Trieste il 2 maggio del ’45, punta l’indice su un’ingiallita cartina della città, risalente al tempo della seconda guerra mondiale, diventata oggi il suo souvenir per eccellenza. Su di essa c’è un quadratino contrassegnato con il pennarello giallo: è quello che indica l’edificio, esistente ancor oggi, situato all’incrocio fra le vie Fabio Severo e Cicerone, a due passi dal Tribunale. Sulla cartina è visibile anche il percorso che i soldati neozelandesi, guidati da quello che oggi è un elegante signore con i capelli bianchi, che sfoggia orgogliosamente sulla giacca l’emblema del suo per noi lontanissimo Paese d’origine, completarono per arrivare da Monfalcone al centro di Trieste.
    E’ quanto Harvey ha detto ieri al sindaco Roberto Dipiazza, nel Salotto azzurro del municipio.
    ’Arrivavamo dalla bassa friulana - ricorda ancora con lucidità, esprimendosi in un triestino ‘mangiato’ all’inglese - e sapevamo di dover puntare su Trieste. Guidai il carro armato sullo stradone che porta ancora oggi da Sistiana a Opicina e dall’altopiano scendemmo lungo la via Fabio Severo.
    Quando arrivammo al Foro Ulpiano - precisa - prendemmo possesso dell’edificio in cui vivemmo poi per alcuni giorni, e soltanto il giorno dopo, cioè il 3 maggio, arrivarono in forze quelli dell’esercito jugoslavo’.
    Più di mezzo secolo di eventi di ogni tipo non hanno fatto dimenticare gli episodi salienti della ‘sua’ guerra a quest’uomo sorridente e pacifico, nei cui occhi si può leggere una parte fondamentale della storia di Trieste, quella storia che molti di noi hanno imparato a conoscere dai libri e che lui invece ha vissuto in prima persona.
    ’Salii sul tetto della casa - racconta ancora - e scattai delle foto nelle quali si vedono gli jugoslavi arrivare, perciò è evidente che i primi a insediarsi fummo noi’.
    C’era confusione nelle strade, nelle piazze si sparava, non era ancora definito nulla sul futuro della città, ma Francis Harvey, che ha mantenuto in città numerose amicizie da allora [dopo un lungo periodo di pausa, fece inserire nel 1985 un annuncio sulle pagine del nostro giornale, per cercare chi si ricordava di lui e ricevette attestazioni di stima e amicizia che si perpetuano ancora], ha ricordi nitidi.
    ’Il 3 maggio, all’arrivo del grosso delle truppe jugoslave - spiega - non volevamo creare ulteriori disordini, anche perché accanto all’esercito jugoslavo c’era quello russo. Perciò ci fu ordinato di non intervenire’.
    Harvey rimase a Trieste per tre mesi, fino a luglio inoltrato, poi raggiunse con un camion del suo esercito Taranto, da dove via nave tornò a casa. ‘La guerra per noi era finita - ricorda - e abbandonammo i carri armati nelle pianure friulane, prima di andarcene definitivamente’.
    Ma c’è un’ultima emozione che non può non essere tramandata: ‘Quando salutammo coloro che nel frattempo erano diventati i nostri amici triestini - conclude - ci demmo appuntamento al caffè Fabris [oggi nello stesso sito c’è un ristorante che porta lo stesso nome, ndr] e le signorine di allora vennero portando un enorme mazzo di fiori, avvolti in un tricolore, perché volevano che ricordassimo Trieste italiana. Ecco, l’immagine più bella è questa’.
    Francis Harvey lascerà Trieste stamane, ma ha promesso di tornare, a breve, portando con sè la figlia, il genero e il nipote. ‘Voglio far conoscere loro questa splendida città, che verrò a rivedere - promette - finché ne avrò la forza, perché ad essa è legata una parte del mio cuore’.


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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  6. #26
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    Predefinito Fecia,

    ma qual'è il tuo mestiere, quello di fare la rassegna stampa? Perchè non ti limiti ad indicare il link?

  7. #27
    memoria storica di PoL
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    Predefinito Micione...

    ... e il tuo mestiere qual è?... rompere il c****?... se è così, come ti ho già detto, dal momento che vi sono numerosi altri forum oltre questo [oltre al forum dei minorati deficienti che mi auguro apra quanto prima], non hai che l'imbarazzo della scelta...

    stammi bene micione bello!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  8. #28
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    Predefinito Caro fecia

    Il mio mestiere è proprio quello di rompere il *ul* a quelli come te, che ancora non hanno digerito la sconfitta storica e irreversibile del fascismo, e che essendo incapaci di ragionare con la propria testa e di scrivere qualche parvenza di idea, non fanno altro che postare chilometrici articoli facilmente raggiungibili (per chi vuole) con un link.

    Lo so che è un concetto difficile, ti chiedo scusa.

    In quanto al forum, ho già detto che questo è il forum che mi diverte di più, gli altri sono un mortorio. E finchè sarà pubblico e gratis, io continuerò a stare qui a divertirmi e a sfottere gente come te. Che ti piaccia o no.

    Anzi facciamo un patto: io vado nel forum dei minorati deficenti quando tu rientri nelle fogne.... Ci stai?

  9. #29
    Ad Majora
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    Predefinito Re: Re: Re: perchè per pura decenza non rammenta di essere il Presidente degli Italia

    Originally posted by Gatto Mammome
    Provate nel giorno in cui festeggiate la marcia su Roma.
    Potrei sapere a chi si riferisce la seconda persona plurale dei verbi presenti in questa frase?

    Se nel "voi" sono compreso anche io, mi spieghi, per favore, da dove ha tratto la convinzione che io festeggi la marcia su Roma.

    Sarebbe quindi per lei sconveniente una qualsiasi ricorrenza solenne e nazionale come quella del 25 Aprile che ricordi i morti per mano dell'altro "ismo"?

    Sarebbe un voler cambiare i fatti il ricordare anche quei morti?

    Cordiali saluti

  10. #30
    memoria storica di PoL
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    Predefinito gli Italiani infoibati non sono lo stesso di quattro assassini comunisti slavi...

    cari amici
    nella scorsa settimana a Trieste è scoppiato l'ennesimo 'caso' che anche stavolta, c'era da giurarlo, vede al centro delle polemiche l'attiva figura del deputato di An nonchè assessore alla cultura di Trieste Roberto Menia.

    Per comprendere il significato della questione sorta andiamo ad un episodio lontano, siamo nel 1930, che a Trieste tuttavia ancora oggi è ricordato ed è causa di lacerazione.

    Il 6 settembre 1930 i quattro terroristi sloveni appartenebti all'organizzazione Burdo, Ferdo Bidovec, Fran Marusic, Zvonimir Milos e Alois Valencic, era fucilati in località Basovizza dopo essere stato condannati a morte da un tribunale speciale.
    L'accusa, ampiamente provata, era quella di aver piazzato nella sede del giornale Il Popolo di Trieste un ordigno che esplodendo aveva ucciso un giornalista e ferito altre tre persone, uno dei quali era un bambino. Ecco una ricotruzione dell'evento tratta dall'edizione de Il Piccolo di l'altro ieri...

    La ricostruzione secondo un libro di Kezich

    Davanti al tribunale speciale cinque udienze, 99 accuse
    e l’ombra della regia del Duce


    Molti storici hanno affrontato la tragica vicenda dei fucilati di Basovizza. Ne hanno scritto al di qua e al di là del confine. Ma il critico cinematografico e scrittore Tullio Kezich, figlio dell’avvocato Giovanni Kezich che difese Frane Marussic, uno dei fucilati, ha dedicato a questa vicenda poche esemplari pagine che fanno parte del volume 'Il campeggio di Duttogliano' edito da Sellerio.
    Ecco come Kezich ricorda quella vicenda di cui aveva sentito parlare quando era un bambino. 'Mi è rimasto impresso il senso di un’angoscia tanto opprimente da coinvolgere tutta la famiglia. Sono andato a cercare i giornali dell’epoca che dedicarono pagine e pagine al cosiddetto processo dei terroristi slavi'.

    Eccone i passi salienti. '... ampia la cronaca soprattutto su Il Popolo di Trieste, perché proprio sulle scale del ’Quotidiano fascista della Venezia Giulia’ era stata piazzata la bomba che aveva ucciso il giornalista Guido Neri e ferito altri tre. Per cui erano finiti alla sbarra del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato ’inchiavardati ai polsi e legati uno all’altro da una catena’, 18 sloveni, tra i quali Marussic Francesco detto Frane, fattorino ventiquattrenne della Banca d’America e d’Italia nella sede della quale era accusato di aver custodito l’ordigno fatale... '.

    Il processo si aprì alle ore 15 del primo settembre 1930. Lo presiedeva il luogotenente generale Guido Cristini che indossava come gli altri giudici l’alta uniforme della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

    '... il dibattimento durò cinque giorni, cumulando 99 imputazioni - scrive Tullio Kezich - tra le quali quella di aver messo un’altra bomba sotto il Faro della Vittoria per un botto a scopo dimostrativo. Anche la bomba al giornale, secondo gli imputati, doveva avere analogo carattere, non era stata collocata per uccidere. Ma la fragile tesi, cautamente sostenuta dagli avvocati tutti nominati d’ufficio, non trovò ascolto. Oggi i libri di storia inquadrano l’evento nel contesto della vera e propria guerra civile, scatenatasi dopo l’annessione del 1918, fra gli italiani vincitori e le minoranze alloglotte della Venezia Giulia. Aperto nel luglio 1920 con l’incendio del Balkan da parte della squadracce di Francesco Giunta e seguito da continue scorrerie nei villaggi del Carso, violenze e prevaricazioni di ogni genere, il conflitto si protrasse fino alla seconda guerra e oltre...'.

    L’avvocato Giovanni Kezich nella sua arringa si sforzò di presentare Frane Marussic come un modesto gregario, strumentalizzato da 'fantomatici individui venuti d’ontreconfine' e chiese clemenza. La risposta dei giudici fu terribile. Poco prima della mezzanotte di venerdì 5 settembre Marussic e altri tre giovani furono condannati a morte. Pene severe furono comminate anche agli altri tranne un paio. Alle prime luci del giorno seguente, mentre la loro domanda di grazia a Re Vittorio non veniva neppure inoltrata la sentenza capitale fu eseguita in fretta e furia al poligono di Basovizza mediante fucilazione alla schiena.

    '... mio padre – scrive Kezich – si fece accompagnare in macchina sull'altipiano per non far mancare un minimo di umana solidarietà al suo infelice patrocinato. E Frane da lontano agitò il braccio in un gesto di saluto. Seguirono la scarica del plotone di esecuzione, poi i colpi di grazia. Regista occulto del processo di Trieste, di cui pilotò l’efferata conclusione, fu Mussolini che si preoccupo soprattutto di taluni pericolosi collegamenti fra la resistenza slovena e i fuoriusciti italiani di Parigi...'. Lo ha documentato il professor Joze Pirjevec in un saggio pubblicato nel 1981 sulla rivista Qualestoria dell’Istituto per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia.


    Nel quadro delle celebrazioni di inizio novembre era ormai tradizione da alcuni anni commemorare a Basovizza, in due cerimonie distinte, gli italiani scaraventati nella foiba nelle tragiche giornate della 'liberazione' della primavera del '45 e i quattro terroristi fucilati nella stessa località nel settembre del '30. Quest'anno le principalei autorità del Comune di Trieste hanno 'disertato' la seconda cerimonia per la semplice ed ineccepibile ragione che la memoria di migliaia di italiani innocenti periti nella foiba non deve essere accomunata con la memoria di quattro assassini comunisti che hanno pagato per i loro crimini... punto e basta...

    Ecco che cosa ha scritto su Il Piccolo Roberto Menia sulla vicenda... non è necessario alcun commento...

    Terroristi, non martiri, i quattro fucilati di Basovizza

    ... tra il 1927 e il ’28 fu incendiato per quattro volte il ricreatorio della Lega nazionale di Prosecco e furono colpiti con ripetuti attentati incendiari diversi edifici scolastici della stessa Lega o dell’Opera nazionale Italia irredenta. Seguirono altri attentati e nel novembre 1929 il gruppo determinò [sempre parole di Bidovec] 'la necessità di intensificare l’attività terroristica'.
    Agli inizi del 1930, il 5 gennaio, una carica esplosiva brillò, senza farlo crollare, alla base del Faro della Vittoria. Fu incendiato l’asilo infantile dell’Italia Redenta di Corgnale. Il 6 venne ucciso a Postumia il messo comunale Blasina, ritenuto 'fascista'. Il 10 febbraio venne posta da Bidovec e Milos, con il concorso di Marussic e Valencic, una bomba nella sede del quotidiano Il Popolo di Trieste. Fu ucciso il giornalista Guido Neri e rimasero gravemente ferite altre tre persone, tra cui un bambino.
    Il tribunale dell’epoca [certo 'speciale'] condannò i quattro alla pena di morte. Ora tale pena non è più prevista dal nostro ordinamento, ma oggi un qualunque tribunale non esiterebbe a comminare l’ergastolo ai quattro. Terroristi, non martiri. Vorrei chiedere a quel giornalista o a quei giornalisti che mi tacciano di provocatore, se ritengano martiri gli assassini di un loro collega degli anni ’30... forse perché scriveva sul Popolo di Trieste era giusto ammazzarlo?... è provocazione dire questo?... o è provocazione piuttosto l’aver cancellato – ad opera di un sindaco della minoranza slovena – il toponimo italiano di San Dorligo della Valle?...

    Dico queste cose da uomo libero e vorrei trovare la solidarietà di altri uomini liberi. Vorrei vedere meno appecoronamenti. Le amministrazioni pubbliche non hanno certo il compito di celebrare dei terroristi e vorrei che alcuni miei colleghi, soprattutto del centro, che mi danno intimamente ragione ma pubblicamente torto, lo comprendessero. Così si rischia di somigliare non ai liberi e forti di don Sturzo, ma piuttosto a tanti pavidi don Abbondio...

    Roberto Menia, deputato di An e assessore comunale alla Cultura di Trieste



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